Compleanni e spazzolini da denti

imageTra tutti i vagheggiamenti di cui sono stato preda in questi nove anni e passa di blog, non c’è mai stato un refolo di celebrazione per l’involontario anniversario della nascita del titolare di questo blog. Sarà perché, come dicono i cari Ficarra e Picone, a forza di compleanni si muore. Sarà perché certe date è meglio farle ricordare agli altri e dimenticarsele da soli. Sarà per la finta modestia di chi vive di parole pubbliche e sarà anche perché i tempi cambiano e non c’è un vestito per ogni tempo. Sarà per tutto questo che oggi pianto una pietrina miliare lungo la strada di questo blog e scrivo nel giorno del mio compleanno che è il mio compleanno (il numero 53). Perché devo far pace col tempo che se ne è andato di nascosto e con gli anni sprecati a diventar grande.
C’è un momento nella vita in cui le cose cambiano sotto i tuoi occhi in un fiat: tipo, ti sentivi in un modo mentre ti lavavi i denti e ti sei ritrovato in un altro modo dopo aver sciacquato lo spazzolino. Ecco, quel momento è passato, una, due, cinque volte. E quando le cose cambiano a questo ritmo, vuol dire che sei cambiato tu. Lo spazzolino non c’entra.
Quando i compleanni non si contano più ma si accatastano, vuol dire che bisogna darsi una mossa con la lista di cose da fare. E la lista è una strana lista: va compilata nel tempo, con grande anticipo, una sorta di elenco a futura memoria, perché quando la rileggerai intorno ai 53 o giù di lì ti dirà tutto di te. Com’eri, come volevi essere, come sei stato, come sei e come presumibilmente non sarai.
Pensateci a vent’anni, quando di norma non si pensa a nulla che vada oltre il weekend. Siate parchi di ambizioni e generosi di emozioni (e non scimmiottate Steve Jobs che tanto si muore lo stesso anche se miliardari).

P.S.
No auguri, please. Commenti disabilitati.

Bowie, il paradiso negli inferi

Non c’è discografia da citare, non c’è neanche un esempio da fare. Di David Bowie ognuno di noi ha un ricordo unico e singolare. Non esiste, a mia memoria, artista più variopinto e meravigliosamente indecifrabile. Era rock, era pop, era soul, era punk, era attore, era pittore, era mimo, era tossico, era extraterrestre, era manipolatore dei media, era libero, era schiavo della popolarità, era avanti, era unico nella moltitudine, era eterno ancora prima che morisse.
Non ha avuto fans, ma adepti. Perché Bowie ti includeva nella sua musica come se dovessi aderire a una setta: ogni giorno un miracolo, ogni album un sortilegio, ogni ricordo una colonna sonora. Il suono asciutto dei suoi dischi – chiamiamoli ancora così nonostante cambi il formato, erano e rimarranno dischi – si riconosceva sin dall’attacco del primo ascolto. Sentivi un giro di basso, i primi due colpi di rullante, il graffio di una chitarra elettrica e dicevi: “Cazzo, questo è Bowie”.
Per molti era un trasformista, per tutti gli altri era il dio di una trasformazione che ti portava a credere che anche negli inferi c’è un angolo di paradiso. Dove il rock sgretola i confini tra bene e male, tra bianco e nero, tra vita e morte.

Ascolta il consiglio (molti anni dopo)

Quando nel 1999 uscì il fim The Big Kahuna nessuno poteva mai aspettarsi che il suo monologo finale passasse alla storia per un motivo che nulla aveva a che fare con la pellicola. Complice una felice intuizione del direttore di Radio Deejay Linus, la versione italiana recitata da Giorgio Lopez divenne infatti il primo caso italiano di successo internettiano (ancora il termine “viralità” apparteneva al campo medico). Il testo, semplice e ruffiano, venne ripreso e riadattato anche da Manlio Sgalambro per alcuni concerti di Franco Battiato. Il motivo per cui ve lo propongo è semplice: a quel tempo mi inviai un messaggio con Future.me per ricordarmi di riascoltare il monologo a decenni di distanza. E quel messaggio reminder è arrivato.

Rai, di tutto di meno

raiCi voleva l’incidente, anzi la catena di incidenti, di Capodanno per riaprire l’antica ferita dell’inadeguatezza della nostra televisione pubblica. Ferità in realtà mai cicatrizzata.
Il problema della Rai è lo stesso che si può riscontrare in molti enti pubblici e deriva da un pericoloso cocktail di deresponsabilizzazione e carenza di controlli. Non è una questione di professionalità – alla Rai ci sono molti professionisti in gamba e lo dico per esperienza personale – ma di volontà. C’è un detto siciliano che raffigura bene la situazione, “U’ cane unn’è mio” (il cane non è mio), per spiegare in questo caso l’ostentato distacco del lavoratore dal prodotto del suo lavoro. Per anni, lo sappiamo, la Rai è stata la tomba della meritocrazia, con assunzioni e promozioni schedulate in base alle tessere di partito. Oggi qualcosa è cambiato (ho detto qualcosa, eh!), ma resta l’incrostazione di un management non all’altezza di una grande televisione pubblica. Basti dare un’occhiata ai palinsesti, infarciti di repliche e replicuzze (specie d’estate quando il canone non prevede tre mesi di vacanza), ai buchi inauditi in materia sportiva, alla progressiva perdita di terreno nell’intrattenimento nei confronti delle altre reti (con l’eccezione di Montalbano che macinerebbe ascolti anche se lo proiettassero alla rovescia), alla qualità dell’informazione regionale, alla vetustà della tecnologia applicata allo streaming nel web.
Insomma alla Rai manca il concetto basilare di azienda: se i miei clienti mi pagano più di quanto pagano gli altri, devo fornire un servizio migliore degli altri.

L’unico augurio

speranzaGli auguri di Natale sono come le opinioni sulla Nazionale di calcio, ognuno crede di avere l’illuminazione giusta. Però me ne frego e sarò breve.
È stato un anno complicato, denso di emozioni, pieno di cose, alcune delle quali non mi mancheranno. Un anno di resistenza e di avventure. Un anno di soddisfazioni e di errori. Ci siamo fatti belli su Instagram, siamo apparsi intelligenti su Twitter, abbiamo stretto amicizia su Facebook, e poi magari non ci siamo rivolti la parola per ore mentre eravamo seduti accanto. Abbiamo sognato la fuga quando la vera trasgressione era rimanere, e ci siamo dimenticati che, non a caso, amare e lottare hanno in comune una cosa che si chiama passione. Ci siamo concentrati su piccolezze che meritavano poco meno di un pensiero flash e ci sono sfuggiti attimi preziosi che purtroppo non torneranno più.
Siamo stati forti, spesso inutilmente.
Ci siamo creduti furbi, spesso inutilmente.
Ci siamo sentiti utili, spesso inutilmente.
Non ci siamo confessati abbastanza che, in fondo, anche per arrendersi ci vuole coraggio. Molte cose abbiamo fatto credendo, in realtà, di farne altre. E in questa confusione di intenzioni, obiettivi, ambizioni interconnesse e speranze sconnesse abbiamo cercato di diluire le nostre debolezze senza capire che l’unico augurio sincero e dal pratico effetto è, in fondo, chiedere scusa.

Dare dell’idiota a chi lo è

comi

Consigli per gli acquisti, oltre ogni immaginazione.

Nove anni possibilmente per non perdersi

blog

Nove anni sono passati. Da quando pastrocchiai le prime quattro parole su questo blog sono passati nove anni. Allora non ci credevo troppo, pensavo a un riempitivo della vita, una specie di abbaino in cui rifugiarsi quando si vuol far finta di pensare ad altro. Invece quelle quattro parole cambiarono tutto.
In questi nove anni, da qui sono passati pensieri di ogni forgia, autori di ogni pedigree, è passata vita (molta) e miracoli (pochi) di molti di noi. Anche la morte ha avuto la sua fetta, perché è inevitabile guardare un fiume che scorre e non pensare a ciò che passa e che non c’è più.
Inutile dirvi quanto sia cambiata la mia esistenza. Chi ha avuto la pazienza di seguirmi ha avuto qualche assaggio della rivoluzione che mi ha investito da quel 10 dicembre 2006. Segue »

Il calcolo imperfetto della felicità

ormone-felicita-3felicitàAmo il Natale. Aspetto questo periodo sin da Ferragosto: non sono stato concepito, allevato, assemblato per l’estate, nonostante la mia passione per il mare. Sono il freddo, le giornate corte, l’imminenza di una vacanza in montagna che mi accendono. Il resto è solo un riempitivo emozionale, un frammento di countdown felice.
Oggi mia moglie ha fatto l’albero, come da tradizione, e io mi sono goduto un paio d’ore di estasi domestica. La musica in sottofondo, lei che armeggia (non senza lamentarsi) con un albero ecologico zoppicante, la casa che cambia penombre, la gioia di un calore fisico che non è atmosferico.
Di tanti (ormai troppi) Natale è fatta la mia vita, dalla delusione di un Babbo Natale che non esiste alla gioia atavica per la stagione dello sci, i ricordi hanno superato quantitativamente le aspettative. Eppure ogni anno è una scoperta, un censimento di emozioni: non c’è mai una festa uguale perché il calcolo della felicità è imperfetto, spesso col passare degli anni è una somma di sottrazioni. E se sei costretto a fare i calcoli non è detto che tu debba avere confidenza con la matematica, basta solo un pizzico di autocritica. Alla fine – potenza del clima natalizio e del velo di ottimismo che mi droga – penso che saggezza significhi saper limare le imperfezioni.
Quindi buon Anticipo di Natale a tutti. Che il pensiero semplice sia con voi.

Buon compleanno, Pupetto

francesco e geryCi ho pensato su per una giornata. Ho deciso allo scadere del tempo. Oggi, caro Francesco, avresti compiuto 50 anni. Se non ti fossi eclissato in un felice viaggio con la tua Donata – Parigi, le Maldive e altri posti meravigliosi per i quali ti davo puntualmente del “tascio” – saremmo stati insieme a mangiare, bere e ridere, anzi sghignazzare come sempre. Avremmo rievocato le scorribande di una vita da deposti Peter Pan, ci saremmo accoccolati nel presente sotto lo sguardo amorevole e sornione delle nostre mogli, mi avresti proposto l’ennesimo progetto geniale nel quale tuffarci e mi sarei lasciato tentare con la mia solita nevrastenica inconcludenza. Avresti aperto una bottiglia di vino e avrei fatto finta di non accorgermi che era il mio preferito. Mi avresti parlato con la franchezza riservata a un vero amico e non avrei avuto dubbi manco su una delle tue parole, contagiose come il tuo sorriso. Non mi avresti ricordato che c’eri quando gli altri non c’erano, quando avevo bisogno di un disgraziato che mi rispondesse al telefono alle due del mattino e non ti avrei ringraziato per avermi elargito una risata quando a tutto pensavo fuorché a ridere. Non mi sarei sognato di abbracciarti per una frase che mi dicesti quando inaugurasti la sede della tua grande impresa editoriale, indicando una stanza e una scrivania vuote.
Non ti piacevano le smancerie ed è giusto così.
Ci ho pensato una giornata per evitare di inciampare nel banale album dei ricordi, nell’autocitazionismo di chi per commemorare chi non c’è più tende a parlare di se stesso. Se sono caduto in questi errori – e ne ho la ragionevole certezza – ti prego di scusarmi, Francesco caro. Io volevo solo dirti che mi manchi ogni giorno, a ogni virgola della cronaca. E che se oggi sono arrivato a tempo scaduto non è per dimenticanza, ma per prudenza. Volevo scegliere le parole giuste, ma so di aver fallito perché il senso di vuoto non si può recensire, si può solo subire.
Comunque sia buon compleanno, Pupetto.

Il non perdono e le cicatrici dell’anima

salvatore quasimodoLa decisione del figlio di Salvatore Quasimodo di vendere il premio Nobel del padre per un’antica e irrimediabile offesa affettiva farà storcere il muso a molti. A me invece sembra un’incantevole e poetica vendetta, solidamente giustificata. La vicenda è semplice nel suo banale congegno: invitato alla cerimonia di consegna dei Nobel, Quasimodo non andò a Stoccolma con moglie e figlio ma con un’altra donna (che tra l’altro non fu ammessa in sala e alla cena di gala perché sconosciuta al cerimoniale). Segue »

Su casa, amore e libertà

Una casa non è una cosa. E il tempo non scorre a caso. Al di là delle allitterazioni, oggi festeggiamo un anniversario molto particolare, gli otto anni della nostra casa. Quello di celebrare la nostra tana è un impegno che io e mia moglie ci siamo dati sin dai primi tempi del nostro sodalizio sentimentale (unico sinonimo che sana le differenze tra fidanzamento e matrimonio). Perennemente infettati dal virus dei giramondo, dal morbo del viaggio continuo, non abbiamo mai dimenticato che le nostre radici non sono nella città, ma tra i muri del nostro appartamento. A ogni viaggio, insieme col trionfo dei ricordi dei luoghi visitati, officiamo il rito del ritorno tra le nostre cose. Sarà perché questa è la nostra prima vera casa, sarà perché tutto ciò che l’ha preceduta nei mille sentieri delle nostre esistenze indipendenti sembra una preparazione, una sfilza di atti propedeutici, sarà per l’età che avanza e ci rende più teneri (o fragili?), sarà perché fuori fa un freddo inusitato, sarà perché oggi avere un tetto significa essere più che fortunati, sarà per tutto questo e chissà cos’altro ma quest’anno l’anniversario ha un valore simbolico in più. Condividere è un investimento a lungo termine che comporta gli sforzi che tutti noi conosciamo: solo che i risultati si vedono soprattutto nei periodi meno luminosi quando la strada è in salita e i muscoli dei sentimenti devono dare il massimo. Una casa è un simbolo, un involucro che non contiene ma al contrario rende liberi. Ecco perché oggi festeggiamo. Perché, come l’amore, la vera libertà è quella che si condivide.

Alla ricerca dell’insoddisfazione perenne

12241271_964571823601554_2773164450726213996_nUno dei principali argomenti sguainati dai benaltristi che criticano la mobilitazione del mondo dinanzi agli attentati di Parigi è: dato che non vi indignate per i morti di altre parti del pianeta, questo fiorire di tricolore francese nelle piazze, nei monumenti, sui social è solo il frutto di una grande ipocrisia. Segue »

Maledetti maratoneti

Strade chiuse per il passaggio dei circa 1.700 atleti che hanno partecipato alla Maratona Città di Palermo, che però hanno creato non pochi disagi agli automobilisti…

Così sul Gds si riassume la domenica della Maratona di Palermo. A poco o nulla vale sgolarsi ogni anno per ricordare che in tutte le città del mondo la maratona è una festa, o per ribadire agli improvvisati cronisti che in simili competizioni sportive sono gli automobilisti che creano disagi ai runner e non viceversa. Niente da fare, è questione di incultura cronica e disperata.

Il diritto di odiare

La-torre-Eiffel-spenta-in-segno-di-cordoglioIn queste ore di sdegno disorientato, di paura liquida, c’è un diritto fondamentale, spesso calpestato, che va salvato. È un diritto che origina dal profondo delle nostre anime, che supera i cancelli della prudenza, ma che è fatto di ragione. Persino il Vaticano usa il verbo “reagire” e non richiama nessun’altra guancia da porgere. Questa è una tragedia di uomini, Dio non c’entra. E chi lo tira dentro – che sia di una fazione o di un’altra – è un cialtrone. Non servono più i pelosi distinguo che separano gli islamici buoni da quelli cattivi, qui ci si divide tra assassini e vittime, senza differenze di colore o di nazionalità. Lasciamo in soffitta i complottismi e le rivisitazioni storiche (l’Occidente, il Colonialismo, i traffici d’armi, i Servizi foraggiatori di terroristi, e altre cose così) e guardiamo le cose come sono. A Parigi come in qualunque altra città del mondo, chi spara sugli inermi non ha giustificazione alcuna, né storica né sociale. Non sono i “bastardi islamici” (per dirla con Libero) i nostri nemici, ma i bastardi delinquenti: i mafiosi, notoriamente cattolici, non hanno mai ispirato titoli tipo “assassini della Madonna” o “stragisti cattolici”. Analizzare i concetti, isolandoli dalle nostre contaminazioni ideologiche, è un buon modo per costruire una reazione adeguata. E per esercitare il nostro diritto più intimo e complesso. Il diritto di odiare.

Trattative e populisti

calogero mannino

Io non so se la “trattativa Stato-mafia” ci sia stata o no. So che mi devo affidare a un metro comune (cioè che sia uguale per tutti) per misurare l’attendibilità di una tesi. E ora che Calogero Mannino è stato assolto non mi piace celebrarne le doti di statista (che non gli riconosco) così come non mi piace gridare al complotto anti-antimafia (dato il pm in questione era Nino Di Matteo). La verità è che in questa inchiesta sono venute a collidere le forme più virulente di populismo: da un lato il partito dei partiti che vedono giudici politicizzati dovunque, soprattutto quando si esaminano le fedine penali dei loro iscritti; dall’altro le truppe degli squadristi antimafia che ritengono punciutu chiunque non la pensi come loro. Segue »