A margine

francesco e gery

Se fosse ancora con noi, Francesco Foresta racconterebbe di quella volta in cui il buon Armando Vaccarella finse al telefono di essere la segretaria di De Mita pur di riuscire a parlare con Sergio Mattarella.
Ma siccome non ci sono più né Francesco né Armanduccio, la storia la chiudo nello scrigno dei miei ricordi felici e non ve la racconto. Così non rischio di ridere sino alle lacrime e di dover far finta di continuare a ridere per giustificare gli occhi lucidi.

Raffinatezze

Collage expo 2015Il sito ufficiale dell’Expo 2015 mette online un collage che mette in evidenza una tipica eccellenza italiana: il pasticcio.

Grazie a Giuseppe Giglio.

La gogna del web e le colpe di un imbecille

guardone webUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

C’è un video che dura un minuto e quattro secondi in cui si raccontano la lunga storia della malvagità dell’uomo e la breve vicenda di due ragazzi che si appartano per fare l’amore. Scena: parcheggio ben illuminato e videocontrollato del centro commerciale “La Torre”.
Il giovane e la sua fidanzata amoreggiano tra le macchine. Talmente presi da non accorgersi della telecamera che li spia e soprattutto del cartello “area videosorvegliata” a pochi metri da loro. La tecnologia non ha sentimenti e rinvia le immagini ai monitor dei vigilantes che, anziché farsi una risatina, tirano fuori un cellulare e riprendono tutto. Da lì un effetto domino, in cui si alternano tessere di incultura e tessere di cattiveria, provoca la diffusione rapidissima del clip.
Per istinto l’opinione pubblica dà la colpa al web, con quella grottesca ansia liberatoria di trovare un capro espiatorio universale, maneggevole e possibilmente inanimato: accusare alla cieca è un buon metodo, che non passa mai di moda, per non accusare nessuno. Internet, whatsapp, i social network finiscono per essere recensiti come luoghi di perdizione, senza confini senza regole senza manco un orizzonte visibile, che rovinano la vita delle persone perbene, anche se un po’ imprudenti.
E poco importa se il male è fuori. Se è nel dito e non nel tasto, nel ghigno e non nel mouse. Se è nei commenti di quei vigilantes maschi che nella loro sguaiataggine riescono a essere persino meno miserabili della loro collega femmina, feroce contro le forme abbondanti della ragazzina nel video. Segue »

Bel Paese

Pensatela come volete, però questo video del governo italiano mi pare molto bello.

All in Hall

Per un felice weekend, alzate il volume.
Grazie a Fabio Lannino, spacciatore di musica.

Chi osa dare la colpa a Monte Pellegrino?

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Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

La montagna ce la mette tutta pur di fare il suo mestiere. Sovrasta, abbraccia, svetta, minaccia. Ogni tanto lascia cadere un masso, altre volte sutura da sola le sue ferite. La montagna odia essere ignorata dall’uomo e il suo mestiere è ricordarglielo.
Monte Pellegrino sta lì da prima che qualcuno di noi se ne accorgesse. Per molti palermitani è solo un enorme piedistallo per antenne e ripetitori televisivi, per altri è un aggrovigliato nastro di strada che non porta da nessuna parte, per altri ancora è un gruviera di grotte preistoriche e gallerie dell’amore clandestino. Sul dorso sconnesso del gigante che attentò alla lucidità del freddo Goethe c’è pure un santuario di cui gli abitanti di Palermo si ricordano solo quando hanno un debito di riconoscenza da saldare con la Santuzza o col suo Principale. E poi i pic-nic tra lecci e carrubi, con le sedie sdraio ben allineate sui rifiuti che ormai non sono più semplicemente abbandonati, ma stratificati. (…)
Ora ci si accorge che da Monte Pellegrino cadono le pietre, ignorando che per una montagna quasi in riva al mare non cedere sarebbe come non esistere. I massi da quelle pareti sono sempre caduti, lo sanno bene i cacciatori, i villeggianti che su quelle stesse pietre hanno eretto centinaia di villette, gli arrampicatori che lì negli ultimi decenni hanno mappato falesie note a tutto il mondo fuorché ai palermitani.
Quindi più che limitarsi a chiudere una strada, bisognerebbe aprirsi a una considerazione: il problema di una frana non è solo chi ci sta sotto. Ma soprattutto a che titolo.

Vodafone vola… lontano da me

vodafone-logoInciampai in un paio di imbonitori della Vodafone, gente che ti promette connessioni stellari a prezzi da favelas, esibendo una devozione quasi carnale pur di attirarti nel loro mondo di offerte “for you”, “for me”, “for everybody”, “relax”, “super family” giacché la normale famiglia non fa brand. Merito l’esame antidoping un giorno sì e un altro anche, se mi sono lasciato convincere ad accettare un’offerta combinata – una specie di gang bang di tariffe multiple e superdotate – tra mobile e fisso, adsl e ultra tecnologia.
La parola d’ordine è Fibra. Una cosa che al confronto Speedy Gonzales è un bradipo, l’ultimo ritrovato in tema di innovazione domestica: clicchi e sei tra gli eletti che possiedono il codice sorgente del mondo conosciuto (di quello sconosciuto non ce ne frega un cazzo perché non ha manco una presa per il modem).
Drogato da promesse, annientato dall’inusitato senso di inutilità che prende chiunque navighi a 13 mega sognando di volare a 30 (onanismo che però non rende ciechi), ho accettato. Tutto. Contratto mobile, iPhone 6 pure per quell’incolpevole di mia moglie (che ovviamente l’ha già scassato, come da contratto prematrimoniale), linea fissa, Fibra, diavolerie varie tipo usare il cellulare come cordless tra le mura domestiche. Tutto per una cifra che non rivelerò nemmeno sotto tortura, perché ci ho messo 52 anni a costruirmi una reputazione.
Poi una lunga attesa. Spasmodica. Quando arriverà la mia Vodafone Station? Avrò la fibra per meritare tale Fibra? Quando potrò smettere di navigare nel web e iniziare a volare? Sono un furbone o sono uno schizofrenico?
Ieri, insospettito dal ritardo, ho chiamato il numero verde che una gentile signorina (gentile all’atto della firma del contratto) aveva spacciato come dedicato a clienti speciali come me. Era un numero a risposta automatica per la tracciatura delle pratiche. Senza spiegazioni e senza possibilità di appello (ergo di contatto con essere umano) mi è stato detto che la mia pratica è stata bocciata.
Ci ho messo tre ore, con espedienti di cui mi vergogno, per avere una bozza di spiegazione.
La mia pratica era stata gettata nell’immondizia perché ce ne era un’altra, quasi simultanea, a mio nome. E chi le aveva aperte queste pratiche? La Vodafone, che aveva sbagliato la prima (questi non sono nemmeno in grado di copiare un codice fiscale) e ne aveva aperta autonomamente una seconda (perché trovato il pollo, non lo si deve lasciar scappare) senza eliminare quella sbagliata. Quindi, all’atto del supremo controllo, era stata rilevata la sussistenza di ben due istanze a nome del sottoscritto. Ed era stato sventato un pericolosissimo corto circuito. Un Palazzotto basta e avanza e poi dove lo mettiamo il ne bis in idem?
Ora è tutto finito. Navigo ancora coi miei modesti 13 mega e non ho la Fibra che mi farebbe decollare. Però almeno resto coi piedi per terra. Mentre Vodafone vola, vola… il più lontano possibile da me.
A mai più arrivederci.

Un buon motivo per mettere Gasparri alla porta

Gasparri tweetNon sarà per un’eventuale bega giudiziaria, poiché il garantismo impone prudenze che sono spesso digeribili come le pietre. Non sarà per incapacità tecnicamente manifesta, poiché ai parlamentari non viene richiesta alcuna perizia. Non sarà nemmeno per capriccio, poiché la democrazia non è un sentimento (pur suscitandone molti, drammaticamente diversi).
Potrebbe essere per Twitter, sì.
Se si cercasse un buon motivo, universalmente valido, per mettere alla porta il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, lo si troverebbe nelle sue scorribande sul popolare social network. Il tweet su Greta e Vanessa in cui l’incauto politico mescola il peggio del ciarpame internettiano col meglio della sua lungimiranza politica, che com’è noto è pari alla sua purezza intellettuale, è un’occasione preziosa per le forze democratiche di questo Paese per depurarsi.
Sapevamo che per governare, come per svolgere molti lavori, occorre sporcarsi le mani. Ciò che non sapevamo, sino all’avvenuto decollo del Gasparri pensiero, è che a certuni il fango stimola, eccita, accende.  Però in Italia abbiamo bisogno di politica, non di mud wrestling.

Lo stato delle cose

da direttore a fondatore

Il miracolo di Francesco

Francesco Foresta funeraliHo visto ex nemici che piangevano insieme. Ho abbracciato persone che per anni avevo tenuto a distanza con la canna. Ho guardato negli occhi uomini che sino a ieri avrei azzannato, e invece li ho stretti a me come se si trattasse di vecchi amici.
E’ il miracolo di Francesco Foresta che da morto ha voluto attorno a sé, dettando istruzioni ben precise, un circo di gioia, e dando vita a una sorta di fiera campionaria dei valori: ognuno col suo, ben in mostra. C’eravamo davvero tutti a villa Filippina, in una giornata inutilmente luminosa. Bianchi e neri (e non per il colore della pelle), alti e bassi (e non per la statura), ricchi e poveri (e non quelli della brunetta), vittime ed esecutori materiali (e l’arma era perlopiù la penna).
Ho incontrato gente che non vedevo e non volevo vedere da anni e mi sono commosso nell’incrociare le mie mani con le loro, nel sorprendermi felice di essere lì in quella compagnia inusitata. Ci siamo detti cose bellissime e folli, inventandoci un’amicizia che non c’è mai stata e che invece serpeggiava tra i rovi di una vita bastarda. Ci siamo rivolti un sorriso dopo anni di denti stretti. Non abbiamo perso tempo a chiederci scusa, ci siamo ringraziati a vicenda per esserci, per esercitarci nel ricordo di quel che ci eravamo persi. Per parlare di Francesco.
Mai vista tanta energia positiva e tanta consonanza tra sconosciuti, in un funerale. Anzi mai vista e basta. Il fatto che sia debba passare attraverso la strettoia di una immensa mancanza, del buio della morte, per imbattersi in una serie così ricca di sorprese è la conferma del carisma di Francesco: stratega sino alla fine e oltre, direttore dall’alto, anzi dall’altissimo, inventore di feeling, bravo a far tutto anche quando non faceva niente. Un gran seminatore di fiducia.

Il tramonto di Mondello

Golfo_di_Mondello_visto_dalla_piazza_della_SirenettaUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Mondello, inverno 2015. Prima scena: lì dove la vocazione turistica inciampa, l’azzardo sovrasta. Un tempo c’era la Sirenetta, sala trattenimenti, oggi c’è il canto delle sirene del Punto Snai, sala scommesse: il locale e il panorama sono gli stessi, cambiano solo gli orizzonti dei clienti.
Valdesi è l’antipasto di Mondello, l’anticipo sempre più sostanzioso di un’offerta sempre più debole. Qui infatti si è spostato il baricentro economico dell’intera borgata, specialmente fuori dalla stagione turistica. Nel triangolo tra la libreria Sellerio, il bar Scimone e il fruttivendolo Pizzichellino, i residenti invernali fanno gruppo, s’inventano una parvenza di comunità. A poche decine di metri, la sala scommesse racconta invece altre storie con altri protagonisti che vengono dalla città e che non pesano nulla nell’economia del borgo: arrivano, parcheggiano senza problemi, scommettono, e tanti saluti. Segue »

La suocera nell’immondizia: è vero scandalo?

Rap suoceraUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Buttate un sacchetto di immondizia per terra e quasi nessuno si indignerà pubblicamente. Provate a mettere un po’ di pacchiana ironia su un manifesto pubblicitario e succederà il finimondo.
Perché Palermo ha un callo per tutto, fuorché per la cartellonistica. L’ultimo caso è quello della campagna pubblicitaria della Rap in cui si raffigura una specie di suocera legata a un rifiuto ingombrante da smaltire. Il mondo della politica cittadina si è scatenato: “Messaggio inquietante”, ha tuonato la consigliera del Pd Antonella Monastra, scegliendo lo stesso aggettivo che aveva usato per le minacce al pm Di Matteo; “Mai vista una campagna pubblicitaria più pericolosa di questa”, ha ammonito il capogruppo Idv al Comune Filippo Occhipinti.
Ma come è possibile che la vecchia cara suocera, da sempre primo ingrediente di barzellette (…) e luoghi comuni, sia diventata all’improvviso simbolo del decadimento dei costumi? La risposta breve è: colpa di una pubblicità che non è affatto sessista, ma semplicemente brutta. La risposta extended version parte invece da lontano. Dal 1973 e dalla bizzarra crociata di un pretore palermitano, Vincenzo Salmeri, che s’indignò per gli hot pants della Jesus, anzi a voler esser precisi per il contenuto di quei jeans, e decise di far oscurare i manifesti. E arriva sino ai giorni nostri quando si scatena un movimento di “puristi dell’arte” a difesa della Cattedrale di Palermo inguainata dai teloni pubblicitari non per abuso ma per necessità, dato che i soldi degli sponsor servono al restauro. Insomma manifesti come pietre dello scandalo, cartelloni come macigni sul ventre del sentire comune. Ciò che è affisso colpisce, il resto scorre e passa via. Vuoi vedere che il famigerato collante sociale non è altro che semplice colla?

Noi, neri a metà

Pino daniele mortoPer una generazione di cinquantenni, Pino Daniele è stata la scoperta della poesia della musica. Perché noi quindici-sedicenni degli anni Settanta siamo stati davvero fortunati. Avevamo la discomusic per ballare, musica vera suonata da esseri viventi mica dalle macchine. Avevamo il rock per suturare le ferite della giovinezza. Avevamo Dalla e De Gregori (alcuni anche Baglioni, ma non io) per cantare in coro nel nostro primo concerto da stadio. E avevamo lui. Pino Daniele era il suono della pioggia sulla terra calda e la misteriosa alchimia dell’inglesismo di cui non capivi un cazzo ma c’entrava eccome nella tua vita acerba e felice. Era il virtuosismo di una band che ci faceva sognare di essere lui, loro. Erano i mille playback che facevamo davanti allo specchio di casa quando alla radio passava una sua canzone. Era l’immortalità della poesia.
Senza Pino Daniele la musica della nostra generazione va definitivamente in archivio. Oggi l’artista che ci aveva riempito il cuore con un’opera che evocava tutto fuorché la pienezza, “Nero a metà”, ci lascia affamati. E purtroppo chi ama non è sentimentalmente onnivoro.

Di figlio in padre

imageUn paio di settimane fa, Francesco Foresta mi confidò di aver trovato il giornalista a cui affidare Live Sicilia. “Vediamo se indovini chi è”, mi sfidò col suo sguardo furbetto. Io che sino a quel momento non sapevo niente di tutta la vicenda, trovai improvvisamente una sola certezza. E dissi subito: “Peppino”. Lui sorrise quasi orgoglioso di me: “Giusto”, sussurrò.
Nel passaggio di consegne tra Francesco e Giuseppe Sottile ci sarebbe tutta una vita da raccontare, anzi due. Perché, come spiega Francesco nell’editoriale di oggi, le loro vicende professionali sono talmente intense da rappresentare importanti capitoli del giornalismo degli ultimi decenni. Perché il mestiere e l’indole, nel loro caso, si fondono per creare cronisti che vivono come scrivono, che pensano come raccontano, che amano e odiano allo stesso identico modo con la penna e col cuore.
Di figlio in padre, quest’eredità che sale controcorrente dà finalmente un lieto fine intermedio in una storia di sofferenza. La forza di Francesco, pur piegato dalla malattia, offre a Peppino un’occasione unica per un maestro: ritrovare l’allievo e aiutarlo incondizionatamente.
“Pensiamo un titolo”, disse Francesco riprendendo una consuetudine che per vent’anni ci aveva visti fianco a fianco a imbastire prime pagine, a inventare nuovi modi di raccontare la cronaca, a leggere e correggere, a scrivere e riscrivere.  Lui alla tastiera e io a passeggiargli intorno. Lui calmo e io frenetico. Sempre così.
Alla fine il migliore era il suo. Sempre così.

Buon anno, pupetto. Auguri Peppino.

Storia di Mauro, che ha battuto il cancro

mauro maniscalco
Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Questa non è una favola, ma come una favola ha una sua morale, semplice, netta: per conoscere davvero il male, bisogna averlo combattuto.
Il protagonista della storia, Mauro Maniscalco, 41 anni istruttore subacqueo di Palermo, il fisico da combattente ce l’ha, nonostante un perfido linfoma linfoblastico ad alto grado di malignità abbia tentato di piegarlo e nonostante tre estenuanti cicli di chemioterapia gli abbiano divorato per mesi e mesi tutte le energie.
Oggi Mauro è appena rientrato da Ustica, dove per sei mesi ha solcato il suo mare con Nanù, la barca del diving Alta Marea di cui è proprietario. Ma due anni e mezzo fa era in un letto dell’ospedale Cervello a fissare la bocca del medico che pronunciava la parola che avrebbe cambiato la sua esistenza: leucemia.
Sino a quel momento la vita di Mauro, di sua moglie e dei due bambini, era trascorsa coi ritmi di chi vive inseguendo una sola stagione, l’estate, quando si lavora mattina e sera perché d’inverno il mare ti chiede di lasciarlo in pace.
E invece arriva l’intruso, un male liquido e diffuso che avvelena il corpo, si intrufola in tutti i gangli affettivi e sconquassa i sistemi di sopravvivenza dell’universo di quattro persone.
Leucemia, cioè cancro, cioè tumore. (…)
Mauro Maniscalco adotta subito la linea dell’attacco diretto all’intruso. Lo chiama col suo nome, lo scrive persino sul suo profilo Twitter: “Diver, biker, swimmer, runner… fighting cancer”.
Ha fretta. Spinge per cominciare al più presto il percorso di cura. Quando inizia la chemioterapia non lo sconvolgono i capelli che cadono a ciuffi otturando lo scarico della doccia, il fisico che si gonfia, le ferite che si aprono in bocca, la spossatezza che gli rende pesanti i passi e persino il respirare, i lineamenti che gli danno il volto di uno sconosciuto. No, a lui interessa il tempo perché il cancro gli sta rubando ore, giorni, mesi preziosi per fare tutto quello che prima gli sembrava normale e che adesso è diventato drammaticamente importante.
La stagione estiva è compromessa. Come un contadino al quale è stato bruciato il raccolto, Mauro guarda da lontano quel mare che gli sembra inutilmente bello. Scruta e scalpita, ostenta sicurezza e probabilmente piange di nascosto (nessuno lo sa, nessuno lo ha visto).
“Cerchiamo sempre l’infinito, ma troviamo soltanto le cose”: maledetto Novalis, qui l’infinito è davanti e dentro di me – pensa – sono le cose, le mie cose che non trovo più.
Dai medici è sempre puntuale, coi parenti – quando la chemio glielo consente – è sempre sorridente. Quando qualcuno si mostra troppo preoccupato per lui, sfodera la classica battuta: “E che sono malato?”.
Un giorno un amico gli annuncia di aver girato una somma sul suo conto in banca: gliel’ha regalata un cliente del diving che ha chiesto di rimanere anonimo. Perché il cancro attacca anche le tasche, e questo è uno dei motivi per cui Mauro deve fare in fretta. E’ il paziente più impaziente che ci sia, ammettono i medici.
L’orribile intruso intanto non ha nessuna intenzione di sloggiare e i medici dopo tre feroci cicli di chemioterapia decidono di intervenire radicalmente: trapianto del midollo osseo. Il donatore c’è, suo fratello Giuseppe. Si procede.
Poco prima di iniziare la tremenda escalation di bombardamenti che azzererà il vecchio sistema immunitario per fare largo al nuovo, Mauro si fa scattare una foto che finisce sul web e diventa un inno virale alla vita: sorridente, fa il gesto dell’ombrello, al tumore, alla malasorte, a chi vorrebbe tenerlo lontano dal suo mare.
Il trapianto riesce.
Oggi, due anni e mezzo dopo, Mauro ha ripreso la forma perduta e si concede il lusso di preparare una mezza maratona.