Il Vespino “truccato” che regalava la libertà

L’articolo di oggi su Repubblica Palermo.

Pippo Termini, Totò Chiarelli, i fratelli Affaticato, Antonio Scimone, Gino Buttiglieri, Totò Morreale, Andrea De Caro, Ciccio Candela. Nomi rombanti nella Palermo degli anni Settanta, nomi di persone che erano in grado di cambiare la vita di un adolescente. A patto che ci fosse un Vespino di mezzo. Erano meccanici, anzi maghi della meccanica, in un’epoca in cui l’alesaggio di un cilindro era direttamente collegato al motore dell’autostima di un quattordicenne.
A quei tempi la Vespa 50 usciva dalla fabbrica con un’odiosa marmitta a cassetta e la precisa consegna di non superare i 30 all’ora. Ora mettiamo da parte tutte le giuste obiezioni sul rigoroso rispetto dei codici, tanto la prescrizione non esiste solo per politici e potenti, e facciamo pace con la storia ammettendo che chi non si faceva truccare il Vespino era considerato uno sfigato. I rischi c’erano, eccome: da quello legato alla sicurezza (basti pensare all’impianto frenante tarato sempre sui famosi e umilianti 30 all’ora) a quello prettamente normativo con multe e sequestri che fioccavano a ogni incrocio di strada. E proprio per evitare i controlli dei vigili urbani si sviluppò un’intesa globale tra tutti i vespisti della città: chiunque voleva segnalare un posto di blocco aveva un gesto inequivoco con cui lanciare l’allerta a distanza, portare due dita al naso. Era il segnale di massimo allarme. Il vigile urbano più temuto di tutti i tempi si chiamava Bonfante, di lui restano più leggende che testimonianze: ricordo che una volta mi fermò a Mondello e se ci penso, a distanza di quarant’anni, mi tremano ancora le gambe.
Le opzioni di modifica al motore più in voga erano due: portare la cilindrata a 90 oppure a 125. “Ma ho testimonianza di una Vespa 181 preparata da un meccanico di Monreale”, racconta Luigi Lodetti, appassionato di motori e gran conoscitore dell’ambiente dei preparatori.
Il meccanico era una via di mezzo tra il mentore e il trainer: il tempo passato con lui era sottratto alla scuola, alla fidanzata, alla responsabilità, ma era probabilmente un dazio da pagare alla giovinezza di noi maschietti. Un’officina, in quei tempi analogici, era un luogo dal fascino clandestino, pieno di misteriosi ingranaggi unti. Un luogo in cui si trasformava un inanimato marchingegno di lamiera in un fiero destriero. Per volare liberi oltre il muro dei 30 all’ora.

  

Caro lettore hai ragione

Il ritaglio di giornale è saltato fuori dal nulla, quasi che chiedesse un po’ di considerazione dopo 25 anni di oblio. Mi ha fatto tornare in mente una vecchia storia.
È il 15 settembre del 1992, è notte. Fumo l’ennesima sigaretta di una giornata di lavoro. Sono caposervizio delle Cronache Sicilia al Giornale di Sicilia. Di fronte a me è seduto Fabrizio Carrera, l’uomo delle interviste impossibili come lo chiamiamo tra amici e colleghi (che in quel periodo sono la stessa cosa), uno di cui un giorno vi racconterò alcune storie incredibili.
Come sempre, quando la redazione si svuota, cazzeggiamo pregustando l’ulteriore cazzeggio di una cena notturna e ci prendiamo il tempo per spigolare sulle cose della giornata. Abbiamo meno di trent’anni e come si dice facciamo il lavoro più bello del mondo. Viene fuori la prima pagina del Manifesto che brilla per un buco. Non c’è la notizia del giorno. Fabrizio sa come farmi partire l’embolo dell’indignazione: “Ma lo capisci? Questi non hanno l’agguato a Germanà in prima”.
Il commissario Rino Germanà, collaboratore di Borsellino, due giorni prima era sfuggito a un agguato di mafia a Mazara. Seppur ferito aveva risposto al fuoco e aveva messo in fuga i killer di Cosa nostra tra i quali c’era Leoluca Bagarella. Una storia con risvolti romanzeschi in un ambito di non secondaria importanza: si svolgeva in una Sicilia che aveva appena perso Falcone e Borsellino.
Ci incazziamo. Rimandiamo la cena di un’altra ora e scriviamo una lettera “da lettori”  al Manifesto. Diciamo che quella scelta non ci è piaciuta e che ci ha lasciato l’amara sensazione che solo la morte, nelle nostre lande, meriti la prima pagina. Insomma Rino Germanà è stato relegato a quattro colonne in cronaca solo perché è sopravvissuto.
Passano due settimane, il 30 settembre la svolta. Il manifesto pubblica a tutta pagina la nostra lettera. Il titolo è “Caro lettore hai ragione”. Di seguito una replica del vicedirettore Pierluigi Sullo ammette la colpa, ma poi si imbarca in un’argomentazione a dir poco fragile: “Il fatto che per riflesso condizionato il commissario reagisce da Rambo non ci è simpatico (sentimento ignobile, in questo caso, ma da confessare così, almeno, ci si capisce)”. Apriti cielo. Proteste dei sindacati di polizia, interrogazioni parlamentari e l’indomani paginate di giornali, come quella del Corriere della Sera che vedete sopra.
Questo, e altro di prezioso che però poco conta per voi, mi ha ricordato questo ritaglio. Con una morale che reputo sempiterna: il miglior modo di fare il giornalista è mettersi ogni giorno nei panni del lettore.

P.S.

Per scrivere un pezzo sul nostro giornale su tutta questa storia abbiamo dovuto implorare e attendere tre giorni.

  

Diventerà bellissima?

Anche senza il battesimo ufficiale dei dati, Nello Musumeci è il nuovo governatore della Sicilia. E quindi, per dirla all’americana, è il mio governatore anche se non l’ho votato.
Aspetto di essere stupito, adesso. Lo slogan promette una Sicilia che “diventerà bellissima”, io nel titolo mi sono permesso di aggiungere un punto interrogativo. Che comunque sono pronto a togliere – e spero di farlo presto – laddove i fatti mi imponessero un ottimismo urgente.
Musumeci ha davanti a sé una macchina regionale disastrata e oggetto di (giustificato) scherno, paralizzata da un crocettismo tutto nomine e paillettes. Ci vuole poco per rimetterla in moto. Nel senso che davanti al deserto anche un fiore di campo è un simbolo di progresso.
Musumeci ha anche una compagnia non proprio esemplare. Senza fare nomi, coi nani e le ballerine ha saputo (?) governare solo Berlusconi. Lui dovrà muoversi quanto più autonomamente possibile rispetto a certi personaggi-totem del suo schieramento che sono e rimarranno oggettivamente impresentabili. Dovrà alzare le antenne e fare quello che i suoi predecessori non hanno saputo fare: ascoltare, ascoltare, ascoltare. Non gli alleati, bensì i suoi datori di lavoro: cioè tutti noi, belli o brutti, bianchi o chissà, destri o mancini, giovani o clonati, androidisti o devoti al dio Apple, precari o stabilizzati, pubblici o privati, omo o etero, jazzisti o rockettari.
Nell’epoca dell’odio a costo zero dovrà disseppellire la più antica arma della politica che è la mediazione. Non a caso i grillini la detestano, se la usassero si ritroverebbero nudi poiché la mediazione comporta conoscenza, lungimiranza, senso di realtà.
E poi la cosa più importante. Un governatore che viene dalla destra (abbastanza destra) può stravolgere il senso di prospettiva di chi lo guarda con scetticismo dal balcone lontano e opposto.
Si batta per il nostro vero unico tesoro e per la sua tutela: la diversità.
C’è stata una Sicilia omologata e umiliata. Quella dei balletti di “chi non salta comunista è”, quella delle assunzioni a raffica, quella dei contributi a pioggia, quella dei rubinetti scambiati per dighe e quella delle amanti da piazzare a ogni costo (a mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar…). Ora è l’ora di un riscatto del merito, che segnerebbe anche un riscatto ben maggiore. Cioè del trionfo della diversità come premio per la vera ricchezza: culturale, religiosa e perché no? economica.
Basta con le sagre, via ai festival veri. Basta con privilegi, via ai premi. Basta con i sì centellinati, via ai no motivati. Basta coi dilettanti al posto dei professionisti, via ai professionisti che insegnano ai dilettanti. Basta con gli amici degli amici, via agli amici dei nemici se sono bravi o sennò vaffanculo con trasparente motivazione.
Utopia?
Domanda oziosa.
Diventerà bellissima?
Domanda pertinente.

  

Austerity, quando tutti andavamo in bici

L’articolo di oggi su la Repubblica Palermo.

Il precursore dell’acronimo ZTL fu un termine inglese, Austerity, una parola che evocava disordini internazionali e al tempo stesso compostezza. Era l’inverno del 1973, un inverno particolarmente freddo, e il governo Rumor decise di varare un rigoroso regime di risparmio energetico per la grande crisi petrolifera causata dalla guerra del Kippur, dalla chiusura del Canale di Suez e da altre cose di cui a noi bambini di allora non fregava niente. Dal due dicembre di quell’anno scattò il divieto assoluto di circolazione nei giorni festivi di tutti i mezzi a motore, con pochissime eccezioni.
A Palermo si pedalava al centro della corsia in via Libertà, quasi per sfregio al fantasma delle auto. E si prendevano d’assalto i campetti di calcio, la maggior parte dei quali non erano strutture attrezzate, ma scavi per le fondamenta di nuovi palazzi. Le cicatrici del “sacco di Palermo” erano tutt’altro che chiuse e interi quartieri ad alto tasso di espansione edilizia – ad esempio il mio, Resuttana-San Lorenzo – pullulavano di lavori in corso. Solo che la domenica gli operai erano a casa e i cantieri abbandonati. Gli scavi per le fondamenta diventavano quindi campi di calcio e in alcuni casi piccoli stadi con tribune improvvisate sulle trincee di terra. Si giocava al campetto Incis, nella radura già artigliata dalle ruspe delle Tre Torri, e persino in mezzo alla strada. Le porte non avevano pali ma un ammasso di giacche, per la traversa si stabiliva un metro di misurazione democratica: il limite era dove arrivava il portiere, quindi era la sua statura a determinare l’altezza della porta.
C’era poi quello che qualche anno fa Repubblica scoprì come “il giardino segreto”, un luogo bellissimo e già allora abbandonato tra il CTO di via Cassarà e piazza Salerno, di fronte a Villa Sofia. Che si chiamasse parco Mazzarino lo abbiamo appreso quarant’anni dopo, per noi allora era solo “il campetto proibito”. Un rettangolo di erba vera con due porte regolamentari vere. La prima volta che scavalcammo si materializzò un signore basso e incazzato che si qualificò come guardiano e ci disse che dovevamo andarcene immediatamente. Non ricordo come, ma si stabilì subito una trattativa: in cambio di qualche lira, il tizio ci avrebbe lasciato giocare per un’ora. Pagammo il nostro pizzo di monetine. Quella volta e tutte le altre domeniche di quell’inverno freddo e felice.

 

  

Annamaria

“Dietro ogni uomo di successo, ci sono una moglie fiera e una suocera sorpresa”.
Harry Truman

Se mai avessi avuto successo avrei avuto una moglie fiera e una suocera divertitissima. Perché Annamaria, mia suocera, era così: interessata, avida di storie, curiosa. Quindi divertente e divertita.
Mai stata una suocera suocera. Nel senso che mai nel corso dei naufragi della mia vita – almeno quelli che lei ha vissuto di ruolo, per gli altri la sua vividezza mentale le dava il tormento perché non sopportava che ci fossero cose di me di cui non si potesse discutere davanti a una tavola imbandita – si è mostrata col ditino alzato pronta a difendere tesi precostituite.
Annamaria era elegante e solitaria. Ma di un’eleganza d’animo ancor prima che esteriore, sebbene anche nella vecchiaia curasse attentamente il suo aspetto guardandosi bene dall’inciampare in quegli anacronismi estetici che fanno di tante vecchie grotteschi fenomeni da baraccone. Annamaria, a dispetto dell’età, non era vecchia. E mai lo sarebbe stata, nemmeno a 150 anni.
Era di un solitario maniacale: coltivava la sua indipendenza centellinando le sue sortite e camuffando da discrezione una sua innata pigrizia. Usciva poco perché le scocciava separarsi dal suo mondo fatto di romanzi, vissuti e letti. Perché Annamaria era, oltre a una divoratrice di storie (e lì riuscivo a convincerla a venire a cena da noi, massimo tre persone, buon vino che aveva scoperto in tarda età e pane fatto in casa) anche una gran raccontatrice.
Aveva i cassetti pieni di sogni e gli armadi privi di scheletri. Insomma sapeva bene dove stivare i sentimenti. Per questo mi piaceva. Perché leggeva più di me; perché riusciva a essere trasversale nella sua visione ottocentesca della vita; perché era una donna buona nonostante esercitasse senza esitazioni la facoltà del non perdono; perché non sapeva cucinare ma era una buona forchetta; perché era femmina nel gestire i segreti come rospi non sputati.
Ebbe una vita con risvolti incredibili e me ne narrò un bel pezzo. Negli anni ho preso un bel po’ di appunti per un libro o per una sceneggiatura e vi assicuro che ho in mano una storia bella, umana, divertente e malinconica. Come lei.
Solo che adesso non mi va più di raccontarla.
Fai buon viaggio Annamaria, in un’altra vita t’insegnerò a fare il pane in casa. E tu mi insegnerai a condividerlo con le persone che davvero valgono.

  

Quelle storie spezzate prima di Facebook

L’articolo pubblicato ieri su Repubblica Palermo.

C’è Paolo che è un ragazzo timido e affettuoso. Gira per la Palermo degli anni Settanta col suo vespino azzurro: è gentile ed educato. Se sei a piedi e cerchi un passaggio, lui fa in modo che il suo itinerario coincida col tuo. Per questo è molto amato da quelli della sua comitiva. È un tipo spassoso, Paolo. Una notte di fine estate scorrazza sul lungomare Cristoforo Colombo insieme con altri amici e altri vespini. Ride e scherza. E ridendo non vede un cassonetto dell’immondizia. Lo danno per morto tanto è devastato; ma Paolo, oltre a essere gentile ed educato, è forte. Fortissimo. E si riprende dopo mille operazioni. Vive giusto il tempo per assistere alla sua nuova alba che dura qualche anno. Poi un giorno all’improvviso Paolo muore in un fiat, senza neanche rendersi conto che non era alba ma inganno di tramonto, per una minuscola ferita che il suo cervello non era riuscito a far rimarginare.
C’è Tano che è un vigile del fuoco ma ha più soldi di un vigile del fuoco. È piccolo di statura, ma guai a farlo incazzare. Una volta ha steso con una sola testata un buttafuori un metro più alto di lui: non voleva farlo entrare in discoteca nonostante avesse pagato il biglietto. Ai primi degli anni Novanta Tano decide di aiutare un amico che fa lo 007 a catturare latitanti. Ma qualcuno lo tradisce e lo attira in un tranello. Lo strangolano le mani che credeva amiche e lo seppelliscono in un posto nascosto. Solo otto anni dopo un pentito di mafia si ricorda di aver ammazzato anche lui. E fa ritrovare quel che resta di Tano.
C’è Filippo che suona la chitarra da dio. Non beve, non fuma e consuma tonnellate di fazzolettini perché è allergico a chissà cosa. È timido, soprattutto con le ragazze: forse per via dell’acne che gli dà comunque un’aria da eterno ragazzino. Un giorno conosce una tipa che vive in provincia di Trapani e se ne innamora. Da quel momento cambia tutto, inspiegabilmente. Filippo si vede sempre meno in giro. L’ultima sua immagine ai primi degli anni Ottanta è catturata da una telecamera di sorveglianza di una banca. Poi Filippo svanisce. E nessuno ne saprà più nulla.
Paolo, Tano e Filippo non si sono mai conosciuti nonostante le loro storie si siano incrociate per le strade di Palermo. Solo una cosa hanno in comune: una morte che ci appare antica, senza eco, quasi che il dolore di quei tempi avesse la sordina.
Sono morti prima di Facebook.

  

Una storia da manuale

La storia è da manuale. Come probabilmente sapete un “esperto tecnoinformatico, consulente in comunicazione, operatore audiovideo, scrittore, event planner” che si chiama Davide Guida è stato condannato in via definitiva per diffamazione dopo avermi ucciso sul web nel 2011. La sentenza è chiara e in qualche modo rappresenta una pietra miliare dato che parliamo di fake news ante litteram. Quello che apparentemente manca è il movente.
Però quello ve lo ricostruisco io con ragionevole approssimazione.
Esiste un collegamento (di IP) tra il sabotaggio della mia voce su Wikipedia e le provocazioni che si erano accese proprio il giorno prima su questo blog in questo preciso post in cui si parlava della propensione politica del centrodestra campano per le belle ragazze. Nello specifico si faceva il nome di una signorina che lega il post in questione a Guida. Questa ragazza – che ovviamente non ha alcuna colpa – viene indicata nel mio post (con foto) in un contesto ironico sulla situazione politica campana nel 2010. E la stessa signorina è una sorta di ossessione per Guida che, nel corso degli anni, le dedica su Facebook centinaia di post di ammirazione. Addirittura, due giorni dopo essere stato interrogato dalla polizia mette online una foto che lo ritrae insieme a lei come profilo del suo account Facebook.
Insomma in mancanza di altri possibili moventi, questo è quello più grottescamente probabile: una sorta di vendetta, un sabotaggio per d’onore. O chissà.
Resta un’ultima considerazione: un “esperto tecnicoinformatico” che si fa scoprire senza troppa fatica tramite il suo IP non è proprio garanzia di inossidabile professionalità. Ma ognuno è libero di scegliersi l’esperto che vuole.
Ve lo dicevo che questa è una storia da manuale. Di istruzioni.

  

L’attimo morente

Il “poliedrico riccionese noto sul territorio internazionale come studioso di Arte Liberty e artista alla 54° Biennale di Venezia” – la definizione è sua – che vedendo un ragazzo agonizzare dopo un incidente stradale anziché aiutarlo, chiamare i soccorsi, pregare, fuggire (purtroppo è previsto), ha messo su una diretta Facebook ci dice di questi nostri tempi molto di più di uno studio sociologico o di un editoriale di Selvaggia Lucarelli.
Oggi è facile seppellire questo signore di minacce, ingiurie e maledizioni perché l’esercizio della morale a posteriori è come quello della pedalata in discesa: chi non ha la struttura va in playback.
Ma nemmeno è urgente il bisogno di difenderlo, questo stupido prodotto del colon retto dei social.
In realtà quello che dovrebbe darci uno stimolo di dibattito, non soltanto a me che questi avvenimenti comunque li osservo per mestiere, deriva dalla rarefazione degli attimi cruciali dopo quel tragico incidente.
Il poliedrico assiste al dramma.
Resta sconvolto.
Prende il cellulare.
E qui imbocca la strada sbagliata nel bivio spazio-temporale che divide l’istinto tramandato (quello che tutto conosciamo come semplice “istinto”) e quello acquisito (un ibrido di bieca consuetudine e pigrizia mentale). Sceglie la consuetudine, che come tutti sanno è strettamente personale al contrario di un istinto puro diffuso e di specie.
Prende il cellulare e non telefona al 112, al 113, al 118, all’amico che ha quella stessa moto, alla mamma, alla fidanzata che magari lo ha appena lasciato. No. Accende una diretta Facebook e filma tutto a distanza con una codardia tecnologica che rischia di essere la cifra di una fetta di generazione.
A che cazzo serve la cibernetica (la chiamavamo così decenni fa) se non ci migliora la vita e anzi ce la rende detestabile?
Su questo dovremo interrogarci. Sull’istinto acquisito che ci spinge ad atti innaturali come la diretta Facebook della morte di un ragazzino. Pensate un po’: persino la fuga sarebbe un atto più umano.

  

Lo scherzo che durò cinque anni

L’articolo di ieri su la Repubblica Palermo.

C’è uno scherzo che è entrato nell’epica palermitana. Uno scherzo che è durato cinque anni.
Sardegna, 1980. C’è un gruppo di palermitani in vacanza in Sardegna guidato da Roberto Buscetta che è anche l’ideatore della messinscena. Entrano in un negozio di abbigliamento di un paesino chiamato Cannigione e lì uno di loro, che chiameremo Piero, resta colpito da una ragazza, Lorella. Lui è timido, il colpo di fulmine lo tramortisce. Qui parte la macchinazione. Qualche giorno dopo uno degli amici inventa di essere riuscito ad avere l’indirizzo di casa della ragazza e Piero, sbavando, glielo estorce.
Tornato a Palermo, Piero decide di scrivere a Lorella e si rivolge a Roberto Buscetta perché tra i suoi amici è l’unico che incatena parole in modo decente. La prima lettera è bell’e pronta e di spedirla s’incarica lo stesso Buscetta perché, dice, ha la buca delle lettere sotto casa. È il primo atto di una corrispondenza amorosa estenuante: Piero scrive, anzi fa scrivere il suo ghostwriter traditore, e gli amici rispondono per conto dell’inconsapevole Lorella.

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Critiche al buio. Della ragione

Della serie non finire mai di stupirsi. Per la prima volta Google sbarca a Palermo con un’installazione, anzi una serie di installazioni sulla realtà virtuale e su altre meravigliose diavolerie (guardate questo video, ad esempio). È un’operazione che celebra il Teatro Massimo, Palermo e le sue bellezze. Le celebra su scala planetaria grazie al Google Arts & Culture e al suo Grand Tour. Fatevi un giro per capire di cosa si tratta.
Al Teatro con gli amici di Google ci lavoriamo da un anno e mezzo e siamo arrivati alla vigilia dell’inaugurazione, da domani 20 ottobre a domenica 22 la mostra sarà aperta al pubblico (addirittura sabato sino alle 24).
È un progetto in cui esserci è motivo di orgoglio. È un progetto che non costa un solo centesimo al contribuente. È un progetto da cui Palermo e i palermitani hanno tutto da guadagnare perché è una vetrina che parla di noi, del nostro passato con linguaggi nuovi. Ed è un progetto a ingresso gratuito.
Secondo voi come l’hanno accolto alcuni palermitani senza ancora sapere nemmeno di cosa si tratta? Cercando di demolirlo. Sì proprio così.
Non potendo dir nulla sui contenuti, hanno giudicato la prima cosa che avevano a tiro di minchiata: il portone dal quale si accede alla mostra. Poiché, come in tutte le manifestazioni mondiali di Google, l’ingresso deve essere brandizzato, riconoscibile come le più elementari regole del marketing impongono (basta aver studiato qualcosa in più rispetto al manuale di istruzioni dello smartphone), qualcuno ha cominciato a criticare anche con toni violenti il colore dei pannelli, lo stile della grafica, addirittura la location. Come se non fosse un onore per un Teatro definito “il più innovativo di Italia” ospitare un’installazione del genere.
Lo ripeterò sino allo sfinimento, il diritto di critica è come la democrazia: esercitarlo da ignoranti può essere pericolosissimo. Il ragionamento “io giudico ciò che vedo” abbozzato da questi maître à penser  della condivisione forzata è la sconfitta di ogni progettualità. Ma loro non lo sanno. Giudicare quel che si vede senza analizzare, informarsi, contestualizzare, magari ragionarci su, è la tomba di ogni buona intenzione. Io so cosa c’è dietro questo buio da tastiera unta di odio, perché ho vissuto e non sono di ferro: c’è approssimazione, c’è invidia (per qualcosa che finalmente funziona), ci sono inconfessabili fallimenti personali e c’è la rabbia peggiore, quella contro il nuovo, la ricchezza della diversità, la tridimensionalità di un’opinione.
Chiudi qui, ma forse ci torno.
Vi aspetto in Teatro.

  

Storia di Salmeri, il pretore contro il lato B

L’articolo pubblicato oggi su La Repubblica Palermo.

La storia di Vincenzo Salmeri, giudice della pretura di Palermo, è tutta distillata in una puntata della trasmissione “Acquario” di Maurizio Costanzo. È il 12 marzo 1979. Nel primo esperimento di talk show della tv italiana il pretore, noto per le sue crociate di ferrea moralizzazione, nemico giurato degli hot pants e crociato anti-deretani in mostra (sia pur fasciati da denim e affini) si trova di fronte Ilona Staller. Che, tanto per gradire, chiede al pretore: “Ma tu fai l’amore, Cicciolino?”. E quello: “Non la guardo con severità ma con disgusto”. Poi arriva Dacia Maraini che gli domanda: “Cosa c’è, signor giudice, dietro questo suo furore punitivo?”. E lui: “Niente, non sono mica un sessuofobo. Sono un uomo di mondo: una volta sono stato anche alle ‘Folies Bergère’…”. Segue »

  

Ombelico fuori dal mondo

C’è un posto bellissimo a Mondello. È un bar in cui si può stare tutto l’anno in riva al mare, coi piedi nella sabbia. Ed è un posto meraviglioso nonostante chi lo gestisce.
Si arriva e si aspetta il miraggio: un cameriere che si materializzi entro il calar del sole (anche se arrivate a mezzogiorno, eh!). Quando il miraggio si concretizza, solitamente ha il volto svogliato di una ragazza che incolpevolmente fa un mestiere che non vorrebbe mai fare (capisco che il cameriere non è nella top ten delle professioni del futuro, ma se proprio non ti va non te la prendere con l’unico che non ha colpa).

Tre caffè, per favore.
Ok.
Si possono avere dei biscottini?
No.
Non li avete?
Sì, ma servono per quelli che ordinano la cioccolata calda.
(La cioccolata calda in ottobre a Mondello notoriamente tira come il vin brulè a Ferragosto)
E se uno non ordina la cioccolata calda?

Si possono comprare?
No.
Cioè questi benedetti biscotti non ce li date neanche se li paghiamo?
No.
Perché?
Perché non è possibile.

Qui si apre il bivio cruciale tra la lungimiranza del gestore, che certo qualche indicazione deve aver impartito (mai biscotti senza cioccolata calda altrimenti andiamo giù di budget semestrale), e vividezza mentale della giovane cameriera. Cioè viene consegnato ai posteri il seguente dilemma: è più saggio chi ha deciso la cruciale corsia preferenziale dei biscotti o chi ha sposato – per menefreghismo, per quieto vivere o semplice abulia – una tesi rivoluzionaria come quella del biscotto che mai e poi mai, costi quel che costi, andrebbe col caffè?
Nell’attesa che il fato, o Trip Advisor, o un cliente che finalmente si incazza si pronunci, val bene specificare che questo bar a parte lo scenario meraviglioso, la sabbia, il mare a pochi metri, Monte Pellegrino sullo sfondo, ha una caratteristica indimenticabile: la velocità con la quale vi si presenta il conto. Roba da campionato mondiale. Il cameriere che avete inseguito, invocato, persino sognato, nel momento cruciale – cioè quando vi presenta il caffè (ma non un biscotto neanche a minacciare di sgozzarlo con la stella dei Bel Bon) – è armato di scontrino e indomito coraggio. Se non pagate subito, ma proprio subito subito!, lui/lei non si schioda da lì e vi guarda con tutta la fiera certezza che aveva quando ha tirato in ballo quel cazzo di cioccolata calda.

Perché?
Perché non è possibile.

Questo posto meraviglioso a Mondello è l’esempio di come si spreca una grande occasione. Se non fosse gestito così male io ci andrei ogni sera a fare l’aperitivo, in ogni stagione. Arriverei, mi toglierei le scarpe, affonderei i piedi nella sabbia (d’inverno è bellissimo), guarderei il mio mare, sognerei le mie arrampicate sulla montagna che arricchisce la vista, berrei la mia birra pagata in anticipo, poi me ne farei un’altra promettendo di pagare entro mezz’ora magari dopo aver depositato le chiavi della moto alla cassa e mi impegnerei a non chiedere mai più i biscottini col caffè, a ora di pranzo.
Sarebbe il mio Ombelico del Mondo.
E invece è un Ombelico fuori dal Mondo.

 

  

“Io vedo Cts”, la ricchezza della tv povera

L’articolo pubblicato oggi su La Repubblica Palermo.

Il magico accordo suonò 39 anni fa, alle 19,30 del 10 ottobre 1978. A Palermo andò in onda la prima puntata di “Io vedo Cts” e la musica cambiò. Il programma segnava il trionfo del cazzeggio come intrattenimento anche nelle tv private – i grandi riferimenti nazionali erano stati “Alto Gradimento” per la radio e “L’altra Domenica” per la televisione – e soprattutto consacrava al successo di massa due eroi qualunque: Ferruccio Barbera e Marcello Mordino. Oggi, a tirare le somme di quel che è stato e di ciò che ci manca, viene da dire che la povertà di quel tipo di televisione innescava la condivisione di un divertimento basato su codici semplici, eterni come una barzelletta e contagiosi come la simpatia dei protagonisti. Ferruccio e Marcello non stupivano con effetti speciali, ma col loro essere ordinariamente speciali. Come racconta Lucio Luca nel suo “Prove tecniche di trasmissione” (Pietro Vittorietti editore) “fu Beppe D’Amico, il proprietario di Cts, a tirarsi fuori dal cilindro la strana coppia. Ferruccio era andato a trovarlo negli studi di via Matteo Dominici, a San Lorenzo, per proporgli un remake del programma che aveva condotto a Radio Cinema. Faceva dei numeri telefonici a caso e se la gente rispondeva dicendo “Ciao, sto ascoltando Radio Cinema”, vinceva un premio. Siccome il più delle volte, dopo aver chiamato, si beccava dall’altra parte parolacce e imprecazioni, ne veniva fuori una trasmissione surreale che gli ascoltatori avevano mostrato di gradire”. Quel giorno a Cts c’era per caso pure Marcello Mordino che si avvicinò a Ferruccio per salutarlo: bastò la scena dei due accanto, uno alto quasi due metri e l’altro tarchiatello, a convincere D’Amico a scommettere su quella coppia. E a vincere.
Il programma era il trionfo dell’improvvisazione e, come disse Prezzolini, l’improvvisazione è la legge della storia: effettivamente la storia della televisione a Palermo, quei due la fecero. Ogni pomeriggio per quattro anni, dalle 19,30 alle 20, l’allegra brigata di “Io vedo Cts” fece razzia di spettatori, annientando in città gli ascolti del Tg2 della sera. Si raccontava con garbo il fascino della parolaccia, si celebrava la Palermo musicale che si vedeva il pomeriggio in via Messina da “Ellepi”, il negozio di dischi di Alba D’Accardi. E si rideva, si rideva sempre sino all’ultimo frame della sigla, che era spettacolo anch’essa.
La vera ricchezza dell’arte povera.

  

La tempesta perfetta: quella che non c’è

Ho aspettato per tutta la giornata un temporale. La mia app de “il meteo punto it”, quella dove “il” fa la differenza, segnalava piogge abbondanti con lampi e disastri vari prima per le 11, poi per le 13, poi per le 16, poi per le 17, poi per le 19… Insomma nell’attesa dell’allagamento annunciato in mattinata sono andato a correre presto (in una personalissima fascia protetta, diciamo) e con una discreta ansia, poi ho spostato un paio di appuntamenti per evitare di finire nel gorgo del traffico, infine ho abbandonato la moto in garage a favore dell’automobile per spostamenti che, in caso di pioggia, avrebbero messo in pericolo la mia sicurezza (provate a girare in moto a Mondello dopo un acquazzone e timbrate il cartellino dei sopravvissuti).
Ehi, non ha mai piovuto!
Poco fa, poco dopo le 21, ho dato un’occhiata alla famosa app, sempre quella dove “il” fa la differenza, e zitta zitta muta muta quasi mi augurava una buona serata con tanto di bicchierata e falò in spiaggia.
Potere perverso della tecnologia, convincerti che per capire cosa accade sulla tua testa tutto tu possa fare tranne che alzare gli occhi al cielo, come i tuoi simili hanno fatto per qualche millennio prima di te.
  

“Caccia alle brevi!”

L’articolo pubblicato oggi su La Repubblica Palermo.

Una volta si diceva che la lettura del giornale al mattino è la preghiera dell’uomo moderno. Oggi sappiamo che il rito e addirittura la religione sono cambiati. I giornali, sino a qualche decennio fa, erano luoghi molto diversi da come sono adesso. Erano culle di notizie, palestre di sopravvivenza, scuole in cui consumavano grandi successi sociali ma anche molte ingiustizie. Erano cucine di fatti che venivano serviti a volte crudi, altre volte adeguatamente lavorati e conditi. Un esempio di cuoco ideale per capire cosa erano le redazioni trent’anni fa è stato Armando Vaccarella, storico caporedattore del Giornale di Sicilia. Armando aveva il cinismo tagliente di chi sapeva bene che nel giornalismo di quegli anni non si galleggiava: o si nuotava o si annegava. Era il primo motore immobile di un sistema produttivo che era al contempo stile di vita, insalata di dovere e cazzeggio. Imprevedibile come la vita vera che, allora, imponeva di leggere nell’aggettivo “virtuale” la definizione prevalente di “non reale” e nulla di ammaliante. Armando fu tutto e il suo apparente contrario. Fu la penna al servizio della direzione per i triti editoriali sul traffico – che ispirarono Vincenzo Cerami per la celebre scena di Johnny Stecchino – ma fu anche il primo a raccogliere lo sfogo di Libero Grassi. Il suo grido di battaglia era “Caccia alle brevi!” perché a quei tempi i giornali dovevano stipare quante più notizie possibili: e per un prodotto solido la quantità era importante. Regalò pomeriggi indimenticabili quando, per riuscire a parlare con Sergio Mattarella che si negava al telefono, finse di essere la segretaria di un ministro e, stabilito il contatto col politico riottoso, lo salutò con un “Sergio, Armanduccio tuo sono: ti ho fregato…”.
Una volta – siamo nell’epica – voleva sfuggire a Raffaele Bonanni che stava arrivando a tradimento in redazione e stimò opportuno sdraiarsi per terra dietro la scrivania mentre tutti noi, pietrificati da una risata che non poteva scappare, osservavamo il sindacalista vagare inutilmente per lo stanzone. Era un gran cuoco di notizie perché conosceva il valore del tempo, e il tempo è fondamentale nella cucina di una redazione: senza non si controlla, non si vaglia, non si spiega. I giornali di quell’epoca erano luoghi in cui la fretta era ammessa solo al momento di consegnare il lavoro alla tipografia, alla fine della giornata. Un’insalata di dovere e cazzeggio. Come la vita vera.