Le sabbie mobili

Tra gli effetti collaterali della cretinocrazia e del suo campare sulle fake news ce n’è uno molto seccante per noi giornalisti. E riguarda l’inseguimento delle scemenze. Funziona così: qualcuno spara una cazzata – per pura ignoranza, per calcolo, per interesse politico – i social la amplificano, i giornali devono mettersi al lavoro per smentirla. Capite qual è il corto-circuito? Una non-notizia, anzi una anti-notizia assurge al rango di notizia per la semplice ragione che si diffonde e deve essere trattata come tale dai giornalisti che ne devono dimostrare l’inconsistenza: si è invertito l’onere della prova. Un tempo una cazzata moriva come nasceva, al limite se era suggestiva o divertente diventava leggenda metropolitana o pettegolezzo. Oggi invece assorbe il lavoro di professionisti che dovrebbero occuparsi proprio del suo contrario, dei fatti. E non basta questa umiliazione professionale (vorrei vedere voi a discutere con un sottosegretario che vi racconta che l’uomo non è mai andato sulla luna o con un ministro che blatera senza alcuna competenza sul numero di vaccini necessario per un bambino) perché tutto il lavoro in più per smentire, decostruire, filtrare e depurare può finire in vacca col commento del primo troll: “E chi l’ha detto?”.
Viviamo sulle sabbie mobili dell’ignoranza, e forse lasciarsi affondare non è resa. Ma liberazione.

  

Diverso è bello, la lezione di Manifesta

L’articolo di oggi su La Repubblica Palermo.

Non serve essere esperti d’arte moderna, non è necessario schierarsi pro o contro Orlando, non è determinante scegliere se guardare con gli occhi del turista o del residente per capire che Manifesta 12 ha in sé un messaggio drammaticamente felice in questo momento storico, in questa città. Un messaggio semplice e antico: le diversità sono fondamentali e la loro tutela è l’unica chiave conosciuta per godere di un barlume di felicità. L’arte, che come ci ricorda Camus non esisterebbe se il mondo fosse chiaro, alle nostre latitudini è un antidoto non solo contro le prevaricazioni dei barbari vecchi e nuovi, ma contro i loro vessilli di parole vuote esposti nei cortei virtuali (e non) in cui si celebra la violenza dell’ignoranza. Palermo è da tempo nota al mondo per la sua capacità di integrare il diverso, senza sforzi, come se ci fosse un gene nel corpo della popolazione che si attiva davanti al non uguale e lo ingloba senza annientarlo. Non è un merito, è qualcosa di meglio: è natura, e la politica non c’entra. Quindi godiamoci quest’arte. Ce la meritiamo tutta.

  

Ipocrisie che rimarranno

Ipocrisie che rimarranno. Il Salvini e il Di Maio che davano aria ai denti dicendo, a proposito degli immigrati clandestini, “aiutiamoli a casa loro” fanno finta di dimenticare che quando in Italia, qualche mese fa, si decise per una missione in Niger che serviva a governare sul campo – e non sui social – i flussi migratori, la Lega non votò a favore, e il Movimento 5 Stelle votò contro.
Poi vale la pena di ricordare che tre anni fa il Consiglio di giustizia europeo ha stilato un piano di ricollocazione per 160 mila profughi che erano arrivati in Italia e Grecia. Tra i paesi che non hanno accolto manco mezzo profugo, c’erano i principali alleati di Salvini e Di Maio in Europa: cioè Ungheria e Polonia, orgogliose del loro “zero profughi”.
Ma non è finita. A tutti quegli orecchianti del “ma perché ce li dobbiamo accollare tutti noi?” va detto che in Europa i paesi più accoglienti, rispetto al numero di abitanti, sono la Svezia e Malta, e che Francia e Germania sono sopra di noi in questa classifica.
Infine quando questi loschi figuri – sempre il Salvini e il Di Maio – parlano di emergenza insostenibile, va sbattuto loro in faccia il dato, aggiornato a fine maggio, secondo il quale rispetto allo scorso anno gli arrivi via mare in Italia sono diminuiti, grazie a una politica vera e non grazie a un paio di selfie, del 78 per cento. Ripeto: meno 78 per cento.
Queste sono le ipocrisie che rimarranno in un’Italia senza memoria, senza cultura e senza ritegno.

  

L’amo populista e i pesci (cretini) del web

L’articolo pubblicato oggi su la Repubblica Palermo.

La storia dell’improvvido leoncino da tastiera che ruggisce offese ignobili contro il presidente Mattarella e subito dopo si dispera perché ha “scritto senza riflettere” è un paradigma sociale, politico e antropologico. Nella figura di questo tale Cassarà, quarantenne senza né arte né parte, si rispecchia purtroppo gran parte di un elettorato che abbocca all’amo populista lanciato da chi pretende di scrivere la storia senza conoscerla. E non è l’errore che non va perdonato – abbiamo perdonato cose ben peggiori, come Stato e come comunità – ma l’ignoranza colpevole di chi dice di aver agito di impulso, ma ha avuto l’accortezza di mettere un hashtag, il grottesco stupore di chi cerca il retweet selvaggio e si stupisce di finire in tv non da eroe ma da perfetto idiota. Ecco, questo tale Cassarà dovrebbe essere portato nelle scuole e nei comizi di certi politicanti aizzatori di cretini affamati di sangue virtuale, per spiegare il concetto di libertà applicato ai social: un’opinione è tale solo se esce dall’orifizio giusto.

  

Montante e i telefoni rotti

L’articolo di oggi su la Repubblica Palermo.

Ci mancavano solo le martellate e poi la vendetta di Antonello Montante contro quella tecnologia che gli era amica e che improvvisamente rischia di diventare un cappio al collo sarebbe stata drammaticamente e soprattutto fisicamente completa. La segretaria che svuota l’iPhone mentre la polizia è alla porta, lo stesso Montante che distrugge 24 pen-drive prima della perquisizione… Ecco, c’è  in questo rito disperato quel qualcosa di medioevale che ci ricorda che comunque siamo polvere e di quella cosa lì siamo fatti, non solo per metafora. La volontà di memorizzare forzatamente grazie a un ausilio tecnologico, il sollievo di fissare concetti complicati con un semplice sfioramento di polpastrelli sono emozioni non reversibili. Giacché le macchine restituiscono con più resistenza di quando raccolgono: un’operazione telematica è semplice quanto è complesso il suo annullamento. Ma quella che molti di noi chiamano procedura di sicurezza (evitare di cancellare qualcosa per sbaglio) alcuni chiamano sciagura. Specie quando alla porta c’è la polizia.

  

Tema d’amore

Uno degli episodi più curiosi che mi piace ricordare quando parlo di ghostwriting e scrittura creativa è legato a una letterina d’amore. Ne parlavo proprio oggi con un mio caro amico poiché la vicenda riguarda suo figlio. Qualche anno fa il ragazzo aveva comprato un regalo alla sua fidanzata e voleva accoppiarlo a un foglietto che spiegasse le ragioni intime alla base di quella scelta. Solo che lui (sbagliando) non si reputava idoneo a mettere nero su bianco quel che aveva dentro: capita soprattutto agli animi sensibili, che si sentono nudi davanti alla forza del sentimento. In realtà il ragazzo aveva le idee chiarissime su ciò che voleva scrivere, solo che temeva di perdere qualcosa nel passaggio dal cuore alla carta o di non trovare le parole cruciali.
Con un pretesto passò da casa mia e mi sottopose la segretissima questione (ancora oggi sto bene attento a preservare la sua identità, come etica di ghostwriter impone). Io trovai la cosa bellissima per due motivi. Il primo: detesto ricevere regali senza una parola scritta di accompagnamento quindi trovare in un giovane quest’affinità di pensiero mi piacque molto. Secondo: il fatto che un millennial si desse tormento per una cosa così analogica come una lettera d’amore contribuì a dare una mazzata alla mia abominevole diffidenza dei confronti delle nuove generazioni (oggi sono molto più ottimista).
Finì con lui che spiegava cosa voleva dire e io che scrivevo le sue stesse parole, genuine, fresche e cariche dell’inebriante illusione di vivere qualcosa di definitivo. Insomma fui solo una sorta di dattilografo perché spesso scrivere per conto terzi significa fornire l’alibi decisivo: felicità è illudersi di aver saputo chiedere aiuto e non sapere mai che non ce ne era alcun bisogno.

  

Peppino Impastato, il Che Guevara di Sicilia

L’articolo pubblicato su la Repubblica.

Peppino Impastato può essere considerato l’eroe antimafia più trendy. Non si offendano parenti ed estimatori poiché è proprio questo suo essere icona perfetta, simbolo perenne e mai impolverato, una delle ragioni fondamentali della sua popolarità. E la popolarità fa bene al messaggio.
Impastato è nell’immagine collettiva, anche nel senso fisico di fotografia, un Che Guevara di Sicilia. La sua rivoluzione è stata scandita con le parole giuste (“La mafia è una montagna di merda” è di una semplicità geniale) e con i mezzi più moderni che l’epoca gli ha consentito (del resto la radio è stato il primo vero social network). È per questo che la sua rappresentazione iconografica è così agile. Su Facebook ci sono centinaia di gruppi ispirati a lui, dai circoli politici ai cineforum, dalle biblioteche alle gare sportive. Peppino Impastato è un brand antimafia inscalfibile, che raccoglie consensi a ogni latitudine. Ne approfittò qualche anno fa un’azienda di occhiali, la Glassing, che imbastì una pubblicità con la sua immagine (poi ritirata per le polemiche). In Sicilia sono pochi i comuni che non hanno una via, una piazza, un lungomare o un abbaino intitolato a lui. Nel 2009 un sindaco leghista (of course) di Ponteranica in provincia di Bergamo decise di rimuovere dalla biblioteca pubblica la targa che lo ricordava, “per onorare personalità locali”. Sei anni dopo un’altra amministrazione ci ripensò e gli intitolò un centro giovanile, a conferma che spesso non servono cento passi per raggiungere il cuore del problema, ma ne basta uno solo, giusto.
Oggi l’eredità di Peppino Impastato è di valore inestimabile perché coincide con la genuina perfezione della sua icona, che è messaggio e immagine, simbolo e sostanza.
Servono radici forti per usare bene le ali.

  

La rivincita dell’analogico

L’articolo pubblicato su Il Foglio.

Per molto tempo il rapporto tra digitale e analogico è stato visto come una contrapposizione: smartphone o telefono a conchiglia, iPad o carta, mp3 o vinile. Bianco o nero, prima o dopo, una logica viziata proprio dalla rigidità del codice binario, cioè da un alfabeto composto da due soli simboli (zero e uno), una logica nemica delle complessità e delle sfumature della vita reale. Partiamo da qui per capire il senso di una controrivoluzione lenta ma costante che sta riportando il mondo nella carreggiata dell’analogico: non si tratta di contrapposizione, ma di equilibrio instabile.
Il 21 aprile scorso si è celebrata in tutto il mondo la decima edizione del Record Store Day, una giornata dedicata ai negozi di dischi e in quell’occasione la Federazione industria musicale italiana ha reso noti i numeri del vinile in Italia: oggi il mercato vale quasi 13 milioni e mezzo di euro, una crescita vertiginosa se pensate che nel 2012 ne valeva poco meno di due. E le prospettive appaiono rosee se è vero che il 23 per cento dei consumatori di musica ha acquistato almeno un disco in vinile nel 2017 e il trend è già salito al 31,8 nel primo trimestre di quest’anno.
Il 33 giri è il simbolo del bene analogico e della sua ingiusta sottovalutazione nel lungo periodo dell’abbaglio ipertecnologico con conseguente strapotere dell’mp3. Basti pensare al mito del file immortale che umiliava il vinile, i suoi fruscii e la sua deteriorabilità. Ebbene, se volete chiarirvi le idee una volta per tutte fate un esperimento. Ripescate qualche vecchio floppy disc, provate a trovare un apparecchio in grado di leggerlo o a farlo funzionare col vostro computer: probabilmente non ci riuscirete. Poi tirate fuori il vecchio ellepì dei Pink Floyd “The dark side of the moon” (da tempo il più venduto dei vinili in Italia), mettetelo sul piatto di un giradischi degli anni ’70, accendete l’amplificatore degli anni ’80 e ascoltatelo con casse del 2000. Vedrete che non ci saranno intoppi. Segue »

  

Il destino è nel rock

C’è un gioco che faccio da ragazzo. Mi diverto a identificare i miei stati d’animo con un genere musicale, perché io ho questa dipendenza dalla musica per cui non c’è momento della mia esistenza in cui non abbia in testa o nelle orecchie una canzone.
In principio sono stato funk, masticando ritmi e riff come se non ci fosse un domani. Il funk è contaminazione (e non voglio buttarla in lezioncina, quindi mi limiterò a galleggiare…) e negli anni ’70 la contaminazione era il seme da cui sarebbero nati i migliori frutti della nostra musica. Come insegnano le enciclopedie il termine funk col suo aggettivo funky nello slang degli afroamericani indica generalmente cattivo odore, “come l’odore sprigionato dal corpo in stato di eccitazione, e per estensione poteva significare “sexy”, “sporco”, “attraente” ma anche “autentico”, cioè originale e libero da inibizioni”.
Sono stati gli anni della scoperta, delle sperimentazioni più ardite (dalle relazioni col mondo all’equilibrio interiore), delle impronte indelebili nella personalità. Ho sempre pensato che noi siamo chi siamo stati, ma anche chi e cosa non siamo stati. Ad esempio nel mio periodo funk ha avuto un peso ritengo non secondario il non cedere alla scorciatoia delle droghe pesanti: non per merito personale, ma perché ho avuto la fortuna di scegliere il gregge giusto (comprese le pecore nere).
Poi è arrivato il periodo new wave. E molte cose cambiarono. L’abbigliamento, le sperimentazioni diventarono più borghesi. La musica, oltre ad ascoltarla la guardavo: sono gli anni del trionfo dei video musicali. Capelli più corti, bavero alzato e vino di pessima qualità: non so perché, ma questa cosa del vino mi rimase impressa. Ebbi un black-out del gusto e bevvi Lancers: ancora oggi il mio fegato non me lo perdona.
Prima di compiere atti indecenti, tipo passare al Mateus rosé, virai nella fusion. Il jazz rock fu il periodo più divertente della mia vita. Anche perché suonavo molto e avevo compagni di avventure davvero inauditi (uno lo era a tal punto che, in un momento di euforia, decise di rubarci gli strumenti e scappare). Suonavo e scrivevo, scrivevo e suonavo. Mi meravigliavo di essere pagato per scrivere e mi rammaricavo di non essere pagato per suonare. Perché la caratteristica fondamentale del mio periodo fusion fu il sovvertimento dei ruoli classici, dei canoni della vita per come la conoscevo sino ad allora: mi impegnavo di giorno, raccoglievo i veri frutti di notte, praticamente non dormivo mai. Fumavo come un turco ma correvo come un furetto. Mangiavo quando capitava, né carne né pesce of course, ma stavo da dio. Due amici  – Fabio che assecondò la mia vena musicale e Germana che mi nutrì nottetempo nel suo ristorante – furono un simbolo della mia epoca: l’uno jazz, l’altra rock.
E siamo al punto.
Dopo una serie di rimaneggiamenti in cui tornavano ciclicamente il funk, la new wave, la fusion e varie altre suggestioni mi sono ritrovato a 55 anni con una nuova consapevolezza: il mio destino è rock. Segue »

  

Elogio della mafietta di Pif

L’articolo di ieri su la Repubblica Palermo.

Prendete uno come Pif. Nel corso dell’anno lo intervistano su tutto. Lui non si nega e galleggia goffamente tra un’inutile provocazione politica e una sacrosanta battaglia civile come un discreto orecchiante delle cose dei nostri giorni. Ma è solo quando lo lasciano razzolare nel suo orticello, cioè quando gli fanno fare i film, che Pif acquista agilità e spicca il volo lontano dalla banalità. La seconda serie de “La mafia uccide solo d’estate” è in tal senso un ottimo spunto per provare a riconsiderare il ruolo degli artisti italiani in quest’era di ecumenismo social in cui per cercare di emergere si accetta la pena di mostrarsi tutti uguali. Perché Pif fa una cosa molto intelligente nella sua narrazione: non si impelaga nel polpettone del giudizio etico. E trattando di mafia, il merito è ancora maggiore.
“La mafia uccide solo d’estate” è una serie scritta bene e raccontata con uomini e mezzi da onesto artigianato. Il Pif artista, ben diverso dal Pif opinionista, mostra di conoscere la lezione di Claudio Magris secondo il quale “gli scrittori e gli artisti non sono un clero laico che amministra spiritualmente l’umanità né capiscono la vita e la politica necessariamente meglio di altri”. La sua storia non ha buoni lindi e cattivi luridi. Ognuno dei personaggi ha qualcosa che teme e di cui temere, l’ironia sul peccato come concetto relativo è molto più vicina alla realtà di qualunque sermoncino finto-buonista. Per questo, nella serie, il tortuoso itinerario delle varie esistenze, tra amore, voglia di evasione, rassegnazione e rivincita, le rende plausibili in una terra abituata a confondere malattie con medicine. L’esigenza di mantenere i contatti con la cronaca – si narra pur sempre di morti ammazzati – è ben conciliata con un distacco dal giudizio morale, poiché la cosa più facile del mondo, quando si parla di mafia, è arringare le folle.
Come già hanno fatto Ficarra e Picone, che però abilmente si sottraggono alle pulsioni dichiaratorie quando sono fuori dal set, Pif usa un sereno trasversalismo per raccontare il male e le sue tentazioni. E lo fa con una risata amara come la vita o con una lacrima dolce come la speranza.

  

Re per un giorno

Io e Giovanni. Amici di infanzia, e non è un luogo comune. Insieme sin dagli anni Settanta, abbiamo suonato molto insieme, e suonare insieme da ragazzini è un tatuaggio nella coscienza. Non è come essere compagni di comitiva, di scuola, condividere pizze e fidanzate (e vabbè…), fumare a metà, darsi rifugio a vicenda quando si fugge da scuola. No, suonare insieme è il legame più intimo dopo quello sessuale o criminale. Nello specifico, non ricorrendo i requisiti per le alternative, quello unico e indimenticabile.
Non vi tedio con le mille storie che l’intersecarsi dell’ascissa dell’amicizia con la coordinata della follia potrebbe rendere inverosimili ai vostri occhi. Dico solo che Giovanni, oggi musicista e chef affermato in Olanda, d’un tratto ha capito che c’era un pezzo della sua città natale che gli mancava. E con sua moglie Linda ha deciso di agire. Da un giorno all’altro si sono presentati al Teatro Massimo per godere di quel pezzo d’arte che non avevano nella collezione. Sia chiaro per i non olandesi, Giovanni Caminita è uno che ha riempito gli stadi in Olanda. Non i teatri, gli stadi. E oggi racconta dalla tv olandese la nostra cucina con l’ironia che fa di un siciliano pensante una persona non qualunque, ovunque la si catapulti.
Insomma Giovanni e Linda hanno acquistato, senza dirmi niente, i biglietti per i Puritani e si sono accomodati nel loro palco. Hanno goduto dell’acustica e della magia di uno spettacolo immortale come l’opera, loro che vengono dalla tv e dalle folle oceaniche dei concerti pop. E si sono meravigliati come bambini, hanno scattato centinaia di foto, hanno gioito dell’arte più classica sapendo che nulla è più moderno di ciò che resiste alle insidie del tempo.
Questa foto ce l’ha scattata Linda nel Palco Reale. Due vecchi amici che suonavano da ragazzini ovunque li chiamassero (nei primi pub come nel vecchio carcere dell’Ucciardone) che si ritrovano nel tempio della musica con scogli e spiagge diverse alle spalle.
Alla fine ci vuole poco per sentirsi re, basta la compagnia giusta.

  

Il bullismo quando non c’era

A scuola mi ricordo scherzi atroci tra compagni di classe. La maglietta usata per pulire la lavagna era niente al confronto con quella che una volta traforammo con le cicche di sigaretta (beh, sì…) con il proprietario inconsapevole dentro. Un’altra volta misi la polvere dei gessetti tritati nelle scarpe di un mio compagno, seduto dietro di me, che aveva l’abitudine di dondolare su due piedi della sedia. All’atterraggio si alzò una nuvola di fumo bianco che fece ridere tutti tranne una professoressa, tanto giovane quanto priva di senso dell’umorismo: risultato, fui sospeso ed era per giunta il primo giorno di scuola.
Un giorno un mio compagno per puro cazzeggio – la politica non c’entrava – nell’intervallo tra un’ora e l’altra di lezione urlò dalla finestra un “viva il Duce” grottesco quanto la nostra ingenuità. Non si rese conto che il professore di filosofia era appena entrato e lo guardava nel gelo generale. Se la cavo con un calcio in culo e nessun genitore osò mai protestare.
Per mesi io e un altro impegnammo le prime due ore di lezione quotidiana nel furto con destrezza della merenda di un nostro compagno. Il poveraccio non riusciva a capire chi e come, fatto stava che rimaneva senza panino ogni giorno. Un giorno ci scoprì grazie alle briciole lasciate dall’incauto mio correo e fu talmente gentile a non incazzarsi che, disarmati da tanta finezza, una colazione gliela offrimmo noi. E il panino non glielo rubammo più.

A tutto questo pensavo leggendo le cronache sui bullismi vari a mezzo video e sulle polemiche a proposito del classismo dell’incultura. A quanto i tempi cambiano non solo per colpa delle persone, ma soprattutto degli strumenti. Il cellulare onnipresente, la pervicace cura con la quale l’attimo fuggente diventa forzatamente eterno, l’amplificazione tecnologica della cazzata sono elementi che non hanno peso per un’eventuale assoluzione del colpevole, ma non possono essere ignorati come chiave di lettura.
La giovinezza non è un alibi, ma una condizione alla quale sopravvivere senza alibi.

  

Carta canta

La cosa più difficile nel raccontare le emozioni di un film o, in questo caso, di una serie tv è rendere compatibili le esigenze di chiarezza, ergo dire senza criptare, con quelle di chi non vuol ancora sapere come va a finire, ergo evitare lo spoiler.
Ci provo.
Ho visto “La casa di carta”, serie spagnola distribuita su Netflix, e l’ho trovata soave e poetica nel suo narrare un meccanismo romanzesco antico come le rapine e i destini dei rapinatori. Perché è vero che nei casi di crimine cinematografico si fa quasi sempre il tifo per i banditi, ma è anche vero che l’iconografia del malvivente obbligato a essere tale da un sistema ingiusto può andar bene per sbarbatelli e negazionisti, non certo per noi vecchie ciabatte dell’avventura di piccolo e grande schermo.
“La casa di carta” è un gioiellino di narrazione, recitazione e regia che scardina il tempo di una rapina e lo dilata a favore di una nostra emozione, una qualunque, solitamente quella più a portata di mano. Così, a seconda delle predisposizioni, si può rimanere ammaliati dallo spirito di rivalsa contro un sistema che strangola i deboli per favorire i ricchi e ritrovarsi a canticchiare “Bella ciao” nell’atto finale dell’epica delinquenziale e/o liberatoria. Oppure ci si può interrogare sugli incroci della vita, sul grande inganno di un Creatore che si diverte a mescolare le carte in una partita in cui alla fine gioca solo lui. Oppure ancora ci si può accoccolare sul cuscino del sentimento e tastarne la consistenza quando le trame d’amore oscurano la ragione e la ragione diventa nulla, come un euro dinanzi a mille milioni, come una vecchia foto inghiottita dal baratro di una nostalgia.
Ecco, “La casa di carta” ha questo pregio. Come tutte le storie perfette, che devono avere il carattere dell’universalità, racconta qualcosa che è spunto, trampolino, idea per lasciarti il tempo di scegliere tra ciò che è e ciò che sarà, tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere.

  

Come non scrivere una lettera d’amore

Scrivere una lettera d’amore è una cosa molto facile da fare male. Laddove fare male significa fare in modo sbagliato, controproducente, autolesionista. Attenzione, questa non è una lezione di scrittura creativa – mi basta vedere cosa c’è in giro tra i presunti insegnanti di presunta scrittura per marcare il mio distacco dalla categoria – bensì un bignamino, frutto di minima esperienza (dello scrivere e, modestamente, dell’amore).
Più che dire come e cosa fare, mi limiterò a ricordarvi come e cosa, a mio modesto parere, non fare.

  • Una lettera d’amore è un fianco scoperto. Ricordatevi sempre che il vostro girovita è prezioso e al tempo stesso ridicolo a seconda degli occhi che lo guardano e delle mani che lo cingono.
  • Il tempo è un fattore fondamentale. Scrivete nel presente, presi dalla foga del momento, ma ricordate che presumibilmente rimarrete, almeno con quello scritto, nel futuro. Fate in modo da imbarcarvi in concetti più universali possibili e state lontano dalle parole “sempre” e “mai”, perché comunque vada vi si ritorceranno contro. Sempre (ops!).
  • Il troppo calore produce effetti simili al troppo freddo, tipo la cotoletta surgelata male che alla fine risulta bruciata dal gelo. Mantenetevi su una temperatura mediterranea di scrittura che dica di voi poco meno di quanto l’impeto detti. Non è distacco e nemmeno prudenza, ma realismo. L’amore più solido è un equilibro innanzitutto termico.
  • Ricordate che chi vi legge ha sempre un motivo per non essere obiettivo, che sia un partner con cui siete in rotta o uno che volete conquistare. Comunque vada, anche nel migliore dei casi, avrete una quota di fraintendimento da dover gestire con accortezza.
  • Non è vero che le parole sono pietre. Sono sabbia. Sabbia che può essere calpestata, che può diventare fragile castello, sulla quale ci si può sdraiare con gioia, con la quale si può misurare il tempo, giocare.
  • Mai chiamate di correità. Tipo: “Me lo diceva anche tal dei tali che eravamo fatti l’uno per l’altra…”; oppure “Ti voglio presentare pinco pallino, che ti piacerà sicuramente…”. Mettete in conto che, in una buona percentuale dei casi, tal dei tali mentiva e pinco pallino vi renderà cornuti.
  • Le cose cambiano. Promettete. Giurate. Impegnatevi. Perché è meraviglioso ed è meraviglioso scriverne, parlarne, pensarci. Ma nella copia privatissima della lettera che avete inviato aggiungete un post scriptum, a futura memoria, tutto per voi: al netto dei sogni conta sempre il risveglio.

 

  

Valtur, in morte di un villaggio

Sono stato testimone della fine di un’epoca: la chiusura dei villaggi Valtur. In particolare ho assistito al canto del cigno del villaggio di Pila, nei pressi di Aosta, simbolo triste di un brand storico del turismo italiano.
In passato il Valtur era sinonimo di divertimento, di cazzeggio giovane/giovanile, di sicura abbondanza e almeno sufficiente qualità. Oggi, per quanto ho osservato in quest’ultima settimana, è qualcosa di molto vicino a una grottesca sagra di paese, alla celebrazione di un rito démodé come quello del calvo che ogni mattina inganna lo specchio e se stesso incollandosi sul cranio un sottile riporto.
Il cuore di questa processione di anime più rassegnate che inquiete, – cioè i clienti attirati dalla carta moschicida della convenienza e del finto comfort – è la grande sala da pranzo. Qui la transumanza di adulti, bambini e adulti travestiti da bambini (la categoria più allarmante) crea pericolosi ingorghi negli snodi cruciali di quella che potrebbe essere derubricata a mediocre mensa aziendale: l’angolo dei primi (quasi sempre dominato da pasta scotta e macchiata di un indizio di rosso pomodoro), il settore secondi (un girone dantesco in cui si affetta qualcosa che è morto da almeno un decennio) e la zona delle patatine fritte (l’unica cosa commestibile, a parte l’olio che potrete digerire in comode rate).
Poi c’è un corollario di esperienze possibili, finestre sull’ultramondo di un’offerta scadente a prescindere dai prezzi. La chiave elettronica che si smagnetizza ogni due giorni, quasi un avvertimento del Supremo poiché, come si dice, non c’è nulla di più bello di una chiave, finché non si sa che cosa apre. La ski-room (a pagamento) che esaurisce tutti i posti disponibili e ti costringe a uscire dalla tua stanza bardato come Fantozzi a Cortina prima di finire nel pentolone di polenta. Il wi-fi che assolve alla perfezione il suo ruolo perverso, quello di paralizzarti il cellulare. Il frigobar inesorabilmente vuoto. Le stanze rifatte a giorni alterni. E, degna coreografia del canto del cigno, il bar che non ha più cosa vendere (le birre sono andate esaurite e mai più ricomprate al secondo giorno) dato che siamo all’ultima settimana di vita del villaggio.
Infine l’animazione, quello che un tempo fu l’orgoglio della Valtur. Qui la sagra entra nel vivo: musica, battute, sketches sono rimasti al giurassico del “su le mani”. Pensate: c’è ancora la “canzone del villaggio” con questi poveri ragazzi, pagati una miseria, a fingersi felici e a ondeggiare con le braccia in alto per mimare una gioia che in fondo è solo anelito alla sopravvivenza. O forse, visto il frangente, alla liberazione.
Così Valtur si spegne davanti ai miei occhi cinici, lasciando in mezzo alla strada centinaia di lavoratori incolpevoli. Schiacciato da una crisi aziendale che cozza con l’andamento positivo del turismo nel nostro Paese, il gigante del divertimento chiude con la sofferenza della famosa lumaca di Pirandello che “gettata nel fuoco, sfrigola, sembra ridere e invece muore”.

P.S.
Questo post è stato scritto senza (l’intento di) strapazzare nessuno dei ragazzi che hanno lavorato al Valtur di Pila e di altrove. A loro il mio augurio di trovare nuovi stimoli in strutture più moderne ed efficienti.