Isolamento

imageNon so se vi è mai capitato di rimanere bloccati su un’isola a causa del mare mosso. A me è successo molte volte. Lo confesso: è una cosa che mi piace moltissimo. La sensazione di isolamento forzato mista all’inopinato senso di sicurezza che scaturisce dalla solidità dello scoglio sul quale si resta abbarbicati (metafora utile a spiegare che se di isola si tratta, piccola deve essere altrimenti le emozioni si diluiscono troppo) cancellano d’un colpo disagi e paure per il mare che si gonfia a pochi metri dal tuo muso. È come se la scala delle priorità sulla quale ci si arrampica, o si resiste, nel corso della vita si dissolvesse. Cosa conta davvero? Mangiare o nutrirsi? È più importante arrivare in tempo a un appuntamento o perdersi nella contemplazione delle onde? Aspettare non è un ottimo modo per pensare?
L’isolamento forzato è spesso l’unica chance per scoprirsi davvero liberi. L’importante è arrendersi con disperata felicità alle forze della natura.

Il finto fasto del Festino

image Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Facciamo un gioco. Trovate qualcuno che vi legga questo articolo mentre voi chiudete gli occhi e immaginate. Immaginate una città che si prepara all’appuntamento con la Grande Festa per la sua santa patrona, in un tripudio di tensione emotiva e devozione. La tensione è talmente palpabile da venir sperimentata, sotto forma di calci, sulla schiena dell’organizzatrice del mega evento, a conferma del fatto che, alla nostra latitudine, certi riti pagani accomunano sfilate e minacce, cazzotti e mortaretti. La devozione, poi. Per immergersi in toto nell’estasi del culto occorre un’ulteriore spinta dell’immaginazione, quella che rende complementari la devozione con la tradizione, la preghiera con la richiesta esplicita. Cosa pensavano di fare quei devoti lavoratori (socialmente più pericolosi che utili) arrestati perché minacciavano di bloccare la Grande Festa, se non perpetrare la tradizione di una grazia che qui si ritiene dovuta? Suvvia, la minaccia in fondo non è altro che una forma di preghiera un po’ spinta.
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La spiaggia, l’amore e il vortice dei social

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Ciao Ada, ieri ti ho rivista dopo più di trent’anni. Eri sdraiata in spiaggia a Mondello e parlavi al telefono con una tua amica: ti lamentavi della tata inglese che dovrebbe insegnare le lingue ai tuoi due figli e invece se ne sta tutto il pomeriggio davanti alla tv. Come lo so? Me lo hai detto tu, anzi ce lo hai detto tu a tutti quanti, nel raggio di duecento metri, dato che il volume della tua voce non era certo da bisbiglio. Volevo avvicinarmi per salutarti ma, visto che eri impegnata, ho preferito rimanere in disparte. Segue »

Niente azzurri, per fortuna

bandiera italiana

La rapida eliminazione dell’Italia ai mondiali di calcio del Brasile è stata una fortuna. Passata la rabbia dei primi momenti, una sensazione di serenità mi ha confortato. Con quelle squadre, con quel clima (non solo atmosferico) meglio fuori che dentro. Non potevamo andare da nessuna parte, ammettiamolo. Avevamo una squadretta demotivata, scadente nella tattica, patetica nella preparazione atletica. Il bel calcio è un’altra cosa. Anzi: il calcio (bello o meno bello) è un’altra cosa.
In questi giorni mi sto divertendo con partite vere, in cui i giocatori corrono per novanta minuti e passa, dribblano, rimontano, combattono. In cui lo spettacolo è garantito dalla passione degli atleti. Tutto il contrario di quel che la nostra nazionaluccia ci aveva rifilato: bronci, volti sfatti sin dal primo minuto, gioco inconsistente, noia a go-go.
Che siano sudamericani o europei o africani, i nuovi campioni del mondo non saranno italiani, per questa volta. Ed è vera giustizia, giacché in questo momento non abbiamo la stoffa per competere.
Vedere le lacrime del Costarica o il colpo di reni dell’Olanda significa assistere alla celebrazione del grande sport. Vedere la grinta del Cile o la magia della Colombia significa godere dell’arte del calcio.
Me ne rendo conto solo adesso: gli italiani erano un corpo estraneo in questi Mondiali di lotta e sorprese. Ostentavamo Balotelli quando avremmo fatto meglio a nasconderlo, inanellavamo moduli tattici inefficaci quando avremmo fatto meglio a star zitti e pedalare.
Ora invece è tutta un’altra musica. Comunque vada, sarà una gioia.

Vergogna reloaded

strage di Ustica

Ogni anno per l’anniversario della strage di Ustica (chiamata convenzionalmente così, ma in realtà Ustica come isola non c’entra niente) c’è la solita solfa di moniti, impegni vacui e blabla vari. Per non farla lunga, ma per rimarcare l’intransigenza di questo blog e del suo tenutario su una vicenda così drammatica, linko le parole di due anni fa. Cambiate qualche aggettivo, sbianchettate un paio di nomi, ma la sostanza rimane quella.
Vergogna.

Il Comune che brilla per indecisionismo

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Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Pensavo fosse amore invece era una esse. Esse di sperimentazione. La Favorita, di cui il sindaco Orlando si dice grande estimatore, riapre al traffico nei fine settimana poiché l’esperimento di pedonalizzazione è stato dichiarato concluso. Il provvedimento della giunta, tipico caso di decisione presa a tentoni, ha subito vari rimaneggiamenti che probabilmente coincidono con le fasi umorali dei suoi estensori: prima indicava una fascia oraria, poi un’altra, prima prevedeva un corredo di manifestazioni, poi no. Il verde di tutti e la terra di nessuno. Una corsia aperta, l’altra chiusa.
Esse di socchiusa. Segue »

Morsi dalla rabbia

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Via @nonleggerlo.

L’inutile vendetta del ragioniere

pigrizia

Un vecchio detto ci ricorda che i generali, certi generali, sono come i volumi di una libreria, più in alto stanno e meno sono utili. Nulla di più vero. A dimostrarlo c’è un ragionamento che parte dalla direzione opposta, cioè da quelli non occupano posizioni apicali in un’organizzazione, in un’azienda o comunque in un sodalizio produttivo.
E’ quella che io chiamo la vendetta del ragioniere.
Se la pratica che vi riguarda è ingiustificatamente sepolta tra le scartoffie di un ufficio pubblico, se la legittima risposta a una vostra istanza non arriva entro i tempi regolamentari, se aspettate un pagamento o se, più semplicemente, chiedete un feedback per qualcosa che per voi è importante, ci sarà sempre un ragioniere al vostro capolinea. Sarà stanco, o annoiato, o preso da altro.
Rassegnatevi, non avrà mai tempo per voi perché la sua inerzia, dinanzi a qualcuno che dipende dalle sue mosse, è per lui la migliore soddisfazione. Non facendo ciò che dovrebbe fare, costui si prende la rivincita contro un mondo che cerca di relegarlo al posto che merita. E sembra urlare: “Vedete che a qualcosa e a qualcuno servo?”.
In realtà lui non serve a nulla perché è il suo non esserci a determinare il valore della sua presenza. Tanto più crea disagio, quanto più crede di salire nella scala dei ruoli sociali.
La sua vita scorre misera sino al bivio finale. O l’oblio di un pensionamento in cui la sua pacchiana pigrizia gli presenta il conto di una vita incolta e inutile, o il dolore di una carcerazione per aver accettato soldi in cambio di una mossa, di una spintarella, di un favoruccio.
In ogni caso, una vita di merda.

Surfisti metropolitani

E comunque qui* a Monaco il surf lo fanno così.

*causa breve vacanza per anniversario matrimoniale.

Lo so, sono discorsi che annoiano

Sono tempi difficili. Almeno per chi campa con poco, onestamente e si sforza di mantenere il timone saldo tra le mani nonostante la tentazione di virare, tornare in porto e mandare tutti a fare in culo.
Lo so, sono discorsi che annoiano. Però fanno bene a chi è riuscito a sviluppare un senso di orgogliosa resistenza.
Da qualunque parte mi volti è tutta una prova di forza. Mia, nostra.
Uno guarda il  proprio conto in banca e conosce ogni virgola, ogni uscita e soprattutto ogni entrata. Non c’è spreco di zeri, solo parsimonia. Qualche sacrificio e molto orgoglio: nonostante tutto non mi limito a galleggiare, ma nuoto con vigore. Sono fortunato.
Poi però uno legge la cronaca e si trova davanti a cifre che lo stordiscono più di una dichiarazione di innocenza di Berlusconi. Milioni di euro in tangenti. Stipendi pagati a chi non ha mai lavorato. Pensioni di quattromila euro al mese derubricate a spiccioli. Doppi e tripli incarichi elargiti come premio fedeltà, tipo i punti della Mucca Carolina. Perle ai porci e porci senza ali.
Lo so, sono discorsi che annoiano. Però fanno bene come un abbraccio d’amore: personalmente sono sempre e comunque per il trionfo delle certezze. Quelle che mancano quando si assiste all’ostentazione di carriere ingiustificate, al premio delle mediocrità, alla sperequazione dei meriti, allo spreco di fiducia.
Il ritegno è spesso un alibi per non dire, non fare. La prudenza mi piace solo nella guida dell’auto e nella gestione degli aperitivi. Per il resto credo che sia giunto il momento di ammettere che tra gli onesti non ci si annovera, ci si conta.

Anno 1982: Italia campione del mondo, per merito mio

Marco Tardelli, Italia Germania 1982

Non era nemmeno una tentazione. E’ stato un gesto spontaneo: ho preso il telecomando e clic. La partita era iniziata da dieci minuti, nonostante si fosse svolta trentadue anni fa. Non ho nemmeno dovuto far finta di sorprendermi quando quel disgraziato di Cabrini ha sbagliato il rigore: mi sono incazzato e basta. Ho invidiato l’aplomb di Nando Martellini che non aveva l’invadenza presuntuosa di Canessa e ho imprecato per ogni fallo su Oriali.
Italia-Germania, finale dei Mondiali, anno 1982.
L’ho rivista l’altra sera su La7, come qualche migliaio di italiani. E come tutti – ne sono certo – mi sono ritrovato con la stessa pulsione agonistica di allora, in un cortocircuito temporale che non mi ha né stupito né allarmato (l’età avanza per tutti).
Quando il rito si è consumato per intero, cioè allo storico “campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!”, mi è stato chiaro il sortilegio di cui tutti noi eravamo stati vittime. La partita era un catalizzatore di energie positive, un mezzo di trasporto verso un non-luogo in cui non solo eravamo giovani ma persino eterni. E non è il normale meccanismo dei ricordi, che magari danno nostalgia o provocano rimpianti, no: è una garanzia di felicità perenne.
In quella partita i morti – da Scirea a Bearzot a Pertini – saranno vivi finche ne resterà memoria catodica e la nostra ordinarietà di sopravvissuti sarà nascosta dalla vittoria epica.
Io me lo ricordo bene.
Non è stata la testa di Paolo Rossi a mettere il pallone dentro la porta dell’odiato Schumacher, ma la mia.
Non è stato di Tardelli l’urlo simbolo di un’Italia indomabile, ma il mio.
Non è stato il gol di Altobelli a far scattare in piedi l’incontenibile presidente Pertini (“Non ci prendono più!”), ma il mio.
Così è stato. Così sarà per sempre.

100 anni di rock in meno di un minuto


Cliccate sull’immagine per vedere il grafico interattivo (via Concert Hotels).

Idea!

Fantascienza, altro che politica

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Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Piccole certezze che crollano. L’Ars non è il regno dei privilegi, ma quello della fantascienza. Gli scampoli d’inchiesta sulla contabilità dei gruppi parlamentari regalano infatti bagliori di emozione che rimandano più ai raggi B vicino alle porte di Tannhäuser, che alle furberie dell’onorevole di turno che predica così così e razzola a scrocco.
Perché è fantasia pura quella del deputato che compra 14 cassate coi soldi pubblici nel bar di cui è pure socio, realizzando così una mirabile sintesi tra interesse privato e interesse privatissimo. E non è da meno la pulsione culturale di un altro parlamentare regionale che lascia galleggiare parole come “amore perfetto”, “diario di un seduttore”, “coperchio del mare” su un prezioso foglietto che non è missiva di passione e sentimento, ma semplice scontrino fiscale di libri che non pagherà lui.
Che ci volete fare, il contribuente bue non ha la sensibilità giusta e magari si arrabbia. Mentre dovrebbe ammutolire, estasiato, davanti al colpo di teatro di un deputato che se gli mancano gli spiccioli per pagare le bollette o – anima nobile – per regalare i fiori alla moglie, i soldi non li chiede all’amico o al vicino di scrivania come fanno tutti i comuni mortali, ma se li fa anticipare dal “contributo portaborse” del partito, cioè da tutti noi che non siamo né suoi amici né, purtroppo, suoi colleghi.
Tutto è gioiosamente futuristico nell’astronave dell’Ars, dove è meglio l’uovo oggi e pure la gallina domani. (…)
Loro, gli eletti, hanno già superato i bastioni di Orione e sono oltre. Impavidi. Fuori dal mondo.

Ecco perché il M5S è indispensabile

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Sulla home page del sito del Movimento 5 stelle di Palermo campeggia una frase di Buckminster Fuller: “Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta”. Tutto si può contestare ai grillini, tranne di non aver fatta propria questa massima.
La sconfitta elettorale suggerisce, anzi impone, al Movimento di cambiare modello, perché la realtà si è appena rifatta il look restituendo con gli interessi quei “vaffa” che aveva assorbito in anni di appassionate contestazioni. Che sia la strada del dialogo all’Ars o quella di una degrillizzazione dell’enclave siciliana, con toni meno aspri e maggior esercizio di relativismo politico in ossequio al fatto che siamo sempre nella terra di Pirandello, poco importa in questo momento. Ciò che è giusto analizzare è il motivo per cui il Movimento – che piaccia o no – è ormai fondamentale per questa terra.

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