Il destino è nel rock

C’è un gioco che faccio da ragazzo. Mi diverto a identificare i miei stati d’animo con un genere musicale, perché io ho questa dipendenza dalla musica per cui non c’è momento della mia esistenza in cui non abbia in testa o nelle orecchie una canzone.
In principio sono stato funk, masticando ritmi e riff come se non ci fosse un domani. Il funk è contaminazione (e non voglio buttarla in lezioncina, quindi mi limiterò a galleggiare…) e negli anni ’70 la contaminazione era il seme da cui sarebbero nati i migliori frutti della nostra musica. Come insegnano le enciclopedie il termine funk col suo aggettivo funky nello slang degli afroamericani indica generalmente cattivo odore, “come l’odore sprigionato dal corpo in stato di eccitazione, e per estensione poteva significare “sexy”, “sporco”, “attraente” ma anche “autentico”, cioè originale e libero da inibizioni”.
Sono stati gli anni della scoperta, delle sperimentazioni più ardite (dalle relazioni col mondo all’equilibrio interiore), delle impronte indelebili nella personalità. Ho sempre pensato che noi siamo chi siamo stati, ma anche chi e cosa non siamo stati. Ad esempio nel mio periodo funk ha avuto un peso ritengo non secondario il non cedere alla scorciatoia delle droghe pesanti: non per merito personale, ma perché ho avuto la fortuna di scegliere il gregge giusto (comprese le pecore nere).
Poi è arrivato il periodo new wave. E molte cose cambiarono. L’abbigliamento, le sperimentazioni diventarono più borghesi. La musica, oltre ad ascoltarla la guardavo: sono gli anni del trionfo dei video musicali. Capelli più corti, bavero alzato e vino di pessima qualità: non so perché, ma questa cosa del vino mi rimase impressa. Ebbi un black-out del gusto e bevvi Lancers: ancora oggi il mio fegato non me lo perdona.
Prima di compiere atti indecenti, tipo passare al Mateus rosé, virai nella fusion. Il jazz rock fu il periodo più divertente della mia vita. Anche perché suonavo molto e avevo compagni di avventure davvero inauditi (uno lo era a tal punto che, in un momento di euforia, decise di rubarci gli strumenti e scappare). Suonavo e scrivevo, scrivevo e suonavo. Mi meravigliavo di essere pagato per scrivere e mi rammaricavo di non essere pagato per suonare. Perché la caratteristica fondamentale del mio periodo fusion fu il sovvertimento dei ruoli classici, dei canoni della vita per come la conoscevo sino ad allora: mi impegnavo di giorno, raccoglievo i veri frutti di notte, praticamente non dormivo mai. Fumavo come un turco ma correvo come un furetto. Mangiavo quando capitava, né carne né pesce of course, ma stavo da dio. Due amici  – Fabio che assecondò la mia vena musicale e Germana che mi nutrì nottetempo nel suo ristorante – furono un simbolo della mia epoca: l’uno jazz, l’altra rock.
E siamo al punto.
Dopo una serie di rimaneggiamenti in cui tornavano ciclicamente il funk, la new wave, la fusion e varie altre suggestioni mi sono ritrovato a 55 anni con una nuova consapevolezza: il mio destino è rock. Segue »

  

Elogio della mafietta di Pif

L’articolo di ieri su la Repubblica Palermo.

Prendete uno come Pif. Nel corso dell’anno lo intervistano su tutto. Lui non si nega e galleggia goffamente tra un’inutile provocazione politica e una sacrosanta battaglia civile come un discreto orecchiante delle cose dei nostri giorni. Ma è solo quando lo lasciano razzolare nel suo orticello, cioè quando gli fanno fare i film, che Pif acquista agilità e spicca il volo lontano dalla banalità. La seconda serie de “La mafia uccide solo d’estate” è in tal senso un ottimo spunto per provare a riconsiderare il ruolo degli artisti italiani in quest’era di ecumenismo social in cui per cercare di emergere si accetta la pena di mostrarsi tutti uguali. Perché Pif fa una cosa molto intelligente nella sua narrazione: non si impelaga nel polpettone del giudizio etico. E trattando di mafia, il merito è ancora maggiore.
“La mafia uccide solo d’estate” è una serie scritta bene e raccontata con uomini e mezzi da onesto artigianato. Il Pif artista, ben diverso dal Pif opinionista, mostra di conoscere la lezione di Claudio Magris secondo il quale “gli scrittori e gli artisti non sono un clero laico che amministra spiritualmente l’umanità né capiscono la vita e la politica necessariamente meglio di altri”. La sua storia non ha buoni lindi e cattivi luridi. Ognuno dei personaggi ha qualcosa che teme e di cui temere, l’ironia sul peccato come concetto relativo è molto più vicina alla realtà di qualunque sermoncino finto-buonista. Per questo, nella serie, il tortuoso itinerario delle varie esistenze, tra amore, voglia di evasione, rassegnazione e rivincita, le rende plausibili in una terra abituata a confondere malattie con medicine. L’esigenza di mantenere i contatti con la cronaca – si narra pur sempre di morti ammazzati – è ben conciliata con un distacco dal giudizio morale, poiché la cosa più facile del mondo, quando si parla di mafia, è arringare le folle.
Come già hanno fatto Ficarra e Picone, che però abilmente si sottraggono alle pulsioni dichiaratorie quando sono fuori dal set, Pif usa un sereno trasversalismo per raccontare il male e le sue tentazioni. E lo fa con una risata amara come la vita o con una lacrima dolce come la speranza.

  

Re per un giorno

Io e Giovanni. Amici di infanzia, e non è un luogo comune. Insieme sin dagli anni Settanta, abbiamo suonato molto insieme, e suonare insieme da ragazzini è un tatuaggio nella coscienza. Non è come essere compagni di comitiva, di scuola, condividere pizze e fidanzate (e vabbè…), fumare a metà, darsi rifugio a vicenda quando si fugge da scuola. No, suonare insieme è il legame più intimo dopo quello sessuale o criminale. Nello specifico, non ricorrendo i requisiti per le alternative, quello unico e indimenticabile.
Non vi tedio con le mille storie che l’intersecarsi dell’ascissa dell’amicizia con la coordinata della follia potrebbe rendere inverosimili ai vostri occhi. Dico solo che Giovanni, oggi musicista e chef affermato in Olanda, d’un tratto ha capito che c’era un pezzo della sua città natale che gli mancava. E con sua moglie Linda ha deciso di agire. Da un giorno all’altro si sono presentati al Teatro Massimo per godere di quel pezzo d’arte che non avevano nella collezione. Sia chiaro per i non olandesi, Giovanni Caminita è uno che ha riempito gli stadi in Olanda. Non i teatri, gli stadi. E oggi racconta dalla tv olandese la nostra cucina con l’ironia che fa di un siciliano pensante una persona non qualunque, ovunque la si catapulti.
Insomma Giovanni e Linda hanno acquistato, senza dirmi niente, i biglietti per i Puritani e si sono accomodati nel loro palco. Hanno goduto dell’acustica e della magia di uno spettacolo immortale come l’opera, loro che vengono dalla tv e dalle folle oceaniche dei concerti pop. E si sono meravigliati come bambini, hanno scattato centinaia di foto, hanno gioito dell’arte più classica sapendo che nulla è più moderno di ciò che resiste alle insidie del tempo.
Questa foto ce l’ha scattata Linda nel Palco Reale. Due vecchi amici che suonavano da ragazzini ovunque li chiamassero (nei primi pub come nel vecchio carcere dell’Ucciardone) che si ritrovano nel tempio della musica con scogli e spiagge diverse alle spalle.
Alla fine ci vuole poco per sentirsi re, basta la compagnia giusta.

  

Il bullismo quando non c’era

A scuola mi ricordo scherzi atroci tra compagni di classe. La maglietta usata per pulire la lavagna era niente al confronto con quella che una volta traforammo con le cicche di sigaretta (beh, sì…) con il proprietario inconsapevole dentro. Un’altra volta misi la polvere dei gessetti tritati nelle scarpe di un mio compagno, seduto dietro di me, che aveva l’abitudine di dondolare su due piedi della sedia. All’atterraggio si alzò una nuvola di fumo bianco che fece ridere tutti tranne una professoressa, tanto giovane quanto priva di senso dell’umorismo: risultato, fui sospeso ed era per giunta il primo giorno di scuola.
Un giorno un mio compagno per puro cazzeggio – la politica non c’entrava – nell’intervallo tra un’ora e l’altra di lezione urlò dalla finestra un “viva il Duce” grottesco quanto la nostra ingenuità. Non si rese conto che il professore di filosofia era appena entrato e lo guardava nel gelo generale. Se la cavo con un calcio in culo e nessun genitore osò mai protestare.
Per mesi io e un altro impegnammo le prime due ore di lezione quotidiana nel furto con destrezza della merenda di un nostro compagno. Il poveraccio non riusciva a capire chi e come, fatto stava che rimaneva senza panino ogni giorno. Un giorno ci scoprì grazie alle briciole lasciate dall’incauto mio correo e fu talmente gentile a non incazzarsi che, disarmati da tanta finezza, una colazione gliela offrimmo noi. E il panino non glielo rubammo più.

A tutto questo pensavo leggendo le cronache sui bullismi vari a mezzo video e sulle polemiche a proposito del classismo dell’incultura. A quanto i tempi cambiano non solo per colpa delle persone, ma soprattutto degli strumenti. Il cellulare onnipresente, la pervicace cura con la quale l’attimo fuggente diventa forzatamente eterno, l’amplificazione tecnologica della cazzata sono elementi che non hanno peso per un’eventuale assoluzione del colpevole, ma non possono essere ignorati come chiave di lettura.
La giovinezza non è un alibi, ma una condizione alla quale sopravvivere senza alibi.

  

Carta canta

La cosa più difficile nel raccontare le emozioni di un film o, in questo caso, di una serie tv è rendere compatibili le esigenze di chiarezza, ergo dire senza criptare, con quelle di chi non vuol ancora sapere come va a finire, ergo evitare lo spoiler.
Ci provo.
Ho visto “La casa di carta”, serie spagnola distribuita su Netflix, e l’ho trovata soave e poetica nel suo narrare un meccanismo romanzesco antico come le rapine e i destini dei rapinatori. Perché è vero che nei casi di crimine cinematografico si fa quasi sempre il tifo per i banditi, ma è anche vero che l’iconografia del malvivente obbligato a essere tale da un sistema ingiusto può andar bene per sbarbatelli e negazionisti, non certo per noi vecchie ciabatte dell’avventura di piccolo e grande schermo.
“La casa di carta” è un gioiellino di narrazione, recitazione e regia che scardina il tempo di una rapina e lo dilata a favore di una nostra emozione, una qualunque, solitamente quella più a portata di mano. Così, a seconda delle predisposizioni, si può rimanere ammaliati dallo spirito di rivalsa contro un sistema che strangola i deboli per favorire i ricchi e ritrovarsi a canticchiare “Bella ciao” nell’atto finale dell’epica delinquenziale e/o liberatoria. Oppure ci si può interrogare sugli incroci della vita, sul grande inganno di un Creatore che si diverte a mescolare le carte in una partita in cui alla fine gioca solo lui. Oppure ancora ci si può accoccolare sul cuscino del sentimento e tastarne la consistenza quando le trame d’amore oscurano la ragione e la ragione diventa nulla, come un euro dinanzi a mille milioni, come una vecchia foto inghiottita dal baratro di una nostalgia.
Ecco, “La casa di carta” ha questo pregio. Come tutte le storie perfette, che devono avere il carattere dell’universalità, racconta qualcosa che è spunto, trampolino, idea per lasciarti il tempo di scegliere tra ciò che è e ciò che sarà, tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere.

  

Come non scrivere una lettera d’amore

Scrivere una lettera d’amore è una cosa molto facile da fare male. Laddove fare male significa fare in modo sbagliato, controproducente, autolesionista. Attenzione, questa non è una lezione di scrittura creativa – mi basta vedere cosa c’è in giro tra i presunti insegnanti di presunta scrittura per marcare il mio distacco dalla categoria – bensì un bignamino, frutto di minima esperienza (dello scrivere e, modestamente, dell’amore).
Più che dire come e cosa fare, mi limiterò a ricordarvi come e cosa, a mio modesto parere, non fare.

  • Una lettera d’amore è un fianco scoperto. Ricordatevi sempre che il vostro girovita è prezioso e al tempo stesso ridicolo a seconda degli occhi che lo guardano e delle mani che lo cingono.
  • Il tempo è un fattore fondamentale. Scrivete nel presente, presi dalla foga del momento, ma ricordate che presumibilmente rimarrete, almeno con quello scritto, nel futuro. Fate in modo da imbarcarvi in concetti più universali possibili e state lontano dalle parole “sempre” e “mai”, perché comunque vada vi si ritorceranno contro. Sempre (ops!).
  • Il troppo calore produce effetti simili al troppo freddo, tipo la cotoletta surgelata male che alla fine risulta bruciata dal gelo. Mantenetevi su una temperatura mediterranea di scrittura che dica di voi poco meno di quanto l’impeto detti. Non è distacco e nemmeno prudenza, ma realismo. L’amore più solido è un equilibro innanzitutto termico.
  • Ricordate che chi vi legge ha sempre un motivo per non essere obiettivo, che sia un partner con cui siete in rotta o uno che volete conquistare. Comunque vada, anche nel migliore dei casi, avrete una quota di fraintendimento da dover gestire con accortezza.
  • Non è vero che le parole sono pietre. Sono sabbia. Sabbia che può essere calpestata, che può diventare fragile castello, sulla quale ci si può sdraiare con gioia, con la quale si può misurare il tempo, giocare.
  • Mai chiamate di correità. Tipo: “Me lo diceva anche tal dei tali che eravamo fatti l’uno per l’altra…”; oppure “Ti voglio presentare pinco pallino, che ti piacerà sicuramente…”. Mettete in conto che, in una buona percentuale dei casi, tal dei tali mentiva e pinco pallino vi renderà cornuti.
  • Le cose cambiano. Promettete. Giurate. Impegnatevi. Perché è meraviglioso ed è meraviglioso scriverne, parlarne, pensarci. Ma nella copia privatissima della lettera che avete inviato aggiungete un post scriptum, a futura memoria, tutto per voi: al netto dei sogni conta sempre il risveglio.

 

  

Valtur, in morte di un villaggio

Sono stato testimone della fine di un’epoca: la chiusura dei villaggi Valtur. In particolare ho assistito al canto del cigno del villaggio di Pila, nei pressi di Aosta, simbolo triste di un brand storico del turismo italiano.
In passato il Valtur era sinonimo di divertimento, di cazzeggio giovane/giovanile, di sicura abbondanza e almeno sufficiente qualità. Oggi, per quanto ho osservato in quest’ultima settimana, è qualcosa di molto vicino a una grottesca sagra di paese, alla celebrazione di un rito démodé come quello del calvo che ogni mattina inganna lo specchio e se stesso incollandosi sul cranio un sottile riporto.
Il cuore di questa processione di anime più rassegnate che inquiete, – cioè i clienti attirati dalla carta moschicida della convenienza e del finto comfort – è la grande sala da pranzo. Qui la transumanza di adulti, bambini e adulti travestiti da bambini (la categoria più allarmante) crea pericolosi ingorghi negli snodi cruciali di quella che potrebbe essere derubricata a mediocre mensa aziendale: l’angolo dei primi (quasi sempre dominato da pasta scotta e macchiata di un indizio di rosso pomodoro), il settore secondi (un girone dantesco in cui si affetta qualcosa che è morto da almeno un decennio) e la zona delle patatine fritte (l’unica cosa commestibile, a parte l’olio che potrete digerire in comode rate).
Poi c’è un corollario di esperienze possibili, finestre sull’ultramondo di un’offerta scadente a prescindere dai prezzi. La chiave elettronica che si smagnetizza ogni due giorni, quasi un avvertimento del Supremo poiché, come si dice, non c’è nulla di più bello di una chiave, finché non si sa che cosa apre. La ski-room (a pagamento) che esaurisce tutti i posti disponibili e ti costringe a uscire dalla tua stanza bardato come Fantozzi a Cortina prima di finire nel pentolone di polenta. Il wi-fi che assolve alla perfezione il suo ruolo perverso, quello di paralizzarti il cellulare. Il frigobar inesorabilmente vuoto. Le stanze rifatte a giorni alterni. E, degna coreografia del canto del cigno, il bar che non ha più cosa vendere (le birre sono andate esaurite e mai più ricomprate al secondo giorno) dato che siamo all’ultima settimana di vita del villaggio.
Infine l’animazione, quello che un tempo fu l’orgoglio della Valtur. Qui la sagra entra nel vivo: musica, battute, sketches sono rimasti al giurassico del “su le mani”. Pensate: c’è ancora la “canzone del villaggio” con questi poveri ragazzi, pagati una miseria, a fingersi felici e a ondeggiare con le braccia in alto per mimare una gioia che in fondo è solo anelito alla sopravvivenza. O forse, visto il frangente, alla liberazione.
Così Valtur si spegne davanti ai miei occhi cinici, lasciando in mezzo alla strada centinaia di lavoratori incolpevoli. Schiacciato da una crisi aziendale che cozza con l’andamento positivo del turismo nel nostro Paese, il gigante del divertimento chiude con la sofferenza della famosa lumaca di Pirandello che “gettata nel fuoco, sfrigola, sembra ridere e invece muore”.

P.S.
Questo post è stato scritto senza (l’intento di) strapazzare nessuno dei ragazzi che hanno lavorato al Valtur di Pila e di altrove. A loro il mio augurio di trovare nuovi stimoli in strutture più moderne ed efficienti.

  

Sgoccioli di pazienza

Due categorie di persone, diverse ma in qualche modo complementari.

1) I genitori di bambini piccoli che vivono il mondo che li circonda come se tutti avessero la loro pazienza. A differenza di tutti gli altri genitori, questi fascisti della procreazione ritengono che il pianeta debba sopportare le loro pene con la stessa soddisfazione con cui loro: si fanno calpestare dai pargoli in ogni momento della giornata; pranzano/cenano in un caos di bambini urlanti che si inseguono; vivono di conversazioni interrotte (a volte mai nate) perché il bimbo ha da dire su tutto e tutti devono inchinarsi dinanzi al suo verbo; ridono quando ci sarebbe da piangere; piangono quando qualcuno glielo fa notare; chiudono ogni conversazione con la frase “tu che ne sai? Tu non puoi capire” solo perché loro si sono riprodotti e tu sei stato più cauto. Sono quelli che in pizzeria, quando il loro figlioletto sfrecciando tra i tavoli con un iPad che non ha campo urta il tuo tavolo e ti rovescia la birra addosso, ti guardano male perché il bambino – poveretto! – che colpa ha se tu, invece di mangiarti un cazzo di pizza, non sei rimasto a casa a rimbambirti di birra e tv lontano dalle gioie della paternità/maternità (e dai miei coglioni rotanti, aggiungo io)?

2) I padroni di cani che vivono il mondo che li circonda come se tutti avessero la loro stessa visione del mondo senza i cani che li circondano. A differenza di tutti gli altri padroni di cani, questi fascisti dell’animalismo abbaiante ritengono che il pianeta debba gioire perché: loro credono in un unico comandamento “più conosco gli uomini, più amo gli animali”, che in linea di massima è un buon principio fino a quando gli uomini non sono costretti, per assioma, ad amare gli animali più dei loro simili; scorrazzano sulla spiaggia ritenendo opportuno che il loro cane scacazzi con impunità; organizzano adunate in cui il guinzaglio è un optional (e se uno di quei “migliori amici dell’uomo” decide di scendere di un grado nella scala dell’affinità e punta ai vostri polpacci, fa proseliti che manco Grillo con la washball e le sue cazzate sui tumori…) ; la libertà è un cane felice di cui gli umani sono raramente degni.

Ora, sia per i genitori accecati da un affetto invadente che sarà solo loro quindi quantomeno deleterio per il pargolo, sia per i padroni di cani che guardano il guinzaglio come uno strumento di costrizione o peggio di tortura, vale l’antico insegnamento di Plauto sulla prudenza: “Guarda il topo, che animale sagace. Non affida mai la sua vita a un solo buco”.
Fidatevi, il mondo non ha la vostra stessa pazienza selettiva. Esistono genitori e appassionati di cani che potrebbero mettere in allarme persino il più distratto dei profiler.
Una cazziata in più al bimbo rompicoglioni e una cacca in strada in meno del vostro amato cagnolino faranno più bene a voi che a noi, umani senza figli e senza quadrupede da ostentare.
Alla fine viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma ognuno ha il suo guinzaglio.

  

Il grande guardone

L’articolo pubblicato sul Foglio lo scorso fine settimana.

Secondo una battuta che circola negli Stati Uniti, ormai per farsi finanziare un qualsiasi progetto dal governo basta aggiungere la parola cyber al titolo del progetto stesso. Il motivo è semplice: quando si parla di rischi legati alla tecnologia, e più in generale di criminalità informatica, pochi conoscono esattamente qual è l’effettivo “campo di gioco” con le sue regole e i suoi trucchi.
La gran parte delle agenzie di intelligence soffiano sul fuoco del pericolo imminente probabilmente perché devono in qualche modo attestare la propria esistenza in vita (con relativi costi). Inoltre è sempre forte l’eco di quella che il ricercatore di Harvard Ben Buchanan chiama la “leggenda della sofisticazione”: ogni attacco viene descritto sui giornali come estremamente sofisticato, quando spesso non lo è affatto e si è propagato solo per l’inefficienza delle infrastrutture informatiche.
Insomma, il vero problema in tempi così drammaticamente moderni è la diffusione dell’analfabetismo digitale. Da un’inchiesta del New Yorker emerge un dato su tutti: fino a qualche anno fa gran parte dei giudici della Corte Suprema degli Usa, il massimo organo giudiziario del Paese chiamato a dirimere anche questioni di tecnologia, non aveva mai usato la posta elettronica.

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StraButtanissima speranza

Ci sono vari modi di raccontare la Sicilia. La maggior parte mi innervosisce: l’elogio della panella, il culto del piagnisteo, la gretta ricerca della superiorità inferiore di un popolo che ha sempre festeggiato le sconfitte come vittorie.
Chi fa il mio mestiere sa che c’è un filo invisibile che lega l’eterna celebrazione dell’ultimo Gattopardo (uno qualunque, tanto ne esce sempre uno nuovo) e l’arresto del braccio destro di Matteo Messina Denaro (ne hanno presi e dichiarati una dozzina): la minchiata che soddisfa l’insano desiderio di minchiate.
Non è un segreto, spesso uno racconta solo quel che l’altro vuol sentire. È una sorta di eterno compromesso tra il marketing e il negazionismo che premia il prosciutto sugli occhi.
Però ci sono le eccezioni. Una di queste è la narrazione di Giuseppe Sottile e Pietrangelo Buttafuoco affidata all’energia di Salvo Piparo. “StraButtanissima Sicilia”, di scena al teatro Biondo di Palermo il 28 e il 29 marzo prossimi, è un antidoto contro la rarefazione del pensiero. Si raccontano la politica e i suoi misfatti senza innamorarsi dell’effetto del disvelamento, ma con una sola consapevolezza quasi salvifica: una risata è una speranza che ce l’ha fatta.

  

Salvo, che non va per il Sottile

Io Salvo Sottile lo conosco sin da quando andava al liceo. E, com’era capitato a me molti anni prima, non ne voleva sapere di studiare.
La sua storia è un paradigma della fallacità della corrispondenza sempiterna tra scuola e lavoro. Non mi dilungherò sui miei trascorsi liceali: vi basti sapere che dai gesuiti fui bocciato l’anno in cui feci una regia teatrale dello Pseudolus di Plauto e organizzai una piccola Woodstock di rockettari in erba. Transeat.
Salvuccio veniva d’estate da noi a Tgs – la televisione del Giornale di Sicilia –  quando, invece di andarsene al mare a cazzeggiare con i suoi amici, preferiva spiare la cronaca dietro le telecamere, dietro di noi “anziani” dieci anni più grandi di lui. Era affamato di giornalismo, quasi ci inseguiva pur di stare nei luoghi in cui le cose accadevano. Stava lì zitto a guardare, ascoltare, a vivere un mestiere che ancora non era il suo (era pressoché minorenne…). Qualche volta, per la sua irruenza da assatanato della cronaca,  finiva addirittura dentro l’inquadratura della telecamera e per noi erano cazziate. Il capo, maestro e padrone delle nostre vite Salvo Licata, aveva un’etica del mestiere che non prevedeva sbavature.
Tuttavia Salvuccio era avanti a tutti per forza d’animo e determinazione.
Un esempio per tutti.
Quando il giornale decise di assumermi, siamo alla fine degli anni Ottanta, io ero in vacanza. A sciare naturalmente, da incosciente patentato: per la precisione ero isolato a 3.000 metri di quota sulle Alpi francesi, tra un corso di sci estremo e un barlume di futuro da guida alpina. Un incosciente felice e matto come un cavallo. Ebbene la prima telefonata che annunciava la lieta novella, a casa dei miei genitori, non fu quella del condirettore, ma la sua. Quella di Salvuccio che aveva orecchiato la notizia e che, a modo suo, aveva fatto il primo scoop della sua vita. Qualche giorno dopo, quando mi riconnessi col mondo, nella prima interurbana sull’asse vita selvaggia – civiltà, mia madre mi comunicò emozionata le due notizie: l’assunzione e il primo messaggero.
Così è sempre stato Salvuccio. Uno che va dritto all’obiettivo e non conosce il pudore della distrazione. Uno che, crescendo, ha inventato uno stile. E piaccia no, chi inventa merita.
Tutto questo per dire che Salvo Sottile è sempre stato fedele alla sua passione: ha raccontato in tutte le declinazioni possibili, e non ha mai parlato un linguaggio che non fosse chiaro.
È stato fedele anche come amico a distanza: mi ha sempre chiamato Gerino (in un curioso contrasto con molti amici e colleghi che mi chiamano Gerone) e il diminutivo non ha mai inquinato la sua attenzione nei miei confronti; non si è lasciato abbagliare dai riflettori; ha mantenuto una curiosità intatta verso il micromondo che lo ha generato professionalmente.
Per questo e per molto altro, stasera attendo con ansia il suo programma più coraggioso: Prima dell’alba, su Rai3.
Comunque vada, sono con lui.
Vai Salvuccio.

  

Elogio dell’ex amico

Ho più ex amici che amici. Probabilmente, anzi certamente per colpa mia. Da questa constatazione – più ex amici per colpa mia – deriva un ragionamento che vi sottopongo.
Tolti di mezzo i motivi di pura invadenza fisica – atti contundenti, passi falsi di cui rimane traccia nel vivere di ogni giorno, azioni qualificabili come reato – c’è una congerie di fattori per così dire ideologici che può causare la fine di un’amicizia. Nella mia esperienza so che quest’ultimi sono spesso quelli che incidono le ferite più gravi e durature.
Paradossalmente l’amico che vi ha offeso, denudato a forza è il primo che sarete disposti a perdonare. Perché il suo misfatto rimane legato a un’epoca, a una frequentazione, a un contesto ben identificato. In poche parole è ben ancorato alla scena del delitto.
Quello che invece vi ha tradito con piccoli colpi di lametta diluiti nel tempo, con la parolina sussurrata dietro le vostre spalle, senza la teatralità (se vogliamo) coraggiosa dell’azione irruenta, merita invece un disprezzo centellinato e infinito.
È l’ex amico perfetto.
Quello a cui dare la colpa quando si buca la ruota sotto la pioggia, quando la crostata appena fatta si è schiantata per terra, quando il mondo vi è crollato addosso schivando l’unica persona che doveva travolgere (cioè lui), quando la vostra uscita di sicurezza si è rivelata una porta che dava su un muro, quando non avendo con chi prendervela sareste disposti a pagare con la cessione del quinto un punching ball umano.
L’ex amico perfetto è al tempo stesso fonte di ispirazione e termine di paragone talmente orrendo da far brillare il piombo come oro. Un catalizzatore di miracoli a sua insaputa, insomma.
C’è un solo sentimento che accende e talvolta riscatta come l’amore. Ed è il suo opposto. L’ex amico vigliacchetto e strisciante è una manna dal cielo quando non si è né santi né ipocriti.
È uno al quale, alla fine, dovrete rendere merito.

  

Vomito ergo sum

La professoressa invasata che aveva urlato ai poliziotti “dovete morire”, nonostante sia indagata e sia stata sospesa dall’insegnamento, torna in piazza nel presidio contro la manifestazione di Forza Nuova a Torino. Ufficialmente la sua è una missione contro i fascisti, anche se non si capisce perché se la prenda coi poliziotti che non difendono i fascisti, ma la legge. Ufficiosamente s’intuisce molto di più. La signora ha scelto la formula più attuale per uscire da un anonimato che, evidentemente, le va stretto. Poteva andare dalla De Filippi, ma in mancanza di un talento specifico ha scelto di esibirsi sull’asfalto: urlare pur di galleggiare, provocare per dimostrare la propria esistenza in vita, offendere per far finta di difendere.
C’è un’infinita lista di antifascisti, veri e silenziosi, che hanno pagato con la vita o con la mortificazione sociale, senza che le loro gesta siano mai state grottesche o triste oggetto di derisione. La ribellione, anzi la “ribellione” della professoressa Lavinia Flavia Cassaro è di un sensazionalismo talmente irritante da risultare indigesto persino ai nudi e puri della contestazione. Lei ce la sta mettendo tutta per diventare un simbolo, probabilmente perché al giorno d’oggi la scorciatoia per ottenere qualcosa di immeritato è inventarsi uno strapuntino di follia anti-creativa, cioè l’opposto della contestazione vera e il parente stretto della cretinocrazia. Dati i risultati mediocri come professionisti, ci si reinventa sabbia negli ingranaggi del sistema: e guai a dire che dicendo e facendo cazzate non si fa l’Italia e manco la sua caricatura. La professoressa che cerca disperatamente un ruolo da protagonista senza che nessuno abbia mai scritto la storia in cui esibirsi, darà soddisfazioni al suo pubblico: conquistata la scena, sogna il peggio per lei – un licenziamento, una condanna – perché quando gli orizzonti sono ristretti, anche una posa sguaiata dà le sue emozioni. In mancanza di altro.
Vomito ergo sum.

  

La (s)fortuna non esiste

Tempo fa scartabellando tra i miei pensieri e le mie ossessioni d’ispirazione uno psicologo mi spiegò che nella mia scrittura aveva un ruolo fondamentale il senso del tradimento: analizzavamo in prevalenza libri e racconti, ma estendemmo la riflessione anche ad altri scritti. La cosa non mi ha mai sorpreso poiché trattando noir e comunque roba cruenta, il tradimento è un ingrediente semplice da incontrare e maneggiare: basti pensare all’omicidio che è il prodotto ultimo di una filiera di tradimenti. Ma a livello personale, cioè tolto di mezzo l’ingombro professionale e puramente creativo, quest’analisi psicologica mi ha fuorviato per anni. Nel senso che ho usato il senso del tradimento un po’ come strumento, un po’ come alibi.
In realtà le cose stanno in modo molto diverso, basta guardarle in modo più universale. Che poi è il segreto di una felice narrazione giacché a nessuno interessano i cazzi nostri finché non siamo così abili da renderli un concetto valido per tutti: nel mondo ci sono molte persone pronte a raccontare la loro vita e altrettante pronte a fottersene.
Il tradimento esiste, ma la sfortuna (come la fortuna) non esiste.
I due elementi sono collegati da un filo invisibile di coerenza. Basta accettare il principio fondante di un liberalismo delle relazioni: noi siamo colpevoli dei nostri fallimenti.
In base a questa considerazione capite perché la (s)fortuna ha poco gioco.
Ammettere che qualunque cosa di sgradevole ci capiti è comunque colpa nostra è complicato, lo so. Però è più accettabile se il corollario è adeguato. Ad esempio va equiparato a livello di comandamento il diritto di non perdono. Della serie: io ti libero da ogni responsabilità se l’andazzo delle cose ti ha portato a farmi del male (accettabile e nei limiti della legge), ma mi libero dal grottesco obbligo cristiano di porgere l’altra guancia et similia. Poi il sistema va purificato da ogni sorgente mefitica di buonismo: se accettiamo che comunque la nostra responsabilità è scontata, siamo tenuti a tenere a distanza con la canna chi ci vuole imporre sentimenti di ottimismo prestampato.
Insomma, come capite è un tema di sempiterno dibattito. L’importante è, a mio modesto parere, non aver timore o ritegno di parlarne.
Non a caso l’aspetto più fastidioso del tradimento non è l’atto in sé – e ne dico nel senso più ampio possibile, dal sentimento al lavoro, dalla politica ai valori personali – ma l’ipocrisia che alimenta la sua giustificazione. Quando c’è un “sì, però” la porta è aperta verso un giustificazionismo o peggio verso un revisionismo che nulla ha a che fare con la nobiltà dei sentimenti di cui persino l’atto più abietto – quello di infliggere ad altri quello che non vorremmo mai fosse inflitto a noi – fa parte.

  

Da soli

Partire da soli. Senza fuggire da qualcuno o da qualcosa. Senza cercare qualcuno o qualcosa. Per una scelta che non va giustificata, ma al limite raccontata. E raccontiamola.
È stata un’esperienza nuova, scrivo adesso quand’è praticamente conclusa.
Sono stato sulle Dolomiti.
Da appassionato di sci mi è capitato moltissime volte di sciare da solo: per me scivolare tra le montagne è uno stato della mente, più che una questione fisica. Parto la mattina e non mi fermo manco per pranzo, vado e basta: lo slalom tra le cunette e tra i pensieri, la musica negli auricolari che riempie i vuoti delle risalite, l’occhio che si sazia dei panorami che ha sognato per mesi.
Stavolta ho provato una sensazione più radicale, stare da solo prima durante e dopo le cinque-sei ore di sci indefesso e quotidiano. E ne ho tratto alcune considerazioni che, per uno strano gioco del destino, coincidono con quelle che stamattina  Alessio Cracolici ha ripreso dal blog di Maurizio Crosetti.

Potersi isolare, ma davvero, dal resto del mondo e dalla parte più rumorosa di se stessi. Decidere qualcosa di veramente importante facendo precedere il silenzio alla scelta. Rinunciare alle connessioni, al “campo”, alle tacche. Sapere che certe decisioni non dipendono solo dall’interesse, dall’opportunità personale, da logiche di potere: un po’ sì, ma non del tutto. Cercarsi dentro una risposta che già esiste, però è come soffocata dalla confusione e dall’abitudine. Non avere paura di essere soli, o di rimanerlo. E infine scegliere la persona giusta: non aver paura, potresti persino essere tu.

C’è una maledizione che, in tempi di condivisione forzata, ammanta il solitario: e cioè che è uno sfigato. Ci vorrà il conforto del destino e la carezza impalpabile del futuro per capire che, magari, quel tipo che sta da solo, lì in mezzo a una moltitudine che è solo un rumore di fondo, sta semplicemente prendendo la rincorsa. Che non sta scontando né infliggendo alcuna pena perché invece vuole spostarsi, e rimanerci il più possibile, in una landa isolata da ogni giudizio. Che la sua è una scelta reversibile, come ogni scelta libera e quindi felice, lontanissima da pressioni emozionali, giacché la pressione comprime e il suo contrario, la rarefazione, distende. E distendersi è un modo per allungare la visione dell’universo, oltre che i muscoli.
In questa settimana ho avuto modo di rivalutare il silenzio, non in modo assoluto ovviamente: ho mantenuto i contatti col mondo, ho scritto, comunicato, ma con un rigore che consiglio agli ossessivi compulsivi come me (pochi, per fortuna). Saper scegliere l’indispensabile è una forma sublime di autostima. L’eremitaggio è altra cosa, come l’ascetismo e per certi versi la santità: non è questo il caso, per carità. Lontano da me!
Insomma domani torno alla normale vita di relazione, quella fatta di rassicuranti consuetudini e di inderogabili ipocrisie, di felice e insostituibile raccolto nell’orticello domestico e di snervante caos sociale, di speranze a chilometro zero e di delusioni a lungo raggio. Di inseguimento di una verità almeno accettabile.
Nulla di eccezionale, lo so. È la vita di tutti noi fortunati che possono concedersi una scelta. Io magari la vedo da un abbaino privilegiato per il mio credermi osservatore da un abbaino privilegiato. Ma funziona così, rassegniamoci: viaggiare da soli è importante come il La per accordare una chitarra.
Se non ti interessa la musica non capisci. Se detesti la musica sono cazzi tuoi.