Amministrare a metà

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.
E’ la “maledizione della metà.” Se il Comune di Palermo annunciasse, chessò, un giorno di pizza gratis per tutti, state sicuri che la metà dei palermitani rimarrebbe digiuna. E non si tratta di errori di valutazione come qualche maligno vorrebbe insinuare, ma di iatture, di convergenze astrali, di equivoci o, addirittura, di sabotaggi. L’assessore alla mobilità Giusto Catania aveva promesso che domenica scorsa la Favorita sarebbe stata finalmente chiusa al traffico. Truppe di cittadini, attirati dal miraggio di “una giornata di cultura e sport” si sono precipitane a piedi all’ingresso principale, quello di piazza Leoni ma hanno rischiato di essere arrotate. Perché non avevano fatto i conti con la maledizione: Favorita mezza chiusa al traffico e mezza aperta ai cittadini. Segue »

Il nostro caro Massimo

Massimo Caminita

Massimo Caminita era un musicista che a noi ragazzini, strimpellatori e invadenti, ci faceva sognare. E poi era un amico, fratello di cari amici, figlio di una mamma che ci aveva adottati in blocco, noi, gli amici dei suoi figli. Quando se n’è andato, ci abbiamo messo un bel po’ di tempo per abituarci alla sua assenza, e molti non ci sono riusciti neanche dopo anni.
Non la voglio fare lunga perché certe cose mancano solo a chi le conosce, come le sigarette o un buon bicchiere di vino.
Però una cosa la voglio dire.
Senza Massimo, il nostro mondo ha perso un po’ di musica e un po’ di buonumore.
Buon compleanno, caro.

La vera infelicità dei finti felici

finta felicità

Si riconoscono perché sono dappertutto nel web, occupando ogni bacheca, salendo su ogni strapuntino dei social, aggrappandosi all’ultimo messaggio di posta elettronica. Sono i primi della mattina e gli ultimi della notte, danno il buongiorno e la buonananna in monologhi monosillabici spesso comprensibili solo a loro.
Tu magari non conosci nessuno di loro personalmente, ma leggendoli capisci subito qual è il loro tormento, ti rendi conto della prigione invisibile dentro la quale perdono il loro tempo. Sprizzano allegria quando non c’è niente da ridere e ballonzolano scribacchiando soddisfatti quando chiunque altro al posto loro si prenderebbe un paio di goccine e andrebbe a farsi un pisolino.
La loro sintassi è piena di parole forzatamente allungate, tipo bellooooo, gronda di emoticons senza alibi e ostenta un’ipertrofia di punti esclamativi. E poi è la quantità che li tradisce. Queste persone sono sempre oltre misura. Scrivono o chattano o postano a raffica tradendo un distacco grottesco dalla vita reale. Se si trovano in difficoltà non chiedono aiuto, ma si vantano della propria forzata indipendenza. Se si trovano in situazioni potenzialmente idilliache fingono di essere beati, e si capisce che preferirebbero essere infelici ma in compagnia.
La solitudine è il loro vero nemico, ma non è il loro vero problema.
Sono i finti felici, sono tutti quelli che si trovano nel posto sbagliato o giusto senza la persona giusta, tutti quelli che non ammettono di essere scontenti e simulano soddisfazione, tutti quelli che fanno finta di ricominciare e invece per debolezza non hanno ancora avuto il coraggio di mettere una pietra sopra. I finti felici, poveri loro, ci raccontano quel che si raccontano: una storia sbagliata, dal finale truccato.
Solo che noi tutti – felici o infelici, ma veri – abbiamo pietà di loro. Loro non hanno nemmeno pietà di se stessi.

Serie tv, tutto quel tempo trascorso sul divano

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Quanto tempo si passa davanti alla tv per gustarsi una serie di successo? La Nielsen ha fatto il calcolo. In pratica solo per 24 e Lost qui a casa Palazzotto siamo rimasti imprigionati per dieci giorni.

Europee, l’importante è stupire

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Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Quello che mediaticamente ha la strada in discesa è Giovanni La Via del Nuovo Centrodestra. Con un cognome che è quasi un calembour perpetuo, “la via per l’Europa” è facile da indicare, almeno a giudicare dalla sua pubblicità elettorale. Quello che dovrà faticare di più è invece Antonio Mazzeo di Bronte, candidato alle Europee per la Lega Nord, semisconosciuto al web e per di più oscurato per presenza mediatica da un suo omonimo, Antonio Mazzeo di Messina, ecopacifista in corsa con la lista Tsipras.
Manifesti (pochi), siti internet (qualcuno), account Facebook (moltissimi): in Sicilia la campagna elettorale per le prossime Europee sonnecchia tra citazioni maccheroniche, videoclip grotteschi e piccoli incidenti diplomatici. Segue »

E luce sia

Ancora una meraviglia di Enra.

I proprietari della Rai senza maglietta e senza tessere

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Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

L’altro giorno al comizio di Matteo Renzi a Palermo, tra i contestatori c’erano per la prima volta dei giornalisti, giornalisti della Rai. Protestavano per il piano di tagli annunciato dal premier che vuole contenere gli sprechi nell’azienda radiotelevisiva pubblica italiana. “La Rai siamo noi” c’era scritto sulle magliette dei contestatori e mai senso di appartenenza fu più opportuno: perché quando la situazione è difficile, la chiarezza è come l’acqua santa sulla fronte dell’indemoniato, brucia ma serve.
Chiarezza quindi. E’ vero, molti giornalisti della Rai (…) hanno fatto anni e anni di gavetta e si battono per un’informazione equilibrata e non equilibrista. E’ vero, quando un governo mette mano a ristrutturazioni di aziende c’è sempre il rischio che nella foga ci vadano di mezzo i poveri lavoratori.
(…)
Ma è anche vero che, proprio quando si parla di informazione, non si può raffigurare una realtà piatta, bidimensionale. Negli anni passati alla Rai siciliana ci fu una memorabile tornata di assunzioni di giornalisti. Si entrava per segnalazione politica e non era un segreto. C’erano le quote: tot al liberali, tot ai repubblicani, tot alla Dc, tot al Pds, eccetera. Il primo degli sprechi è quello che incide sulla credibilità: per anni l’unico tesserino che alcuni colleghi hanno portato in tasca non è stato quello professionale ma quello di partito, e ciò ha finito per danneggiare il prodotto. Un prodotto che ha un involucro immenso e probabilmente sovradimensionato. Un prodotto fatto in un’Isola che stringe la cinghia e che non ne può più di disparità. “La Rai siamo noi” è quindi un ottimo slogan. Perché la Rai è di tutti, anche di quelli che non hanno quella maglietta.

Lavori in corso

In questi giorni nel blog si svolgono lavori di ristrutturazione. Noterete qualche scaffale impolverato e qualche soprammobile fuori posto. Abbiate pazienza, tutto sarà sistemato quanto prima. Grazie a Giuseppe Giglio.

Banane

banana Constant

Ora allo stadio si lanciano banane a giocatori che se sono spiritosi se le mangiano lì stesso, altrimenti si incazzano e chiamano l’arbitro a sbrigarsela lui. Il problema è che i giornali sono costretti a fare titoli tipo “Lanciate due banane a Constant” dimenticando che il sottinteso del messaggio giornalistico è talmente sottinteso che il rischio del ridicolo è stratosferico. Perché magari sarebbe meglio titolare: “Provocazione razzista contro Constant” o al limite, se se ne ha il coraggio, “ultrà coglione priva il suo orifizio di una banana e la getta in campo”. Quel che manca è la capacità del salto logico, l’astrazione professionale che racconta fuori dagli schemi qualcosa di odioso e di altrettanto contagioso. Lanciare una banana in campo è una scemenza che chiunque può fare senza particolare abilità. Basta essere meno intelligenti di altri, meno aperti di altri, meno interessati al mondo degli altri, meno esperti della vita. Basta essere meno, insomma.
Siccome, a dispetto di alcune dottrine democratiche, non è assolutamente vero che siamo tutti uguali – lo ripeto e ci metto pure il maiuscolo, NON E’ VERO CHE SIAMO TUTTI UGUALI – sarebbe opportuno che si usassero mezzi eccezionali contro scemi eccezionali. E non parlo di provvedimenti legislativi, ma di raggruppamenti verbali, di controffensive concettuali.
Chi lancia le banane è un coglione, una finta scimmia che scimmiotta (e pure malissimo) le vere scimmie. Non ci vuole la forza pubblica per isolare questi minus habens, bastano i compagni di curva, basta un Genny meno carogna e meno fetente (magari con una semplice maglietta “Fruit of the loom”) che anziché minacciare Amsik intimidisca i fruttivendoli complici.
Perché, diciamolo chiaramente, il rischio grottesco è che in un futuro molto vicino, la banana venga classificata come arma impropria. E che i giornali arrivino a titolare: “O la buccia o la vita”.

Ancora un po’ di cose mie

Gery e la sua Fender Stratocaster

Avevo una Fender Stratocaster rossa nei primi degli anni Ottanta. Suonava in modo tagliente con un amplificatore Fender, anche se preferivo “riscaldarla” un po’ con le valvole del Marshall. E’ stata la mia prima chitarra importante, regalo dei miei per il diploma di maturità classica. La lucidavo ogni giorno, anche se avevo ceduto alla insana tentazione di attaccarci un adesivo dei Van Halen (non si può dire che fossi un tipo raffinato!), la sera la riponevo nella sua custodia sotto il mio letto. Passavo gran parte del mio tempo libero a sognare di essere degno di lei, come un aspirante amante che ha una donna troppo bella per sentirsene all’altezza. In fondo non la suonavo, la strimpellavo. Ma quando la sera con gli amici ci ritrovavamo nello scantinato che era la nostra sala prove, la imbracciavo mi sentivo un musicista vero. Perché ci sono momenti nella vita in cui l’abito fa un po’ il monaco: basta avere un pizzico di fantasia e molta vita davanti.
Ecco, se dovessi prendere un oggetto della mia giovinezza e dire “questo mi rappresenta, questo ero io”, non citerei la Vespa, né un disco di vinile, il diario Vitt, le Adidas SL72, le krapfen dell’Antico Chiosco, il costume Speedo a striscie (!) o i capelli lunghi (!!!). Prenderei la mia Fender rossa (tutto questo perché mi sono accorto che proprio oggi la Stratocaster fa sessant’anni).

Poco innocenti evasioni

evasione carcere pagliarelli palermo

L’articolo di oggi su la Repubblica.

Sarà che le coincidenze sono le cicatrici del destino. Sarà che coincidenze e destino sono spesso una scusa per non leggere la realtà nella sua crudezza. Sarà probabilmente per tutto questo che la storia dell’evasione dell’assassino albanese Valentin Frrokaj dal carcere dei Pagliarelli di Palermo dovrebbe procurare indignazione collettiva e invece, come una barzelletta sussurrata durante un funerale, può suscitare una risata malcelata di cui vergognarsi.
Perché un ergastolano che fugge è un caso. Un ergastolano che fugge di nuovo è un casino. Ma non basta: nella nostra oziosa lettura dei fatti, abituati come siamo a guardare lontano e a diffidare di ciò che è immediato, ci siamo dimenticati di mettere a fuoco quel che sta sotto i nostri occhi. E cioè una fuga in pieno giorno, da un carcere nuovo, con uno dei due agenti di custodia che se ne va al cesso, e tre ostacoli (un muro di tre metri e mezzo, un cancello, un muro di cinta di oltre sette metri) che questo Valentin ha saltato a mani nude con l’aiuto di una fune di lenzuoli.
Da ex freeclimber sarei tentato di rimanere stupito per l’atto ginnico dell’evaso, ma la ragione mi impone di concentrarmi sull’atto fisiologico del secondino. Perché al netto di tutte le analisi e dei tecnicismi investigativi, la realtà ci dice che nell’anno 2014, al Pagliarelli, una pipì mette in crisi un intero sistema di sicurezza. I sindacati (naturalmente) tuonano “siamo troppo pochi”, chiamano in causa il ministro, il Dap e “le politiche sbagliate degli ultimi anni”. Inutile sperare che ci scappi una lettura smaliziata delle conseguenze di quel destino fatto di lenzuola arrotolate. Il cesso è probabilmente l’alibi perfetto.

Grillo, i soliti attacchi e i soliti sospetti

Italian showman Beppe Grillo gestures as

Solito format, soliti attacchi contro Napolitano, contro il presidente della Camera Boldrini, contro il Pd e Renzi, contro i sindacati e la politica, contro Berlusconi.

Così l’inviata del Tg1 ha riassunto oggi nell’edizione delle 13,30 gran parte della missione palermitana di Beppe Grillo che ieri sera ha parlato in piazza Politeama. Non ne faccio una questione politica – una volta ho votato per il Movimento 5 Stelle, molte altre volte ne ho scritto criticamente qui e sui giornali – ma prettamente giornalistica. Non c’è nulla di male nel descrivere sbrigativamente un comizio, basta avere la coscienza a posto. C’è invece qualcosa di irritante nel imporre il doppiopesismo di un’informazione che ha la memoria corta.
Mi spiego.
Negli ultimi vent’anni abbiamo avuto un tale al governo – o da quelle parti – che ripeteva ogni giorno la stessa solfa: contro i giudici, contro i comunisti, contro Napolitano o chi per lui. Mai che il Tg1 si sia limitato a una descrizione sbrigativa del verbo berlusconiano, mai che abbia riassunto il veleno del leader di Forza Italia come “il solito veleno”, o magari “il solito format”. Mai.
Ora, per quanto mi riguarda, Grillo può gridare e sbagliare quanto vuole, il mio compito di elettore è censire le buone proposte nel suo programma, se ce ne sono, e decidere di conseguenza. Ma la Rai e il Tg1, che negli ultimi decenni hanno dato prova di esibirsi come equilibristi su un filo di lana (quindi di sfidare le leggi della logica) quando si trattava di diffondere il verbo di uno che lanciava “soliti attacchi” contro tutti quelli che si mettevano in mezzo tra lui e il suo tornaconto, non può sbagliare. Da spettatore pagante oggi esigo la stessa minuziosa pelosità nel raccontare le gesta del potente di turno. Altrimenti sarò legittimato a pensare che è facile fare gli spiritosi con Grillo perché – con tutti i difetti che ha – non spartisce, non traccheggia, non lottizza, non corrompe: basta essere dei gran codardi.

Governi domiciliari

Meno tasse per Fuffi

Twitter berlusconi cani elezioni

L’Italia carogna di Genny ‘a carogna

Jenny a carogna

Funziona così in un paese che si fa forte coi deboli e che lecca gli stivali agli arroganti. Uno, un giocatore, un funzionario pubblico, va a trattare con un delinquente per far sì che una partita di calcio possa iniziare, che gli ostaggi di uno stadio – che rappresentano una nazione intera – possano riprendere a respirare. Inutile dire che dovremo aspettare un’altra vita, giacché non c’è più speranza in questa, per provare l’emozione di vivere in un mondo ben sincronizzato, in cui se gli ultras di una squadra mettono a ferro e fuoco uno stadio e addirittura una città, non solo la partita non si gioca, ma la squadra se ne va a raccogliere margherite per qualche anno.
I discorsi alla melassa secondo i quali la moltitudine onesta non può pagare le colpe di un ristretto gruppo di monellacci dovrebbero valere non per i tifosi di quella squadra – che ha comunque una singolare concentrazione di malavitosi tra le sue file – ma per i cittadini di una nazione che non possono soggiacere ai desiderata di Genny ‘a carogna, uno che ha già un nickname lombrosiano.
In Italia lo Stato, o chi per lui, è sempre pronto a trattare per un oggetto misterioso che resta segreto ma che ha la forma della codardia. Che si tratti di mafia, di calcio, di agibilità politica, di mandanti occulti, di tritolo o di bombe carta, arriva puntuale un emissario in giacca e cravatta, o in calzoncini, o in divisa, pronto a stipulare patti da cui emerge una sola certezza: l’onesto sarà sempre un poveraccio che non conta un cazzo. Per tutto il resto basta rivolgersi a un galantuomo che si mostra al mondo con una maglietta che inneggia all’assassino di un poliziotto onesto.