Eravamo quattro amici al Gds

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Uno dei pregi dell’età che avanza è che la memoria comincia a somministrarti ogni giorno, a tradimento, qualche storia passata che, per similitudine o contrappasso, ha un aggancio col presente. Ed è sempre un misto di nostalgia e di orgoglio, nostalgia per quel che è stato, orgoglio per quel che sei stato. Comunque una sensazione piacevole, costruttiva perché ti spinge a guardare avanti con rinnovato vigore.
Ieri, ad esempio, parlando con un caro collega mi è venuta in mente non una storia precisa, ma una concatenazione di flash che sono il film di un lungo momento umano e professionale.
Siamo intorno alla metà degli anni Novanta, al Giornale di Sicilia di Palermo. Siamo in quattro – io, Francesco Foresta, Armando Vaccarella e Giovanni Rizzuto – e siamo (diventati) il motore del giornale. Siamo molto diversi tra noi, viviamo assieme fisicamente una decina di ore al giorno, a volte di più. Io sono quello più rissoso, Giovanni è il più trasversale (infatti è con lui che mi scontro sempre), Armando è il più spassoso e il sommo maestro di affettuoso cinismo, Francesco è la mente politica del gruppo poiché, strategicamente, è già dove gli altri devono ancora arrivare. I flash che mi vengono in mente riproducono quattro situazioni diverse e distanti che – se volete – potete leggere come un unico film.

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The dark side of “The dark side of the moon”


Ho visto solo di recente questo documentario che racconta storia e retroscena del capolavoro dei Pink Floyd. Dura poco meno di 50 minuti e dentro ha tutta la forza misteriosa di un’opera unica e preziosa. Guardatelo.

Storia di Filippo, morto prima di Facebook

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Filippo era un riassunto di varie perfezioni. Era bello, era colto, era furbo, era affettuoso, era divertente, era altruista. E aveva il più ironico senso del tragico che abbia mai conosciuto. La sua storia l’ho sempre avuta dentro, ma chissà perché non l’ho mai raccontata. È vero, a Filippo ho dedicato un libro, ma la sua storia è rimasta nella mia memoria e in quella di chi lo ha conosciuto e lo ha amato. Come la mia amica Manuela che l’altro giorno ha postato una sua foto su Facebook. Ed è proprio grazie a quell’immagine che mi è venuto in mente ciò che mi era passato di mente: la storia di Filippo è rimasta di pochi perché lui se n’è andato troppo presto, in una notte di febbraio nel 1994, quando ancora gli unici social network erano i telefoni di casa e i citofoni.
Allora ve la racconto, questa storia. Mettetevi comodi.
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La vita da lassù è bellissima

coeIn Numero undici di Jonathan Coe c’è un bellissimo riferimento a uno dei miei sport preferiti, quand’ero piccolo. L’arrampicata sugli alberi. In ogni capitolo della mia infanzia, e poi dell’adolescenza, c’è sempre stato un albero su cui zompare, dal quale sognare, su cui inventarsi una casa (la casa sull’albero è un sogno poi diventato realtà molto dopo, esattamente sei anni fa), dal quale tirare pigne agli amici di sotto, sul quale nascondersi o fuggire.
Nel primo giardino dei miei ricordi c’era un pino molto facile da scalare. Il tronco si divideva quasi subito in una V ed era semplice mettersi a cavalcioni. Poi salendo il gioco si faceva duro. Il traguardo era quello di arrivare a mettere la testa fuori dalla chioma, obiettivo quasi impossibile da raggiungere dato che i rami, man mano che si andava su, diventavano sempre più sottili e fragili. Ma nella testa di un bambino non c’è la fisica, né la coscienza del pericolo. C’è solo la voglia di salire, di vincere: quasi una metafora della vita che ci (a)spetta. Io da lassù ho immaginato le mie passioni, su quei rami ho mangiato tonnellate di biscotti e letto libri (i Gialli per ragazzi, Jules Verne, Emilio Salgari, I ragazzi della via Pàl). Ho aspettato gli amici che non arrivavano perché preferivano giocare con altri e altrove, e me ne sono fatto una ragione. Perché avevo il mio albero. E il mio albero non mi tradiva mai, neanche quando mi macchiava di resina o mi graffiava le mani.
Una delle cose seccanti dell’età che avanza è che non si trovano più alberi da scalare. Su cui essere libero di fantasticare chi vorrai diventare in questa o in un’altra vita rischiando gioiosamente di romperti l’osso del collo.

Come Ken Follett

Ken FollettSono in vacanza e leggo Ken Follett, i pochi libri che non ho letto di Ken Follett. Ebbene sì, cedo senza ritegno al fascino del re della narrativa di consumo, una sorta di McDonald’s della letteratura. E so anche perché. Perché ogni tanto è bello immergersi in storie al limite del plausibile dove ragazzini pilotano aerei nei cieli della Seconda Guerra Mondiale, dove gli innamoramenti si raccontano in sette righe e un tramonto in cento. Tutti, più o meno segretamente, sogniamo una nuova caratteristica da mettere in coda a quelle inanellate da Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane: la facilità. Ecco, tutto è facile nelle storie di Ken Follett, anche la difficoltà. Ed è questo che le rende pericolosamente irresistibili.

Pokémon Go, Millennials e onanismo tecnologico

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L’articolo pubblicato qualche giorno fa su la Repubblica.

Se andate a leggere una qualunque bacheca virtuale degli appassionati di Pokémon Go o se riuscite a scambiare due parole dal vivo con qualcuno di loro, il verbo che incontrerete più di frequente sarà “socializzare”. Perché si sa con Pokémon Go si incontrano nuove persone, si vedono nuovi posti, si conoscono nuove storie.
Ma è davvero così?

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Musica per le vacanze (con sorpresa)

imageQuest’anno per le vacanze mi sono concesso un rito al quale mi ero sottratto da troppo tempo: preparare una compilation musicale ad hoc. Come gli animali che si curano da soli col cibo, ci ho messo dentro quello che mi serve per riparare i miei neuroni stressati. Ho iniziato coi Doobie Brothers, perché non c’è viaggio spensierato senza Listen To The Music. Poi mi sono portato appresso i Talking Heads perché Road To Nowhere mi fa essere sempre dove vorrei anche se sbaglio strada. Ho ripescato Mike Stern perché Chromazone e Jigsaw per un appassionato di chitarra sono la forma di droga legale più simile alla cocaina e pur dando dipendenza non hanno gravi effetti collaterali. E ancora Reflex, Level 42 e Wang Chung perché volendo o no siamo tutti figli (o nipoti) di un “video singasong”. Ho ammesso alla mia corte musicale persino Adam Levine, solo perché la sua Lost Stars piace a mia moglie e io la ascolto turandomi le orecchie, tanto dura poco. Una Let It Be in caso di tramonto solitario, pochi Toto, Allman Brothers e Matt Bianco a mo’ di macedonia perché a me piace ogni forma di contaminazione, anche al limite dell’inascoltabile: pensate a una successione di Jessica, More Than I Can Bear e Waiting For Your Love e dimenticate un filo logico. Infine ci ho piazzato con le pinze gli Imagination da ascoltare a tutto volume di nascosto. Perché io e solo io so da dove provengo.

Dare dell’idiota a chi lo è (special edition)

A occhio e croce al bigottismo di Adinolfi manca solo una Glock, una buona scorta di proiettili e un centro commerciale in cui trastullarsi guardando il mondo col sereno ottimismo di chi non è circondato da persone, ma da bersagli.

Dare dell’idiota a chi lo è

Ne ho visti di papà tornare a casa e uscire coi figli a cercare Pokemon… Copia di pok

Tutto meraviglioso

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini con Zoff, Causio e Bearzot sul DC9 militare che li sta riportando da Madrid a Roma. Sul tavolo la coppa del Mundial, 12 luglio 1982.

E lo so che 34 anni fa vincevamo un Mondiale, anzi il Mondiale. So anche che molti di voi non c’erano e se c’erano dormivano (o poppavano). So che eravamo forti e affamati di vita. Tutti, giocatori e semplici tifosi. So che allora il calcio era una metafora della vita e non un suo surrogato. E che il mondo girava sempre a fatica, ma senza ansia di prestazione. So che coltivavamo il desiderio di lasciare un’impronta, e che la navigazione anonima era sinonimo di pirateria, quindi di qualcosa di sbagliato. Il migliore strumento di geolocalizzazione era il citofono: una risposta dava una certezza con la minima approssimazione umanamente immaginabile. So che ci si contava prima di armarsi ed eventualmente partire.
Nel 1982 eravamo campioni del mondo. Unici.
Nel 2016 siamo un campione del mondo. Qualunque.
Ma forse siamo solo invecchiati e tutto in fondo è meraviglioso, a nostra insaputa.

Just the two of us

Ingredienti per rendere divertente una serata monotona.
Un iPod o un qualunque lettore digitale di musica: oddio, va bene anche il walkman se ne tenete un cimelio funzionante.
Un paio di scarpe comode.
Un luogo da esplorare: vanno bene anche un lungomare o un quartiere della vostra città, oppure una zona che conoscete benissimo (e capirete perché).
Una persona amata (con conseguente altro paio di scarpe comode).

Procedimento.
Inserite due paia di auricolari nel lettore. Non usate due iPod diversi perché il bello sta nell’ascoltare la stessa musica, contemporaneamente. Scegliete la playlist giusta e cominciate a camminare. Lasciatevi trasportare dalla musica, ballate se volete, chiudetevi al mondo e apritevi alla vostra visione del mondo. Scoprirete che anche una strada che credevate di conoscere bene – quella che fate per andare al lavoro o fare la spesa – può essere meravigliosa. Vi accorgerete che col beat giusto il tempo si ferma. Consumerete chilometri senza accorgervene e, tornati a casa, vi sentirete più leggeri. Andrete a nanna con la felice, e rara, consapevolezza che i veri chili di troppo non stanno nel girovita, ma nella testa.

Dare dell’idiota a chi lo è

Gay pedofili

Attenzione, gioire con cautela

Fino a quando non capiremo che il vero nemico da combattere in modo globale è l’intolleranza come risultato della somma di incultura e pregiudizio, perderemo il nostro tempo. Meglio abbassare la testa, piegarsi aspettando che la piena passi. Ma non è trattenendo il fiato o confidando nel fato che si può andare avanti in un’epoca di connessioni ultraveloci e di reazioni sociali ultralente. Dalla strage in Florida alle nuove ondate reazionarie che, dalla politica alla cultura, cercano di imporre un ordine, anzi un “ordine” che esiste solo nelle fissazioni di menti farneticanti, è evidente una chiave di lettura univoca: la resistenza al nuovo, l’opposizione verso il differente sono le micce di chissà quanti ordigni pronti a esplodere dentro e fuori i nostri esercizi di metafora.
Il fanatico dell’Isis si differenzia dall’accoltellatore di prostitute albanesi (tanto per andare un po’ indietro nel tempo e dimostrare che la storia non è una perdita di tempo) solo per l’arma utilizzata: lo schema mentale è lo stesso. E poi c’è l’odio indiscriminato per i giovani, l’invidia per l’innocenza delle fantasie, per la gioia altrui. Tutto questo è intolleranza e non riguarda solo ciò che non ci riguarda: terre lontane, continenti imperscrutabili, civiltà altre.
No, riguarda tutti noi. A cominciare dal condomino dello stesso pianerottolo, dal vicino di poltrona al teatro, dal passeggero di fronte a noi sul bus.
Sorridere e mostrarsi felici è l’offesa più grave per chi vive nell’incultura e nel pregiudizio. Verrebbe da dire: attenzione, gioire con cautela.

Duran Duran, trent’anni dopo

Duran_duran_ticket_palermo_italiaL’articolo pubblicato ieri su Repubblica.

Chissà quanti dei quattromila e passa spettatori che stasera assisteranno al concerto dei Duran Duran a Taormina era allo stadio comunale di Palermo, quella sera di fine maggio del 1987 quando Simon e compagni infiammarono i cuori di trentamila spettatori. Perché solo chi c’era allora può tracciare, un po’ per gioco e un po’ no, una linea ideale che unisce quegli anni con questi. E magari scoprire che le cose non sono andate come ci aspettavamo. Segue »

Ti sei pulito le scarpe?

runner scarpe sporcheA casa mia si sviluppano due linee di pensiero: quella della terra e quella dell’acqua. Io corro, mia moglie nuota. Io macino chilometri nella speranza di smaltire qualche chilo dovuto ad aperitivi e gioie della tavola, lei divora vasche con una silhouette che farebbe invidia a una modella. Ma la passione per lo sport, che entrambi abbiamo coltivato da sempre anche quando eravamo due puntini distanti in attesa che il tratto di penna del Maestro Destino ci unisse, detta una sua graduatoria dei diritti che non è uguale per entrambi. Insomma, casa mia è un buco nero della democrazia dei trotterellisti da mezza maratona, un odioso esempio di discriminazione dell’affanno compulsivo. Roba da sessione straordinaria del Tribunale dei diritti dell’uomo (preferibilmente in scarpe da tennis).
Se lei va a nuotare, va a nuotare e basta.
Se io vado a correre, c’è ontologicamente qualcosa di più importante da fare prima. Sempre. Mica esiste solo la corsa e basta.

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