Sopravvivere a Las Vegas

La parte avventurosa del nostro viaggio si conclude a Las Vegas. Quel che segue sarà premio e ristoro dopo giorni di appassionata avventura (provate a scarpinare su una distesa di sale a 41 gradi all’ombra e senza un orizzonte).
Diciamo subito che a Las Vegas non siamo riusciti neanche a capire come funziona una slot machine: a parte inserire i soldi, schiacciare un tasto (un tempo c’era la leva da tirare), e vedere la moneta polverizzarsi, ci sarà pure un’alternativa meno deprimente.

Segue »

  

L’incanto rovente della Death Valley

Chi vi dice che la Death Valley è soltanto una meta turistica probabilmente è passato dritto lungo la strada 190 per trovare presto rifugio nella civiltà. In realtà la Death Valley è un accordo di meraviglia, disagio e curiosità. Già prima di arrivare al bivio in cui la civiltà si separa dalla sua culla (le stratificazioni geologiche delle rocce della Valle della morte ci dicono della preistoria più di un libro di testo), concedetevi un antipasto di meraviglia. All’altezza di Lone Pine imboccate la strada Mountain Whitney Trail, quasi venti chilometri di panorami mozzafiato che vi prepareranno alla follia rovente della Valley. Vedrete le Alabama Hills, colline di pietre impossibili da descrivere e per questo luogo di molti set cinematografici, e un anticipo dei colori e dei contrasti della Death Valley.
Poi tirate il fiato e tuffatevi nel Grande Regno dei contrasti: dalle vette alle depressioni, dalle rocce vulcaniche alle pietre dai riflessi arcobaleno.

Segue »

  

Senza fiato (per altitudine e meraviglia)

Horseshoe Lake

Coi laghi californiani ci abbiamo preso gusto. Quindi decidiamo di addentrarci nei territori della Sierra Nevada, precisamente lungo il versante est, quello che prelude al Nevada.
A questo punto è necessaria un’avvertenza per chi soffre l’altitudine poiché seguendo il nostro itinerario per almeno un paio di giorni non scenderete al di sotto dei duemila metri e sfioreremo punte di tremila.
Da South Lake Tahoe imboccando la 395 in direzione sud si arriva a una successione di laghi di una bellezza sorprendente: Mono Lake coi suoi monumenti naturali di tufo; June Lake, raccolto e silenzioso; Mammoth Lakes che è un balcone su molti altri laghi. Uno su tutti: Horseshoe Lake, con il suo paesaggio lunare di alberi bruciati dalle esalazioni di anidride carbonica che provengono dal terreno vulcanico. Noi ci siamo arrivati al tramonto e l’abbiamo giudicato bello in modo struggente.

Segue »

  

Montagne e laghi, la California che non ti aspetti

È ora di abbandonare l’oceano per addentrarci nell’affascinante entroterra californiano. La nostra prima meta è il Lake Tahoe, ma quel che conta veramente è ciò che sta nel mezzo tra la costa e le vette della Sierra Nevada.
Anche in questo caso la scelta della strada è cruciale. Il navigatore vi consiglierà ora e sempre i quasi 300 chilometri della freeway 80. Non statelo a sentire e scegliete la più lunga e tortuosa 49, in tal modo avrete l’occasione di ripercorrere alcune tappe suggestive del vecchio west.
Sulla via dei cercatori d’oro attraverserete le lande di Coloma, da cui partì la corsa all’oro nell’800, Auburn e soprattutto Nevada City, popolata da giovani mezzi figli dei fiori e mezzi hipster, surfer di montagna, gente strana insomma che mangia biologico in quello che un tempo era un saloon.
Salendo di quota – arriverete intorno ai 2.300 metri – non perdetevi neanche un view-point (perché la rivelazione di questo viaggio è che la California non è solo mare, surf, baywatch e muscle-men; no, la California è terra di incredibili montagne). In alcuni casi bisogna camminare un po’ per allontanarsi dalla strada e raggiungere il terrazzino panoramico. In altri lo scenario vi verrà addosso senza preavviso.

Segue »

  

San Francisco, dove nulla è uguale

La nostra “filosofia del motel” merita una sospensione cautelare a San Francisco, città in cui alloggiare è abbastanza caro. La prima scelta era quella dell’Aida Hotel, poco meno di 150 dollari al giorno. Ma giunti in loco, attraversata la desolazione di un cunicolo che vorrebbe essere hall e soprattutto arrivati davanti a un receptionist blindato in un gabbiotto antirapina, abbiamo optato per l’Eccezione Madre: un hotel a 4 stelle.
Nel calcolo preventivo dei costi mettete sempre in conto le tasse (quasi sempre nascoste nella convenienza ammiccante delle offerte) e la tassa di soggiorno.
Quartieri consigliati: Downtown e Marina.
Per le cose da vedere a San Francisco ci sono le guide cartacee e online. Qui invece trovate impressioni e suggerimenti dopo tre pernottamenti (il lasso di tempo ideale per non stupirsi troppo e non abituarsi altrettanto).
A pelle, dopo le prime ore, la città ci ha mostrato dei rarefatti sintomi di decadenza rispetto all’ultima visita che risaliva a 20 anni fa, Tuttavia la prorompenza di San Francisco si apprezza proprio superando l’ostacolo della prima impressione. La diversità di cui questa città è fieramente baluardo sta nella sua struttura urbanistica e nella sua storia. Qui nulla è uguale, niente tollera termini di paragone. È come se fosse un arcipelago di idee, soluzioni, rivoluzioni e sogni senza ponti di collegamento. Segue »

  

Carmel e la ricchezza che non disturba

Carmel by the Sea

Risalendo verso San Francisco il dilemma è tra due numeri: 1 o 101. Sono le strade da scegliere. La 1 è tortuosa e romantica, la 101 (one o one) è mitica e rapida. Noi siamo riusciti nell’impossibile, percorrendole entrambe. D’istinto abbiamo preferito la 1 dato che non avevano fretta, ma giunti al quarantesimo chilometro da Paso Robles l’abbiamo trovata interrotta causa frana. E un’interruzione da queste parti non comporta una deviazione di percorso, ma un inesorabile dietrofront: via verso la 101.
Poco male. Senza quest’imprevisto non avremmo potuto visitare posti come Morro Bay, un’insenatura con vista eccezionale (la Morro Rock rende poetiche persino le ciminiere della vicina centrale elettrica, provare per credere); Moonstone Beach, una spiaggia sull’Oceano Pacifico che merita un gran dispendio di foto; Piedras Blancas a San Simeon, con la sua colonia di elefanti marini che danno spettacolo a un passo dalla strada. Da evitare con serenità la deviazione verso Hearst Castle, l’omaggio di un miliardario alla cultura di chi gode degli omaggi dei miliardari.
Segue »

  

Andando per vino in California

Sulla strada per San Francisco una tappa obbligata è Santa Barbara, e già questo potrebbe toglierle fascino secondo la nostra personalissima road map. Tuttavia anche una tappa scontata può diventare interessante se le si attribuisce un tocco di leggerezza. Santa Barbara val bene due ore (beccando il parcheggio giusto), il tempo di sgambettare su lungomare e di gustare uno smoothie sul corso principale. Poi si riparte.
La meta è Paso Robles. Ma prima bisogna drogare il navigatore, che altrimenti vi suggerirebbe la rassicurante rapidità della 101 togliendovi il piacere di visitare centri come Solvang e Guadalupe (Dunes Reserve). La prima è una cittadina popolata e animata da una comunità danese che offre scorsi e suggestioni talmente pacchiani da risultare divertenti: mulini a vento, copia della Sirenetta di Andersen e altre amenità. La seconda va visitata esclusivamente per le sue dune di sabbia sul Pacifico, le più grandi di America.

Segue »

  

Los Angeles, dove tutto inizia (o finisce)

Il museo delle relazioni finite a Hollywood

Prima tappa del nostro viaggio in America, il terzo, è Los Angeles. Una tappa quasi tecnica per due semplici motivi: non è tra le mie città preferite, ma è un aeroporto di riferimento per chi viaggia dall’Italia. Los Angeles è comunque un trampolino da cui lanciarsi per scoprire/capire quest’affascinante porzione di west coast.
Non può essere considerata una città nel senso europeo o mediterraneo del termine poiché per estensione è molto più grande di una nostra provincia e poco più piccola di una nostra regione. Per spiegarla a chi non c’è mai stato mi viene in mente il paragone con New York o Chicago: Los Angeles è orizzontale, una sterminata distesa orizzontale; New York o Chicago sono verticali, spesso esageratamente. Ecco, Los Angeles è la città più diluita che conosca. Esistono altre grandi capitali con quest’ipertrofia. Mosca, ad esempio. Ma laddove l’orografia disperde, l’arte e la storia recuperano. Ergo le immensità della capitale russa non potranno mai dare il senso di desolata orizzontalità di Los Angeles. Ma questo caposaldo americano dello showbiz, dell’opulenza ha una prorompente personalità che non può non affascinare.

Segue »

  

Rossella, col vento in poppa contro il cancro

L’articolo di oggi su la Repubblica.

Nella sua prima vita Rossella Tramontano è una traduttrice con la passione della vela. Una passione nata nel 2006 quando, messo il primo piede in barca, scattò l’amore per quel mondo di vento e schiuma, sale e sudore. Come tutte le prime vite, anche quella di Rossella finì sul più bello. Nel 2010, mentre erano in vista le prime regate importanti, arrivò la diagnosi che cambiò tutto: carcinoma mammario.
La seconda vita di Rossella inizia nel modo più tristemente ordinario per chi spera in un altro giro di dadi: chemioterapia, radioterapia, terapia endocrina. Invocazioni e imprecazioni: da un lato la speranza, dall’altro la rabbia.
Rossella è una donna sportiva e la sua forza cede al timore, che non è quello di morire ma quello di restare sola, di essere esclusa. “Chi mi avrebbe mai preso in barca sapendo che avevo un tumore? Portavo una parrucca e, anche se non avessi detto nulla a nessuno, al primo colpo di vento sarebbe successo l’irreparabile, che vergogna! Decisi di abbandonare”.
Furono mesi difficili e Rossella si sentì vacillare. Sino a un caldo giorno di giugno del 2011 quando, ferma con l’auto al semaforo, decise di fare la sua personale rivoluzione: “Ero sudata e avvilita. Fu un attimo: mi tolsi la parrucca e la lanciai via. Un signore che era fermo con la sua macchina accanto a me rimase sbalordito”. La seconda vita di Rossella Tramontano segna l’epoca della ribellione: contro la malattia e contro quella forma malsana di pudore che ci suggerisce di essere come non vorremmo mai essere.
Le terapie fanno effetto. L’anno seguente ricomincia a gareggiare e partecipa ai Campionati nazionali d’altura. È “drizzista”, cioè addetta alle drizze (le cime che servono a issare le vele), un ruolo dove serve velocità d’esecuzione. Lavora con le braccia che ha rimesso in sesto con mesi e mesi di palestra dopo l’intervento. Arriva su Alvarosky, un GS 40 R pluripremiato con cui nel 2016 vince il Campionato italiano Offshore.
Ma è a questo punto che per Rossella Tramontano inizia la terza vita. Un altro tumore, un altro intervento e la scoperta di diciotto metastasi. Stavolta non c’è tempo per sentirsi fuori gioco. Un anno di denti stretti e pensieri positivi nonostante si debba lavorare più di speranza che di certezze. I risultati arrivano. Grazie alla terapia si assiste a una riduzione delle lesioni: i medici danno il via libera per tornare a regatare. Il prossimo 21 agosto, Rossella parteciperà alla Palermo Montecarlo, 550 miglia da percorrere in quattro giorni e quattro notti a bordo di DonnaRosa 2.0, il Beneteau Oceanis 55 dell’armatore e timoniere Fabrizio Mineo. La sua impresa è stata promossa dalla Lega Navale Italiana, sezione Palermo Centro, e patrocinata dalla Lega Italiana per la lotta contro i tumori di Palermo e ci insegna che il vento non lo puoi cambiare, puoi solo orientare meglio le vele.
In barca e nella vita.

  

Il felice riposo del piccolo guerriero

Nel riposo del guerriero, di ogni guerriero, c’è qualcosa di infinitamente grande e qualcosa di infinitamente piccolo. Ci sono i litri di adrenalina e le infusioni muscolari di acido lattico, ma ci sono anche l’affollarsi dei pensieri e le concrezioni fastidiose della responsabilità. C’è quello che si doveva fare e quello che non si voleva fare, quello che si è fatto e quello di cui ci se n’è fregato. C’è il dovere e quasi mai il piacere, c’è la battaglia per un domani e viceversa come se il domani fosse sempre frutto di un combattimento e mai di un’elargizione divina.
Solo una cosa non c’è.
La distinzione di età.
Il guerriero è guerriero senza arma anagrafica. Si batte allo stesso modo e mostra la stessa protervia quando deve uscire dalla pugna come quando deve uscire dal ventre della madre. In fondo siamo tutti ciò che siamo stati, sin dal primo respiro. Solo che non abbiamo il coraggio di confessarcelo perché crediamo che l’età ci renda più credibili, fondamentalmente ai nostri occhi miopi.
Il guerriero di questa foto è il figlio del mio amico Giuseppe, ma potrebbe essere il figlio di tutti voi. E un bimbo di tre anni che assapora il riposo con la severa maturità che solo i guerrieri sanno di avere. Infinitamente grande è la responsabilità a cui questi cuccioli di uomo sono chiamati sin dai primi passi in un mondo che è stato costruito a loro misura, non in quanto bimbi, ma in quanto consumatori. Infinitamente piccola è la scintilla che accende un piccolo motore in crescita per imporgli la più antica delle arti di saggezza, quella del riposo.
Senza indulgere nella retorica spiccia io, che padre non sono, credo che dovremo insegnare ai nostri piccoli a prendere fiato, a non considerare la pausa come un non-lavoro, ma come un premio. Quando siamo soli con il nostro fiatone, con il ritmo che si riconcilia con la nostra esistenza, con la fortissima debolezza di guardare il cielo non per disperazione ma per ispirazione, probabilmente siamo in quella condizione in cui l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo coincidono in noi stessi, sdraiati sull’acqua. Senza nulla intorno che sia più importante di un pensiero che non ha a che fare con l’ufficio, con l’asilo, con la palestra, con il poker tra amici, con le bollette, con la tata, con l’ernia iatale o col pannolino che pesa, col coniuge che ti tradisce o col compagno di banco che ti ha fottuto la merendina.
È il riposo del guerriero e tutto ciò che conta in realtà non conta.

  

La colpa di voler vivere a colori

Era l’8 settembre 1988, me lo ricordo come se fosse ieri. Il giornale per cui lavoravo mi inviò a Torino per seguire la tappa italiana di Human Rights Now!, il tour mondiale in cui suonavano artisti come Sting, Peter Gabriel, Bruce Springsteen, Tracy Chapman organizzato per celebrare il quarantesimo anniversario della costituzione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Scrivevo di musica allora e, come ripeto spesso, mi meravigliavo che mi pagassero pure. Ero in uno di quegli stati di grazia che capitano al massimo due volte nella vita, almeno da sobri, quando il mix tra gioventù, spruzzi di accettabile perdizione e passione (per il lavoro, per la vita, per i punti di domanda) non produceva altro che un incosciente entusiasmo.
Quindi ero a Torino, seduto a sfumacchiare, accanto al mio amico Valerio Pietrantoni, con i grandi del giornalismo musicale di allora: Mario Luzzato Fegiz, Kay Rush e diversi altri.
C’era la musica – otto ore di musica – c’era la macchina da scrivere e c’era il fax con cui inviare il pezzo per la prima edizione, da ribattere in nottata.
Ricordo ogni secondo di quella giornata perché mentre tutto accadeva io prendevo appunti non per il giornale, ma per me.
Era uno di quei momenti in cui sapevo di vivere “uno di quei momenti”.
E la cosa che più mi rimase impressa non furono le schitarrate di Springsteen con la sua E Street Band, non fu il salvataggio di Claudio Baglioni da parte di Peter Gabriel che, vedendolo fischiato, lo raggiunse sul palco a sorpresa intonando con lui Ninna nanna nanna ninna, non furono il carisma di Youssou N’dour né la carica ritmica di Sting.
No.
A colpirmi veramente fu un’opera di Mordillo esposta fuori dallo stadio. Quella che vedete in questa pagina, ispirata all’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani, quella sulla libertà di opinione e di espressione. Non l’ho mai dimenticata, quell’opera. Ieri l’ho ritrovata sul web e sono felice. E l’ho rivista attualissima, anche se risale agli anni Settanta.
Potrebbe essere un programma politico, oppure un articolo di legge, un’intenzione o un ammonimento, un comandamento o un diktat: in un mondo grigio non è una colpa voler vivere a colori.

  

Ancora in cerca delle parole rubate

Foto di Rosellina Garbo

Meno di due mesi fa vi ho raccontato l’emozione di veder fiorire un seme piantato per scommessa: un grande spettacolo nel grande teatro. “Le parole rubate” al Teatro Massimo di Palermo. Oggi quel progetto ha figliato un esperimento ardito: la versione blues dell’opera d’inchiesta.
Partiamo nelle prossime ore con una tournée che speriamo ci porti lontano. Ci sono già due appuntamenti: domani, lunedì 17 luglio, al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo alle 21,30 e dopodomani, martedì 18, al Complesso monumentale San Pietro di Marsala alle 21.
La squadra, a parte me e Salvo Palazzolo, ha delle novità: Gigi Borruso interpreta il cacciatore di parole rubate, Fabio Lannino e Diego Spitaleri suonano le loro musiche e quelle di Marco Betta. Le foto che scandiscono l’inchiesta sono sempre di Franco Lannino.
È uno spettacolo abbastanza nuovo, pur rimanendo fedele nella sostanza, rispetto a quello del Teatro Massimo. Abbiamo modificato alcune dinamiche nel finale e nel testo, c’è una dimensione più intima nella colonna sonora e proponiamo un accostamento di generi che ci sembra davvero innovativo. Insomma anche chi ha visto la prima versione può riassaporarlo.

  

Non è ancora morto, ma…

 

Nel suo ultimo giro di concerti, Phil Collins tiene fede al titolo della sua autobiografia “No, non sono ancora morto” a tal punto da intitolare il tour “Not Dead Yet”. L’ho visto la settimana scorsa a Londra e devo dire che se non è ancora morto, sta comunque maluccio. Un’ora e un quarto scarsa di esibizione, inchiodato a una sedia (Phil si muove, e poco, solo con un bastone), voce stentata. La classe comunque è immutata perché non esiste malattia che possa scalfire un’arte selvaggia come il rock.
Tuttavia se non fosse stato per i gruppi che hanno preceduto Collins, il prezzo del biglietto (oltre centosettanta euro a cranio per la priority e la zona di prato non troppo lontana dal palco) sarebbe stato da rapina. E invece Mike + The Mechanics, Blondie e i redivivi (e un po’ appesantiti) KC and the Sunshine Band hanno comunque imbastito uno spettacolo di oltre sei ore nella bella cornice di Hide Park.
Una nota a parte la merita il sistema di sicurezza inglese. Se c’era qualche poliziotto, era invisibile. Tra code, perquisizioni e filtri, non ho mai visto un esponente delle forze dell’ordine, né un’arma, né un militare. Solo organizzatori e maschere con la loro casacca gialla e la loro maniacale passione creativa per le code: l’Inghilterra è l’unico paese al mondo dove ho trovato gli ottimizzatori delle code, i coach delle code, i motivatori delle code…
Insomma o i poliziotti di Sua Maestà sono bravissimi oppure erano tutti di corta.

  

Grazie di tutto, Paolo

  

Benigno un cazzo

Alla fine il vero atto di coraggiosa lungimiranza di Fabrizio Ferrandelli è stato quello di tenersi alla larga da Francesco Benigno, carnalissimo (quasi al sangue) attore folgorato sulla via della politica che le ha tentate tutte pur di ricavarsi uno strapuntino a Palazzo delle Aquile. Alla fine l’arrembaggio comunale dell’inusitato protagonista di “Mery per sempre” non è riuscito perché il destino cinico e baro ogni tanto si distrae e ci regala qualcosa che assomiglia a una forma di giustizia sociale, a un’auspicabile livella tra vivi (a dispetto del capolavoro di Totò).
Benigno – stretto inconsapevolmente in una sola vera ingiustizia, quella del suo cognome – nell’ordine, si è fatto scaricare da Ferrandelli, nei confronti del quale ha fatto dichiarazioni rubate ai suoi ruoli cinematografici, ha elemosinato per giorni un posto in una lista qualunque, e alla fine ha trovato quell’apparente sant’uomo di Ismaele La Vardera che, onorando il suo nome (Ismaele nel Corano è comunque esempio di rettitudine), lo ha accolto nel suo gregge felicemente allucinato e gli ha promesso la luce eterna. Solo che il carnalissimo Benigno ha confuso la luce della redenzione con quella dei riflettori. E quando, alla fine, si è accorto che manco i suoi lo avevano votato, perché i parenti saranno pure serpenti ma non sono mica fessi, si è incazzato e ha dato fondo alla sua visione illuminata (sempre dai riflettori o chissà da cosa) della vita: dal complotto globale che al confronto le scie chimiche sono schiuma da barba, al pacato dissenso nei confronti dei suoi non-elettori, “siete delle vergognose bestie”. Infine la ciliegina sulla torta: l’aggressione nei confronti del presunto martire La Vardera che, in ospedale, manco lo curtunìa nonostante il collare ortopedico e i lividi sulla pelle. Vabbè, la santità non è acqua minerale.
Che ne sarà dell’inusitato Benigno? Riuscirà a placare la sua sete desertica di politica? Sarà segnato da questa esperienza di spessore? Capirà finalmente che House of Cards non è un centro di scommesse sportive?
Nell’attesa di almeno una risposta, onore alla lungimiranza di Ferrandelli e sempre sia lodato La Vardera (Iene o non Iene).