Il desiderio di Ragazza X

Qualche anno fa l’attore porno James Deen ha girato un film con una ragazza che era una sua fan. La chiamava Ragazza X. Non era una novità. Spesso Deen – che in passato è stato accusato, ma poi prosciolto, per stupro – si è concesso alle sue ammiratrici. Metteva su una specie di contest sul suo sito e chi vinceva…
In realtà i video di questo genere hanno poco a che fare con il sesso poiché si tratta di filmati in cui prevalentemente si parla, si filmano le titubanze e comunque se sesso ci sarà, sarà solo un dettaglio. Perché il clou della discussione è “voglio fare sesso con te, ma non voglio mostrarlo al mondo”. Di questo argomento ha scritto qualche mese fa la scrittrice Katherine Angel sul Guardian analizzando il “presunto desiderio di una donna che, anche se si manifesta una sola volta, per un solo uomo, la rende vulnerabile. Come se il suo desiderio non la rendesse più degna di protezione”.
È un tema, generale, e applicabile a tutto il ventaglio di scelte della nostra socialità.
Desiderare è scoprire il fianco?
Auspicare significa necessariamente schierarsi?
Volere è per forza scegliere?
Pensate alle infinite declinazioni di questo argomento. Magari applicandolo al (falso) dilemma sui vaccini: mostrarsi perplessi è già un atto di imperio?
Non ho una risposta perché se è vero che domandare è lecito, spesso è anche vero che rispondere non è cortesia, ma sfogo, liberazione. Viviamo tempi complicati in cui è pericolosissimo desiderare senza filtro, in cui persino la fantasia deve stare attenta al suo genere femminile (e chi lo ha detto che non ci sia un fantasio? E chi ha scritto le regole di questa discriminazione che parte dalle vocali e finisce chissà dove?). Dobbiamo di nuovo imparare a desiderare, senza farci condizionare dal giudizio. E contemporaneamente dobbiamo stabilire un direzione coerente degli auspici, coerente con la storia, con il giudizio, con la buona creanza.

Non è sparandola grossa che si va sulla luna. O che si corona un sogno erotico.

Il boss che mi comanda

Ho sempre immaginato il mio corpo come una specie di azienda che produce non so cosa: probabilmente vita, la mia. Sono nato negli anni sessanta quindi si tratta di un sistema organizzativo e industriale non moderno. Tutto è governato da una centrale operativa che si trova nel mio cervello e che lavora agli ordini di un grande capo, un tizio oltre la sessantina, abbastanza sovrappeso, calvo, sempre in maniche di camicia (sudata). È lui è la chiave di tutto. Lo conosco bene e quel che so della sua vita privata è sempre de relato. Sulla scrivania, tra pratiche inevase e portacenere stracolmi di cicche, c’è una foto della sua signora che per quanto mi riguarda potrebbe essere tipo la moglie del Tenente Colombo: se ne parla sempre, la si vede mai. Si dice che il capo abbia anche un figlio, o addirittura due, ma il confine tra realtà e leggenda è labilissimo quando si parla di un uomo che lavora 24 ore al giorno, senza ferie e che tende a una prevalenza di aroma ascellare già alle prime ore del mattino. Insomma se un figlio c’è, potrebbe averlo fatto per delega (con rispetto per la signora Colombo).

Al lavoro il grande capo è inflessibile, grida spesso e dal suo ufficio tiene sotto controllo tramite un vecchio interfono tutti i reparti produttivi (e anche quelli improduttivi).

C’è il settore “Sport e avventura” che ha subito un ridimensionamento: gli addetti al running e all’arrampicata sono andati in prepensionamento, resistono solo un paio di lavoratori part-time che gestiscono il minimo ordinario senza grande impegno. Di tanto in tanto il capo chiede uno sforzo, ma l’ufficio è ormai in smobilitazione e i programmi sono ormai quasi totalmente nelle mani del reparto “Determinazione, cause perse e affini”. Questo è un settore cruciale dell’azienda giacché è quello che in ordine gerarchico gestisce la programmazione della quasi totalità del lavoro. L’organico di sei persone è stato recentemente rinforzato dall’arrivo di una giovane specializzata in “Motivazione forzosa” che fissa nuovi obiettivi, spesso alzando un po’ troppo l’asticella e provocando le ire del capo: “Ma me lo vuoi ammazzare?”, ha urlato un giorno quando – ultracinquantenne – mi sono ritrovato a correre per 14 chilometri con 35 gradi all’ombra. Lei però tira avanti e confida nella sua arma segreta: una liaison clandestina col responsabile del settore “Autostima”. Costui è, diciamolo, un uomo poco attraente, un secchione che ha fatto il suo tempo nell’azienda senza mai imbastire una ambizione o sprecarsi più del dovuto. Sino a qualche tempo fa mi chiedevo come cazzo era finito lì – lo avrei visto più al reparto “Studio e sopravvivenza scolastica” – poi però, dopo l’arrivo della signorina con conseguente colpo di coda sessuale, mi sono convinto che deve avere almeno una dote nascosta. E spero che in qualche modo io ne possa godere di riflesso.

Nella mia centrale operativa c’è una battaglia che il capo conduce da più di mezzo secolo, quella per la riorganizzazione del settore “Sensi di colpa”. Inutilmente ha cercato di limitarne i terreni di azione. Ha ridotto l’organico a due impiegati, ha abolito i turni di notte delegando al reparto “Sogni e pensieri trasversali” la gestione della gran parte delle operazioni di sopravvivenza notturna, ha tolto loro le chiavi di accesso al sistema operativo degli “Affari sessuali”, ma niente. Non riesce a liberarsi di loro, per via di un’ostinata resistenza dei sindacati che parlano di vessazione e tentativi di demansionamento agitando lo spettro di uno sciopero generale con il conseguente blocco di tutte le attività non vitali (tra queste, purtroppo, anche quella del settore “peccati di gola e peccati in generale”). Nel timore, fondato, che gli uffici dei “Sensi di colpa” siano oggetto di incursioni da parte di sconosciuti o comunque di persone non autorizzate, il grande capo recentemente ha fatto mettere dei catenacci alla porta di cui solo lui ha la chiave.

Non so quanto in lui ci sia di dedizione alla comune causa della mia vita e quanto di pura cura del tornaconto personale – in fondo se io muoio, lui resta disoccupato – però di una cosa sono certo e gli sono grato. Il suo impegno quotidiano per portare avanti la baracca mi ha insegnato che esistono vittorie assolutamente inutili e sconfitte meravigliosamente feconde.

La crociata sul femminile

C’è una recrudescenza di un dibattito a mio parere sterile sul problema di usare il femminile per ruoli e cariche generalmente indicati col maschile. E soprattutto c’è un equivoco di fondo che tende a confondere le acque, peraltro non cristalline di loro, nell’ambito del cosiddetto linguaggio sessista, identificando in qualche modo nella maschilizzazione del vocabolario quotidiano uno dei problemi connessi a questo strapotere logico-grammaticale dell’uomo. Il linguaggio sessista è altra cosa, è offesa, è oltraggio senza bisogno di ricorrere al Cencelli della divisione di genere. Chiamare “ministro” una donna e non “ministra” è (o può essere, a seconda delle intenzioni) una scelta che non vale nemmeno la pena di essere discussa: io ad esempio uso il maschile in certi casi (“ministro” è uno di questi) perché il ruolo, l’antico minister, e il rispetto a esso dovuto mi spingono a non imbarcarmi, istintivamente, in una distinzione di genere. Il ministro, il direttore, il presidente per me sono cariche che valgono al di sopra del nome. Sulla corrispondenza tra nomi e cose e sull’essenza di queste ultime già Umberto Eco e, in maniera indiretta molto prima di lui, William Shakespeare avevano aperto ampie vie di riflessione: stat rosa pristine nomine, nomina nuda tenemus non è solo la frase che chiude “Il nome della rosa”, ma un bel trampolino su cui esercitarsi prima di lanciarsi nel vuoto di questioni di principio figlie di tempi bui e oziosi.

Non c’è dubbio che esistono “forme di mascolinità egemoni” – anche se a me fa un po’ paura questo tipo di espressione usata come lancia in resta contro un nemico da abbattere – ma credo che le egemonie vadano combattute con il ragionamento, senza crociate soprattutto in questa èra di crociate facili e spesso dissennate (eufemismo). Additare una direttrice di orchestra di inadeguatezza perché non si offende se la chiamano direttore è come illudersi di svuotare con lo scolapasta il pozzo avvelenato dei social: un modo per lavarsi la coscienza incuranti del risultato.

È il ruolo che pesa. È il risultato che conta. È l’umanità che giudica. È il futuro che, fregandosene, si fa quattro risate.

Avere quattro donne che non saranno avvocati ma avvocatesse, non presidenti ma presidentesse, non ministri ma ministre, non direttori ma direttrici sarà magra consolazione se resteranno solo quattro, pagate meno dei loro pari grado maschi, e rincoglionite dietro alla battaglia per qualche sillaba. E soprattutto è indecente, al giorno d’oggi, dover stare attenti se ti scappa una frase in cui “donna” sta insieme a “cucina”, o “femmina” sta dalle parti di “casa”: occupiamoci di vivere al meglio, chi sta in cucina, cucina e sono cazzi suoi. E io di cucina ne posso parlare senza tema di fraintendimento (risolino).

The Economist ha pubblicato un interessante articolo, frutto di un’inchiesta lunga un anno, sugli adolescenti e sui cambiamenti imposti dai vari lockdown. Il risultato è sorprendente: “Per secoli l’adolescenza delle ragazze è stata definita in contrapposizione a quella dei ragazzi”, scrive il giornale. Oggi “l’adolescenza maschile sta diventando via via sempre più irrilevante per quella femminile: lo dimostra il fatto che le ragazze stanno cambiando, i ragazzi no”.

La sopravvivenza di un’idea, di una specie, di una cultura è una questione di priorità. Noi siamo, in questo preciso momento, in una pericolosa congiuntura di emergenze medica, sociale, politica.
Servono più donne per trovare soluzioni, più donne per pensare, più donne per sopravvivere.
L’importante è che non siano distratte da suffissi. Da timeline oziose. Da benaltrismi snervanti appesi alle virgole. Da like senza un domani.

Si fa presto a dire porno

La rivolta è partita quando Tumblr (420 milioni di utenti attivi al mese) ha deciso di eliminare i contenuti porno. Molti utenti della piattaforma di microblogging si sono ribellati, uscendo allo scoperto su siti specializzati e sui giornali. Eric Leue, direttore esecutivo della Free Speech Coalition, associazione commerciale non-profit sulla pornografia negli Stati Uniti, ha dato una chiave di lettura discriminatoria del provvedimento: “Tanti di quelli che fanno parte delle comunità eterosessuali ed eteronormative non capiscono la portata del divieto su Tumblr perché la loro vita e la loro cultura sono rappresentate ovunque. Per chi invece appartiene alle comunità queer, di nicchia o feticiste, Tumblr era uno dei pochi spazi accessibili dove costruire comunità e condividere contenuti”. A dar forza a questa teoria, molte lettere di protesta a rubriche che si occupano di sesso e costume, come quella di Dan Savage sul settimanale di Seattle “The Stranger”, il cui succo è fondamentalmente questo: se è vero che su internet continuano a esserci tonnellate di porno, come chiunque può notare, questa stretta sui contenuti espliciti disturba le persone queer vulnerabili. “E finché i programmi di educazione sessuale non copriranno il sesso queer o alternativo”, scrive Savage “i giovani Lgbtq e dai gusti sessuali alternativi continueranno a procurarsi l’educazione sessuale su internet: e più difficile diventerà l’accesso ai contenuti espliciti, specie se non commerciali, più difficile sarà per i giovani queer trovare non solo il porno che fa per loro, ma anche le informazioni necessarie per proteggersi”.

La storia del porno su internet è complicata. La racconta Kieren McCarthy nel libro “Sex.com” in cui si ricostruisce la battaglia legale (e quasi fisica) intorno a quelle due paroline, le più contestate e redditizie del web. L’idea la ebbe nel 1994 Gary Kremen, un imprenditore che con pochi dollari si assicurò il dominio sex.com, e che poco tempo dopo se lo si vide soffiare da un tale Stephen M. Cohen. Non si sa bene come avvenne la sottrazione, fatto sta che il misfatto innescò cinque anni di guerra in tribunale. Secondo la McCarthy, Cohen avrebbe approfittato di un bug tecnico per impossessarsi del sito, mentre gli avvocati di Kremen ipotizzarono che ci fosse dietro una manina all’interno della compagnia di hosting del dominio, la Network Solutions. Scrive la giornalista: “Si sospetta Cohen che abbia avuto una relazione sessuale con qualcuno di Network Solutions, e abbia raggirato qualcuno per cambiare l’indirizzo mail del sito e sostituirlo con il suo, e da lì cambiò tutte le altre informazioni”. Insomma un affare di sesso dietro l’affare del sesso.

Dopo una serie di passaggi di mano, contestazioni legali, aste annullate e fallimenti, il dominio sex.com è stato venduto nel 2010 per 13 milioni di euro alla Clover Holdings LTD, una società con sede nello stato di Saint Vincent e Grenadine noto per i suoi servizi bancari offshore. 

Quando si dice porno si pensa a PornHub, un sito che fa qualcosa come 92 milioni di contatti al giorno (più o meno come se si connettessero tutti gli abitanti di Canada, Australia e Polonia).

Autoerotismo ovvero il trionfo dell’irregolarità. Guardando il calendario, i dati degli accessi dicono che il giorno nero di Pornhub è il 31 dicembre, quando il traffico cala del 44 per cento (del 60 in Italia) tra le 18 e la mezzanotte. Anche Halloween provoca un calo, del 4 per cento su scala globale ma del 21 negli Stati Uniti. In Italia è sacro il Ferragosto: meno 22 punti percentuali, sarà il caldo.  Ma ci sono anche alcuni eventi di cronaca che rosicchiano popolarità al sito. Ad esempio le cerimonie di Oscar, Golden Globe, Emmy e Grammy hanno fatto diminuire il traffico del 4-6 per cento. Ancora di più hanno tolto la presentazione dei nuovi iPhone (meno 11 per cento) e il matrimonio tra il Principe Harry e Meghan Markle (meno 10 per cento).

In Italia solo il Festival di Sanremo è arrivato a tanto: 8 per cento in meno durante la serata del 6 febbraio. La bestia nera di Pornhub però è lo sport. In occasione dei grandi appuntamenti il traffico crolla. Dal Super Bowl, diminuzione del 26 per cento negli Stati Uniti e del 40 nella città vincitrice (Filadelfia), alla finale dei mondiali di calcio, meno 11 per cento. Ovviamente tutti questi sono dati pre-Covid, pre-lockdown.

Se i principali siti porno hanno nomi noti, meno diffuso è quello del provider attorno al quale ruota questa gigantesca ruota miliardaria: MindGeek, una società lussemburghese con sede a Montreal, in Canada, proprietaria dei più importanti siti pornografici del mondo: oltre a PornHub e YouPorn, Tube8, XTube, RedTube, ExtremeTube and SpankWire. Si tratta di un impero con regole ferree custodite in una sorta di segretezza teatrale. Così ne ha scritto David Auerbach su “Slate”: “MindGeek ha conquistato il monopolio del porno, costringendo i membri dell’industria alla posizione paradossale di lavorare per la stessa società che trae profitto dalla pirateria del loro lavoro. MindGeek è talmente potente che le persone che lavorano nel settore della pornografia online hanno paura di parlarne, per timore di finire nella sua lista nera. E il predominio di MindGeek dovrebbe essere preso come esempio dei pericoli dell’accorpamento di produzione e distribuzione nelle mani di un singolo proprietario”.

Nello specifico, MindGeek distribuisce sui suoi aggregatori, chiamati “tube sites” perché imitano il formato YouTube, enormi quantità di pornografia gratuita finanziata con la pubblicità. Questi siti, che siano di proprietà di MindGeek o meno, notoriamente ospitano un sacco di contenuti piratati. “Nonostante ogni sito di video debba rispettare le richieste di rimozione di contenuti, in base al Digital Millennium Copyright Act (DMCA), la maggior parte dei produttori di porno non ha le risorse degli studi cinematografici o delle etichette discografiche per monitorare la pirateria” scrive Auerbach. Perfino i produttori di contenuti di proprietà di MindGeek hanno problemi a far rimuovere i propri video dai loro stessi siti. Di conseguenza la produzione di film porno è a picco da anni, ma il porno online non risente affatto della crisi. Il modello che ne scaturisce è un sistema vampiresco in cui, spiega Auerbach, “i produttori di MindGeek fanno film porno soprattutto perché siano caricati sui siti gratuiti di video di MindGeek, con minori ricavi per i produttori ma con maggiori ricavi pubblicitari per MindGeek che non vanno a nessuno dei soggetti coinvolti nella produzione”. La situazione la fotografa Siri, pornostar di Minneapolis su “Quora”: “È come se Walmart facesse fallire i negozi a conduzione familiare e poi entrasse nei negozi a conduzione familiare e rubasse letteralmente i loro prodotti per rivenderli da Walmart».

Istintivamente, con le dovute eccezioni, l’occhio in cerca di un paragone si posa su altri distributori di contenuti come Netflix e Amazon. Ma se questi hanno orientato il loro business verso la produzione, investendo in nuovi prodotti originali e coraggiosi, MindGeek rappresenta un esempio pressochè unico in cui al distributore non interessa incentivare contenuti che garantiscano ricavi adeguati a chi li ha prodotti, finché questi in qualche modo fanno fare soldi. Unica missione: spremere il limone sino alla scorza fregandosene dell’albero. La lezione che ne consegue vale per ogni modello economico basato sul monopolio: l’accentramento del combinato produzione-distribuzione nelle mani di una sola azienda può determinare la scomparsa di un’intera categoria produttiva.

In questa perenne invasione di campo del futuro nelle nostre vite, che molti chiamano cambiamento e altri stravolgimento, la tecnologia ha un ruolo di primo piano. Nel libro “The Erotic Engine”, il giornalista scientifico canadese Patchen Barss ricostruisce la storia degli effetti della pornografia sulla comunicazione di massa e si sbilancia: “Ci sono buone possibilità che senza il porno, il videoregistratore non sarebbe mai decollato”. Effettivamente prima che il videoregistratore entrasse nelle case, per guardare un film hard si doveva andare di nascosto in sale cinematografiche non proprio accoglienti e magari malfrequentate. “La possibilità di guardarlo nell’intimità di casa contribuì a creare un primo mercato per le apparecchiature di home-video”, spiega Barss. “Alcuni dei fattori che favorirono l’affermazione del videoregistratore contribuirono anche al diffondersi della tv via cavo che permetteva di trasmettere contenuti più audaci, e questo era uno dei motivi che spingevano le persone a pagare per avere i canali aggiuntivi, nonostante gli altri fossero gratuiti”.

Da un fenomeno di costume all’altro. Una decina di anni fa si diffuse un’antica leggenda virale secondo cui se una cosa esiste o può essere immaginata, allora ne esiste una versione porno su internet. Questa storiella prende il nome di “Regola 34” e origina da una vignetta del 2003 di Peter Morley-Souter: “Rule #34: There is porn of it. No exceptions”.

Se esiste, allora c’è la sua versione porno. Senza eccezioni. Nel suo periodo d’oro, intorno al 2009, la “Regola 34” dimostrava che qualunque cosa poteva dare un aggancio alla sua versione hard: dal Tetris agli animali in estinzione, dai robot agli strumenti musicali agli alieni. Poi il giochino cominciò a perdere d’appeal perché effettivamente digitando sui motori di ricerca apparivano sempre meno corrispondenze. Cosa era successo? Alla fine degli anni Duemila l’industria pornografica online iniziava a diventare più solida, spostandosi da produttori e distributori singoli verso siti-aggregatori con la conseguente virata verso il monopolio. Pochissime aziende, via via in posizione sempre più dominante, impararono a sfruttare le grandi quantità di contenuti e dati sul traffico degli utenti a loro disposizione, in modo da orientare il mercato: in pratica decisero loro quali generi di porno far diventare e mantenere popolari. La maggior parte di questi siti usano tag, cioè parole chiave che descrivono l’oggetto o l’azione rendendone possibile la classificazione: sono anche i tag che alla fine contribuiscono a determinare il modo in cui parliamo di sesso online.

Secondo una teoria però smentita ufficialmente dalla stessa azienda, Pornhub personalizza i contenuti riservati agli utenti grazie a un algoritmo che tende a nascondere i video più curiosi o strani. Qualche anno fa alcuni ricercatori francesi hanno analizzati i metadati che descrivono i contenuti di alcuni siti pornografici e hanno scoperto che, nonostante la grande molte di materiale teoricamente disponibile, il 5 per cento dei tag disponibili comprende il 90 per cento dei video caricati nei due siti.

Ecco spiegato perché la “Regola 34” non funziona più. Perché la varietà è diminuita vertiginosamente per dare spazio al sesso tradizionale che ha un vantaggio irresistibile: è più vendibile. Meno fantasie, più certezze: il clic non vuole pensieri. 

Coronavirus e frittate

Controindicazioni striscianti. Urticanti, fastidiose. Difficili, anzi impossibili da evitare. L’emergenza Coronavirus rafforza in maniera estrema il controllo poliziesco. Se ne discute nel mondo a tutte le latitudini politiche. Il sociologo francese Geoffroy de Lagasnerie ha parlato di una “sottomissione nazionalista”, e c’è andato leggero. Ma, a mio parere, non è tanto la famosa “deriva autoritaria” che dobbiamo temere, poiché in questo caso il sentimento di sottomissione è volontario per la maggior parte dei cittadini, in vista di un obiettivo comune. Una delle conseguenze di questo attutimento dei diritti per causa maggiore è la perdita di smalto delle coscienze critiche. Ci si affievolisce di proposito per smussare gli spigoli in un periodo in cui gli spigoli non hanno diritto di dividere, confinare, ci si attenua nel nome di un interesse nazionale. Ci si autocensura forse, anzi peggio: poiché nella censura c’è sempre una spinta ostinata e contraria che cova. Invece qui si obbedisce e basta, com’è tristemente giusto che sia. Del resto esercitare fiducia nel prossimo è una di quelle cose facilissime da far male, come la frittata e il sesso a tre. Il rafforzamento dei poteri di polizia, le intrusioni psicologicamente violente nelle nostre abitudini più personali, la perdita della cognizione di popolo come terapia di gruppo contro quello che un tempo era il male del secolo, l’incomunicabilità, (ma quale tempo e quale secolo…) sono controindicazioni obbligate, effetti collaterali di una chemioterapia sociale alla quale si crede per fede. E sulla quale non ci si interroga.

Quando tutto sarà finito, tutto comincerà. E dovremo essere pronti a disinfettare le ferite da sottomissione volontaria.      

Porno (quasi) subito

Nel suo “Secondo diario minimo”, un libriccino datato e prezioso, Umberto Eco si diverte tra le altre cose a illustrare alla sua maniera la differenza tra un film porno e un qualsiasi altro film.
La visione scherzosa e disincantata è però datata 1992 e, come sappiamo, se l’ironia è eterna, il contesto in cui essa matura è invece estremamente variabile. Così l’espediente del viaggio in auto che nel film porno dura in modo esagerato, quasi a giustificare costi e plot della pellicola, può oggi essere usato per misurare la temperatura dei tempi che cambiano. Il web e il consumo istantaneo di desideri, l’overdose di stimoli virtuali, il limite sempre più sottile tra il reale e l’irreale hanno stravolto le vite di tutti gli umani del pianeta, connessi e non. Quindi anche dei signori del porno e della giostra di miliardi che gira loro intorno (basti pensare che il valore del dominio sex.com è di almeno 13 milioni di dollari). Oggi l’uomo che, ai tempi di Eco, si spostava da un luogo all’altro per andare a compiere il suo atto cruciale non prende più l’auto, ma si fa trovare a casa, pronto all’uso. E se proprio la prende, quella benedetta auto, la usa non come noi comuni mortali, ma in un senso estremamente cinematografico: la rende teatro dell’azione (esistono serie intitolate a fake-taxi, a pullman un po’ troppo affollati o ad altri mezzi di trasporto adattati all’occasione), la reinventa come alcova, la trasforma insomma da strumento a pretesto.
E, badate bene, questo è un metodo che si applica non soltanto alla categoria del porno, ma in qualche modo a tutta la cinematografia a uso e consumo del web e delle tv on demand. Il modello di pornografia di questi anni è in fondo il modello Netflix: tempi rapidi, fruizione facile, mirare dritti al cuore (o un po’ più giù nel caso specifico). La scrittura non deve lasciarsi inseguire, ma inseguire essa stessa, arrivare senza causare troppa fatica giacché un clic è un attimo e ci si sta nulla a cambiare prodotto e a condannarlo a un fallimento e/o a un rapido, e non indolore, oblio.
Cambia tutto, cambiano contenuti e contenitori, tempi e attese, perché cambia il fattore cruciale, che poi è il vero algoritmo dei misteri: lo spettatore.
La “sana scopata” di cui parla Eco non è più sponsorizzata dall’assessorato ai trasporti, ma è assolutamente gratis. E, si sa, oggi quando qualcosa è gratis la merce siamo noi.

Un buon motivo per mettere Gasparri alla porta

Gasparri tweetNon sarà per un’eventuale bega giudiziaria, poiché il garantismo impone prudenze che sono spesso digeribili come le pietre. Non sarà per incapacità tecnicamente manifesta, poiché ai parlamentari non viene richiesta alcuna perizia. Non sarà nemmeno per capriccio, poiché la democrazia non è un sentimento (pur suscitandone molti, drammaticamente diversi).
Potrebbe essere per Twitter, sì.
Se si cercasse un buon motivo, universalmente valido, per mettere alla porta il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, lo si troverebbe nelle sue scorribande sul popolare social network. Il tweet su Greta e Vanessa in cui l’incauto politico mescola il peggio del ciarpame internettiano col meglio della sua lungimiranza politica, che com’è noto è pari alla sua purezza intellettuale, è un’occasione preziosa per le forze democratiche di questo Paese per depurarsi.
Sapevamo che per governare, come per svolgere molti lavori, occorre sporcarsi le mani. Ciò che non sapevamo, sino all’avvenuto decollo del Gasparri pensiero, è che a certuni il fango stimola, eccita, accende.  Però in Italia abbiamo bisogno di politica, non di mud wrestling.

Portate un caffè all’amico

Lilli_Carati morta

Appena ho saputo che Lilli Carati era morta ho inviato un sms a un amico. Nel frattempo un altro amico mi cercava al telefono di casa, ma io ero impegnato a scrivere una mail a un altro amico e a rispondere all’sms di un altro amico ancora.
Lilli Carati, pace all’anima sua, per un ristretto gruppo di attuali cinquantenni, ex giovani degli anni ’80, è un catalizzatore di ricordi. Anzi per noi di un ricordo preciso.
Cinema Embassy, sala A, (come mi ricorda il caro Totò) dicembre ’88. In fuga da una dura giornata di lavoro al giornale, io e un manipolo di scapestrati colleghi decidiamo di concederci un eccesso che a quei tempi era molto in voga. Niente droghe, né alcol, né abusi alimentari. Pizza, birra e gran casino al cinema a luci rosse. Lo facevamo un paio di volte al mese. La gita al cinema hard core – di solito guidata da un altro mio amico, Ciccio, che conosceva personalmente persino le maschere e il bigliettaio – era un classico della serata da mal di pancia. Mal di pancia dalle risate, si intende.
In quella sera di dicembre dell’88 eravamo una decina. Ultimo spettacolo, tutto esaurito ad eccezione di qualche posto in prima e seconda fila. Il film era l’esordio di Lilli Carati nel mondo dell’hard. Titolo: “Una moglie particolarmente infedele”. Trama: una moglie particolarmente infedele fa la moglie particolarmente infedele.
Prendemmo posto in una sala in cui non si assisteva a una proiezione, ma si faceva il tifo come all’ippodromo: dai, forza, veloce! Appena c’era un accenno di dialogo tra gli attori, la platea rumoreggiava: “E che siamo venuti qui per sentirvi parlare?”.
A un certo punto, mentre la Carati, sempre pace all’anima sua, offriva una prospettiva di sé ostentatamente inedita rispetto alla sua filmografia, dalla fila dietro la nostra (la terza) crebbe un rumore. Forte e sempre più forte. Era un tale che, stremato dal lavoro o molto più probabilmente dal “dopolavoro” da cinefilo, si era addormentato e russava come un disperato.
Sul grande schermo passarono scene più trash che hard, un porno becero ed esilarante accese mille battute che avremmo ripetuto per anni. L’audio al minimo e l’aria irrespirabile di mille sigarette rendeva l’atmosfera lunare. Lilli passava da un amplesso all’altro senza sorridere, un lavoro come un altro, forse più faticoso di un altro, o magari noioso. Che ne sapevamo noi che ridevamo felici, felici di una gioventù analogica, vera, di relazione?
Lilli Carati, pace all’anima sua, era una moglie particolarmente infedele nella nostra serata particolarmente esilarante. Anche perché sul finire del film, quando un tripudio di amplessi disegnò sullo schermo geometrie per quei tempi ardite, il tale che russava si risvegliò con un grugnito da surround, drizzandosi sulla poltrona come Linda Blair ne “L’esorcista”.
Dal fondo della sala, una voce: “E portate un caffè all’amico!”.

Tutti noi, reduci della sala A dell’Embassy di Palermo, ridiamo ancora.

De Fanis, basta la parola

de fanis

Nel sito dell’ormai noto assessore abruzzese Luigi De Fanis, arrestato per tangenti e accusato di aver stipulato un contratto sessuale con la segretaria, c’è molto di quel nulla che solitamente avvolge personaggi di questo genere. Ad esempio, nella pagina dedicata alla biografia del de cuius è interessante intravedere la spocchia del politico, che non deve rispondere di niente a nessuno come se fosse un semidio.
Chi sono, c’è scritto nel sito.
Bene, chi è tale De Fanis?
E’ assessore alle Politiche culturali, veterinaria, sicurezza alimentare e prevenzione collettiva. Tanto basta. Non serve dire cosa ha studiato, dove è nato, com’è arrivato alla politica. No, De Fanis è talmente convinto di essere tutto quel che un politico deve essere da non scrivere nemmeno di quale ente è assessore, in quale parte del mondo.
Perché è inutile stare lì a sottilizzare, tra curriculum e incarichi pregressi. Chi sono?  De Fanis, basta la parola. Come un celebre confetto…

L’organo che serve

Ieri al supermercato mi sono imbattuto in questa confezione di preservativi che non avevo mai visto prima.

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Mi sono chiesto quanto deve essere dura (senza allusione alcuna) occuparsi del packaging e della pubblicità di un profilattico. Certo, non ci vuole un genio della comunicazione per mettere sulla confezione un piccolo organo sessuale maschile sorridente. Ma ci vuole molto impegno per curare la pagina facebook: lì il vero organo che serve non è erettile e si chiama fegato.