Fatti miei, fatti vostri (e grazie)

Contrariamente a quanto fatto in passato, quest’anno ho deciso di elencare gli articoli più letti di questo blog. E l’ho fatto perché dicono molto di me e soprattutto di voi. Come potete vedere, tra i temi che vi hanno interessato molti appartengono al settore “cazzi miei” e ciò non può che consolarmi: se la narrazione prende il sopravvento sulla cronaca vuol dire che la sete di suggestioni, di fantasia è forte, e che i cervelli vanno a buon regime.
Per questo nei miei sogni vorrei ringraziare uno per uno le migliaia di lettori che, da sedici anni, mi seguono con curiosità e alcuni – addirittura – con affetto. Ovviamente ciò è impossibile, ma l’ho detto e non per caso: chissà che un giorno non si possa organizzare qualcosa…

Comunque ecco la classifica e siccome i miei titoli non sempre sono esplicativi metto anche un brevissimo riassunto per rinfrescare la memoria di chi ha già letto e titillare quella di chi magari quel post se lo è perso. Del resto qui è tutto gratis e un clic in più non vi costa nulla.

1 Colleghi e guardati su una lettera ritrovata e su quello che accadde in un importante giornale siciliano.

2 La politica, l’informazione e la merda sulla violenza verbale di un politico rozzo e sguaiato, ergo premiato dell’elettorato.

3 Siamo merde su una donna che un giorno si denuda al balcone e butta giù pezzi della sua vita.

4 Poi sono successe due cose su un toccante incrocio di destini durante il cammino sulla Via Francigena.

5 Per via di due culi su una storia che inizia duemila anni fa e arriva ai giorni nostri (podcast).

6 La magistrata Cuffaro sulla forza e la determinazione di chi non conosce la parola “arrendersi”.

7 Materia Prima sulla storia dimenticata (ma stracitata a casaccio) di Libero Grassi (podcast).

8 Sedici su quando arriva il momento in cui devi cambiare tutto anche a rischio di perdere tutto.

9 Katia (e non è una donna) sul file di un romanzo nato per rimanere nascosto in un file.

10 Il tempo e il lusso dei sogni su “Cenere” l’opera inchiesta scritta per il Teatro Massimo di Palermo e sulla fatica di raccontare oggi.

Sedici

Arriva un momento in cui può capitare di aver bisogno di cambiare. Di cambiare tutto.
A me accadde sedici anni fa, nel modo più tranciante. A un certo punto mi resi conto che non ero più soddisfatto di quello che facevo, non mi divertivo più e anzi, a dire il vero, mi rompevo abbastanza le scatole per ogni giorno che il Signore mandava in terra. Decisi così la mia personale rivoluzione, una rivoluzione nella quale – va detto – fui molto fortunato giacché partivo, lancia in resta, con molte possibilità di fallire e addirittura di farmi male.
Nel giro di pochi mesi mollai un posto da viceredattore capo al Giornale di Sicilia (un posto di quelli ritenuti allora sicuri, ben retribuito), chiusi porte e portoni di ogni genere e finii a gambe all’aria. Vi dico solo che per una settimana dormii in auto, dato che non avevo più neanche una casa in cui stare.
Non sono mai stato ricco, provengo da una famiglia borghese ma di certo non ricca, quindi la situazione era abbastanza complicata. Fu così che una sera decisi di andare a casa dei miei genitori, fino a quel momento all’oscuro di tutto, e di metterli al corrente dei miei casini. Mi ero preparato al peggio, i miei mi avevano sempre ritenuto (almeno sino a quel momento) una testa calda ed ero pronto se non allo scontro, a sorbirmi una ramanzina.
Invece andò diversamente. E credo che lì, quella sera, tutto cambiò davvero.

Non appena cominciai a raccontare degli sfaceli che deliberatamente avevo scelto come estemporanea filosofia di vita (perché accade che le migliori scelte siano quelle che a prima vista sembrano le peggiori, ma lo veniamo a sapere sempre troppo tardi) mio padre aprì una bottiglia di vino mentre mia madre si mise ai fornelli. Eravamo tutti e tre in cucina ed il loro modo di ascoltare fu un misto di attenzione e cura; volevano fare con semplicità quello che sino ad allora non gli era riuscito facile, prevalentemente per colpa mia, cioè darmi una sensazione di sicurezza.
Fu così che in una sera feci il più importante giro di boa della mia vita.
Decisi di farmi una casa tutta mia, niente più affitti, convivenze in proprietà altrui, falso godimento della provvisorietà. Volevo mettere radici in un mondo in cui vivere soddisfatto. Imparai mestieri nuovi, grazie sempre alla scrittura: scoprii che c’erano pochi ghostwriter in Italia e riuscii in pochi mesi a trovare lavoro in un paio di importanti gruppi editoriali; scrissi da perfetto fantasma di tutto per tutti, dalle radio alla carta stampata; condussi una rivoluzione web in un paio di periodici nazionali; scrissi qualche libro e così via.
Ma soprattutto affrontai la prova delle prove: vivere a casa dei miei genitori, con i miei genitori, per sei mesi. In pratica a 43 anni mi ritrovai ragazzino, alle prese con riti che avevo dimenticato, con antiche usanze domestiche (tipo che si pranza e si cena sempre a una certa ora). Dovetti riprendere confidenza con la cura culinaria di mia madre che, pensandomi sempre denutrito nonostante la testimonianza inoppugnabile del girovita, alle 8 di mattina assieme al caffè serviva il menù della cena per il quale si era messa ai fornelli già alle 5 (perché certe cose se non le cucini all’alba non sono buone…). Imparai a condividere i cazzi miei con mio padre, il quale con amorevole candore riteneva naturale sedersi accanto a me quando ero al computer e commentare tutto, ma proprio tutto, ciò che scrivevo mentre lo scrivevo: soprattutto le cose più personali (la curiosità spudorata deve essere un tratto genetico). Insomma ero un figlio ritrovato e mio padre, affamato di storie, esercitava legittimamente il meraviglioso diritto all’invadenza affettiva.

Questa storia ha un paio di passaggi che, ancora oggi, mi sembrano irreali: sapete, quei ricordi che col tempo diventano un film e vivono per decenni in un limbo tra fantasia e realtà…
Una mattina, la prima in cui mi svegliai in quella casa nella rinnovata veste di figliol prodigo, rimarrà memorabile negli annali della mia famiglia.
Mi alzai ed ero solo poiché i miei avevano programmato una gita fuori porta. Poco male, mi dissi, così mi ambiento senza rompere le scatole a nessuno (ovviamente i miei sensi di colpa erano alle stelle). Feci colazione con vista sul mare, poi stancamente fumai la prima sigaretta. Dopo andai a lavarmi i denti nel bagno dei miei. Mentre agivo di spazzolino sentivo qualcosa di strano, ma pensai che era colpa di quella sigaretta prematura (solitamente non fumavo mai di mattina, ma in quei giorni ero incasinato, preoccupato, scazzato e fumavo il fumabile sempre e dappertutto). Quando mi accorsi che l’impasto tra i denti aveva assunto una preoccupante consistenza oleosa decisi di inforcare gli occhiali e presi il tubetto.
Crema per i piedi.
Così imparai la prima regola del manuale del figliol prodigo più figliol che prodigo: casa che vai stranezze che trovi e più non dimandar.
I miei genitori nella loro categorizzazione delle cose tenevano in buon conto quella dei tubetti, a prescindere da ciò che essi contenevano. Quindi la crema per i piedi stava insieme al dentifricio, e non ho mai avuto l’opportunità – perché da allora misi attenzione (e occhiali) prima di compiere un’azione in cui c’era da spremere un contenitore – di verificare altre coesistenze balzane: chissà, con un po’ di impegno un giorno avrei spalmato della maionese per contrastare le occhiaie o avrei usato del Lasonil per lucidare le scarpe. Comunque ci misi un’ora per sciacquarmi la bocca e cinque sigarette per riacquistare lucidità. Poi, data la bella giornata, decisi di mettermi al sole.
Sparai musica a palla dalla radio dell’auto parcheggiata vicino, e chiusi gli occhi.
Uno spruzzo in volto.
La sensazione di qualcosa che viene giù dal cielo.
“Cazzo, piove!”
Apro un occhio ma il sole è abbagliante.
Altra roba addosso. Frammenti umidi, sempre di più.
Non era pioggia. Ma… sardine.
Sì, sardine. O comunque pesciolini che venivano giù dal cielo.
In un paio di minuti dovetti fuggire perché ero tempestato da una pioggia di animali (io, vegetariano!).
Ci misi un bel po’ a razionalizzare come accade quando ci si trova dinanzi a un evento che si annuncia figlio (indegno) del paranormale.
Alzai gli occhi e vidi una battaglia di gabbiani che si disputavano qualcosa proprio sopra la mia sedia a sdraio. Capite bene che il passaggio dal “tubetto selvaggio” al “piovono pesci” fu traumatico. E soprattutto indelebile.

Tutto ciò accadde nel primo giorno della mia emancipazione da una vita insoddisfacente. E, ne sono certo, ci fu una “mano de Dios” per darmi una lezione: della serie impara a vivere, non ti meravigliare troppo per ciò di non sai e non rompere il cazzo con ciò che credi di sapere.
Da lì la convivenza coi miei fu una discesa. Mi abituai a discutere di pasta coi broccoli arriminati e di peperoni ripieni appena sveglio, e a rispondere a mio padre che all’una di notte, allarmato perché non ero ancora rientrato a casa (a 43 anni!), mi telefonava e affettuosamente si diceva preoccupato: “Tranquillo pa’, sto bene. Tra poco torno”, biascicavo da un pub la cui unica attrattiva era la birra era che costava poco.
La cosa che ho imparato da quell’esperienza – che qui ho riassunto togliendo il 90 per cento degli aneddoti (alcuni dei quali mi riservo di raccontarvi) – è che non è mai troppo tardi per tornare sui nostri passi, che i pregiudizi non sono giudizi anticipati ma cazzate definitive.

Soprattutto mi preme dirvi perché vi ho raccontato questa storia.

Sedici anni fa, in quel ciclone di follie, mi inventavo una casa virtuale mentre costruivo una casa reale.
Esattamente sedici anni fa nasceva questo blog. Con una consapevolezza: che avrei vissuto giorni da radice e giorni da foglia in un’esistenza, virtuale e reale, che è sia albero che vento.
Per ora, buon vento.

15 anni di errori

Il motivo di questo post ve lo svelo alla fine. Quindi per arrivarci dovete leggervelo tutto.
E NON BARATE.
Nel dicembre del 2006, esattamente 15 anni fa, credevo che la mia vita fosse un solo lungo binario con un solo treno, che va in una sola direzione. Ero attratto più dalle cose che dalle loro prospettive e me la raffiguravo così: mi interessano i corpi, non le loro ombre. In tal modo facevo un errore molto ingenuo (e credo molto diffuso) che è quello di curare il qui e adesso (il qui e adesso di allora, intendo) e sbagliavo nel diluire il resto in una miscela di fatalismo e ottimismo. Laddove l’ottimismo era spesso l’oppio di una saggia decisione e il fatalismo il suo specchio deformante.
Allora avevo scritto un paio di libri e, grazie a una fortunata traduzione, ci avevo ricavato pure qualche soldino (con allegata prospettiva economico-lavorativa). Inoltre vivevo alla giornata, dentro e fuori casa, dentro e fuori l’ambiente di lavoro.

Ero più magro, avevo più capelli, fumavo due pacchetti di Pall Mall al giorno e correvo la mezza maratona in un’ora e 37 minuti. Per dirla in altro modo credevo che la caleidoscopica varietà di forme sociali fosse affidata al caso. Della serie, antropologia questa sconosciuta. Poi non mi sono certo messo a studiare (lo studio tipo “pronti-via” mi atterrisce più di una promessa di Salvini) , ma mi sono evoluto quasi inconsciamente in un campo per me fino ad allora vergine: quello delle possibilità umane. Nello specifico, possibilità umane applicate a me medesimo.

È così che ho imparato (e ve ne ho parlato spesso) a sbagliare da solo, a saper tornare indietro, a cercare di recensire tutto il casino che mi trovavo per le mani, la maggior parte delle volte per colpa mia. E ho rimescolato un bel po’ di cose: sul fronte affettivo, su quello lavorativo, nel campo degli interessi della cosiddetta cultura generale, nella musica, nella scrittura, persino nel tipo di vino da bere.

Di sicuro non sono diventato migliore. Però sono diventato. Cioè mi sono evoluto, sono cambiato. Non è vero che le cose cambiano da sole, o meglio se cambiano da sole è come confidare in una buona bottiglia di vino (scusate se torna sempre questo tema, ma è uno dei più alti e genuini che mi vengono in mente) abbandonata su un ripiano della dispensa in attesa di tempi migliori o perlomeno adeguati (su questo tema dei tempi per bere un vino rimando a un’apposita riflessione in futuro). In verità quella bottiglia, se le dai una posizione orizzontale, se le assicuri una temperatura costante, insomma se le dai un po’ di cura, cambierà sì, ma tu avrai la coscienza a posto di uno che pur, arrendendosi all’inarrestabile dittatura del cambiamento, non si rassegna a mettere il suo stuzzicadenti per puntellare il traballante mobile del futuro.   

Funziona così nel mondo che ci ostiniamo a difendere dai negazionisti delle emozioni. Siamo deboli e incerti, faciloni e ingenui, crediamo di avere la situazione in pugno senza avere la decenza di misurare il nostro pugno prima della situazione. Siamo macchine programmate per vincere sul terreno dell’avidità, della presunzione, della saccenza, ma abbiamo pochissime speranze sul fronte dell’umanità.

Quest’anno è stato molto complicato per il sottoscritto, non più di quello precedente però. Ma il settore “cazzi miei” ha qui un limite imposto dalla decenza.
Ecco, in quest’anno e in quelli precedenti spero di avervi dato almeno uno spunto utile, uno solo, di riflessione. Spero di essere riuscito a scambiare almeno una volta i panni con voi, perché in un blog è importante l’abbigliamento: si entra in un modo, ma se ne esce magari con un maglione altrui. È il book-crossing delle idee, il vero antidoto al veleno dei social. Argomentare, far sedimentare, reagire (magari incazzandosi e non tornando più).

Insomma tutto questo pippone per dirvi che questo blog compie 15 anni e che nel web non è proprio un’età da trascurare, a fronte di migliaia di blog morti in culla e ibernati per decenni, oppure tenuti crudelmente in vita solo per truccare l’audience.

Festeggiando il compleanno di questa capanna virtuale vi invito a pensare cosa eravate 15 anni fa. Dove eravate e  dove  pensavate di arrivare. Se ci siete arrivati o no, non è importante. Quello che conta è che abbiate imparato la lezione: saper sbagliare da soli è un buon modo per sopravvivere, a patto che l’errore sia sempre al suo posto e il sapere dal lato opposto.

Quattordici

Abbiamo opposto fiera resistenza durante il Berlusconismo, quando il partito dell’amore voleva farci credere che esisteva davvero un sogno italiano e che era persino a prezzi accessibili. Non ci siamo lasciati ingannare dalle sirene dell’antimafia prêt-à-porter di Crocetta e Lumia che costruivano eroi buoni manco per una fiction televisiva. Abbiamo diffidato – e i fatti ci hanno dato ragione – dei fanatismi egualitari dei “grillini” che pretendevano di renderci tutti uguali (e piccoli come loro) per decreto, azzerando meriti e competenze. Abbiamo brindato al (raro) trionfo del bello e fischiato i bulli tronfi di un potere che non meritavano. Abbiamo discusso, ci siamo accapigliati, abbiamo riso e abbiamo cercato inutilmente di nascondere le lacrime. Abbiamo sperato nel trionfo della ragione e ci siamo dovuti accontentare di un vantaggio momentaneo. Insomma ci siamo scoperti fragili e uniti nella fragilità: non tutti, giacché la fragilità consapevole è condizione di pochi.

Sono passati 14 anni dalla nascita di questo blog. E 14 anni in certi anni possono essere un’èra geologica. Oggi mi ritrovo a celebrare questo anniversario evitando decisamente ogni reflusso di nostalgia (la nostalgia è un modo di spacciare per nuovo qualcosa di irrimediabilmente vetusto, insomma è una sorta di truffa dei sentimenti). Quindi guardo avanti, oltre la cortina nebbiosa che in questo maledetto 2020 ci offusca l’orizzonte. Grazie a questo blog ho cambiato lavoro molte volte, ho conosciuto persone determinanti, ne ho allontanate di mefitiche, ho coltivato amicizie e rotto sodalizi, ho cazzeggiato e scritto opere teatrali, ho cantato e pianto, ho scoperto nuove strade del mondo e imparato che la parte più importante di una fuga è quella del ritorno.

Per questo mi impegno a continuare, a riempire queste pagine, a preferirle rispetto alle timeline dei social. Perché sono mie, nostre, di chi ci ha buttato un occhio o ha scritto due parole: sono una memoria che nulla ha a che vedere con le sveltine di Facebook.

Quattordici anni sono un tempo sufficientemente importante per una vita, come possono esserlo quattordici minuti o quattordici secondi a seconda dei contesti. Le gioie e i dolori hanno uno strano rapporto col tempo, a meno che non si scelga di vivere il presente e basta. Ecco, in questi 14 anni sono cambiato molto in tal senso: credevo nel “per sempre” di Alice nel paese delle meraviglie, ma oggi non me ne curo più. Preferisco il “mentre”. Preferisco attraversarlo, il tempo. Gustandomi il cuore della torta, magari infilandoci un dito, e fottendomene della fetta.

Siamo fatti di panna e fragole, siamo deperibili, ma capaci di scatenare una tempesta di piacere se finiamo nei palati giusti. Godiamocela, prima che il frigorifero si scassi.
Viviamo in un universo di interferenze. Ma le interferenze se ben orchestrate possono essere musica.

E sono tredici

E sono tredici. Questo blog macina un altro anno e cerca di invecchiare meglio del suo titolare, un po’ come accade con certe automobili ben curate. Per questo anniversario ho deciso di dividere il messaggio urbi et orbi in due parti. La prima è questa e la leggerete (spero), la seconda la guarderete e la ascolterete (spero) nel video in questa pagina. Perché ci sono cose che si scrivono e cose che si dicono guardandosi in faccia. Ed è bene ricordarcelo.

Quante vite sono trascorse da quando digitai le prima parole su queste pagine? Tre? Quattro? Di certo molto è cambiato e non solo dalle mie parti, ma nei quartieri del mondo.

I problemi hanno una caratteristica imbarazzante: più sono antichi, più ci sembrano ridimensionabili. C’è sempre un problema nuovo a scacciarne uno vecchio, e il più recente sembra più pesante, irrisolvibile. Nella fenomenologia delle rotture di coglioni, il fattore tempo altera il peso specifico dell’evento disturbante nascondendone invece la vera essenza: se un problema è antico vuol dire che permane, quindi è un problemone. Tutto ciò ha a che fare con l’assuefazione: persino la spina nel piede dopo un po’ fa il callo.

Ecco, il mio tema di questo 2019 è stata la lotta contro l’assuefazione e la sua sorellastra, la distrazione. Ci ho scritto un’opera e una pièce dove l’unica parola bandita era “rimpianto”. Il rimpianto è l’alibi dei deboli che non sono riusciti manco a passare per imbecilli, magari per riuscire a riscuotere una sorta di reddito di cittadinanza della coscienza civile.

Mi piace pensare che in questi tredici anni l’allenamento per una sana intransigenza abbia coinvolto qualcuno di voi, tipo le vecchie lezioni di aerobica in tv dove c’era un tale che cantilenava qualcosa che finiva sempre con “and step… and go…” e insinuava un tremendo tarlo: davanti alla televisione si poteva persino non star seduti. Ecco, l’idea che davanti a un blog – uno dei pochi blog sopravvissuti – si possa fare, ergo pensare, qualcosa di non consono, non allineato, è carburante nel motore della mia autostima. Ed è il motivo per cui sarei tentato di ringraziarvi personalmente, in un porta a porta tipo rappresentante del Folletto. Non è detto che non lo faccia. Grazie a tutti, grazie di cuore.

P.S.
Questa era la parte scritta. Ora, se volete c’è quella parlata…

Dodici anni

È stato un anno difficile ma entusiasmante. Il dodicesimo di anni difficili ma entusiasmanti, da quando cioè vive questo blog che oggi fa il compleanno. Non sono molti i blog che resistono da tanto tempo, perché non è l’usura il peggiore nemico ma la consunzione delle idee o la loro diluizione nell’acquitrino dei social, acqua che sembra mare aperto ed è invece una pozzanghera che ce l’ha fatta. Dodici anni sono almeno due o tre vite per me, tanto sono cambiate le cose intorno a queste pagine. La compagnia di giro, i suonatori, i nani, le ballerine, i figuranti e i protagonisti, fossimo stati in un frullatore ci saremmo riposati di più. Grazie a questo blog – l’ho già scritto e lo ripeto – ho imparato molto, soprattutto a sbagliare da solo e a non dare mai la colpa agli altri se un ingranaggio si inceppa. Ho anche cambiato lavoro e imparato a fare nuove cose, sempre partendo dall’esperienza maturata su questo campo: in questi dodici anni non c’è giro di boa, non c’è emozione degna di nota che non abbia avuto un riverbero qui. Ed è un orgoglio immaginare che quel manipolo di coraggiosi che ogni giorno passa da queste parti abbia in comune col tenutario del blog la voglia di tenere lontana l’imparzialità. Io non sono imparziale, non lo voglio essere e quando è accaduto è stato sempre perché ero distratto, o costretto dalle circostanze, o magari facevo finta e non me ne rendevo conto: comunque per colpa mia (vedi sopra). Imparziale è il giudice, l’arbitro. Non chi scrive, chi racconta, chi sogna e chi crede. Nel mondo delle idee, da quelle più alte a quelle al di sotto della cintola, ci si schiera. Un tempo si credeva nella penna come una spada, oggi le metafore possono contare su nuove armi. Di sicuro la penna non sarà una bilancia perché la ragione non ha un peso forma e tenerla a stecchetto significa lasciarla morire.

Se siete qui so che sapete meglio di me dove potrei andare a parare, perché noi imparziali e felici ci capiamo senza dispendio di inutili sillabe.
Per questo, anche per questo, vi ringrazio.
Felicità.

Undici anni, stiamo insieme

Undici anni. Cazzo, undici anni è un ragazzino che va in prima media, è la durata del ciclo solare, è la condanna in primo grado a Francantonio Genovese per lo scandalo sulla Formazione professionale in Sicilia, è il numero della missione Apollo che portò il primo uomo sulla Luna,  è il tempo che ci separa dall’ultima coppa del mondo di calcio vinta dalla nostra nazionale e dalla morte di Piergiorgio Welby, è il nome della giovane protagonista di Stranger Things, è il punteggio con cui il vecchio Totocalcio ci faceva mangiare le mani e il Totip invece godere così così, è l’età in cui scoprii il Super8, è il numero dei cornuti.
Ed è l’età di questo blog.
Undici anni fa. Lavoro, domicili, sentimenti, prospettive, musica, amicizie. Un cataclisma entusiasmante di passioni, delusioni, rivincite. Comunque un inanellarsi di elementi di stupore spesso estremo. Negli altri anniversari, su queste pagine, ho parlato di voi, della pattuglia inscalfibile di lettori, delle notizie che ci avevano affascinato, dei mood nei quali eravamo incappati. Stavolta c’è un contesto molto più invadente al quale dare spazio.
Il mondo è cambiato nel modo più complicato possibile, cioè nei microcosmi delle piccole cose. Un esempio per tutti sintonizzato su queste frequenze: prima si commentava nel blog, cioè nel luogo dello spunto, della notizia, oggi si commenta altrove, sui social, cioè nel luogo del riverbero, una agorà che usurpa contenuti non suoi e che declina ogni responsabilità rispetto ai contenuti tutti suoi.
Il tema della post verità ha aperto una nuova fase della mia vita professionale: da quando esiste questo blog ho cambiato lavoro almeno quattro volte, sempre con gioiosa fatica e con le mie sole forze. Oggi la vera soddisfazione arriva dalle università che mi chiamano a raccontare quel che ho appreso in questo lungo e periglioso cammino, dalla libertà con cui posso scrivere concedendomi il beneficio del dubbio, dall’orgogliosa insoddisfazione di aver scelto di guadagnare meno di chi mi ha preceduto e dal malcelato orgoglio di aver raggiunto risultati che i miei predecessori si sognano. Lo scrivo con presunzione perché ognuno a casa sua può mettere i piedi sul tavolino quando, alla sera, è giunto il momento di un rilassato bilancio. E nessuno può recensire le sue gambe stanche.
Perché questo è il mio blog e ho la concessione di suonarmela e di cantarmela: è inebriante quando qualcuno mi incontra e mi dice “ti leggo sempre” e io ringrazio sempre con la stessa frase, “Questo è il vero premio, il Signore te lo paga”. E giù benedizioni laiche che solitamente si traducono in aperitivo pagato. È accaduto sino a ieri con una persona sconosciuta, giuro.
Undici anni sono una vita e il giro di boa di una vita: oltre 3.600 post sono poco meno di un post al giorno, festivi e cazzi miei compresi. Converrete che è un dato che merita se non rispetto, almeno compassione.
Sorvolo su questo 2017 che se ne sta andando, un anno orribile per il sottoscritto, e guardo al futuro quando anche questo formato, con ogni probabilità, dovrà cambiare. I giornali poveri di idee e l’aggressività degli haters impongono mutazioni genetiche che non mi spaventano. Uno degli elementi che più mi inorgoglisce è la crescita esponenziale dei miei detrattori: quest’anno la magistratura penale ha condannato in sede definitiva un mio diffamatore con sentenza destinata a essere una pietra miliare nell’era delle fake news. Ciò vuol dire che vale ancora la pena di grattare la ruggine delle verità di comodo e di disarcionare gli improvvisati di un mestiere che al giorno d’oggi, purtroppo,  è fatto più di nostalgia che di illuminazioni.
Insomma in un clima da sopravvissuti vi dico grazie e una volta tanto vi chiedo di restare vigili.
Stiamo insieme che fuori fa freddo.

In cammino da dieci anni

in cammino

Oggi questo blog compie 10 anni. E già questo basterebbe per dire: miii! Nell’era dell’ultravelocità, della compressione temporale, dell’istantaneità di Snapchat, dell’invecchiamento subitaneo dei concetti, un blog che dura da 3.650 giorni, con 3.480 post pubblicati e 18.630 commenti, va in qualche modo celebrato (che sia il mio o quello di qualcun altro).
E allora partiamo con la parte più semplice, quella che compone la short version di questo pezzo.
Come siamo cambiati?
Politicamente siamo avanzati di pochi passi, quello che serve per poter tornare indietro senza fatica non appena se ne presenta l’occasione.
Tecnologicamente siamo extraterrestri rispetto a dieci anni fa, basti pensare alla rivoluzione degli smartphone che ha influenzato i nostri costumi.
Sul fronte del web lo tsunami dei social ha cambiato l’orografia dei luoghi digitali. Un esempio per tutti, tra quelli che mi riguardano direttamente in questa occasione: il trasferimento dei commenti dal blog a Facebook, cioè dal luogo primigenio dell’idea, a quello in cui l’idea è semplicemente messa in vetrina. Ci ho messo del tempo per adattarmi a questo circolo innaturale dell’opinione: io scrivo sul blog, posto il link sul social, la gente dal link del social va a leggere il blog, quindi torna indietro, e poi va di nuovo in avanti, al social, dove commenta qualcosa che lì non c’è, perché il testo originale è nel blog. In principio credevo di trovarmi di fronte a una sorta di schizofrenia, poi però ci ho fatto l’abitudine: del resto anche il cilicio col tempo diventa meno straziante.
C’è stato un momento, lo scorso anno, in cui ho avuto la tentazione di mollare. Gli impegni personali, l’invadenza dei social network, la mancanza di grandi stimoli di cronaca mi avevano fiaccato. Ma proprio mentre stavo per vergare la mia letterina di addio mi è capitato di rileggere alcune di queste pagine e di rivivere l’emozione di un tempo, quando scrivevo qui per missione, per vendetta, per esigenza vitale. All’improvviso mi sono imbattuto in un commento di una persona che poi, proprio grazie al blog, è diventata amica: mi faceva il complimento più bello.

uomo-libero

Ecco che cosa cerchiamo noi che viviamo di parole scritte. Cerchiamo altre parole scritte che ci sostengano, perché noi non siamo cemento, ma mattoni. E i mattoni da soli non servono a niente se non c’è qualcosa che li tenga su, impilati e solidi.
Questo penso al traguardo di questi dieci anni. E per questo vi ringrazio. Per essere stati cemento, tutti voi.

 Fine della short version.

 

Per chi ha ancora voglia e pazienza di leggere c’è poi il capitolo personale.

Continua a leggere In cammino da dieci anni

Nove anni possibilmente per non perdersi

blog

Nove anni sono passati. Da quando pastrocchiai le prime quattro parole su questo blog sono passati nove anni. Allora non ci credevo troppo, pensavo a un riempitivo della vita, una specie di abbaino in cui rifugiarsi quando si vuol far finta di pensare ad altro. Invece quelle quattro parole cambiarono tutto.
In questi nove anni, da qui sono passati pensieri di ogni forgia, autori di ogni pedigree, è passata vita (molta) e miracoli (pochi) di molti di noi. Anche la morte ha avuto la sua fetta, perché è inevitabile guardare un fiume che scorre e non pensare a ciò che passa e che non c’è più.
Inutile dirvi quanto sia cambiata la mia esistenza. Chi ha avuto la pazienza di seguirmi ha avuto qualche assaggio della rivoluzione che mi ha investito da quel 10 dicembre 2006. Continua a leggere Nove anni possibilmente per non perdersi

Migliori, otto anni dopo

imageL’altro giorno, parlando in un seminario dell’ordine dei giornalisti, raccontavo come il web non possa essere ignorato da chi fa questo mestiere. I nuovi linguaggi, le nuove tecnologie, i nuovi supporti sono determinanti per chi scrive, racconta, testimonia.
Immaginare un lavoro come il mio senza il web è come pedalare con ruote quadrate: si può fare, al limite, ma lo sforzo è inutile.
Mentre parlavo pensavo a questo blog, che in questi giorni compie otto anni. E pensavo a quanta vita è passata da quando scrissi il primo, incerto, post.
Se è vero che noi siamo quel che siamo stati, è anche vero che essere soddisfatti di ciò che si fa non vuol dire aver inanellato nel tempo una soddisfazione dopo l’altra. In queste pagine, che ogni tanto mi capita di sfogliare, c’è però il meglio del web, nel senso che c’è il lato migliore di quello che il web sa offrire in senso generico. C’è la voglia di condivisione, c’è quel pizzico di autoreferenzialità che aggiunge pepe alle discussioni, c’è la voglia di imparare, c’è l’incazzatura populista e c’è la risata grassa, c’è molto di noi e c’è poco di chi non ci interessa, c’è la certezza e c’è l’illusione, c’è la scelta sbagliata e c’è l’umana vendetta, c’è il perdono e c’è il cazzeggio. C’è soprattutto la curiosità.
Mi sono chiesto più volte come sarebbe stata la mia vita se in quella pigra domenica di otto anni fa non avessi smanettato su blogspot per dar vita a questo blog. E mi sono risposto puntualmente: peggiore. Non sto qui a spiegare il perché, anche se è intuibile dalle prime righe di questo post. Aggiungo solo che per cercare di essere migliori bisogna frequentare persone migliori e in tal senso non immaginate quanto, queste pagine mi abbiano aiutato.
Quindi, ancora una volta, grazie, grazie, grazie.