Se i teatri non interessano alla politica

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Tutto è più difficile quando in una città come Palermo, in una terra come la Sicilia, si avvicinano le elezioni. Perché nell’attesa del momento cruciale del voto – l’appuntamento elettorale è ontologicamente compreso nella categoria di “cose in divenire” – non si trova nulla di meglio da fare che rallentare, diluire, fermarsi. In un raro momento di comunità d’intenti la politica e la burocrazia tendono a spegnere i motori, da un lato per una sorta di indolenza da ultimo di giorno di scuola, dall’altro per non concedere vantaggi a chi arriverà.

Il caso più eclatante scaturito da questa pericolosa miscela di immobilismo e menefreghismo è quello della cultura. L’esempio dei teatri cittadini affamati da una guerra tra bande nei palazzi della politica è cruciale. In questi casi l’imperativo politico è quello di prendere decisioni soltanto quando non ci sono più alternative. Attenzione, questa logica non è nuova e non l’hanno inventata a Palermo: ne ha parlato lo scorso anno Alessandro Baricco quando ha tratteggiato i limiti della cosiddetta “intelligenza novecentesca”. “Se io sbaglio una serie di gesti, arriverà un momento in cui fare una cosa sbagliata sarà l’unica cosa giusta da fare”, ha scritto. “L’intelligenza novecentesca non trova soluzioni che non siano obbligate perché quel che sta giocando è un suo finale di partita, la posizione dei pezzi è da tempo determinata da strategie decise nel secolo scorso, i pezzi persi non si possono più recuperare”.
La politica isolana chiamata a decidere su arte e cultura si muove quando non ci sono più alternative. Col risultato di non scegliere, di non imprimere un’orma: però senza alternative non si prendono decisioni e si è ostaggi (quantomeno) di se stessi.
Quando ci si muove per emergenze (vale non solo per la cultura, ovviamente) non si esercita nessun ruolo di indirizzo, di governo. Quella delle spalle al muro non è una strategia, ma una resa. Tutto ciò innesca un circolo vizioso: se al governante non interessa la sopravvivenza degli artisti, il popolo che gli andrà appresso non si accorgerà più della morte della cultura perché nessuno avverte la mancanza di ciò che non conosce o che ha dimenticato. È qualcosa che accade ogni giorno, col benaltrismo applicato alle mille emergenze di una città sporca e affamata (non solo di cibo), con l’irritante sentire comune per cui c’è sempre qualcosa di più importante di cui discutere quando il problema non riguarda traffico e immondizia, con il trionfo dell’improvvisazione e il divieto assoluto di pianificare.

C’è poi il capitolo più inquietante. Quello dell’innovazione.

Per troppo tempo il futuro e la cultura sono stati considerati temi distanti tra loro. La Sicilia è terra di passato per eccellenza, monumento e simbolo di storia. I nostri scrigni d’arte brillano di luce propria.
Ribadiamolo: del passato si dovrebbero occupare gli storici, del presente i burocrati, del futuro i governi. Ora, in vista dell’ennesima tornata elettorale c’è solo una rivoluzione obbligata, quella del futuro (di cui abbiamo abbondantemente parlato qui). Ma per arrivare al futuro è vincolante dichiarare che il presente è un investimento che può avere costi altissimi.
È come costruire una metropolitana in una città dalla mentalità medioevale (ve ne viene in mente qualcuna?): anni di scavi, sacrifici per i cittadini, disagi tremendi, polvere, clacson, soloni urbanisti, cialtroni urbanisti, cialtroni e soloni senza specializzazione. Si paga oggi per ciò che servirà domani. E la verità è che il governante che si impegna a prendersi i fischi e gli improperi per quei lavori si sta curando del futuro di quegli stessi cittadini che lo maledicono. Ma è complicato da spiegare se non esiste una mentalità che inquadra le cose nel loro divenire e invece le fotografa e basta.
A questo serve la cultura. A dare l’inquadratura giusta, a fungere da terza dimensione per donare profondità persino alle urgenze più fastidiose: soffri oggi per godere domani e sempre.
Si dice innovazione e si pensa ai computer o al wi-fi libero, che sono cose che da sole non servono a un tubo. La vera innovazione sta nel provare a uscire dalla famosa “intelligenza novecentesca” di cui sopra. Serve una visione nuova che ci imponga di addestrarci per affrontare una realtà che cambia a velocità vertiginosa. Provate a frequentare un ufficio pubblico per testare la volontà di adattamento, la capacità di reazione. Si fanno leggi e regolamenti per situazioni statiche che mai si verificheranno nella realtà e si cerca di cristallizzare decisioni che riguardano ambiti estremamente fluidi. Si usa la flessibilità solo per costringere i lavoratori a orari più elastici, quindi per un uso magari mortificante, ma non la si prende minimamente in considerazione per agevolare, chessò, un progetto artistico che merita.
Innovazione è premiare la competenza e proteggerla dalle scorribande dei caporioni di quella politica che usa i voti come carta moneta. È soprattutto giocare a carte scoperte, senza blindature partitiche né adunate populistiche. Se ci pensate, la prima cosa che i candidati a sindaco fanno è andare a stringere mani e imbastire promesse nei mercati popolari.
Avete mai visto uno che fa la stessa cosa in un teatro, in una libreria, in un museo?

Prima che vi cali la palpebra

Vorrei fare un bilancio, ma è meglio di no. Ho già letto i vostri e in qualche modo ci ho trovato cose mie, anche se non ci conosciamo, o ci conosciamo e non ci piacciamo, o ci conosciamo e basta. Insomma c’è un limite umano ai desideri, soprattutto a quelli irrealizzati, che senso ha continuare a enumerarli? Discorso diverso per le sconfitte, quelle non si esibiscono, si analizzano, si metabolizzano per quel che è possibile e soprattutto si usano per imbarcarci nella più grande illusione ottica che la nostra socialità spicciola ci propone: dagli errori si impara sempre.
Niente di più falso. Non si impara nulla a meno che non si tratti di piccoli sbagli o di errate valutazioni pressoché matematiche. Non se ne esce migliori quasi mai. Perché un errore importante è il frutto di forze vettoriali che arrivano da lontano, che ci avviluppano e soprattutto che non rappresentano mai una attenuante (come invece ci piace credere).

Tuttavia non è di errori che volevo parlarvi. Potrei scriverne un trattato, ma sarebbe un modo imbarazzante per cercare di tirarsi fuori. No, no. Conosciamo tutti la capacità di attrazione che hanno le cose sconsiderate e non ha senso cadere nella solita trappola di mostrarci come perfetti avvocati nei confronti delle nostre cazzate e al contempo come severissimi giudici con quelle degli altri.

 Il punto è un altro. Vediamo se riesco a essere chiaro prima che vi cali la palpebra. Da molti anni, per via di quello che una volta si chiamava progresso e che oggi non si chiama in nessun modo ma attiene al senso di provvisorietà pandemico e cretinologico, non riusciamo a vivere pienamente il presente senza l’imbarazzo di credere di tralasciare il passato, e insieme senza la paura di non essere proiettati sufficientemente nel futuro. Paul Bloom ne ha scritto su The New Yorker identificando alcuni esempi.

“Possiamo avere un ‘pregiudizio sull’immediatezza’: mangiamo i popcorn quando il film sta per cominciare, anche se forse ce li potremmo godere di più aspettando. O un ‘pregiudizio sul futuro’: ci turba un compito spiacevole che dovremo svolgere domani, anche se non c’infastidisce per niente il ricordo di aver fatto un compito altrettanto sgradevole ieri. O forse abbiamo un ‘pregiudizio strutturale’, quando preferiamo una certa sequenza temporale per le nostre esperienze: pianifichiamo la vacanza in modo che la parte migliore arrivi alla fine. Secondo la filosofa Meghan Sullivan questi pregiudizi temporali sono errori”.  

Ecco è questo il punto, anzi l’unico punto del mio bilancio di questo 2021.
Non ce lo confessiamo facilmente, ma tendiamo a essere freddi e razionali quando pianifichiamo un futuro distante e invece perdiamo il controllo quando le tentazioni si avvicinano nel tempo.
Molto più spesso il passato lo vediamo in modo corale (famiglia, scuola, lavoro), mentre per il futuro abbiamo una soggettiva in prima persona: soli, nudi, magari illusoriamente coraggiosi.
Non ho lezioncine da dare, sono stato disarcionato da tempo da qualunque ruolo preveda una cattedra, uno scranno, persino uno strapuntino. Però a occhio e croce credo che qualsiasi persona di buon senso debba imparare a vivere, in una certa misura, fuori dal momento.

È questo il mio augurio per questo 2022 imbottito di incognite: aboliamo i pregiudizi sul tempo (e ve lo dice uno che cerca di occuparsi di futuro) e non diamo sempre peso a “inizio” e “fine“. C’è un “mentre” che ci aspetta e che, solitamente, buttiamo alle ortiche.

Buon anno.   

Secondo me

C’è un antico problema del giornalismo, diventato modernissimo per via dei negazionisti dell’ultima ora, no vax o no brain che siano. E cioè quello legato al valore della testimonianza. Un giornalista gode di un privilegio sin dai tempi in cui il giornalismo è nato: lui c’è, racconta, commenta laddove gli altri non ci sono, quindi non possono raccontare con facilità e di conseguenza non possono commentare con dovizia di particolari. È il fattore del “secondo me”. Un fattore cruciale ai giorni nostri. Non vi sfuggirà infatti che il “secondo me” rappresenta un vantaggio e al tempo stesso un handicap.

Il “secondo me” che conosciamo sino al pre-pandemia, anzi – diciamolo chiaramente – sino a prima dell’avvento del Movimento 5 stelle di Grillo e Casaleggio, era un vantaggio perlopiù professionale, un po’ come il poliziotto che arriva per primo sulla scena del delitto o il regista che conosce tutte le scene tagliate e i retroscena proibiti del suo film. Poi c’è stata l’ecatombe della ragione e il “secondo me” è diventato il vessillo del famigerato “uno vale uno”, la bandiera della cultura da smartphone (un tempo c’erano i Bignamini – e magari li rimpiangiamo – oggi c’è l’indice di Telegram), l’altare su cui immolare ogni certezza scientifica o peggio su cui bruciare ogni residuo di realtà.

È tutto in questo uno-due, in questo capovolgimento che pare istantaneo e che invece parte da lontano (ne abbiamo parlato qui a proposito di un modello comunicativo deviato e purtroppo di successo) gran parte dello sfacelo dei nostri giorni. Perché sino a quando la ragione aveva una sua cittadinanza, una testimonianza serviva per farsi un’idea, non per costruirne una completamente falsa.


E la “falsa idea” è il cancro sociale dei nostri giorni.

Oggi la Terra rotonda (e persino quella piatta) è popolata da persone che credono di aver razionalizzato un evento, con le sue cause e le sue conseguenze, e che costruiscono su questa illusione un abbecedario per il futuro. Però il futuro ha un cazzo di problema, è aperto a ciò che non esiste ma chiusissimo allo spaccio di verità false. Perché il futuro sbugiarda sempre, spesso con crudeltà estrema. Il futuro non fa sconti. Il futuro stupra i sui stupratori, senza pietà. Solo che, ontologicamente, lo fa coi suoi tempi, decimando i testimoni: la vita è una malattia mortale (cit).

Recuperare il valore della testimonianza è una cosa molto complicata poiché è un atto bilaterale, e gli atti bilaterali rompono i coglioni: non basta un mea culpa o un ripassino fatto bene, devi sempre trovare uno che controfirmi il tuo ravvedimento. Insomma, un vero casino. È così che sono morti gran parte dei giornali, non hanno saputo trovare credito per la controfirma, per il tacito contratto tra due parti che in fondo sono una sola.
Però una cosa la dobbiamo tenere a mente. Che la testimonianza è il primo motore immobile del tempo. Senza, non c’è futuro e manco presente.
Senza testimonianze non avremmo contezza di ciò che accade fuori dal nostro raggio visivo. Non sapremmo niente delle meraviglie che ci aspettano. Non pregusteremmo l’arte, la tecnologia, l’amore.

Viviamo biologicamente secondo le regole di quel genio trasversale di Dante, similitudine e contrappasso. Sentiamo più freddo di quella volta, vogliamo essere accarezzati come quell’altra volta, non intendiamo stare male come quella volta, confidiamo di scamparla meglio di quell’altra volta.  

Non so come recupereremo il valore della testimonianza, giornalisti e non. So solo che senza, non saremo migliori o peggiori, non saremo più o meno scaltri, non saremo in vantaggio o sconfitti. Semplicemente non saremo. Testimoni.

Quattro chili

Sono uno che quando è triste mangia e quando è allegro beve. Insomma sono un pessimo spot per i luoghi comuni applicati all’umore. Però mi ascolto abbastanza per evitare di farmi prendere alle spalle da me stesso: i peggiori tradimenti vengono spesso da noi, e anche qui ci allontaniamo dai luoghi comuni.

Mi sono accorto di una cosa abbastanza normale per noi uomini di una certa età, cioè di aver preso qualche chilo. La cosa che mi ha suscitato qualche pensiero è come sia potuto accadere, anzi come è realmente accaduto. Da quando il mio papà ha scelto di viaggiare da solo e nonostante un mese abbondante di dieta analcolica, causa seccatura esofagea (che scritto così fa un po’ schifo, ammetto), il mio girovita ha subito una variazione. Poca roba, per carità: ma qui mi piace parlarne per centrare un tema, quello dell’imprevedibilità di certe sensazioni fisiche.

Si può essere felici nell’inquietudine e scontenti in un assetto di buon vivere. Io, che sono uno fortunato (almeno fino a ora, nonostante influssi che non appartengono alla mia sfera affettiva) ho imparato a distinguere il futuro da manuale da quello anarchico. Cerco di godermi il poco che raccolgo e il molto che mi dà chi mi vuole davvero bene e mi cimento nello smontaggio ulteriore dei luoghi comuni applicati all’umore.

Quest’estate camminerò un po’ meno dell’altra volta. Mangerò e berrò meglio e non chiederò troppo al mio fisico, che già mi ha fatto il favore di archiviare gran parte delle scemenze che gli ho imposto nei decenni meravigliosamente scellerati della gioventù. Non proverò vergogna per questi quattro chili in più (ebbene sì, ecco il numero che chiedevate senza chiedere). Cercherò di non essere triste e di mangiare e bere sempre come quando sono allegro. Non è vero che l’anima e il corpo sono una cosa sola. Dell’anima in fondo non sappiamo un tubo sino a quando siamo vivi e il solo pensarci mi deprime. Meglio occuparsi del resto.

Antiruggine

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Sarebbe limitante farne una questione di soldi. Se anche la Red Bull avesse versato al Comune di Palermo dieci, cento volte il misero compenso per l’occupazione di suolo pubblico per girare il videoclip della discordia, nulla sarebbe cambiato. Perché è sempre una questione di “visione novecentesca”, come scrivevamo qualche giorno fa, è sempre un problema di nuovi ingranaggi che devono girare per altri motori, più moderni. E la vicenda Red Bull è il paradigma sul quale ipotizzare futuribili scenari di buona amministrazione. Non c’entrano i partiti e forse neanche le persone: c’entra il metodo. Non si possono più affrontare scelte complesse, strategicamente cruciali (l’immagine di una città e il suo riverbero dinanzi una platea mondiale lo sono) senza un nuovo manuale delle istruzioni. Le normali connessioni tra apparati e il sistema che sino a oggi ha garantito lunga vita alla politica dei compartimenti stagni non consentono più a una città come Palermo di sopravvivere. I nostri sono tempi in cui la rapidità di esecuzione è già una quota di successo e la qualità di un progetto sta anche nel percorso che porta alla sua realizzazione. Insomma non è più il fine che giustifica i mezzi, ma il mezzo stesso che talvolta si fa fine. Ciò comporta un cambiamento radicale di visione amministrativa: meno assessorati, più pool multidisciplinari, meno burocrati, più esperti. La politica, specialmente quella locale, da sola non ce la può fare: per ruggine culturale, per convenienza. È la fine dei monarchi civici assoluti e un’occasione per i tecnici di un nuovo sistema di relazioni che un tempo era la base della politica e oggi è il fondamento dell’unico progresso possibile. Quello dei fatti che schiacciano le chiacchiere.       

Palermo è in difficoltà

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Il vecchio gioco non regge più. Il refrain della “città bella nonostante tutto” che attrae turisti e consola i più ottimisti tra i palermitani è solo l’eco lontana di una giustificazione che piaceva, ci piaceva. Palermo “bella nonostante tutto” era bella sin quando quel “nonostante tutto” non è diventato invadente, grottesco. Oggi la città soffre talmente da non opporre quasi più resistenza: e sappiamo bene che dalle nostre parti la rassegnazione è, nel migliore dei casi, una pericolosa forma di difesa, quella che più facilmente cede alle scorciatoie del qualunquismo, alle tentazioni del rimpianto nei confronti di chi non merita rimpianto. Al di là del traffico, dell’immondizia, delle bare senza sepoltura, la vera crisi di Palermo è nella visione di chi la amministra. Una visione novecentesca che procede (quando procede) per compartimenti stagni. Invece no, la città del futuro, come una grande azienda o come un consesso di teste pensanti, deve superare questa logica di guerra tra uffici, di barricate in consiglio comunale che rimandano più a un film dei Monty Phyton che a un dibattito politico o a un suo surrogato. La distanza della politica rispetto alle persone può essere accorciata soltanto se, ad esempio, la politica la smette di usare delibere (che sono atti importanti per la vita di una comunità) come strumento di guerra e capisce che la paralisi amministrativa non è più, come un tempo, uno stratagemma per gestire potere, ma un’offesa alla cittadinanza. Insomma una nuova visione, realistica e lungimirante, deve tener conto dei tempi che non sono più quelli del “nonostante tutto”. Niente più ardite scommesse, servono scelte consapevoli. Niente più politica dei piccoli passi, servono falcate.    

Il futuro se ne fotte del bilancino

Non potremmo concludere la nostra riflessione sulla rivoluzione obbligata del futuro senza parlare dell’informazione e della politica. Due argomenti che, in piena epoca di qualunquismo destrutturato e di superficialità al potere, destano sbadigli se non accoppiati a improperi, maledizioni e slogan manettari. Ma proviamoci.

Il grande errore dell’informazione negli ultimi due decenni è stato quello di cercare di domare la realtà. Che detta così sembra una cosa che ha a che fare con il sacrosanto dovere di stare alle calcagna della cronaca. Invece è diverso. Le aziende editoriali italiane non si sono dimostrate capaci di offrire una proposta flessibile, non sono state in grado di declinare il prodotto nelle infinite versioni a disposizione. Prendete il rapporto tra carta e online. Ci sono giornali che per salvare il cartaceo hanno sacrificato il loro contributo sul web: una follia peraltro perpetrata da anni in redazioni in cui i siti sono stati affidati a service o a collaboratori di scarsa qualità, quasi come se si trattasse di materiale di risulta. È un tema sul quale in queste pagine si dibatte da troppo tempo, quindi la faccio breve.
Il futuro del giornalismo è tutto nel saper guardare oltre la cronaca: e questo va bene come slogan.
Nel cogliere la rarefazione degli attimi in un fatto e nell’analizzarla come si fa con un video al rallentatore: e siamo più dentro la questione, no?
Ma affondiamo la lama.
Il futuro del giornalismo è tutto nel sottrarre una quota di tempo alla cronaca, quindi nel non dimenticare ciò che è stato ieri e nel non sforzarsi in vaticini fatti a pelle magari sulla scia dell’ennesimo sondaggio (e i sondaggi sono quanto di più distante ci possa essere dal futuro). Nel togliersi dalla testa ogni velleità di controllo delle masse (il “controllo delle masse” ricorda più un film di Woody Allen che un programma politico-editoriale) e nello sposare con orgoglio una forma di narrazione: soggettiva, parziale, non equidistante.

Il futuro se ne fotte del bilancino, le rivoluzioni si fanno con gli squilibri, cazzo. E di squilibri culturali, di scontri di idee, di collisioni di proposte c’è bisogno in quest’era di finti dibattiti, in cui la scelta è prevalentemente tra una constatazione di ciò che è reale e un anelito negazionista, tra un’ovvietà (però reale) e una palese cazzata.

Infine siamo alla politica.
La politica è il terreno di coltura di tutto questo. È il punto di partenza e quello di arrivo, è il battesimo e giorno del giudizio. Anche qui il fattore tempo conta. In politica la nostalgia è sconsigliata dato che il passato ha sempre una brutta sorpresa per chi vuole scavare. Ma manco il futuro scherza. Le recenti cronache ci insegnano che nemmeno il trito “largo ai giovani” funziona più: in Italia abbiamo deputati e ministri imberbi che sono riusciti a fare più casini dei vecchi democristiano incatramati di convergenze parallele e di polvere massonica.
Perché? Perché conta la visione, anzi la visuale, anzi la vista a corto raggio. Perché la rivoluzione obbligata del futuro dà al futuro mandato pieno per giudicare: e per arrivare al futuro è vincolante dichiarare che il presente è un investimento che può avere costi altissimi.
È come costruire una metropolitana in una città dalla mentalità medioevale (ce ne sono, uh!): anni di scavi, sacrifici per i cittadini, disagi tremendi, polvere, clacson, soloni urbanisti, cialtroni urbanisti, cialtroni e soloni senza specializzazione. Si paga oggi per ciò che servirà domani. E la verità è che il politico che si impegna a prendersi i fischi e gli improperi per quei lavori si sta curando del futuro di quegli stessi cittadini che lo maledicono. Ma è complicato da spiegare se non esiste una mentalità che inquadra le cose nel loro divenire e le fotografa e basta.

È la politica che ci dice chi siamo, non viceversa. Il movimento più avveniristico che la sorte ci abbia elargito, proprio in questi giorni, si è arreso dinanzi alla più antica delle cause di separazione, i soldi. Ecco il Movimento 5 Stelle è l’esempio di come non si fa, quando si parla di futuro. Perché è un fenomeno costruito sulle peggiori (e pericolose) illusioni: che una cosa nuova sia ontologicamente migliore; che la tecnologia al servizio della democrazia sia una garanzia di qualità; che il sapere sia una palla al piede per volare verso il domani.
La rivoluzione obbligata del futuro parte dove finiscono le certezze, anche fondate, dietro le quali ci siamo messi al riparo sino a oggi.
Non è una scommessa, è una scelta consapevole. Soprattutto non si fa a piccoli passi, ma con falcate decise. Non serve coraggio, ma conoscenza. E consapevolezza che i soliti noti faranno le solite cose. Gli altri – inclusi quelli che sbaglieranno – faranno cose interessanti.

Il futuro è un delizioso mostro che si nutre di cose interessanti.        

3 – fine

Prima puntata.
Seconda puntata.

Cercare il passo giusto

La nuova “Netflix della cultura” di cui parlavamo ieri è lo spunto per affrontare un  ragionamento che parte dalla cultura e arriva a ben altro.

Il tema è il futuro, o meglio la rivoluzione obbligata del futuro.

Sappiamo tutti, anche chi non è interessato a ragionamenti complicati, che il mondo del post pandemia sarà un mondo diverso da quello che abbiamo lasciato, freschi e pettinati, un anno e passa fa. Ci eravamo illusi che sarebbero bastati una cantatina sui balconi, una spruzzata di ottimismo tarocco (“ne usciremo migliori”) e qualche etto di lievito di birra a darci lo speed giusto per ripartire. Invece lo scenario che ci si prospetta è molto complicato. O forse no, complicato è già una semplificazione.

Lo scenario è diverso, totalmente diverso.

Prendendo spunto dal declino di quella che Alessandro Baricco chiama intelligenza novecentesca, c’è una rivoluzione che va affrontata con una certa urgenza. Che è quella, radicale, di come inquadrare le cose, di come adattarsi alle nuove forme del sapere, di come narrare e ascoltare, di come allinearsi con la storia e col progresso.
Fino a oggi l’unico concetto di modernità o di modernizzazione è stato legato alle forme e ai mezzi di comunicazione, di socialità. Il simbolo della modernità è lo smartphone, un tempo era il computer. I social contengono l’alfabeto di un linguaggio che però tramanda sempre gli stessi concetti analogici: perché il pesce fritto lo puoi avvolgere nella carta d’oro in foglia, ma sempre pesce fritto rimarrà.
Ecco, il primo fondamentale passo verso la nostra rivoluzione obbligata non riguarda più le forme o i mezzi, ma i contenuti.
E, badate bene, non parlo di narrazione artistica. Ma ad esempio di politica, di questioni sociali. I nuovi scenari impongono una diversa confidenza col tempo che scorre. Del resto, per dirla in gergo social, le timeline non si fermano mai, a meno che il social non sia down o la vostra connessione non sia a picco, neanche quando il vostro pensiero si prende una pausa.

Il concetto di tempo è interessante da scardinare. L’inizio e la fine di un determinato evento nel mondo com’era prima, rappresentavano l’essenza dell’evento stesso. C’era un prima, un durante e un dopo. Il futuro probabilmente ci chiede di ripensare questa scansione rigida e di dare all’evento una durata non definita, facendolo vivere ad esempio di molte vite (non tutte sue). Come? Con la valorizzazione di ciò che ha portato a quel momento, la semina di nuovi momenti che da quell’evento devono scaturire e la moltiplicazione dei risultati. Uno spettacolo prima viveva due ore, domani potrà vivere all’infinito se gli si danno le giuste ramificazioni logiche: in termini di ispirazione, di investimento in quote di sapere, di tecnologia o altro, a seconda del contesto.

Inevitabilmente ci sono due categorie che diventano cruciali in questa transizione verso il nuovo sentire: gli artisti e gli insegnanti.

L’arte e la scuola possono essere palestre di ginnastica intellettiva, anzi devono esserlo. Sono gli ambiti ideali in cui cose molto moderne possono venire fuori da persone abbastanza antiche. L’intelligenza flessibile, quella che non s’inchina dinanzi alle teste coronate del pensiero iper-specializzato, ha bisogno di spazi su cui crescere: libri, teatro, musica, cinema, pittura, fotografia, e tutto ciò che proviene da quel mix prezioso che è studio e fantasia, sapere e creatività. E in tal senso si dovrà scolpire nella pietra il ruolo principale della scuola: contribuire allo sviluppo di un senso critico che sia traghetto tra le isole delle nozioni.
Insomma la nostra rivoluzione obbligata ha negli insegnanti e negli artisti i loro condottieri. E la politica? E l’informazione?
Ne parleremo domani nell’ultima puntata.

2 – continua

Prima puntata.
Terza e ultima puntata.

Blaterare di “mai più”…

Non c’entra la memoria, il cui culto tardivo e spesso interessato è fonte di maggiori problemi rispetto all’amnesia. Non c’entra nemmeno l’onanismo del futuro, nel cui nome disprezziamo in maniera indecente l’antico e i vecchi. C’entra il presente e una convinzione urgente ma non recente: che i nostri tempi, quelli che stiamo vivendo, siano di fondamentale importanza e che tutto il resto, il vissuto e ciò che verrà, non conti un cazzo.
Si chiama cronocentrismo e lo ha inventato/scoperto 46 anni fa un sociologo americano, Jib Fowles, scrivendone sulla rivista Futures. È un termine attualissimo ma, come detto, non nuovo. Racconta di come crediamo di vivere immersi in tempi stratosfericamente eccezionali quando invece, se mai ci confrontassimo con quello che ci sta alle spalle, potremmo davvero pensare di incidere qualcosa nella granitica massa del tempo che incombe e che, ahimè, ci precede.

Prendete il Coronavirus. Tutti a blaterare, me compreso, di cambiamenti epocali di “mai più” e “d’ora in poi”. Uno dei casi più emblematici è questo: sullo Spiegel si preconizza l’estinzione della notte solo perché i bar e i locali notturni sono stati costretti a chiudere per l’emergenza.
Il cronocentrismo è uno spunto per riflettere, per raccontarci. Per non diffidare di chi porta testimonianze proprie di fatti pubblici (tipica allergia in ambiente social) e incrementare le domande. Per tenere a distanza con la canna l’imbecille che indossa un gilet arancione per accusare l’alba di avergli rubato l’idea. Per parlare di chi c’era prima e di chi ci sarà dopo. Occuparci finalmente dell’altro – in altro luogo, con altro interesse, con altra cultura, in altro tempo e altri tempi – sarà il metodo migliore per cercare di trovare l’unica merce senza scadenza che vale oggi, ieri e domani: risposte, alternative.
Il migliore cibo per una civiltà è stato seminato ieri e verrà raccolto domani, non dimentichiamocelo.      

Godere sempre, please

Inebriante. Stasera ho avuto modo di parlare di futuro.
Che detta così sa di sfigato o di innovatore for dummies (tipo studente o professore della facoltà più affollata nell’università del web, dopo quella degli scienziati).
Invece il tema di ciò di cui ancora non sappiamo che tema avrà è, al di là dell’onanismo sillogistico, una bella prova di lucidità.
Usualmente, da Leopardi ai giorni nostri, futuro e ottimismo non vanno a braccetto, manco dopo estenuanti presentazioni. Persino Berlusconi (un mio indimenticabile cliente), il più grande spacciatore di ottimismo farlocco dopo Wanna Marchi, non osò mai tanto: aveva promesso di sconfiggere il cancro per decreto (cazzo il cancro, mica la famosa disoccupazione del milione e passa posti di lavoro), oggi sta su uno strapuntino di opposizione a inseguire il colpevole di turno, la Cina, la Merkel “culona”, lo Stato di cui è stato vena tranciata.
Il futuro è una cosa seria. È dei puri, anzi dei vergini (quindi io vado in coda).
Il futuro è di chi ha il coraggio di muoversi senza il fardello di un Dio che impone passaggi ingiusti, salvo scoprire che l’autostrada per la felicità origina da una strettoia.
Il futuro è in chi non nasconde il naso da Pinocchio se scommette urbi et orbi su un bene ipotecato, ma sa usare quel naso come una maschera per divertire, intrattenere.
Il futuro è in chi sa che il primo DPCM che ci ha cambiato la vita non è quello di Giuseppe Conte, ma quello di un tale che qualche millennio fa disse e fece scrivere: Io sono il Signore Dio tuo (Benigni ne racconta le gesta in modo memorabile).
Il futuro è nell’azzeramento della distanza tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo: una rivoluzione da tinello, una telefonata cruciale in più fottendosene del protocollo, un ruolo da protagonisti in un gioco che non abbiamo mai avuto il coraggio di praticare, un no di prima mattina o un a notte fonda dopo una giornata di epocale struggimento. Qualcosa che nessuno ha mai fatto e che noi possiamo fare, senza paura, inebriandoci del solo mantra che chissà perché ci siamo negati, presi come eravamo da un presente fallace: niente ritorna, tranne ciò che deve ancora arrivare.
Godere sempre, please.