15 anni di errori

Il motivo di questo post ve lo svelo alla fine. Quindi per arrivarci dovete leggervelo tutto.
E NON BARATE.
Nel dicembre del 2006, esattamente 15 anni fa, credevo che la mia vita fosse un solo lungo binario con un solo treno, che va in una sola direzione. Ero attratto più dalle cose che dalle loro prospettive e me la raffiguravo così: mi interessano i corpi, non le loro ombre. In tal modo facevo un errore molto ingenuo (e credo molto diffuso) che è quello di curare il qui e adesso (il qui e adesso di allora, intendo) e sbagliavo nel diluire il resto in una miscela di fatalismo e ottimismo. Laddove l’ottimismo era spesso l’oppio di una saggia decisione e il fatalismo il suo specchio deformante.
Allora avevo scritto un paio di libri e, grazie a una fortunata traduzione, ci avevo ricavato pure qualche soldino (con allegata prospettiva economico-lavorativa). Inoltre vivevo alla giornata, dentro e fuori casa, dentro e fuori l’ambiente di lavoro.

Ero più magro, avevo più capelli, fumavo due pacchetti di Pall Mall al giorno e correvo la mezza maratona in un’ora e 37 minuti. Per dirla in altro modo credevo che la caleidoscopica varietà di forme sociali fosse affidata al caso. Della serie, antropologia questa sconosciuta. Poi non mi sono certo messo a studiare (lo studio tipo “pronti-via” mi atterrisce più di una promessa di Salvini) , ma mi sono evoluto quasi inconsciamente in un campo per me fino ad allora vergine: quello delle possibilità umane. Nello specifico, possibilità umane applicate a me medesimo.

È così che ho imparato (e ve ne ho parlato spesso) a sbagliare da solo, a saper tornare indietro, a cercare di recensire tutto il casino che mi trovavo per le mani, la maggior parte delle volte per colpa mia. E ho rimescolato un bel po’ di cose: sul fronte affettivo, su quello lavorativo, nel campo degli interessi della cosiddetta cultura generale, nella musica, nella scrittura, persino nel tipo di vino da bere.

Di sicuro non sono diventato migliore. Però sono diventato. Cioè mi sono evoluto, sono cambiato. Non è vero che le cose cambiano da sole, o meglio se cambiano da sole è come confidare in una buona bottiglia di vino (scusate se torna sempre questo tema, ma è uno dei più alti e genuini che mi vengono in mente) abbandonata su un ripiano della dispensa in attesa di tempi migliori o perlomeno adeguati (su questo tema dei tempi per bere un vino rimando a un’apposita riflessione in futuro). In verità quella bottiglia, se le dai una posizione orizzontale, se le assicuri una temperatura costante, insomma se le dai un po’ di cura, cambierà sì, ma tu avrai la coscienza a posto di uno che pur, arrendendosi all’inarrestabile dittatura del cambiamento, non si rassegna a mettere il suo stuzzicadenti per puntellare il traballante mobile del futuro.   

Funziona così nel mondo che ci ostiniamo a difendere dai negazionisti delle emozioni. Siamo deboli e incerti, faciloni e ingenui, crediamo di avere la situazione in pugno senza avere la decenza di misurare il nostro pugno prima della situazione. Siamo macchine programmate per vincere sul terreno dell’avidità, della presunzione, della saccenza, ma abbiamo pochissime speranze sul fronte dell’umanità.

Quest’anno è stato molto complicato per il sottoscritto, non più di quello precedente però. Ma il settore “cazzi miei” ha qui un limite imposto dalla decenza.
Ecco, in quest’anno e in quelli precedenti spero di avervi dato almeno uno spunto utile, uno solo, di riflessione. Spero di essere riuscito a scambiare almeno una volta i panni con voi, perché in un blog è importante l’abbigliamento: si entra in un modo, ma se ne esce magari con un maglione altrui. È il book-crossing delle idee, il vero antidoto al veleno dei social. Argomentare, far sedimentare, reagire (magari incazzandosi e non tornando più).

Insomma tutto questo pippone per dirvi che questo blog compie 15 anni e che nel web non è proprio un’età da trascurare, a fronte di migliaia di blog morti in culla e ibernati per decenni, oppure tenuti crudelmente in vita solo per truccare l’audience.

Festeggiando il compleanno di questa capanna virtuale vi invito a pensare cosa eravate 15 anni fa. Dove eravate e  dove  pensavate di arrivare. Se ci siete arrivati o no, non è importante. Quello che conta è che abbiate imparato la lezione: saper sbagliare da soli è un buon modo per sopravvivere, a patto che l’errore sia sempre al suo posto e il sapere dal lato opposto.

Falcone e le illusioni da evitare

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

In questo 23 maggio che sa di primavera sociale, di luce che allontana il buio, di vita da riabbracciare dopo i patemi del Covid, Palermo si sveglia immersa in una mostra che vuole ricordare altri inverni, altri tempi bui. I murales e le installazioni del progetto di memoria “Spazi Capaci” è un moltiplicatore di simboli: opere simbolo in luoghi simbolo in un giorno simbolo. Nel ricordo delle vittime delle stragi di Capaci e via d’Amelio i volti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino veglieranno sulle strade che portano all’aula bunker. L’opera, “La porta dei Giganti” di Andrea Buglisi, prevede due enormi ritratti su parete, uno che è già piazzato sulla facciata di un palazzo in via Duca Della Verdura, l’altro che sarà realizzato in estate su un edificio in via Sampolo. A Brancaccio, in quella che è stata per anni una periferia urbana e di legalità, c’è il polittico urbano “Roveto Ardente” di Igor Scalisi Palminteri che ritrae don Pino Puglisi e un enorme  fiammifero spento che “ha appiccato il fuoco eterno della vampa del coraggio”. In via Notarbartolo, davanti all’Albero Falcone, la statua di Peter Demetz intitolata “L’attesa” rappresenta una giovane donna che aspetta: il ritorno a casa di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, il compimento di una qualche giustizia terrena, il riscatto di una terra che pure disprezzò i suoi simboli, quando ancora la distrazione civile era un modo di vivere al passo coi tempi.

E poi i cani dell’aula bunker dell’Ucciardone. Un’imponente installazione di Velasco Vitali dal titolo “Branco”, con 54 cani a grandezza naturale, in ferro, cemento e persino uno in oro ci ricorda che i simboli non si giudicano, al limite quando si fanno arte si recensiscono. E non è questo il momento di interrogarsi sull’efficacia del mood dell’artista, ma di trovarci un’allegoria, un link, uno spunto di riflessione. O almeno di provarci.

In una terra dominata per anni oltre che dalla mafia, da un’antimafia pubblicitaria che ragiona per spot e slogan e che ripropone sempre le stesse messe cantate di una resistenza immaginaria, un coinvolgimento così totale dell’arte è una buona notizia. Tornano i lenzuoli – c’è l’immagine stilizzata dei due magistrati uccisi realizzata dai laboratori di Brancaccio del Teatro Massimo che è stata esposta in venti luoghi di cultura italiani – ed è un appiglio per la memoria. Ventinove anni fa il movimento dei drappi bianchi nacque da un volantino, altro che social, è funzionò. Forse perché c’era un contesto drammaticamente forte, forse perché i circuiti analogici della coscienza civile non risentivano di certe vacuità della partecipazione digitale: allora per esserci bisognava esserci e basta, niente clic e like. Oggi la rarefazione dell’emergenza mafiosa, che c’è ma non si vede, che trasuda ma non allaga, alimenta le illusioni. Che tutto sia passato. Che i simboli servano solo a ricordare. E che l’esercizio della memoria ci assolva dalla nostra disattenzione quotidiana.
Ecco, l’arte serve a questo: a ricordarci non chi siamo, ma chi diventeremo.  

L’uomo del sorriso

La sua forza era la leggerezza. Persino nel suo ultimo articolo, quello dell’addio che ancora oggi non si riesce a leggere senza una vagonata di fazzolettini, una risata va e viene tra le parole che pesano come i macigni del per sempre (e noi sappiamo che l’unico per sempre che ci viene dato di tastare con mano è quello dell’estrema assenza).
Eppure Francesco Foresta era un uomo di grande concretezza e di vaporosa razionalità. Al punto da scavare, tra noi sopravvissuti alla sua arte giornalistica, un prima e un dopo di lui.
Del dopo non c’è voglia di discutere: se un dopo è un dopo doloroso, meglio relegarlo all’ordinario terreno dei rimpianti, non serve tirarlo fuori nei momenti speciali come questo, quando la memoria si illude di farci sorridere delle tragedie.
Del prima, di quel prima invece è bello tirar fuori le vecchie foto dal cassetto e accarezzarle senza cedere alla nostalgia: ascoltarle, lasciare che narrino… narrino di lui, di Francesco, la cui confidenza con la tecnologia era limitata al tasto di accensione di un computer. Funzioni basilari: apri file, chiudi file, copia, elimina… Eppure il suo genio non si lasciò imbrigliare: ci mise qualche anno a capire come funzionava il web, sul quale pure aveva avuto molte riserve in principio, poi partorì l’idea cruciale. “Live Sicilia”, il primo vero portale di informazione online in Sicilia pensato con un’ottica moderna, spiazzò tutti. C’erano dentro tutta la sua prorompenza giornalistica e la sua lungimiranza professionale che già qualche anno prima avevano figliato “I love Sicilia”. C’erano soprattutto la sua abilità nel saper scegliere le forze migliori per raggiungere un obiettivo, la sua divertita umiltà nel saper chiedere aiuto quando si muoveva in terreni nuovi. Era un vero capitano, Francesco Foresta: un fuoriclasse che aveva il fiuto del gol, ma che sapeva anche lasciare la palla al compagno per l’ultimo tocco a porta vuota.

Fu così che s’inventò il giornale on demand, la sua trovata più geniale. Capovolgendo il rapporto classico quasi conseguenziale tra lettore e notizia, studiò un foglio che si stampava solo quando il flusso della notizia era tale da farsi largo da solo tra i lettori: sfruttando la forza di certi avvenimenti, mise su una macchina editoriale che si azionava solo quando poteva fare una tiratura memorabile. Era un giornale che arrivava in edicola quasi a tradimento, ma con una solidità di argomenti tale da andare esaurito in poche ore.
Ci volevano abilità e fortuna per certe avventure. E se la prima era garantita da un fiuto professionale incredibile, la seconda andava assecondata in qualche modo. Non era nato con la camicia, Francesco, ma quando la indossava gli stava benissimo (se la metafora può in qualche modo aiutare): la sua fortuna era che della fortuna gli importava pochissimo, come chiunque viva del qui e adesso, ma quando gli passava davanti sapeva come afferrarla senza scottarsi.
E poi le risate, quelle risate che non lo hanno mai abbandonato neanche nei tempi in cui c’era poco da ridere. Rideva per festeggiare, per canzonare, per incitare (gli altri ancora prima che se stesso). Rideva convinto – e a ragione – che il mondo avrebbe riso con lui anche senza capire il perché: perché la musica delle sue risate era la colonna sonora di interminabili giornate di lavoro quando i giornali si facevano di notte e, soprattutto, esistevano ancora. Rideva per esorcizzare la paura che, giunto ormai alla fine, gli rendeva la vita impossibile: ma vaglielo a dire alla paura che nulla è impossibile per uno che non si lascia disinnescare il sorriso neanche dal più subdolo dei mali. Rideva per vivere e sopravvivere, convinto che solo chi piange resta davvero solo. A che servono quindi le lacrime se non a scavare una distanza dagli altri, sembrava chiedersi.

Oggi, a sei anni di distanza da quell’ultimo sorriso, c’è un mondo completamente diverso da quello che i suoi occhi terreni scrutarono. Ma siamo nel dopo, in quel famoso dopo doloroso di cui non c’è voglia di discutere. C’è un pensiero che ricacciamo indietro a forza, ma che emerge galleggiando nel mare di incertezze di questo nostro presente senza emozioni tattili, senza abbracci che non siano metafore, senza la gioia del superfluo e la consolazione del contatto.
Chissà come avrebbe raccontato l’era della tristezza, l’uomo del sorriso.

Quattordici

Abbiamo opposto fiera resistenza durante il Berlusconismo, quando il partito dell’amore voleva farci credere che esisteva davvero un sogno italiano e che era persino a prezzi accessibili. Non ci siamo lasciati ingannare dalle sirene dell’antimafia prêt-à-porter di Crocetta e Lumia che costruivano eroi buoni manco per una fiction televisiva. Abbiamo diffidato – e i fatti ci hanno dato ragione – dei fanatismi egualitari dei “grillini” che pretendevano di renderci tutti uguali (e piccoli come loro) per decreto, azzerando meriti e competenze. Abbiamo brindato al (raro) trionfo del bello e fischiato i bulli tronfi di un potere che non meritavano. Abbiamo discusso, ci siamo accapigliati, abbiamo riso e abbiamo cercato inutilmente di nascondere le lacrime. Abbiamo sperato nel trionfo della ragione e ci siamo dovuti accontentare di un vantaggio momentaneo. Insomma ci siamo scoperti fragili e uniti nella fragilità: non tutti, giacché la fragilità consapevole è condizione di pochi.

Sono passati 14 anni dalla nascita di questo blog. E 14 anni in certi anni possono essere un’èra geologica. Oggi mi ritrovo a celebrare questo anniversario evitando decisamente ogni reflusso di nostalgia (la nostalgia è un modo di spacciare per nuovo qualcosa di irrimediabilmente vetusto, insomma è una sorta di truffa dei sentimenti). Quindi guardo avanti, oltre la cortina nebbiosa che in questo maledetto 2020 ci offusca l’orizzonte. Grazie a questo blog ho cambiato lavoro molte volte, ho conosciuto persone determinanti, ne ho allontanate di mefitiche, ho coltivato amicizie e rotto sodalizi, ho cazzeggiato e scritto opere teatrali, ho cantato e pianto, ho scoperto nuove strade del mondo e imparato che la parte più importante di una fuga è quella del ritorno.

Per questo mi impegno a continuare, a riempire queste pagine, a preferirle rispetto alle timeline dei social. Perché sono mie, nostre, di chi ci ha buttato un occhio o ha scritto due parole: sono una memoria che nulla ha a che vedere con le sveltine di Facebook.

Quattordici anni sono un tempo sufficientemente importante per una vita, come possono esserlo quattordici minuti o quattordici secondi a seconda dei contesti. Le gioie e i dolori hanno uno strano rapporto col tempo, a meno che non si scelga di vivere il presente e basta. Ecco, in questi 14 anni sono cambiato molto in tal senso: credevo nel “per sempre” di Alice nel paese delle meraviglie, ma oggi non me ne curo più. Preferisco il “mentre”. Preferisco attraversarlo, il tempo. Gustandomi il cuore della torta, magari infilandoci un dito, e fottendomene della fetta.

Siamo fatti di panna e fragole, siamo deperibili, ma capaci di scatenare una tempesta di piacere se finiamo nei palati giusti. Godiamocela, prima che il frigorifero si scassi.
Viviamo in un universo di interferenze. Ma le interferenze se ben orchestrate possono essere musica.

E sono tredici

E sono tredici. Questo blog macina un altro anno e cerca di invecchiare meglio del suo titolare, un po’ come accade con certe automobili ben curate. Per questo anniversario ho deciso di dividere il messaggio urbi et orbi in due parti. La prima è questa e la leggerete (spero), la seconda la guarderete e la ascolterete (spero) nel video in questa pagina. Perché ci sono cose che si scrivono e cose che si dicono guardandosi in faccia. Ed è bene ricordarcelo.

Quante vite sono trascorse da quando digitai le prima parole su queste pagine? Tre? Quattro? Di certo molto è cambiato e non solo dalle mie parti, ma nei quartieri del mondo.

I problemi hanno una caratteristica imbarazzante: più sono antichi, più ci sembrano ridimensionabili. C’è sempre un problema nuovo a scacciarne uno vecchio, e il più recente sembra più pesante, irrisolvibile. Nella fenomenologia delle rotture di coglioni, il fattore tempo altera il peso specifico dell’evento disturbante nascondendone invece la vera essenza: se un problema è antico vuol dire che permane, quindi è un problemone. Tutto ciò ha a che fare con l’assuefazione: persino la spina nel piede dopo un po’ fa il callo.

Ecco, il mio tema di questo 2019 è stata la lotta contro l’assuefazione e la sua sorellastra, la distrazione. Ci ho scritto un’opera e una pièce dove l’unica parola bandita era “rimpianto”. Il rimpianto è l’alibi dei deboli che non sono riusciti manco a passare per imbecilli, magari per riuscire a riscuotere una sorta di reddito di cittadinanza della coscienza civile.

Mi piace pensare che in questi tredici anni l’allenamento per una sana intransigenza abbia coinvolto qualcuno di voi, tipo le vecchie lezioni di aerobica in tv dove c’era un tale che cantilenava qualcosa che finiva sempre con “and step… and go…” e insinuava un tremendo tarlo: davanti alla televisione si poteva persino non star seduti. Ecco, l’idea che davanti a un blog – uno dei pochi blog sopravvissuti – si possa fare, ergo pensare, qualcosa di non consono, non allineato, è carburante nel motore della mia autostima. Ed è il motivo per cui sarei tentato di ringraziarvi personalmente, in un porta a porta tipo rappresentante del Folletto. Non è detto che non lo faccia. Grazie a tutti, grazie di cuore.

P.S.
Questa era la parte scritta. Ora, se volete c’è quella parlata…

Peppino Impastato, il Che Guevara di Sicilia

L’articolo pubblicato su la Repubblica.

Peppino Impastato può essere considerato l’eroe antimafia più trendy. Non si offendano parenti ed estimatori poiché è proprio questo suo essere icona perfetta, simbolo perenne e mai impolverato, una delle ragioni fondamentali della sua popolarità. E la popolarità fa bene al messaggio.
Impastato è nell’immagine collettiva, anche nel senso fisico di fotografia, un Che Guevara di Sicilia. La sua rivoluzione è stata scandita con le parole giuste (“La mafia è una montagna di merda” è di una semplicità geniale) e con i mezzi più moderni che l’epoca gli ha consentito (del resto la radio è stato il primo vero social network). È per questo che la sua rappresentazione iconografica è così agile. Su Facebook ci sono centinaia di gruppi ispirati a lui, dai circoli politici ai cineforum, dalle biblioteche alle gare sportive. Peppino Impastato è un brand antimafia inscalfibile, che raccoglie consensi a ogni latitudine. Ne approfittò qualche anno fa un’azienda di occhiali, la Glassing, che imbastì una pubblicità con la sua immagine (poi ritirata per le polemiche). In Sicilia sono pochi i comuni che non hanno una via, una piazza, un lungomare o un abbaino intitolato a lui. Nel 2009 un sindaco leghista (of course) di Ponteranica in provincia di Bergamo decise di rimuovere dalla biblioteca pubblica la targa che lo ricordava, “per onorare personalità locali”. Sei anni dopo un’altra amministrazione ci ripensò e gli intitolò un centro giovanile, a conferma che spesso non servono cento passi per raggiungere il cuore del problema, ma ne basta uno solo, giusto.
Oggi l’eredità di Peppino Impastato è di valore inestimabile perché coincide con la genuina perfezione della sua icona, che è messaggio e immagine, simbolo e sostanza.
Servono radici forti per usare bene le ali.

Undici anni, stiamo insieme

Undici anni. Cazzo, undici anni è un ragazzino che va in prima media, è la durata del ciclo solare, è la condanna in primo grado a Francantonio Genovese per lo scandalo sulla Formazione professionale in Sicilia, è il numero della missione Apollo che portò il primo uomo sulla Luna,  è il tempo che ci separa dall’ultima coppa del mondo di calcio vinta dalla nostra nazionale e dalla morte di Piergiorgio Welby, è il nome della giovane protagonista di Stranger Things, è il punteggio con cui il vecchio Totocalcio ci faceva mangiare le mani e il Totip invece godere così così, è l’età in cui scoprii il Super8, è il numero dei cornuti.
Ed è l’età di questo blog.
Undici anni fa. Lavoro, domicili, sentimenti, prospettive, musica, amicizie. Un cataclisma entusiasmante di passioni, delusioni, rivincite. Comunque un inanellarsi di elementi di stupore spesso estremo. Negli altri anniversari, su queste pagine, ho parlato di voi, della pattuglia inscalfibile di lettori, delle notizie che ci avevano affascinato, dei mood nei quali eravamo incappati. Stavolta c’è un contesto molto più invadente al quale dare spazio.
Il mondo è cambiato nel modo più complicato possibile, cioè nei microcosmi delle piccole cose. Un esempio per tutti sintonizzato su queste frequenze: prima si commentava nel blog, cioè nel luogo dello spunto, della notizia, oggi si commenta altrove, sui social, cioè nel luogo del riverbero, una agorà che usurpa contenuti non suoi e che declina ogni responsabilità rispetto ai contenuti tutti suoi.
Il tema della post verità ha aperto una nuova fase della mia vita professionale: da quando esiste questo blog ho cambiato lavoro almeno quattro volte, sempre con gioiosa fatica e con le mie sole forze. Oggi la vera soddisfazione arriva dalle università che mi chiamano a raccontare quel che ho appreso in questo lungo e periglioso cammino, dalla libertà con cui posso scrivere concedendomi il beneficio del dubbio, dall’orgogliosa insoddisfazione di aver scelto di guadagnare meno di chi mi ha preceduto e dal malcelato orgoglio di aver raggiunto risultati che i miei predecessori si sognano. Lo scrivo con presunzione perché ognuno a casa sua può mettere i piedi sul tavolino quando, alla sera, è giunto il momento di un rilassato bilancio. E nessuno può recensire le sue gambe stanche.
Perché questo è il mio blog e ho la concessione di suonarmela e di cantarmela: è inebriante quando qualcuno mi incontra e mi dice “ti leggo sempre” e io ringrazio sempre con la stessa frase, “Questo è il vero premio, il Signore te lo paga”. E giù benedizioni laiche che solitamente si traducono in aperitivo pagato. È accaduto sino a ieri con una persona sconosciuta, giuro.
Undici anni sono una vita e il giro di boa di una vita: oltre 3.600 post sono poco meno di un post al giorno, festivi e cazzi miei compresi. Converrete che è un dato che merita se non rispetto, almeno compassione.
Sorvolo su questo 2017 che se ne sta andando, un anno orribile per il sottoscritto, e guardo al futuro quando anche questo formato, con ogni probabilità, dovrà cambiare. I giornali poveri di idee e l’aggressività degli haters impongono mutazioni genetiche che non mi spaventano. Uno degli elementi che più mi inorgoglisce è la crescita esponenziale dei miei detrattori: quest’anno la magistratura penale ha condannato in sede definitiva un mio diffamatore con sentenza destinata a essere una pietra miliare nell’era delle fake news. Ciò vuol dire che vale ancora la pena di grattare la ruggine delle verità di comodo e di disarcionare gli improvvisati di un mestiere che al giorno d’oggi, purtroppo,  è fatto più di nostalgia che di illuminazioni.
Insomma in un clima da sopravvissuti vi dico grazie e una volta tanto vi chiedo di restare vigili.
Stiamo insieme che fuori fa freddo.

La modernità di Peppino Impastato

La modernità di Peppino Impastato







/

In cammino da dieci anni

in cammino

Oggi questo blog compie 10 anni. E già questo basterebbe per dire: miii! Nell’era dell’ultravelocità, della compressione temporale, dell’istantaneità di Snapchat, dell’invecchiamento subitaneo dei concetti, un blog che dura da 3.650 giorni, con 3.480 post pubblicati e 18.630 commenti, va in qualche modo celebrato (che sia il mio o quello di qualcun altro).
E allora partiamo con la parte più semplice, quella che compone la short version di questo pezzo.
Come siamo cambiati?
Politicamente siamo avanzati di pochi passi, quello che serve per poter tornare indietro senza fatica non appena se ne presenta l’occasione.
Tecnologicamente siamo extraterrestri rispetto a dieci anni fa, basti pensare alla rivoluzione degli smartphone che ha influenzato i nostri costumi.
Sul fronte del web lo tsunami dei social ha cambiato l’orografia dei luoghi digitali. Un esempio per tutti, tra quelli che mi riguardano direttamente in questa occasione: il trasferimento dei commenti dal blog a Facebook, cioè dal luogo primigenio dell’idea, a quello in cui l’idea è semplicemente messa in vetrina. Ci ho messo del tempo per adattarmi a questo circolo innaturale dell’opinione: io scrivo sul blog, posto il link sul social, la gente dal link del social va a leggere il blog, quindi torna indietro, e poi va di nuovo in avanti, al social, dove commenta qualcosa che lì non c’è, perché il testo originale è nel blog. In principio credevo di trovarmi di fronte a una sorta di schizofrenia, poi però ci ho fatto l’abitudine: del resto anche il cilicio col tempo diventa meno straziante.
C’è stato un momento, lo scorso anno, in cui ho avuto la tentazione di mollare. Gli impegni personali, l’invadenza dei social network, la mancanza di grandi stimoli di cronaca mi avevano fiaccato. Ma proprio mentre stavo per vergare la mia letterina di addio mi è capitato di rileggere alcune di queste pagine e di rivivere l’emozione di un tempo, quando scrivevo qui per missione, per vendetta, per esigenza vitale. All’improvviso mi sono imbattuto in un commento di una persona che poi, proprio grazie al blog, è diventata amica: mi faceva il complimento più bello.

uomo-libero

Ecco che cosa cerchiamo noi che viviamo di parole scritte. Cerchiamo altre parole scritte che ci sostengano, perché noi non siamo cemento, ma mattoni. E i mattoni da soli non servono a niente se non c’è qualcosa che li tenga su, impilati e solidi.
Questo penso al traguardo di questi dieci anni. E per questo vi ringrazio. Per essere stati cemento, tutti voi.

 Fine della short version.

 

Per chi ha ancora voglia e pazienza di leggere c’è poi il capitolo personale.

Continua a leggere In cammino da dieci anni

Nove anni possibilmente per non perdersi

blog

Nove anni sono passati. Da quando pastrocchiai le prime quattro parole su questo blog sono passati nove anni. Allora non ci credevo troppo, pensavo a un riempitivo della vita, una specie di abbaino in cui rifugiarsi quando si vuol far finta di pensare ad altro. Invece quelle quattro parole cambiarono tutto.
In questi nove anni, da qui sono passati pensieri di ogni forgia, autori di ogni pedigree, è passata vita (molta) e miracoli (pochi) di molti di noi. Anche la morte ha avuto la sua fetta, perché è inevitabile guardare un fiume che scorre e non pensare a ciò che passa e che non c’è più.
Inutile dirvi quanto sia cambiata la mia esistenza. Chi ha avuto la pazienza di seguirmi ha avuto qualche assaggio della rivoluzione che mi ha investito da quel 10 dicembre 2006. Continua a leggere Nove anni possibilmente per non perdersi