1979

C’è un anno nella storia recente che è il baricentro della musica, della cronaca, della politica. Ma anche dei misteri, della tecnologia e del costume. È un anno in cui il mondo cammina con tutta la sua umanità verso un assetto che sarebbe stato quello della fine della guerra fredda e dell’inizio di nuove ere sempre più convulse. In Sicilia la mafia spara e uccide, tra gli altri, un giornalista che ha capito prima degli altri che purtroppo i corleonesi non sono solo gli abitanti di Corleone. Stati Uniti e Cina fanno accordi che stabiliscono una priorità per entrambi in funzione antisovietica, e l’Unione sovietica, sentendosi circondata, pensa bene di invadere l’Afghanistan.
In Italia nasce RaiTre in quota Partito comunista. Le vetrine dei negozi di dischi sono per i Pink Floyd, per Michal Jackson, per i Police, i Clash, gli Ac/Dc, per Bob Marley e i Supertramp. Dalla e De Gregori attraversano l’Italia con un tour dai numeri mai visti prima. Il Supersantos, un pallone che andava a vento, cede il passo al Tango, un pallone più pesante che più semplicemente va a calci. Molte cose accadono in quell’anno illudendoci che i sogni, se proprio non si avverano, spingono il destino un po’ più in là.
E poi nasce Giuseppe, che è figlio di Giovanna e di Pasquale, e fratello di Vincenzo e di Antonella. Giuseppe vivrà quell’anno con l’incoscienza felice di un neonato, un’incoscienza che manterrà per sempre.
Questa è la storia dell’anno 1979. Una storia di canzoni e sangue, di congiure e discoteche, di menzogne e rivelazioni. Ma soprattutto è la storia del piccolo Giuseppe. Che non invecchierà mai.

Dopo l’esperienza di quattro opere inchiesta (“Le parole rubate”, “I traditori”, “Cenere” e “L’altro”) per il Teatro Massimo di Palermo e l’opera di teatro civile “Invertiti” su Pier Paolo Pasolini per Taormina Arte, Gery Palazzotto – con le musiche di Fabio Lannino – sperimenta una nuova forma di narrazione. Stavolta il racconto è un intreccio stretto di parole e note, che non conosce mediazioni. Una forma di confessione pubblica senza finzione scenica, dove ognuno è quello che è.
Un narratore.
Un musicista.
Una cantante.
Un dee-jay.

1979L’anno in cui sognammo di essere quelli che non saremmo mai stati
Real Teatro Santa Cecilia di Palermo – 7 marzo 2024

Scritto e raccontato da Gery Palazzotto
Musicato da Fabio Lannino con Laura Sfilio
Remixato da Mario Caminita

Ho visto (Palermo)

Ho visto una città bella, persino contenta di esserlo.
Ho visto una città in ginocchio, persino contenta di esserlo.
Ho visto ginocchia talmente consumate da sembrare zerbini.
Ho visto un laico fare quel che i preti si guardano bene dal fare.
Ho visto un prete che sorrise ai suoi assassini.
Ho visto magistrati depistare, farla franca ed essere promossi. Tutti.
Ho visto un bambino prigioniero.
Ho visto  il mare liberato.
Ho visto un sindaco parlare tre lingue con gente che manco ne parlava una.
Ho visto infinite nuche quando cercavo sguardi.
Ho visto un direttore di teatro che metteva in scena solo cose sue.
Ho visto un regista illuminato che si è inventato un fotoromanzo per spiegare una cosa difficile.
Ho visto un candidato alle Politiche spernacchiare, urlare e minacciare ed essere eletto come speranza della Sicilia.
Ho visto bare impilate da anni.
Ho visto giornalisti inventare in modo incivile ed essere premiati per il loro impegno civile.
Ho visto sollevatori di targhe a scrocco.
Ho visto intellettuali lodare il potere quando la strada era in discesa.
Ho visto amici smemorati e nemici con memoria ferrea confondersi tra loro.
Ho visto albe che sembravano tramonti e non avevo sonno.
Ho visto un tetraplegico che era sempre più avanti di me.
Ho visto lettori morire di noia.
Ho visto spettatori marcire nel pregiudizio.
Ho visto un teatro rinascere.
Ho visto vittime di mafia vittime del protagonismo.
Ho visto uomini e donne sole forti del loro (solo) coraggio.
Ho visto il trionfo dell’ignoranza nei templi della cultura.
Ho visto il trionfo della creatività nei vicoli più abbandonati.
Ho visto un carabiniere pianista.
Ho visto il potere della debolezza organizzata.
Ho visto calpestare il merito.
Ho visto uomini violenti farsela franca.
Ho visto donne violente impunite.
Ho visto porcherie spacciate per innovazione e innovazione gettata tra le porcherie.
Ho visto accuse sommarie molto circostanziate.
Ho visto ragazzi accesi e interessati, nonostante una città spenta e distaccata.
Ho visto che nessuno mi vedeva, anche se tutti mi guardavano.
Ho visto una preside che recluta alunni porta a porta.
Ho visto giunchi marcire aspettando che passasse la piena.
Ho visto un assessore che inneggiava alle SS.
Ho visto un tale che mangiava mortadella alla Camera e che passò per eroe.
Ho visto una titolare di palestra governare un’orchestra sinfonica.
Ho visto un bel ristorante perdere una stella per risparmiare sulla bolletta della luce.
Ho visto un questuante filosofo.
Ho visto un eretico vero, senza il rogo (al momento).
Ho visto il più importante giornale del mondo parlare bene di quel che si faceva dalle nostre parti.
Ho visto l’indifferenza per quel che si faceva dalle nostre parti.
Ho visto più resistenza in un corpo fiaccato che in un corpo nel fiore degli anni.
Ho visto un antimafioso brigare per una poltrona.
Ho visto un mafioso cedergliela.   

Due cuori e una caviglia

Anni ‘80. Giovane aspirante giornalista. Giovane aspirante maestro di sci. Giovane aspirante compagno di ragazza francese della Savoia, intelligente bella e selvatica (quando ancora si poteva dire di una donna che è intelligente bella e selvatica senza incorrere nei distinguo dello scassacazzi di turno). Il giovane si sbatte da una parte all’altra del mondo da avvitare e svitare: collabora con la radio di Stato, scrive su qualunque supporto cartaceo immaginabile, suona e canta, s’inventa una rock-opera, affila lamine di sci e scalda sciolina, cavalca sogni e moto. E proprio con una moto imbocca la curva determinante della sua vita. Ma non schiantandosi o schivando in accelerata un ostacolo. No. Restando fermo e cercando di accenderla, quella Yahaha XT 550.
In quel tempo non c’è ancora il congegno elettronico per avviare il motore: c’è una leva, piccola e scomoda. E soprattutto c’è la compressione di un monocilindro ribelle.

In un pomeriggio di inverno quel giovane che ha appena addentato i vent’anni ha un lavoro che insegue, una passione che lo sorregge e una ragazza che aspetta solo che lui le chieda di stare con lei a tempo indeterminato: la gioventù ha questo di bello, che il tempo e i tempi sono ingannevoli e che si può dire serenamente “per sempre” senza immaginare che “per sempre” non esiste.
Ma lui è a Palermo in via Lincoln, a pochi passi dal mare, e lei è a 1.800 chilometri di distanza, con lo sguardo su una vetta di 3.800 metri. Lui tiene a bada l’eccitazione per il privilegio che gli è toccato: può scegliere tra una vita e un’altra, tra un mondo e un altro, tra una passione e un’altra. In cuor suo lui ha già scelto e sta parcheggiando il suo cavallo a cinque marce tra un’auto e un’altra. Tra un’ora, consegnati i fogli scritti a macchina dell’articolo che ha nello zaino, andrà all’agenzia di viaggi per prenotare la nave sulla quale tra qualche giorno imbarcherà l’auto e un abbondante bagaglio di vita: vuole esplorare il mondo verticale della montagna, lui che viene da quello orizzontale del mare, esporsi al sentire selvatico di un amore che è nella sua fase migliore, quella del germoglio annunciato e manco visibile.
In via Lincoln l’auto a destra si muove per abbandonare il parcheggio, lui sceglie di spostare la moto in una posizione più comoda. E anziché spingere fa la scelta cruciale. Accendere il motore.
Gira la testa della leva di avviamento verso l’esterno, risale sulla moto e carica il peso sul piede destro. Ma il monocilindro si oppone.  
Il rimbalzo della leva è crudele e spacca la caviglia dell’aspirante giornalista, aspirante maestro di sci, aspirante compagno di ragazza francese della Savoia, intelligente bella e selvatica (quando ancora si poteva dire di una donna che è intelligente bella e selvatica senza incorrere nei distinguo dello scassacazzi di turno) e via discorrendo.
Tutto cambia. Quasi 15 anni prima di Sliding Doors e del destino incellofanato di una pigrizia intellettuale molto (troppo) attuale.

Con una caviglia distrutta il giovane non può partire, non può affrontare gli esami da maestro di sci. Resta a Palermo. Continua a scrivere. Scrive anche alla presunta amata che lo aspetta 1.800 chilometri più a nord, fin quando le parole non si diluiscono nella distanza che è impassibile, incorruttibile, inaggirabile. Le parole si perdono prima degli esseri umani, solo che ce ne accorgiamo sempre troppo tardi.
Lui non diventerà mai maestro di sci. Farà il giornalista dopo aver preso a calci e sputi la sua moto.
Lei non diventerà mai la sua compagna. Farà altro, chissà cos’altro.
Lui non ha mai indagato sul destino di lei.
Lei non ha mai indagato sul destino di lui.
I due non si sono mai più incrociati, fedeli a una regola non scritta: fatalità è il nome che diamo alle decisioni che non abbiamo saputo (o voluto) prendere.  

Questo accadeva una quarantina di anni fa. Era un 14 gennaio, questo lui lo ricorda bene.    

Armando, a che numero siamo?

Molti anni fa quando lavoravo al Giornale di Sicilia capitava spesso che il condirettore Giovanni Pepi usasse l’interfono in modo abbastanza invasivo. Dal nulla quell’infernale apparecchio (che, lo confesso, sfasciai il giorno dopo che lo avevano installato) faceva “Diiin!” e trasmetteva la voce imperiosa del de cuius che a tradimento dava un ordine o, peggio ancora, chiedeva qualcosa a saltare. La cosa davvero fastidiosa era l’invasività del mezzo, per non dire della persona che lo usava a sproposito: quella voce irrompeva spesso quando nelle nostre stanze c’erano ospiti e la figuraccia era purtroppo assicurata.

Una sera, come ogni sera, io e Francesco Foresta eravamo riuniti (quasi accampati data la mole di lavoro) nella stanza dell’allora caporedattore Armando Vaccarella. Era il periodo in cui il giornale si batteva per la riapertura del Teatro Massimo e pubblicava periodicamente editoriali sul tema, preceduti da un numero che scandiva i giorni dall’inizio della campagna. Quella sera dal nulla scattò il tremendo “Diiin!” seguito dalla voce tuonante di Pepi.
“Armandooo! A che numero siamo col Teatro Massimo?”.
Armando non ci penso due volte e sparò: “Duecentotrentasei!”
“Bene, pubblichiamo un editoriale su domani!”.
Chiusa la comunicazione ci guardammo smarriti e io non chiesi ad Armando cosa avrebbe scritto in un fondo commissionato a tradimento, così come se fosse un coppo di calia e simenza, ma: “Ma come facevi a sapere a memoria a che numero eravamo arrivati”.
E lui: “Che minchia ne so? Ho sparato a muzzo (a casaccio, ndr)”.
Quindi tutti di corsa, con un sottofondo di risata isterica tipo quella che ti scappava in classe quando la maestra ti guardava e tu non potevi dire nulla, nella stanza del caporedattore centrale Giovanni Rizzuto.
“Giovà, fai quello che vuoi ma domani in prima pagina ci deve essere questo numero: duecentotrentasei”. Altre risate, nella cui eco – essendo l’unico sopravvissuto di quel dream team – mi cullo ancora oggi con serena nostalgia.
Armando non aveva sbagliato di poco: solo di un centinaio di giorni (in più o in meno, non ricordo e non importa). Nessuno se ne accorse mai.

Questa storia mi è venuta in mente stamattina mentre, durante il solito dispendio di calorie quotidiano che alcuni chiamano supplizio e altri chiamano sport, pensavo al mio futuro lavorativo: è un rituale che mi concedo ogni fine anno, un po’ scaramantico e un po’ candidamente razionale.
Il lavoro di tutti noi, ma proprio tutti, è fatto prevalentemente di cose che conosciamo solo noi ed è quasi sconosciuto a chi ci sta sopra. È una questione ontologica, i livelli di comando sono compartimenti stagni in cui le interferenze che vengono dal basso vanno disinnescate e in cui ciò che è davvero importante sono i feedback che vengono dall’alto.
C’è un però gigantesco.
La competenza.
Credo che un buon manager debba conoscere la materia prima dei suoi prodotti e non solo i numeri che scaturiscono dalle vendite. La nostra politica si è sostanziata sempre più di dilettanti orgogliosi di esserlo, di inutili cittadini di potere, di gente qualunque investita inopinatamente di poteri straordinari. Il risultato è stato – è sotto gli occhi di tutti – disastroso.
Il direttore che sbraita nell’interfono per chiedere qualcosa di cui non ha idea, che non controlla, è la fotografia di un sistema produttivo che punta all’abisso: e i risultati della cronaca lo confermano.
Serve competenza condivisa. Servono capi che cazziano con cognizione di causa i dipendenti ignoranti. Serve chi sa, chi conosce, chi può insegnare. Serve un’idea di valorizzazione che sia complementare a un sistema di esclusione: ciò che funziona deve stare dentro, costi quel che costi, ciò che non vale un cazzo si butta, pazienza.
Serve il coraggio di ribellarsi, di mollare tutto se necessario, di inventare.

“Armandooo! A che numero siamo?”
“Duecentotrentasei” (e non rompere il cazzo, è il sottotesto).

Che il 2024 sia un anno di trionfo oltraggioso della competenza. Auguri.

Piano B

Quanti di voi si preoccupano di avere sempre un piano B? Io raramente. E questa risposta potrebbe cozzare con un’idea di cui abbiamo già discusso, quella dell’uscita di sicurezza.  Ma diciamolo subito, c’è una differenza abissale: mentre la sola vista dell’uscita di sicurezza è consolatoria quando meno ce n’è bisogno, il piano B serve ad affrontare un’emergenza quando si ventila che essa si possa manifestare. Insomma la prima ci rassicura che tutto è possibile anche quando non ci serve altro di possibile, il secondo serve ad arginare l’impossibile.

Difficilmente ho avuto piani B, in vita mia.

Mi sono schiantato una mezza dozzina di volte in curve strette e senza guardrail e non so ancora se mi sono salvato per fortuna, per miracolo o per merito. Di certo stilare piani B mi annoia a morte. Ipotizzare scialuppe di salvataggio col mare ancora forza 4, mettere i sacchetti di sabbia alle finestre alla prima pioggia, muoversi per colloqui di lavoro quando ancora manco ti hanno licenziato, cercare fidanzata quando la moglie sta solo pensando di mollarti per il primo che passa, sono tutte attività poco eccitanti. Perché non c’è gusto a mettersi il vestito buono preparandosi allo schianto fatale: il piano B non è il casco prima dell’incidente, quella è prudenza; è piuttosto prevedere la strada che farà l’ambulanza per raggiungerti il prima possibile.

Il piano B, anzi la sua inutilità, mi ricorda un mio indimenticabile maestro, Salvo Licata, che a noi giovani aspiranti giornalisti (in gergo “biondini”) dei primi anni Ottanta spiegava perché non prendeva mai appunti su cosa dire a una conferenza: “Perché ogni volta finisco per ignorare il foglio o per perderlo e mi ritrovo a raccontare l’esatto opposto di quello che avevo segnato”.
Per molti di noi, il piano B è solo un alibi per mettersi a posto con la coscienza facendo finta di ignorare il gran vantaggio di usare l’incoscienza.
Ecco, non è lo “stay foolish” di Steve Jobs, ma qualcosa di simile. Aspettando il piano B sottovalutiamo il piano A, oppure ci impigriamo in scelte di comodo (un piano B che si rispetti non è mai comodo), oppure ci perdiamo la fondamentale paura di perderci per ritrovarci più a valle, sudati, sporchi, affaticati ma ricchi di un’esperienza in più.
Ci piace stare comodi, ma è con la scomodità che ci alleniamo. Ci piace intorpidirci, ma è con l’adrenalina che ci eccitiamo. Ci piace il minimo garantito, ma è col massimo dell’incognito che davvero possiamo sentirci vivi. Non è per tutti e da tutti vivere senza piano B, lo capisco. Gran parte di chi riesce a rinunciarci è gente che conosco bene, senza famiglia, senza padrone, senza timori.
Una volta, in uno dei miei cammini, mi persi in un bosco in mezzo a un temporale. Stavo in un terreno scosceso senza sentiero e con un fango che cominciava a diventare torrente. In quell’atmosfera quasi da disastrer (B) movie il cellulare (ovviamente) non aveva campo e la mappa su carta rischiava di diventare una poltiglia. Dal nulla, dopo un’ora di scivoloni e bestemmie, mi apparve un cartello sbiadito appeso a un albero.
C’era scritto: “Di qua”. Senza una freccia, senza un “qua” plausibile.
Non so perché ma lo ritenni il canto del cigno di un qualsiasi piano B.

Buon Natale a tutti.

Grazie di cuore (bonsai)

Quando nacque questo blog, esattamente diciassette anni fa, era buio e non solo per l’orario. Vivevo in una casa non mia una vita non troppo mia, lavoravo in un’azienda editoriale nella quale non mi sentivo più gratificato (che avrei abbandonato di lì a poco) e avevo appena realizzato che il rischio da evitare negli anni a seguire non era la disoccupazione o la solitudine, bensì la noia.
Insomma cominciai a riempire queste pagine web per dare alla colonna sonora della mia esistenza un nuovo spartito. Solo dopo, molto dopo, mi resi conto che grazie a questo blog, oltre allo spartito, cambiavano anche i teatri e le orchestre (dapprima per metafora) che mi cercavano. Fu lì che iniziò la Somma Meraviglia: quella che mi spinse a non finire mai di ringraziare il Padreterno che mi aveva regalato la più grande soddisfazione per un professionista, e cioè fare un mestiere per il quale ti stupisci che ti paghino. L’ho raccontato più volte, grazie a questo blog ho cambiato mestiere almeno quattro volte in questi anni. E l’emozione più grande è stata quella di fare ciò che ho sempre sognato, e farlo perché non avrei potuto non farlo: come respirare, mangiare, bere, amare, correre, esplorare, inventarsi nuovi limiti da superare.
Quando cominciai qui, Facebook era appena uscito dall’alveo locale e debuttava sulla scena mondiale, Twitter era online da nove mesi, e per capire la caduta di Pinochet leggevo uno dei libri più indimenticabili della mia vita, “Ho paura torero” di Pedro Lemebel. Esistevano ancora i giornali, nonostante la bolla internettiana fosse già scoppiata. Palermo era la città più cool d’Italia.  

Oggi, diciassette anni dopo, mi rendo conto che in realtà poco è cambiato del mondo che mi circonda. Cioè sono cambiate le facce, le situazioni, gli incroci, ma gli ingranaggi sono sempre quelli. La staticità della politica e delle istituzioni (penso alla scuola, al mondo della cultura) è ancora un freno per il futuro. E invece nell’anno 2023 i problemi sono tutti legati al movimento, allo spostamento, ai flussi: dall’immigrazione ai testi universitari e scolastici, dalle stagioni teatrali alla comunicazione liquida, dai rapporti sociali alla scienza, dalle emergenze alle soluzioni ad esse.
Siamo rigidi, fermi. Di default.
E invece dovremmo essere mobili, flessibili, adattabili.
Cerchiamo la democrazia sul web quando non siamo in grado di rispettare il dissenso più semplice e nonviolento: un loggionista alla Scala che grida “Viva l’Italia antifascista”. Inseguiamo la verità anche laddove è chiara ed esplicita, perché una verità nascosta è spesso il Viagra del nostro ego moscio. Vogliamo essere moderni senza accettare la scomodità dell’innovazione, che è rivoluzione e trauma, e chiediamo al futuro di venir pure a farci visita, ma che non si vada oltre un tè e pasticcini nel salotto.
Eppure non è tutta ruggine e aria stantia.

Oggi sono andato a guardare quali sono stati i post più letti nel 2023 su questo blog. E non vi nascondo che la sorpresa c’è stata. A parte l’home page, cinque dei primi sei posti sono occupati da podcast, cioè da narrazioni pure: il podcast infatti richiede all’ascoltatore tempo e dedizione, non è roba che si consuma in un paio di minuti come questa sveltina di qualche riga. Ed è bello pensare che decine di migliaia di persone abbiano scelto di trascorrere ore con me, autore di un piccolo blog, artigiano della narrazione, senza avere la necessità di manifestarsi, prendendo quel che serve e lasciando il resto.
Chi scrive per mestiere e/o per passione non chiede altro che essere letto. Il resto non conta.
Per questo, anche per questo vi ringrazio con tutto il mio cuore bonsai.


Di seguito i link:

Il mago dei soldi
Porno mondo
Una favola storta
Invertiti, viaggio nelle differenze
Sedici
Il cammino, un pretesto di felicità
Il dio ateo del web
Fuochi e pistole
Non può succedere a me

P.S.
La foto alla quale affido questo momento di imperdonabile autocelebrazione è di Peppino Romano

Obbligo o verità?

C’è un arrabattarsi, non recente ma urente, sul tema delle verità. Ho usato di proposito il plurale – le verità – perché è proprio sulla non singolarità che si dipana l’eterno conflitto tra bene e male, tra giusti e ingiusti, tra coltelli e fratelli.

La guerra tra Israele e Hamas, come il conflitto in Ucraina scaturito dall’invasione russa, ci pongono dinanzi alla più complicata delle missioni in quanto uomini di buona volontà mediamente senzienti e obbligati alla prudenza (capisco che sono tutti requisiti che restringono drammaticamente il raggio di azione, ma ci devo provare): rinnovare giorno per giorno la consapevolezza che non esiste la Verità Assoluta.
Nel corso della mia vita professionale mi è capitato molte volte di dover fronteggiare l’obiezione più diffusa (e superficiale) sul ruolo degli organi di informazione, che è questa: i giornali non dicono la verità.
A questa osservazione ho sempre risposto con la frase di un mio maestro: “L’unico giornale che dice la verità è la Pravda degli anni ‘70”.
L’abbiamo sottovalutata per troppo tempo, la pericolosità di quest’esigenza di pensiero unico, blindato. E ci siamo dimenticati la grande lezione della storia, che non obbedisce a nessuna regola se non a quella dell’anarchia dei fatti: prima o poi una visione intelligente, cioè ampia e problematica, ha sempre la meglio su un potere ottuso.
Le verità sono tante e si formano dinanzi ai nostri occhi mentre le cerchiamo. Ci sconvolgono e ci rassicurano, ci annoiano e ci eccitano, ci piacciono e ci fanno schifo. Perché è nel loro essere verità plurali che si nasconde il mistero di una rivelazione: il vero e il falso si possono scambiare di posto nel mondo della conoscenza (e solo in quel mondo, altrimenti è regno della cazzata).
In una singola verità ne convivono tante, belle o brutte, bianche o nere, mancine o destrorse. Perché siamo noi a essere tanti, belli o brutti, bianchi o neri, mancini o destrorsi e via vivendo.

La verità è come il mondo: singolare solo nella grammatica di primo acchito.

La privacy del moscerino

Perché gli scienziati stanno anni a violare la privacy di un moscerino? Perché allevano topi? Perché studiano una particolare tartaruga? Perché per ricerche che vanno dallo scorpione africano a una nuova navicella spaziale spendiamo un botto di soldi? Perché ci sono laureati pagati per scrutare il cielo di notte?
C’è una risposta breve che riguarda il nostro nuovo modo di comunicare: perché la scienza è il contrario di un social network in quanto guarda lontano, non è interessata alla compulsività e cerca dove nessuno ha trovato. Quindi in un mondo stratosfericamente diverso da una qualsiasi timeline.

La risposta più lunga invece riguarda la lungimiranza e la caparbietà. La dottoressa Katalin Karikò e il dottor Drew Wiessman iniziarono le loro ricerche sull’Rna messaggero una ventina di anni fa, quando il Covid non esisteva neanche nei nostri incubi peggiori. Nel 2023 hanno ricevuto il premio Nobel per una scoperta che fecero nel 2005. La loro ricerca, come quella di moltissimi altri scienziati, non si occupava di cose pratiche (brevetti, applicazioni immediate) ma di conoscenza e di comprensione dei fenomeni naturali. Funziona così nella scienza, lo sa chi ha studiato come sono stati scoperti i raggi X o gli antibiotici.
Guardare dove gli altri non hanno trovato.
Sopportare chi ti accusa di perdere tempo.
Schivare chi cerca la monetizzazione immediata.
Questo fanno gli scienziati e gli innovatori in generale, ma soprattutto gli scienziati, che stanno agli antipodi dei nuovi arroganti di cui parlavamo qualche settimana fa. Molto dobbiamo a questi discreti signori che spiano moscerini, allevano topi, seguono la vita di una tartaruga, tampinano lo scorpione africano perché hanno intravisto qualcosa. Sono persone che non solo hanno una testa (!!!), ma ce l’hanno che rimbomba di domande: come? Perché? E nel cercare una risposta costruiscono un mondo che può illudersi di essere migliore (dove chi studia sta al timone e chi non sa nulla prende ordini senza fiatare).

P.S.
L’ultima parentesi mi è scappata dalle mani, ma fate finta di niente…

Rimodulare

C’è qualcosa che sin dalla mia infanzia mi sono fatto carico di coltivare. È qualcosa che ha a che fare con un senso atavico di irrequietudine che sta tra il pratico e l’evangelico, tra l’isolamento e il casinismo, tra l’altra guancia che attende e il pugno che si arma per reagire.
Non è stato facile puntare alla quadratura del cerchio e forse non ci si arriva mai. Perché parlo della capacità di rimodulare, di rimodularsi. Che è quasi un sentimento, qualcosa che vive e prolifera controcorrente, come certi pesci che per figliare devono scassarsi la minchia e risalire fiumi, lottare senza godimento, vincere senza trofeo.
Se non ti ci dedichi sin da piccolo, finisce che la rimodulazione la scopri quando è troppo tardi. Generalmente quando sei agli estremi: tipo quando hai stravinto e ti accorgi che stravincere può essere noioso, o quando hai macinato una tremenda sconfitta e non hai pensato a un piano B perché eri impegnato a piangerti addosso.

Imparare a rimodulare non è sempre un atto di saggezza. Io ad esempio ho pagato il mio esercizio in tal senso con una serie di errori dei quali non vado fiero neanche adesso che sono abbondantemente superati (esiste una prescrizione anche nelle cazzate). Mi ha molto aiutato la passione per la musica, per la lettura e ovviamente per la scrittura, ma questo è un dettaglio di vanteria quasi onanistica.
Ciò che davvero è stato determinante sin da ragazzo è stato il divertimento applicato allo sport. I miei sport sono sempre stati estremamente divertenti: lo sci, l’arrampicata e i cammini. La maratona no, era uno scacciapensieri pieno di tecnicismi, un modo legale di drogarsi insomma.

Pensavo a tutto ciò l’altro giorno quando sono stato raggiunto dalla tremenda notizia della morte di un mio amico – arrampicatore, torrentista e altro – e mi è toccato rispondere alla solita obiezione banale (e, diciamolo, anche fuori luogo) che il saputello di turno tira fuori quando c’è una vittima di sport potenzialmente rischiosi: ma cosa prova uno a mettersi in pericolo inutilmente?
Generalmente quando mi imbatto in obiezioni di questo tipo rischio di diventare aggressivo se non altro perché sono cinquant’anni che le sopporto e cinquant’anni che rispondo sempre alla stessa maniera. Quindi qui la prenderò diversamente.
Il segreto è tutto nella rimodulazione di cui dicevo, cioè la necessità umana di riorganizzare nuovi schemi, di inventarne di nuovi, di adattarsi e di costruire forme esclusive in cui rifugiarsi e trovare conforto.
L’alpinista non pretende di dominare il mondo, al contrario chiede di essere ammesso al suo cospetto pagando un dazio di rischio. Lo sciatore estremo non oltraggia il pendio, al contrario si adatta a esso accarezzandolo in cerca di un verso giusto (se esiste). Nessuno di loro pensa di mettersi in pericolo, al contrario cerca un riparo in quel mondo che gli altri guardano distrattamente e loro invece ammirano, esplorano, affrontano col rispetto dovuto alle entità superiori.

Perdonatemi una banalità: i momenti peggiori della mia vita, quelli in cui sono davvero stato in pericolo li ho vissuti sul ciglio di una strada, sul cemento di un marciapiede, sul letto di un ospedale da bambino. In montagna, sott’acqua, in un bosco sperduto con uno zaino, davanti a un fiume da guadare o a uno strapiombo da affrontare con gli sci mi sono sentito vivo e soddisfatto come al Teatro quando il mio lavoro è andato bene, o davanti a un foglio quando le parole si sono abbracciate come speravo. Perché l’esercizio della rimodulazione è la migliore ginnastica per l’immaginazione. E perché solo grazie alla fantasia, che della rimodulazione è figlia prediletta, riusciamo a godere di quel castello incantato che salva i nostri sogni, da quando siamo bambini a quando diventiamo vecchi.
Un castello che la realtà puntualmente demolisce.  

Questo post è dedicato a Fabio Valentino (con tanto di foto).    

Un (cruciale) indovinello sulla verità

Una volta, molti anni fa, mi capitò di ascoltare un indovinello alla radio. Erano gli anni ’70 e ancora non esisteva l’on demand, la possibilità di riascoltare, il podcast e altre diavolerie moderne che tolgono tempo alla scansione del tempo.
L’indovinello era questo.

Siete in una cella blindata che ha due porte, una rossa e una nera: una di queste vi dà la possibilità di uscire, l’altra invece no, è una porta finta. Le porte sono identiche e ovviamente voi nulla potete intuire guardandole. Accanto a ognuna di queste porte c’è un guardiano. Quindi due guardiani su cui avete un’informazione cruciale: uno dei due mente sempre, l’altro dice la verità. Ma voi non sapete quale dei due è un mentitore.
Avete la possibilità di uscire dalla cella facendo una sola domanda a uno dei due guardiani: solo così avrete la certezza matematica di sapere qual è la porta giusta, quella che vi conduce alla libertà.
Qual è la domanda?

A quei tempi accadde una cosa incredibile: al momento di svelare la risposta, la trasmissione si interruppe. Ebbene, rimasi a pensarci per anni. Non c’era internet, non c’era la possibilità di scambiare su scala globale informazioni (anche banali come quelle sulla risposta a un indovinello).
La soluzione – lo giuro – mi arrivò una notte insonne di 25 anni dopo, come un’illuminazione. Non ve la dico, magari ci pensate anche voi o chissà googlate pigramente.
Però vi rivelo quale fu il principio che mi condusse al traguardo: la verità è fatta anche di bugie.
A quest’indovinello ho ripensato oggi dopo che, in una chiacchiera oziosa, si evocava l’antico rito del gioco della verità. Che, se ci pensate, è il gioco più fuorviante che esista giacché pretende di inserire in un ambito ludico il concetto meno ludico che esista. C’è una meravigliosa serie tv di qualche anno fa, Big Little Lies, che mette le mani a forza (e con immensa arte) nelle acque torbide delle verità illusorie e delle bugie salvifiche.
Il gioco della verità anche quando non è un gioco e quando si trasforma nel “ti dico tutto in faccia perché io sono così” diventa il più grande alibi per la peggiore delle ipocrisie. Quella in cui credi di guardarti allo specchio dinanzi al quale hai piazzato la tua controfigura.

P.S.
A proposito di
Big Little Lies mi piace linkare qui la canzone che accompagna il finale (meraviglioso) della seconda e ultima stagione.