Scopro le carte

Qualche giorno fa ho scritto sui miei ispiratori, persone e personaggi che in qualche modo mi hanno influenzato nella professione, nelle passioni, nello sport e in generale nella visione delle cose del mondo.
Non è una classifica, né una walk of fame. Non ci sono etica e rimbalzi sociali a condizionarmi. Non è una lista di buoni, di geni, di perfetti, di modelli: alcuni di loro lo sono innegabilmente, altri sono persone qualunque che hanno “funzionato” magari solo con me, a loro insaputa. Non è nemmeno una resa dei conti. Perché sono grato a ognuno di loro e se mai ci fosse da pagare un conto, dovrei essere io a mettere la mano al portafoglio.
Insomma completiamola, quest’opera. E spieghiamo. Spiegare non è mai superfluo. Magari provateci anche voi: a una certa età mettere nero su bianco le cose importanti fa sempre bene.

Donald Fagen è la mia musica con e senza gli Steely Dan, la mia vita si divide tra prima e dopo The Nightfly. (Lo sto ascoltando mentre scrivo queste righe)

Stephen King è il maestro anzi il Re. Non ho mai letto un suo libro distrattamente, neanche quelli che mi sono piaciuti meno.

Gino Vannelli è la colonna sonora delle mie imprese sciistiche. Ancora oggi quando ascolto Brother to Brother sento odore di sciolina nell’aria.

Phil Collins, perché non è ancora morto.

Sheila E., la vidi in concerto con Prince (di cui sotto) e capii che grazia e potenza e bellezza stavano tutte lì, davanti ai miei occhi stralunati.

Manolo l’ho frequentato da ex arrampicatore, da giornalista e poi da amico.

Toni Valeruz mi fece venire la più insana delle idee della mia vita: buttarmi con gli sci da una pietraia di Monte Pellegrino. Per fortuna ci ripensai, altrimenti non sarei qui. O ci sarei a rate.

Prince è stato il mio alfabeto musicale.

Clare H. Torry perché è la voce più bella della canzone più bella.

Nick Hornby scrive con la fluidità e la serena spensieratezza che vorrei avere io e che nessuno ha, a parte lui.

Ernest Shackleton è il mio eroe della più grande avventura cinematografica che non è mai stata un film.

Moana Pozzi, perché l’ho conosciuta e non dimenticherò mai che l’intelligenza è sexy.

Salvo Licata è stato il mio maestro di giornalismo e, diciamolo, di vita.

Wassily Kandinsky, perché i suoi colori visti all’Hermitage di San Pietroburgo li ho ancora negli occhi.

Italo Calvino, le “Lezioni Americane” è il libro che mi ha cambiato la vita. E che mi ha costretto a fare conferenze sui libri che cambiano la vita…

Claudio Magris, ovvero il Sommo Magris.

Roger “Verbal” Kint (attenzione spoiler!) è Keyser Söze, il protagonista del più bel giallo-thriller di tutti i tempi.

Oriana Fallaci, perché non essere d’accordo con lei era insostituibile spunto di arricchimento.

Graham Vick, un grande regista teatrale, uno dei giganti che ti metteva a tuo agio con idee di una genialità sconvolgente e che non ti guardava mai dall’alto in basso. Una volta con lui realizzammo un fotoromanzo…

Pat Metheny, la chitarra e il chitarrismo quando volevo essere un chitarrista.

Donna Summer, il primo turbamento sensuale per un sussurro che veniva fuori da un vinile.

Filippo Carollo, l’amico che mi manca ormai quasi da trent’anni. Un amico che non sono riuscito a salvare.

Peppino Sottile, il giornalista che mi ha dato fiducia nonostante la sua intransigente ferocia. Ancora oggi quando ci sentiamo cito a memoria le sue cazziate.

Guido e Maurizio De Angelis. Il primo 33 giri che ho consumato sino a piallarlo. Un The Best delle loro colonne sonore: da “Piedone lo sbirro” a “Altrimenti ci arrabbiamo”, da “Per grazia ricevuta” a “Orzowei”.

Niccolò Ammaniti perché “Ti prendo e ti porto via” è il mio romanzo d’amore.

Maria Cefalù è stata una regista della Rai siciliana che per prima mi ha affidato un programma radiofonico – avevo vent’anni – ed ebbe il coraggio di anticipare a mio padre che no, non sarei stato un medico.

Stanley Kubrick perché non conosco un regista che ha attraversato generi e scritture così diverse come ha fatto lui.

Olivia Newton John per la sua grazia eterna. Di grazia siamo affamati, ma non ce lo confessiamo.

P.S. La foto è di trent’anni fa – Val Thorens, 3.500 metri di quota, 26 gradi sotto zero – e ha dentro gran parte di ciò che ho scritto in queste righe. Basta guardarla con un pizzico di compassione ;)

Riassunto delle serie tv precedenti

Riassunto delle serie tv precedenti.
Partiamo dalla più recente. “1899” nata dai creatori di “Dark” è un guazzabuglio di generi: fantascienza, mystery, horror, storico e quello che volete. Da qualunque parti la si guardi è una serie talmente complicata (e a mio parere astrusa) da stordire coi suoi effetti e le sue continue virate. Insomma un continuo succedersi di punti interrogativi che alla fine oscurano la vista. Se avete di meglio da guardare, andate oltre.

“Babylon Berlin”, al contrario, è un prodotto di altissimo livello, molto raffinato, con un reticolo di storie magicamente intrecciato e soprattutto con un garbo geniale che fa della sua musica qualcosa di unico: in un paio di occasioni sono tornato indietro per rivedere e riascoltare…

Segnalo “Wanna” su Netflix, errori e orrori di Wanna Marchi, figlia e clan. Come prodotto italiano è ben girato. Notevole il montaggio.

Di “Better Call Saul” vi ho detto.

Su Raiplay una perla: “Tortora, storia di un’ingiustizia”. Una breve (fin troppo) trattazione del caso più eclatante di cialtronismo giudiziario italiano. Una rara accozzaglia di pm, giudici, pentiti e giornalisti lestofanti inchioda un giornalista e uomo di forte impatto televisivo a un’accusa palesemente falsa. Alla fine nessuno di loro pagherà (come accade spesso, vedi depistaggio Borsellino) e il povero Tortora ne uscirà devastato nell’immagine e nel fisico. Bella e toccante la testimonianza dell’avvocato Della Valle, un gigante di umanità in mezzo a nani del diritto con varie inclinazioni criminali.
Da vedere e far vedere nonostante l’improponibile app di Raiplay.

Infine ammetto di esser stato catturato da “The Blacklist” che è, per intenderci, un “24” all’ennesima potenza. In più Raymond Red Reddington non è Jack Bauer poiché ha più di due espressioni e, soprattutto, è credibile nella sua incosciente risolutezza. L’attore che gli dà vita, James Spader, è nella mia classifica nella top fine dei personaggi più incisivi e “contagiosi” visti in una serie tv.
Insomma, se avete bisogno di svuotare il cervello, o di diluire lo stress, o semplicemente di divertirvi col male assoluto che per magia diventa gioco ammaliante (senza faticose perversioni), questa serie può esservi utile.

La quarta stagione di “Stranger Things”, a parte alcune lentezze narrative in cui i personaggi cercano un approfondimento soggettivo che non meritano perché sono essi stessi figli di un divenire corale, l’ho trovata geniale (come le altre). In questa serie la materia più grossolana – mostri, terrore, fine del mondo, splatter senza confini – è maneggiata con una grazia e un mestiere ammirevoli. Del resto solo una mente geniale (anzi, in questo caso, due) poteva immaginare che per salvare il mondo ci si potesse aggrappare a una canzone non indimenticabile di 37 anni fa. E che i giochi, a disco fermo, potessero riprendere con chissà quale ripescaggio musicale (a questo proposito andatevi a rivedere il finale della terza stagione con un “Neverending story” memorabile per chi ama leggere, ascoltare, scrivere, sognare, stupirsi).

P.S.
L’immagine di questo post è dedicata a quella che per me è la serie più bella e determinante in assoluto.

Grandi Ispiratori

C’è una lista immaginaria di Grandi Ispiratori che, negli anni, mi sono ripromesso di compilare e che per pigrizia non ho mai iniziato a scrivere.
Lo faccio adesso con la consapevolezza che è comunque una lista parziale, dato che spero di non morire al clic di invio di questo post (anche se non sottovaluto l’influsso di certi miei detrattori…).
I Grandi Ispiratori sono scrittori, artisti, sportivi, esploratori, liberi pensatori, persone qualunque che hanno condizionato il mio modo di pensare, di scrivere, di agire. Sono quelli le cui gesta in qualche modo hanno un riflesso nel mio vivere quotidiano: il mio giudizio è assolutamente soggettivo, cioé non è legato a un’etica o a un riverbero sociale del personaggio in questione. Per questo ci troverete dentro nomi di ogni genere e assortimento.
È la mia lista e un giorno, forse non lontano, vi svelerò i dettagli che mi legano a ciascuno di loro (alcuni dei quali sorprendono ancora persino me).

Donald Fagen
Stephen King
Gino Vannelli
Phil Collins
Sheila E.
Manolo
Toni Valeruz
Prince
Clare H. Torry
Nick Hornby
Ernest Shackleton
Moana Pozzi
Salvo Licata
Wassily Kandinsky
Italo Calvino
Claudio Magris
Roger “Verbal” Kint
Oriana Fallaci
Graham Vick
Pat Metheny
Donna Summer
Filippo Carollo
Peppino Sottile
Guido e Maurizio De Angelis
Niccolò Ammaniti
Maria Cefalù
Stanley Kubrick
Olivia Newton John

Senza fiducia

Spesso (troppo) ci dimentichiamo che le cose funzionano bene solo se sono fatte bene. E che per essere fatte bene hanno bisogno di professionisti. E che i professionisti sono tali perché esercitano una professione: una, non dieci tutte insieme. E che se a un professionista viene imposto di lavorare per dieci, nel migliore dei casi farà un decimo del suo vero lavoro (quello per cui ha studiato) e per i restanti nove decimi farà cose abbozzate, magari sbagliate, comunque cagate. E che le cagate non piovono mai dal cielo, ma sono sempre meritate nonostante il fatto che per progettarle ci vuole più applicazione (storta) di quella che occorre per fare le cose bene. Che le cose fatte bene hanno bisogno di professionisti, di tempo, di organici adeguati, di pazienza, di lungimiranza. E soprattutto di fiducia.

Senza fiducia nessuno ordinerebbe un ponte a un tale che lo disegna assieme al suo team sulla carta, nessuno finanzierebbe una ricerca su un nuovo vaccino, nessuno commissionerebbe un’opera teatrale, nessuno allenerebbe una squadra sportiva di giovanissimi, nessuno potrebbe dirigere un giornale, e così via.
Senza fiducia si costruisce il nulla. E le cose fatte bene sono esattamente l’opposto.  

P.S.
Questo post è stato scritto senza maltrattare nessun datore di lavoro, senza nessuna rivendicazione in codice, senza un’urgenza di cronaca. E’ stato scritto semplicemente perché all’autore di questo blog pareva giusto scriverlo.

Contro il fascismo del dolore

Tutti quanti, prima o poi, ci dobbiamo confrontare col senso di mancanza. Ed è un errore gravissimo ritenere che la propria voragine, quella dalla quale crediamo di non poter riemergere, sia più profonda di quelle degli altri. Soffriamo tutti, ognuno in modo diverso per cose diverse e al contempo con lo stesso diritto. Abbiamo vertigini di dolore tutte nostre e non abbiamo il diritto di imporle. Soprattutto non dobbiamo mai sovrapporle a quelle degli altri.

Sono due anni che mio padre se n’è andato e so, per certo, che il senso di mancanza è qualcosa di non recensibile. Però so anche che il miglior modo per celebrare qualcuno che non c’è più – prima o poi è un’incombenza che tocca tutti – è non infliggere il proprio dolore al mondo.
Quindi per prudenza, almeno per un giorno, oggi nella mia giornata ordinaria non mi lamenterò dei casini personali, leggerò i giornali con un distacco artificiale, lavorerò senza curarmi dei problemi acuminati che possono stare dietro l’angolo, cucinerò cantando e brinderò a una felicità prossima ventura (c’è sempre qualcosa in agguato e chissà mai che non sia qualcosa di lieto, e che cazzo).

Scrivevo qualche giorno fa che bisogna avere il coraggio di cambiare le nostre preghiere laiche. Di celebrare i nostri morti (ammazzati o no) in un modo nuovo, di sterilizzare le ferite riducendo al minimo il rischio che si riaprano, anche involontariamente. E scrivevo a proposito dei morti di mafia: “Meno intitolazioni, più narrazioni. Meno stucchi, più informazione. Meno contrapposizioni, più testa bassa e pedalare”.
Ecco, credo che questo proposito valga non solo per i morti (illustri) di morte violenta.
Dobbiamo imparare a seppellire i nostri defunti. Raccontandoli più che rimpiangendoli. Diluendoli in una risata più che imponendoli a ogni cena, tra il primo e il secondo lasciati a metà. Lasciandoci guidare dalla loro stella anziché brancolare nel buio della loro assenza.
Io mio padre l’ho raccontato in mille modi (orgogliosamente e senza farne una bandiera), e altrettanti sono quelli che ho taciuto perché una vita fa romanzo solo se riassunta e scremata.  Oggi mi piace pensare che lui non stia lassù a vegliarmi, tipo santino, ma che se ne fotta di quel mondo terreno nel quale se l’è goduta, dando e ricevendo con divertita equanimità. E soprattutto che si sbracci per convincere tutti i suoi beati colleghi di sorte a farci desistere dal rimpianto social piagnucolante e diciamo anche un po’ ridicolo.
La dignità dei nostri cari, quando non ci sono più, è nelle nostre mani. Più ci mancano, più serve ritegno. Il ritegno è l’unica promessa di fedeltà che possiamo fare a una persona che non c’è più.

L’arte di (lasciar) correre

Mi capita spesso di rivivere eventi vissuti come se li osservassi dall’esterno. Prima di leggere un interessante articolo di Jacob Stern su The Atlantic mi sentivo un po’ a disagio perché credevo che fosse colpa di un mio impulso a revisionare continuamente, a cercare di diluire le mie responsabilità, a esternalizzare i miei complessi di colpa. Invece, con sommo sollievo, apprendo che questo fenomeno non è solo associato a vari disturbi mentali (oddio, ci manca solo questo!), ma è abbastanza diffuso tra le persone, diciamo, sane.
Liquido subito la parte ecumenica del ragionamento, quella larvatamente scientifica.
Come scrive Stern “la distinzione tra ricordi in prima e terza persona risale almeno a Sigmund Freud” e oggi sappiamo, da recenti ricerche, che “più un ricordo è lontano, più è probabile che lo si rievochi in terza persona”.
Solo che a me capita spesso di vedermi in azione, magari in un’azione non ordinaria (tipo visitare un luogo strano, cucinare un piatto mai provato, incontrare una persona che mai mi sarei sognato di incontrare) e sganciare la soggettiva dai miei occhi.

E qui inizia l’abbondante e inarrestabile fase del dopo.

Come accade a tutti, la mia vita è fatta di scelte. E le scelte sono scommesse.
Traducendo: nonostante uno si ostini a caricare di importanza (etica, sociale, religiosa, affettiva) scelte e consigli, le conseguenze sono sempre sgonfie di questo plusvalore poiché la quota di influenza ambientale è talmente alta da renderle per molti versi indipendenti dalle nostre reali intenzioni.
È qui che entra in gioco l’arte di (lasciar) correre, intesa come invito a mollare ormeggi e ad abbandonarsi al flusso del presente senza sbattersi per contrastarlo.
Uno psicologo te la racconterebbe così: “Lasciar correre significa rinunciare alla coercizione, alla resistenza, alla lotta, in cambio di qualcosa di più forte e completo, la conseguenza immediata del lasciare le cose come stanno, senza farsi condizionare da propensioni o repulsioni, dall’intrinseca viscosità di desideri, simpatie, antipatie”.
Io invece la traduco così: “Lasciar correre significa vedere un torto all’orizzonte ed evitare di buttarcisi a capofitto, rinunciare alle pulsioni di giustiziere per affidare ad altri, più in alto e chissà dove, il compito di tirare le somme, vivere di quiete zen, e dotarsi di un ampio repertorio di guance da porgere sin quando ci saranno mani cariche di schiaffi”.
Non è una cosa semplice da archiviare come fatta.
Molto spesso il “lasciar correre” è il rifugio del “chi me lo ha fatto fare”. Ma è anche vero che, soprattutto dalle mie parti, far finta di niente è il succo di una cultura che, lasciando correre, ha macinato morti, umiliazioni e distruzione.

Insomma l’arte di (lasciar) correre è uno di quegli argomenti che si misurano con un’addizione di esperienze. Non basta la mia, non basta la tua, ce ne vogliono molte, incrociate. Possibilmente con un concerto di visioni in terza persona. Per questo andrebbero incrementati per decreto il dibattito, lo scontro ideologico, la crasi di culture. Invece è tutto un appiattirsi di consuetudini. Di atteggiamenti preconfezionati che vorrebbero farsi cultura, ma sono ozio, sonnecchiamento della ragione. Nel mio mondo perfetto ci si accapiglia di continuo per un progetto, si discute allo sfinimento per costruire una nuova città delle idee, si cercano gli opposti e anziché separarli si mettono a confronto. Ma è il mio mondo visto in terza persona, con tutte le cautele del caso.
Per storia personale ho approfondito l’arte di correre. Quanto a quella parola tra parentesi mi sto attrezzando, ma non sono certo di riuscire.

Ingrati

Ci sono discorsi difficili da imbastire senza inquinarli di personalismo. Perché uno dei servizi migliori che chi vive e campa di parole può fare è, secondo me, cercare di restituire a chi legge concetti universali. “Restituire” è la parola giusta giacché  i concetti sono un bene comune e se qualcuno se ne trova privo è segno che qualcosa non ha funzionato nel meccanismo di distribuzione.

Prendete il concetto di gratitudine.

Un concetto antico, che fa parte dell’ortodossia religiosa (di oriente e occidente), eppure sempre attuale, oggetto di mille discussioni. Nelle alleanze politiche, nei rapporti sentimentali, nelle strategie lavorative, persino nella socialità distratta, la gratitudine è un relè di relazioni, un perno intorno al quale ruota il sistema di causa-effetto che condiziona le nostre esistenze.
Ci sono mantra in stile Confucio che ci intimano di non fare del bene se non abbiamo la forza di sopportare l’ingratitudine, ma al contempo siamo fatti di carne e sangue e la riconoscenza è comunque benzina per il motore delle sane relazioni sociali.
Sta tutta qui la moderna saggezza di questi tempi che nulla hanno di saggio. Nel saper stravolgere le parabole, nello sconquassare i luoghi comuni, nello stracciare i pregiudizi religiosi per rassegnarci: il migliore premio per chi fa qualcosa di buono per gli altri è sapersi regalare la preparazione al voltafaccia finale.

Ho imparato – perdonatemi l’accenno di personalismo di cui al primo rigo – che si presta solo ciò che si è in grado di perdere. Una volta un ex amico mi chiese dei soldi e glieli diedi. Me li chiese di nuovo e glieli diedi ancora. Quando gli domandai com’era finita lui sparì senza vergogna, nonostante un’amicizia trentennale. L’ho (intra)visto in giro per feste e festini, so che quei soldi li ha impiegati al peggio e in cuor mio mi dispiace non tanto perché non me li ha restituiti (ho capito che è un truffatore inside), ma perché non se li è goduti. Con l’età che avanza, tendo a perdonare sempre più chi si dimentica del bene ricevuto e sempre meno chi fa finta di dimenticarsi del male fatto.
Ora non vi voglio lanciare il messaggio di amore e pace (concetti nobilissimi, ma noiosissimi se non ben incorniciati in un santino), però di ingratitudine mi sono nutrito e sarei sazio se solo il menù non mi proponesse ogni giorno una pietanza nuova, sciapa e brutta persino a descriverla.
Generalmente lo stolto si scaglia sempre contro chi lo ha creato: accade nella storia, nell’arte e nelle nostre conventicole.

I miei migliori ex amici sono personaggi finiti in quell’ombra che erano riusciti provvisoriamente a evitare, sono ombrelloni dismessi in un eterno inverno o, peggio, sono armi di sputo rivolte verso il cielo che non si curano della sorte della loro faccia. Peccato, alcuni avrebbero meritato una fine migliore se solo fossero stati capati di immaginarla. Perché l’ingratitudine è soprattutto un peccato di scarsa immaginazione. Senza l’immaginazione la vita non ha sogni: nulla si può fare se prima non lo abbiamo immaginato.
Ma loro ovviamente non lo sanno.

Breaking Saul

In “Better Call Saul” la coppia Peter Gould e Vince Gilligan sfiora il capolavoro. La serie è una meraviglia di scrittura, recitazione, fotografia, regia. Nulla è lasciato al caso nella semina degli indizi, neanche la scarna sigla che evolve episodio dopo episodio in un esito che mai è scontato.

Tutto è perfetto: la migliore moglie è la migliore moglie, il miglior nemico è il miglior nemico, il miglior traditore è il miglior traditore. E i migliori personaggi sono quelli che si mescolano tra loro in una geniale (ma davvero geniale) congerie di situazioni. E diventano quindi altro, altri: tutti.

In “Better Call Saul” nessuno è quel che sembra, nemmeno quel nessuno messo lì per recitare il suo niente. Non ci si può fidare (e felicemente) di un veterinario, di un guardiano di parcheggi, di un venditore di polli, di un fratello, di un socio, di un cliente.

I sentimenti sono esplorati con un garbo per me senza precedenti. La fallacità dell’amore – di qualunque amore si tratti, fraterno, coniugale, eccetera – non ha mai quella teatralità falsa che ci/mi dà fastidio nelle trasposizioni cinematografiche o teatrali. In “Better Call Saul” la finzione è una vetrina, ben addobbata sin dai primi fotogrammi del primo episodio della prima stagione.

Il resto è una narrazione di livello eccezionale, con un’escalation che purtroppo pecca gravemente proprio in vista del traguardo quando il dazio da pagare al prequel “Breaking Bad” diventa invasivo e massacra la tensione accumulata per sessanta e passa puntate.

Per questo, e solo per questo, Peter Gould e Vince Gilligan sfiorano il capolavoro assoluto. La loro scansione del tempo – avanti e indietro, bianco e nero e colore – sarebbe stata perfetta e diabolicamente inquietante se non ci fosse stata un’altra serie dinanzi alla quale inchinarsi, come una processione davanti alla casa di un boss, come un omaggio dovuto e non sentito.

Per questo – e lo scrivo con saggia rabbia – “Better Call Saul” è un capolavoro. Ma non il capolavoro.

Cazzate e antidoti, un podcast

Come annunciato, il tenutario di questo blog ha messo su un podcast. Tutto gratis, e questo è contro i miei principi: ma vabbè, se una community sana e curiosa cresce è già una bella ricompensa.
Comunque su un tema già dibattuto oggi c’è un’altra via di discussione. Faticosa per chi la deve organizzare (tipo il sottoscritto), semplice per chi ne può usufruire.

Un podcast è scaricabile, dilazionabile. Lo potete ascoltare a rate, quando volete: mentre cucinate, correte, siete in auto, avete le mani impegnate e lo sguardo altrove. Soprattutto un podcast toglie ogni alibi ai superficiali: non ha controindicazioni, limitazioni di fruizione. Bello, no?
Comunque non devo vendervi niente. L’intento è solo quello di condividere idee, spunti e molti dubbi: se ci facessimo più domande avremmo molte più risposte, è una certezza.

Siate clementi per queste prime puntate. Sono un tecnologico teorico, mica un tecnico o uno smanettone. Quindi un grazie preventivo vi suoni pure come un “per favore non infierite” o, se siete miei amici, come un “non mi scassate la minchia”, almeno adesso.

Buon ascolto.

Qui le altre puntate.

Gery Palazzotto
Gery Palazzotto
Cazzate e antidoti, un podcast
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Cazzi miei reloaded

Quando (ri)apro su queste pagine il settore cazzi miei è segno che cerco/trovo relax. Se un tempo la cronaca ossessionava solo i giornalisti e i lettori compulsivi dei giornali (benedetti!), oggi l’attualità è un divenire che spesso dribbla le notizie e investe tutta la nostra esistenza. Ecco, il mio relax è lontano dalla cronaca, per assioma. È generalmente fatica: che sia montagna o pianura, che sia neve o acqua, che sia polvere o fango, che siano ruote o quadricipiti, io per spegnere il cervello devo azionare le gambe.
Usualmente, in questo periodo, cammino.

Dopo la pausa forzata della pandemia e dopo il bell’assaggio di Francigena dello scorso anno, indimenticabile per vari motivi – la maggior parte dei quali afferiscono alla subdirectory dei cazzi miei, quella protetta da password – oggi torno sulla Francigena italiana in un tratto indefinito tra Mortara e Sarzana. Scrivo indefinito perché non ho ancora chiare le mie intenzioni: può darsi che decida di fare delle deviazioni, può darsi che decida di andare oltre. E poi c’è una caviglia destra che vorrebbe tradirmi tipo Calenda col Pd ma con effetti ben più seccanti (quanto sposta Calenda e quanto sposta la mia caviglia non è paragone da fare, eh). Insomma non è il Cammino del Nord con la sua sacrale successione di tappe e obiettivi, quasi una gara di sopravvivenza con se stessi.

Tornando alle motivazioni, che sono l’argomento di discussione preferito quando immancabilmente ti trovi a chiacchierare con estranei di queste insane passioni, non sono mai fuggito neanche quando c’era davvero qualcosa o qualcuno da cui scappare. Molte persone, soprattutto neofiti, che si mettono in cammino cercano di allontanarsi fisicamente da ciò che in fondo è dentro di loro. Io al contrario non ho mai cercato altrove cause e rimedi che stanno negli spazi angusti del mio cervello, del mio cuore o di qualche altro organo meno funzionale e più rompicoglioni: e non è un pregio, anzi.

Perché non dimentichiamo che la versione corrente di chi ha un problema è tutta nella legge delle tre A:
1 Affidarsi totalmente agli altri.
2 Abbracciare la religione del dolore ortodosso.
3 Aspettare che un rimedio arrivi dall’alto. Quindi sfruttare il principio dei vasi comunicanti applicati alla rottura di coglioni: dove la concentrazione è minore se ne può riversare…
Invece il sottoscritto paradossalmente quando ha problemi si chiude a casa e non ne esce fin quando non è presentabile.
Figuriamoci un viaggio.
In viaggio devo essere al cento per cento. Devo succhiare conoscenza da ogni cannuccia dell’ignoto. Devo resistere alla tentazione di essere il solito verboso portatore di noia, di cedere agli stessi vizi, di muovere gli stessi passi, di frantumare le stesse uova nel paniere.

Per questo mi rimetto in cammino anche quest’anno. Con qualche chilo e qualche pensiero in più (la pandemia ci ha segnati in tal senso). Con qualche anno in più, ma su quello non c’è alternativa, a meno che tu non viva in un romanzo di Stephen King. Con qualche responsabilità in più: devo scrivere un paio di cose di lavoro per me cruciali e l’endorfina è da sempre la mia droga preferita.
E con una sola speranza, che è quella di sempre: stupirmi e non perdermi in quelle controindicazioni dell’esperienza che il popolo senziente del pianeta chiama rimpianti e noi solisti della socialità chiamiamo, senza paura, errori.
Gli errori accadono. I viaggi si cercano.

1-continua

Le altre puntate qui.