Ti salvo io

C’è questa canzone che ogni anno in questi giorni (sarebbe domani il giorno giusto, ma giocare d’anticipo mi fa guadagnare tipo sei lettori in più) riprende vita. La canzone è September degli Earth Wind & Fire e risale al 1978. Pensate, non ebbe neanche un album tutto suo dal momento che, assieme al rifacimento (peraltro fantastico) di Got to Get You into My Life dei Beatles,  era inclusa in un album di successi già pubblicati. September è un inno alla dance di quegli anni in cui tutto ci sembrava spensierato. Ballavamo e cantavamo, addentavamo la nostra adolescenza senza curarci del mondo che intorno a noi macinava le stesse tragedie di sempre – l’omicidio Moro e il disastro aereo di Punta Raisi, solo per restare in Italia –  e che, nonostante la lente deformante dei social di oggi, non era troppo diverso da quello in cui galleggiamo oggi. Le cose accadono, sono sempre accadute.
Comunque è dell’effetto September che voglio dire.
C’era questo sottile cinguettio di chitarre, il coro gioioso di femmine e falsetti, la sbornia di fiati. E poi c’era lui, Maurice White. Di una grandezza per noi incommensurabile, allora. Una grandezza di quelle di cui uno si accorge quando viene a mancare. Accade così con certi miti viventi: gli affibbiamo un ruolo talmente totalizzante che li mettiamo fuori dal tempo, dall’ordinarietà. E, ascoltando questa canzone, come mai vi potrebbe venire in mente il concetto di morte? È già accaduto con molti nostri punti di riferimento e accadrà ancora perché, come sappiamo, la vita è una infinita malattia mortale. L’unico antidoto – e lo dico dall’alto dei miei tot anni – è ballare, cantare e affidarsi a quelle quattro note incatenate che sopravvivono alle maree del mondo tendendoci una mano, come si fa coi naufraghi: stai tranquillo, ti tiro su io, nessun’onda, neanche quella sperimentata dal capitano Shackleton, potrà mai fermare la musica.
Vivi, sopravvivi. Balla.  

L’altro

Viviamo una vita nell’aspettativa dell’altro. Altro inteso in senso ampio e magari fuorviante: persona, ambito, sorpresa, sentimento. Per coltivare l’attesa rinunciamo a molte cose ordinarie, perché l’altro in questa accezione è soprattutto straordinario. Quindi ci annoiamo più del dovuto quando invece ci sarebbe stato qualcosa di cui godere, rinunciamo all’ordinario perché temiamo lo sbadiglio, rinviamo a nuove fervide occasioni che di occasione in occasione si perdono in un tramonto inutile come un’alba vista da sottoterra. E spendiamo tempo che non torna e non perdona (autocitazione, pardon).

C’è un’illusoria fascinazione in questa aspettativa, non c’è bisogno di sottolinearlo, che comunque è forte come un vizio: attendere la novità rinvia le scadenze, con tutte le declinazioni umane del tempo, prima tra tutte quella dell’età. Noi aspiranti vecchi non abbiamo ancora ben chiaro il concetto di decadenza, crediamo di avere le stesse possibilità di molti capelli fa. E non ci confessiamo che il nostro peggior nemico rischia di essere quello che per lungo tempo è stato il nostro migliore alleato, tipo la prostata per i maschietti (per le donne non mi pronuncio perché sono tempi in cui già dire “maschio e femmina” rischia di essere un reato).

Comunque noi aspettiamo.

Aspettiamo sempre qualcosa che, ne siamo certi, accadrà. Una chiamata, una visita, un’idea che rimetta tutto a posto, al posto di partenza. Ripartire dal via, come negli antichi giochi da tavolo. Azzerare nottetempo, senza pagare dazio.   
Invece non è così che funzionano le cose.
Gran parte delle nostre aspettative vanno deluse, perché è giusto che le aspettative facciano il loro mestiere di previsione, auspicio, e nulla più. Non è su queste basi che si costruisce un’esistenza non dico saggia, non dico ammodo (bleah!), ma divertente. L’ho imparato in tarda età: il divertimento è fatto di piccoli mattoncini tipo Lego; addizioni e sottrazioni a una cifra; compromessi a buon mercato.

L’altro non è aspettativa, nella maggioranza dei casi. È scoperta, è attenzione, è sorriso e smorfia improvvisi. L’altro ti sorprende prima che lui sappia di farlo. Perché anche l’altro, quello giusto, vive nella tua non-aspettativa.
A qualunque livello lo si consideri – amicizia, complicità, professionalità, amore – l’altro ha un vantaggio su tutti i suoi surrogati: una forza propria che ti prende alle spalle e ti sussurra di seguirlo. Controcorrente, senza immediata spiegazione razionale.

Ci vuole tempo per capire, come i farmaci di lunga gittata. Ma l’effetto positivo è assicurato.
L’altro funziona quando meno te lo aspetti. E ti salva un po’ la vita.  

Fallire per vincere

È quasi fine giornata. Il sole del tardo pomeriggio abbandona le Dolomiti di Valdaora come se dovesse chiudere un sipario. I muscoli delle gambe sono ancora tesi per 1.300 metri di dislivello consumati con una progressione che nulla ha di turistico: in fondo ognuno ha la vacanza che si merita. Ogni volta che mi cimento in questi cammini più o meno arditi penso di non avere più il fisico, eppure soffro e godo al tempo stesso. Fin quando il saldo delle good vibration sarà positivo, continuerò. Quando un passo in più sarà il solo modo per evitare di stramazzare al suolo, allora mi ritirerò.

Lo sforzo e la fatica, ora che mi sono ripulito e che sorseggio un buon Merlot nel silenzio di un balcone che dà sul bosco, mi sembrano quasi un premio. Un premio per l’avventura che molti di noi si cuciono addosso. Perché la voglia di scoprire (e di scoprirsi) non ha valori assoluti, ma meravigliosamente relativi. Vi ho raccontato quanto pesi l’identificarsi con altri uomini, altre vite, altri passati. Ci sono esistenze che sono state progettate dal Grande Stratega solo per illuminare le strade altrui: sono il vero dono per chi crede che una vita non sia solo uno spazio vuoto da riempire, ma un’immensa tela bianca su cui dipingere. O fingere di farlo.

In questo pomeriggio che se ne va, nel respiro fresco della montagna, ho accanto un libro di cui vi ho parlato poco tempo fa e che narra la storia più sensazionale che abbia mai conosciuto.

Quella del capitano Ernest Shackleton è l’avventura per antonomasia. E qui, adesso, serve a ricordarmi il valore della determinazione: nello sport, nell’arte, nel tran tran quotidiano, persino nell’ozio serale di una vacanza. Shackleton è una figura poco conosciuta rispetto al valore assoluto della sua impresa eppure, grazie alla narrazione delle sue gesta ad opera di Alfred Lansing, ha cambiato la mia visuale sul mondo dell’avventura. Perché, probabilmente condizionati da un’idea di eroe moderno che vince e convince nella maggioranza dei casi (e se perde, rimanda sempre a una seconda stagione della serie), i nostri modelli corrispondono a un cliché: non c’è avventura senza il risultato.

Ebbene Shackleton stravolge tutto giacché fallisce la sua missione sin da subito (attraversare ai primi del Novecento l’Antartide a piedi e con le slitte trainate dai cani) e costruisce la sua fama nel recupero, nella ritirata, nella disperazione di una sconfitta. Sconfitta che trasforma, come in quasi nessun altro caso di mia conoscenza, in una vittoria memorabile: salvare tutti i suoi uomini in un’operazione ancora oggi giudicata praticamente impossibile. Il grande capo, che è insieme grande uomo e grande condottiero, lo fa con la severa intransigenza di un vero leader: se dà un ordine è lui il primo a dare l’esempio; se tradisce un sentimento sa che c’è un dazio da pagare. Non è un duro, è un uomo che sa prendere decisioni come nessun altro, unico nella storia. Insomma è Shackleton.

A questo pensavo mentre il sole tramontava sulle Dolomiti di Valdaora. Al senso delle nostre gioiose missioni, alla solidità dei traguardi conquistati con fatica, all’importanza della determinazione anche quando inciampiamo in un errore.

Oggi come oggi, se potessi essere un altro uomo, vorrei essere lui: l’uomo che fallendo un obiettivo, realizzò un capolavoro.    

Te la do io la privacy

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

La buona notizia è che l’esordio del green pass a Palermo è andato abbastanza liscio. A conferma che mostrare un QR code non è la fine del mondo se il sistema telematico che deve leggerlo funziona: e pare che la app del ministero almeno stavolta non si sia impallata. La cattiva notizia è che in alcuni c’è ancora una resistenza simil-ideologica a mostrare il documento di identità che è indispensabile per incrociare i dati sulla persona. È un fenomeno ben radicato nelle misteriose lande di alcuni difensori della privacy, alfieri della tutela dei dati personali che la mattina nascondono la carta di identità come se ci fosse la rivelazione di un quarto segreto di Fatima, e la sera postano sui social la foto che li ritrae nudi sul divano del salotto buono.

In un mondo in cui la verità e la falsità palese sono del tutto ininfluenti in termini, ad esempio, di successo politico, la tentazione è quella di tirare il freno a mano del treno della storia. Il green pass in una terra come quella di Sicilia che non ha mai primeggiato per rispetto delle regole è l’occasione per dimostrare di aver imparato la più dura delle lezioni sociali che questa pandemia ci ha imposto: e cioè l’ineluttabile importanza della limitazione di alcune libertà personali e di nuovi modelli di controllo. Il fatto che sempre più persone rifiutano i fatti perché essi minacciano l’identità che si sono costruite intorno alla loro visione del mondo, non deve distrarci dall’unico vero esempio di democrazia che il rispetto delle regole – anche al ristorante, al bar o in palestra – ci propone: tutto sarebbe perduto senza la partecipazione della gente comune. Ecco perché il green pass è un lasciapassare per la civiltà in un’Isola che necessariamente deve essere migliore.

Più narrazioni, meno commemorazioni

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Se non ci fossero di mezzo una tragedia infinita e una ferita al cuore dell’Italia, quella delle stragi del 1992 sembrerebbe una storia scritta apposta per essere raccontata. Del resto con l’infinita serie di colpi di scena, con una galleria di personaggi dalla doppiezza cinematografica, col drammatico succedersi di speranze e delusioni, di dubbi e certezze, la solidità del plot sarebbe assicurata. Ma ovviamente una cosa è la realtà, un’altra la finzione. Ed è un bene che la linea di demarcazione sia netta, chiara, giacché è proprio nello stridere di emozioni contrastanti che il teatro produce i suoi frutti: il palcoscenico è il luogo dove queste emozioni convergono, si moltiplicano o si annullano, emergono o si inabissano. È il tempio della libertà, ideale per narrare di libertà che non ci sono (più). Ma è anche una culla dell’emozione dove la fonte di ispirazione meno romanzesca può lasciare spazio al dolore sordo, quello senza più lacrime, al tremendo senso di ingiustizia che viene fuori da ogni singola domanda di verità che non trova risposta.

Siamo abituati alle commemorazioni, tragicamente abituati. Per troppo tempo la cultura, alle nostre latitudini, si è impigrita proponendo scorciatoie anche nobili, ma pur sempre scorciatoie. Siamo un popolo che vive di consuetudini, che tende a navigare a favore di corrente. C’è voluto un  lungo lockdown per realizzare che quella per la cultura è l’abitudine più facile da perdere poiché in questo Paese la cultura è considerata una sorta di bene accessorio, una cosa in più, se resta spazio e tempo… In tal modo in un periodo complesso come questo è più facile disabituarsi: perché non c’è nulla di più fragile di un’abitudine che non ha intenzione di sopravvivere a se stessa.

Ecco perché servono più narrazioni che commemorazioni. Perché si può essere ricchi e forti, amati, temuti e potenti, ma senza qualcuno che ti racconta una storia si è semplicemente nudi. Il “c’era una volta” non è solo l’inizio di qualcosa, ma è soprattutto una finestra aperta sul mondo migliore che riscatta la pochezza di quello in cui ci siamo ritrovati a vivere. Forse quello della fantasia è l’unico posto in cui siamo davvero ciò che meritiamo di essere.

Se la convergenza astrale di questi tempi bui continuerà a incrociarsi con l’orgoglio strabico di chi ritiene che contro la criminalità più o meno organizzata servano solo operazioni di polizia, resteremo senza il cibo per la nostra immaginazione. E questo digiuno, credetemi, non si placa con succedanei, giacché la cultura è fatta di materia prima che non ha surrogati. C’è o non c’è. Non è un asparago che, se non lo trovi fresco, puoi sempre reperirlo tra i surgelati.

Negli anni scorsi con Salvo Palazzolo abbiamo scritto due opere-inchiesta per il Teatro Massimo di Palermo, “Le parole rubate” e “I traditori”, nelle quali abbiamo cercato di indagare tra i misteri delle stragi Falcone e Borsellino. Era un tentativo di imbastire un’indagine sul palcoscenico del teatro d’opera più grande di Italia che partiva da un presupposto: nel luogo dell’arte, cioè nel tempio in cui si celebra il primato della fantasia, si può trovare la libertà che serve per provare a evadere dalle prigioni delle versioni preconfezionate.
Era la nostra ricerca della verità. La verità del dubbio.
Ecco il punto. Quando il teatro entra in una dimensione da maneggiare con cura, dove finisce il recinto della cronaca e dove si apre il cancello della fantasia? 
Probabilmente la risposta sta nella domanda stessa: l’eterna celebrazione del dubbio può essere un modo per evitare di impantanarsi nel fango delle contraddizioni delle versioni ufficiali puntualmente derubricate a coincidenze. Coincidenze che – lo abbiamo imparato soprattutto per le inchieste sulla strage di via D’Amelio – non sono altre che menzogne scritte in anticipo.

Se il teatro, come si dice, è la zona franca della vita, forse lì sarà finalmente possibile ricominciare, rimediare, rinascere. E commemorare finalmente guardando al futuro.

Signorə e signorə

La compagnia aerea Lufthansa e le sue consociate hanno deciso di abolire il saluto ai passeggeri “Signori e signore, benvenuti a bordo” perché ritenuto troppo poco neutrale rispetto ai generi. Pare che adesso ci si trincererà dietro un generico “Benvenuti a bordo”. Pur di andare appresso a questa ondata di decisioni gender inspired stiamo rasentando il senso del ridicolo per buttarci a capofitto nell’annullamento della buona creanza. Togliamo parole, concetti, frammenti di parole, frammenti di concetti per paura di essere parziali in un mondo in cui parole e concetti invece sono fondamentali. In questa sorta di impacciata filosofia della sottrazione arriviamo a usare l’asterisco alla fine di un aggettivo per non offendere nessuno, come se una lettera “a” al posto di una lettera “o” oppure di chissà quale altra vocale sia l’artificio perfetto per raddrizzare la nostra nave dell’etica pericolosamente inclinata. Da tempo Michela Murgia ha lanciato una crociata per un nuovo linguaggio inclusivo facendo ricorso allo schwa “ə”. Che mi potrebbe star bene se la rivoluzione di una nuova scrittura/lettura non rischiasse di rendere ancora più difficile la scrittura/lettura, allontanando le quattro menti accese che sono rimaste a leggerci.

Non credo che eliminare il “signore e signori” possa dare un minimo di aiuto a una causa che non è lessicale, ma culturale. Servono più signore e più signori nel vero senso della parola – e chi se ne frega del genere – per portare avanti una rivoluzione di tolleranza, di conoscenza, di curiosità. Non è il maschile o il femminile a determinare una qualità, ma l’essenza di ciò che pensiamo, la forza di ciò in cui crediamo. Il gender inspired rischia di essere un autogol su tutti i fronti dato che stravolge la forma e se ne fotte della sostanza. È uno specchietto per le allodole a uso social. Un pannicello tiepido per rivoluzioni da bagno di servizio. Un espediente che abbassa il dibattito al livello dei barbari che si vuol combattere.

Perché, a dispetto delle vocali e di impronunciabili surrogati (“ə”), c’è un limite al di sotto del quale non bisogna mai scendere, anche strategicamente. Linguaggi inclusivi posticci e rimedi dell’ultima ora a parte,c’è una fetta di mondo che crede ancora che il rispetto non sia una questione ortografica.
Signori si nasce.

P.S.
Signori con la “i”. E nessuno si senta offeso (tranne quelli che scrivono “Signorə”)

Cose europee

Cose che resteranno di questi Campionati europei 2020/2021.

Il trionfo di una squadra senza prime donne. Probabilmente segno dei tempi, in cui la condivisione più utile è quella che passa dalle coscienze e non soltanto dai polpastrelli.

La vacuità di un progetto di nazione salviniana costruito sui luoghi comuni. L’Italia che vince è meridionale, settentrionale, immigrata, chissà ariana, che aiuta gli altri a casa loro ma che non dimentica il campanile.

La gentile discrezione colta di Chiesa, che segna in italiano e parla una lingua straniera con un garbo a noi sconosciuto.

La freddezza di Donnarumma che para il rigore decisivo e si rialza come se avesse finito un esercizio in allenamento.

La genialità di chi ha cambiato “It’s coming home” in “It’s coming Rome”.

L’ubiquità di Tom Cruise, dappertutto in diretta in mondovisione ovunque ci fosse una palla/pallina da seguire.

Il rimedio della Rai per sostituire i telecronisti bloccati dal Covid: potere al non-pensiero, e non aggiungo altro altrimenti dobbiamo aprire un dibattito antipatico.

Mario Draghi che dice: “Lo sport è un ascensore sociale”. Che non significa escludere altre discipline o arti, ma cominciare a mettere dei punti fermi in un Paese che vive di sabbie mobili sociali.

La sportività degli spagnoli, latini non per caso.

L’antisportività e il razzismo di alcuni inglesi, ex barbari non per caso.

Shackleton, l’eroe

Sono venuto a contatto, per motivi irrilevanti ai fini di questa riflessione, con la vera storia del capitano Ernest Henry Shackleton, ben narrata in questo libro. Nell’agosto 1914 ventotto uomini su un robusto vascello norvegese partono per una missione senza precedenti: attraversare l’Antartide a piedi. L’Endurance, così si chiama l’imbarcazione, è costruita con il legno più resistente al mondo. Eppure finisce intrappolata nei ghiacci del mare di Weddell colando a picco. Quegli uomini devono trovare forze e strumenti per resistere a mesi e mesi sulla banchisa, nel gelo e nella solitudine. Prima di abbandonare la nave, Shackleton la fa svuotare di ogni cosa che possa essere utile alla sopravvivenza. E raccomanda di portare anche un paio di strumenti musicali – una chitarra, un banjo – che i marinai vorrebbero abbandonare giudicandoli superflui. Passano i mesi e il capitano riesce a raggiungere con tutto l’equipaggio appiedato e stremato l’isola di Elephant, che ovviamente è deserta. Lì decide di giocare il tutto per tutto e insieme a cinque uomini fidati si lancia attraverso le 650 miglia nautiche del canale di Drake a bordo di una scialuppa di sette metri. Sette metri di legno contro onde di 40 metri. Ce la fanno, con un cronometro, un sestante, una bussola e alcune carte: raggiungono un’isola di balenieri, prendono un’imbarcazione più solida e ripartono per l’isola di Elephant per andare a salvare i compagni. Ma non ce la faranno al primo tentativo e comunque l’impresa che li porterà di nuovo a riabbracciarsi sarà complessa e incredibile: una vera celebrazione dell’eroismo allo stato puro. Il 30 agosto 1916 Shackleton raggiunge e mette in salvo tutti i suoi uomini. E inizia un complicato e sorprendente viaggio di ritorno, che è anch’esso un’avventura.

Il gruppo è di nuovo unito, come due anni prima. E con loro ci sono quella chitarra e quel banjo dai quali l’equipaggio, per ordine del capitano, non si è mai allontanato. Le note di quegli strumenti li hanno aiutati come se fossero cibo. La solitudine e lo spettro della morte incombente sono state combattute con l’arte più preziosa, quella che viene dal cuore, e che non conosce altro scopo se non quello di arricchire la vita. Anche sul pack a 45 gradi sotto zero, anche con una fame assassina, anche quando la disperazione diventa padrona del gioco.

Vale per Shackleton, uno dei più grandi di tutti i tempi, vale per i suoi uomini e vale per noi tutti. Non c’è mai un motivo per non suonare o per non concedersi alla gioia della musica. Neanche se aveste risposto a un’inserzione come questa: “Cercansi uomini per una spedizione pericolosa. Bassa paga, freddo pungente, lunghi mesi nella più completa oscurità, pericolo costante, nessuna garanzia di ritorno. Onori e riconoscimenti in caso di successo”. Era l’annuncio su “The Times” per reclutare l’equipaggio dell’Endurance, la nave che doveva essere inaffondabile e che invece, andando a picco, incoronò un eroe indimenticabile.     

Al centro è peggio

L’altro giorno su Facebook ho accennato a una questione che mi sta a cuore, la presunta superiorità del centro, come posizione politica equidistante e come oggetto di elogi non appena qualcuno delle periferie (di destra o di sinistra) fa qualche minchiata. 

C’è un concetto che mi insegue da molto tempo. E qui vi propongo la short version: poi magari la questione la approfondisco altrove, dove il tasso di concentrazione richiesta va oltre le sette righe.
L’idea che tutte le opinioni, i punti di vista, le posizioni (anche fisiche) siano deviazioni impazzite rispetto all’imparzialità del centro.
Il centro.
Lo si elogia spesso, soprattutto in Italia, quando ci si deve contrapporre agli estremismi di vecchi e nuovi banditi. E lo si usa per indorare la pillola di chi non sceglierebbe mai un estremo: il centrodestra appare meno estremo della destra, il centrosinistra meno oltranzista della sinistra.
Invece c’è un errore di fondo in tutto questo ragionamento: pensare che destra e sinistra siano estremiste in modo simmetrico.
Non è vero.
Ma per questo ci vorrà la long version.

Ed eccoci qui per la versione estesa, ma non troppo.

Il concetto che sta alla base di questi ragionamenti è che le opinioni di parte siano di per se stesse meno attendibili delle altre. E allora chiediamoci: delle altre, quali? E soprattutto di parte, in che senso?

Per molti decenni la polarizzazione politica ha giocato a contrapporre idee giuste a idee sbagliate e ha trovato nel centro il rifugio del cosiddetto campo neutro, come quando da ragazzini si andava a fare una partita all’oratorio per sanare le rissose divergenze tra squadre di quartiere. L’oratorio era il campo neutro, soprattutto il mio dove c’era pure un prete intransigente e manesco (un salesiano che ci accoglieva dicendo: “Il primo che alza le mani se la dovrà vedere con me”).

In realtà non esistono opinioni di parte, esistono opinioni che si possono condividere o no: facile a dirsi, difficilissimo da spiegare a un politico contemporaneo, uno scelto a caso in un catalogo che va da Salvini a Renzi, da Crimi a Meloni.
E in questo corto-circuito logico rientra un vizio che ha insanguinato le strade della nostra logica: le persone stentano a (ri)conoscere ciò che non viene abbracciato nella loro visione del mondo. Il che significa che tendono a sottovalutare pericoli reali  (tipo, il figlio bianco della mia vicina non può molestare mia figlia) e a sopravvalutare situazioni in cui la minaccia sono sempre “loro” e mai “noi” (tipo, il figlio nero della mia vicina potrebbe essere un problema per mia figlia).

Nessuno o pochi hanno il coraggio di confessarselo, ma il succo di questo ragionamento, che è politico, civile, sociale, culturale, è la difesa ossessiva dello status quo.
La sopravvalutazione del centro compie, di rimbalzo, un’altra ingiustizia: che destra e sinistra siano simmetricamente distanti da esso. Come se, nei secoli, le voci della sinistra abbiano raccontato o svelato storie minimamente comparabili alle fandonie della destra, come se gli ideali della sinistra possano avere un degno contraltare in quelli della destra, come se i crimini con fondamento ideologico commessi dal comunismo (che tutto era tranne che qualcosa di affine alla sinistra che conosciamo) fossero comparabili con le ripetute e attualissime violazioni dei diritti umani perpetrati dalla destra.

Il pregiudizio centrista è un pregiudizio di carattere istituzionale e, diciamolo, stupido. Nella storia il centro ha pesato come destra e sinistra nel preservare le disuguaglianze e anzi, specialmente in Italia, ha salvaguardato trame e segreti che da quegli estremi provenivano.

Se una verità cerchiamo davvero sul centro, è che il centro è di parte. Anzi è di una parte che non ha parte. Il peggio del peggio per cercare un alibi politico, insomma.    

Consigli non richiesti

Da qualche tempo, tipo da mesi o forse da qualche anno non saprei, sono preda di una imbarazzante tendenza: quella di dare pareri non richiesti (PNR). Spesso si tratta di consigli, e qui siamo in un ecumenico altruismo che probabilmente ha a che fare con l’età che avanza, ma altre volte si tratta di opinioni senza alcun apparente vantaggio per chi li elargisce e per chi li riceve. L’aspetto più rasserenante di questa tendenza, che potremmo inquadrare in una vera sindrome, è che i social non c’entrano. Anzi, la pulsione dei PNR è tanto più forte quanto più lontano è il loro riverbero pubblico. Si va dalle questioni professionali ai consigli di cucina, dalle chiacchiere da portineria (ora che ho finalmente un portiere non abbaiante è bellissimo riscoprire quelle dieci-dodici parole dopo il “buongiorno” e il “buonasera”) a dilemmi da supermercato (i prodotti senza marchio ufficiale sono davvero competitivi?).Più prosaicamente i PNR sono una forma di riscatto che molti di noi pagano alla sorte che li ha risparmiati da mille meritatissimi incidenti di percorso. Quando siamo stati consapevolmente distratti, quando ci siamo chiusi a riccio in un abbaino privilegiato, quando abbiamo dato all’altro il ruolo di argine e invece era specchio, quando abbiamo alzato le spalle come se fossero un muro, quando abbiamo pensato che a tutti poteva succedere ma non certo a noi, quando ci siamo fidati del peggiore dei traditori, quando abbiamo tradito il più indifeso degli innocenti, quando il nostro conto coincideva perfettamente col nostro tornaconto, quando eravamo cattivi con gusto e dolci con disgusto… Ecco, in tutte queste occasioni credevamo che i PRN fossero uno sbraco o, nel migliore dei casi, un inutile ghirigoro nel temino di una vita vergata a mano. Invece ve lo dico in un orecchio, in quel prezioso orecchio virtuale che in questi tempi di braindown rende universali concetti complicati da diluire in una lingua comune come quella dei social: esprimere un’opinione argomentata quando ci avete pensato su a lungo e quando l’interlocutore ha un peso nella scala del vostro interesse, è un bellissimo spunto per un esercizio di autostima. Come un bilanciere per i bicipiti o come un sentiero di montagna per le vostre scarpe da trekking nuove.Se ci fossero stati più PNR negli ultimi trent’anni ci saremmo trovati con molti meno CNR. Casini non richiesti.