Colleghi e guardati

Ho lavorato per oltre vent’anni al Giornale di Sicilia e me ne sono andato nel 2007, quando ho capito che non avevo più nulla da dire/fare in quel quotidiano. Ho lasciato in quella redazione, oltre a mille ricordi, molti amici e colleghi, compagni di avventure dentro e fuori i locali dell’azienda. Col tempo, alcune di quelle persone hanno maturato nei miei confronti un astio e un risentimento che ritengo ingiustificati. È vero, posso risultare colpevolmente poco simpatico per motivi che vanno dalle opinioni politiche alla scelta del vino (tipo: odio il Grillo). E poi sono insofferente a quei luoghi comuni che avvelenano la nostra socialità reale, quella analogica, e per di più sono da sempre mezzo vegetariano in un momento in cui i vegetariani si mangiano una bella fetta di carne… ops!. Tornando al Gds è anche vero che mi è capitato di criticare le scelte di una direzione ultratrentennale, di mettere in luce passi editoriali sbagliati, ma anche di solidarizzare con la redazione in momenti difficili e di salutare con gioia il nuovo corso. Qui trovate un bel po’ di materiale.

Nel tempo questi colleghi non hanno perso occasione di trattarmi con sufficienza (è un loro diritto, ma io ci sono rimasto male…), hanno detto schifezze di me (mai di persona, manco a dirlo), e soprattutto hanno boicottato alcune mie iniziative professionali sulle pagine della cronaca (iniziative che invece avevano paginate sui giornali nazionali, quindi qualcosa probabilmente valevano), come se tacere di un evento che può interessare i lettori fosse uno sgarbo a me e non a chi quel giornale ancora coraggiosamente lo compra.
Non vi nascondo che la cosa mi ha addolorato perché credo di aver sempre anteposto il rispetto per il mestiere e per il diritto al lavoro alle normali critiche che si possono rivolgere a una testata giornalistica come a chiunque altro, che sia cronista o salumiere, magistrato o meccanico.

In Sicko di Michael Moore, documentario tosto sul sistema sanitario statunitense, il regista alla fine racconta la storia del suo principale detrattore, finito in difficoltà proprio per problemi di salute, che si vede recapitare una somma in denaro da un anonimo.
Nell’ottobre del 2020 qualcuno organizzò una colletta per supportare il comitato di redazione del Giornale di Sicilia in una difficilissima vertenza contro la nuova proprietà. Anche lì ci fu una donazione fatta da un tale, da uno che pareva non entrarci nulla, proprio per aiutare i suoi detrattori. Che ovviamente non ringraziarono mai. Ma questo, al netto della buona creanza, non conta.

Conta invece il motivo per cui oggi scrivo queste righe.
Perché ho ritrovato una lettera del dicembre 2006 scritta dal tenutario di questo blog all’allora condirettore del Giornale di Sicilia che aveva contestato l’eccessivo spazio (manco 60 righe) dato a un’iniziativa pubblica di Rifondazione Comunista contro una Commissione regionale antimafia sonnecchiante. Si parlava – udite udite – di Totò Cuffaro, allora presidente della Regione indagato per fatti di mafia e di Antonio Borzacchelli, uno che aveva un vissuto abbastanza complesso.
Insomma mi ero preso una cazziata dalla direzione per qualcosa che aveva a che fare con l’aria che si respirava e che ci avrebbe intossicato negli anni a venire (ma allora nessuno lo sapeva, c’erano solo una coscienza e un’etica professionale a guidarci, e sono cose che non vengono distribuite come i buoni pasto). Mentre io, in modo semplice e senza fare rivoluzioni, volevo respirare normalmente: insomma non volevo vivere intubato. Altro che eroismo, era roba di alveoli… Ognuno sceglie l’aria che si merita, in fondo.
Di lì a poco svuotai i cassetti e me ne andai per sempre: abbandonando un posto fisso e tuffandomi nel mare aperto dell’incertezza (non sono ricco di famiglia né avevo gli assi nella manica di molti miei colleghi, molto più lungimiranti di me, che venivano foraggiati da fior fiore di imprenditori molti dei quali, quelli più generosi, in odor di mafia). In più me ne sono sempre fregato di strumentalizzare accadimenti e convergenze astrali che sono stati la fortuna di chi era al posto giusto nel momento giusto a prescindere dal merito e dalla capacità professionale (su questo potrei scrivere un’enciclopedia e non è escluso che lo faccia quando troverò il tempo). Fregandomene li ho visti sfilare sulla passerella, onorati, riveriti, premiati, incensati. Parlo dei giornalisti, mica degli imprenditori. I giornalisti quando si mettono di impegno non sono secondi a nessuno per grottesco arrivismo, credetemi. Ma io, ormai, per incoscienza (e per culo) avevo preso nuove vie, avevo imparato a sbagliare da solo e mi inebriavo di una nuova vita da addentare con incosciente passione.
Comunque il preambolo è durato troppo.
Volevo dirvi che di questa lettera mi ero dimenticato per 16 anni, sino a oggi quando nel mettere ordine tra i miei files è venuta fuori.
Eccola.

Gli eventi degli ultimi tempi mi hanno indotto ad alcune riflessioni che ritengo importanti sul mio ruolo al Giornale di Sicilia.
Sabato 13 dicembre mi hai contestato verbalmente l’eccessivo spazio che, a tuo parere, abbiamo concesso alle polemiche sulla commissione antimafia regionale. Ne ho preso atto, nel rispetto dei ruoli, ma è mio diritto dissentire profondamente.
Ritenevo che la questione non fosse una roba che interessa “quattro o cinque persone”, alla luce dello spinoso caso Borzacchelli e dell’ancor più difficile caso Cuffaro. Ora, in una Regione in cui il presidente è indagato per concorso esterno in  associazione mafiosa e in cui gli inestricabili circuiti del potere (politico, amministrativo, giudiziario) sono comunque chiamati dentro, non è per me facile muovermi senza regole chiare ed inequivoche.
Il ruolo e i passi della politica in quest’ambito (antimafia e dintorni) sono cruciali, si può registrarli o ignorarli. Farne trenta o cinquanta righe è un falso problema. L’iniziativa di Rifondazione comunista era, a mio parere, meritoria di attenzione: ho dato lo spazio che serviva per offrire al lettore cifre, dati, accuse, repliche, argomentazioni su un organismo al centro di forti polemiche in questi ultimi giorni (vedi Borzacchelli-Cuffaro). Si poteva registrarla o ignorarla.
Al di là di questo caso, la gestione delle notizie è, per quanto mi riguarda, ormai solo un mero esercizio di contabilità. Basterebbe una segretaria, perché sprecare denaro con un vice-caporedattore?
Il mio spazio di manovra è stato ridotto sempre più.
Ogni giorno il Giornale di Sicilia pubblica stralci, ampi e assolutamente sovradimensionati, di interviste ad assessori e politici (di schiacciante maggioranza polista) a Rgs. Ebbene, la maggior parte di questi titoli sono al futuro: “Faremo questo…”, “Ci impegneremo…”, “Risolveremo…”.
Questo, a mio parere, è il bla-bla politico. E sancisce, sempre più, un distacco, volontario e asservito, da ciò che non è allineato col governo regionale\provinciale\comunale.
Se così non fosse, vorrei capire come mai sabato scorso mi hai rimproverato di non esser stato informato preventivamente sulle 58 righe che riguardavano l’iniziativa di Rifondazione comunista (ampia replica compresa). Ogni giorno infatti l’intero giornale è intasato di “aperture” dove Cuffaro, i suoi assessori, Cammarata e compagnia bella dichiarano e promettono a più non posso. Eppure non credo che i colleghi dirigenti ti chiamino per informarti step by step sullo stato delle cose. Almeno io non lo faccio. La maggioranza di centrodestra dichiara, noi stampiamo. In automatico. E nulla mi è stato contestato, perché evidentemente piace così.
Mi è chiaro che la linea politica di un giornale la traccia il direttore, ma a questo punto ho bisogno di certezze.
Il fatto che la commissione regionale antimafia abbia fatto soltanto 13 sedute utili in due anni in una terra che non è Disneyland è una stupidaggine?
C’è stata una conferenza stampa, c’erano decine e decine di agenzie. Dovevamo ignorare l’avvenimento?
E potevamo farlo alla luce della nostra verifica sulla produttività dell’Ars?
C’è un caso giudiziario, l’ultima inchiesta su mafia e politica imbastita dalla Procura di Palermo, che rischia di esplodere con una potenza mica male. Lo dico molto chiaramente: il pericolo è che se scoppia una caldaia in quei palazzi, qualche mattonella viene giù anche da noi.
Il nostro cronista (…) vive in un clima di forte sovraesposizione. (…) è depositario di molti retroscena dell’inchiesta, ha letto verbali, ha proposto articoli e se li è visti bocciati o pesantemente emendati. Non entro nel merito della legittimità degli interventi voluti dal caporedattore centrale in persona di cui ho rispetto professionale.(…)          

Notizie dal clan Palazzotto

Di mio padre vi ho raccontato molto, forse troppo. Ma ognuno è figlio a modo suo quindi non segue dibattito.
Oggi un piccolo gesto – piccolo ma significativo – mi ha fatto riflettere su quanto la vita riesca a togliere e a restituire sotto forma di moneta di altro conio.
Il fatto è semplice: la Lilt, Lega italiana per la lotta contro i tumori, ha dedicato il poliambulatorio di Palermo a lui, Pino Palazzotto, che alla lotta al cancro e al volontariato ha dedicato una vita.
Il contesto è ancora più semplice: nella scia di lavoro che lui e mia madre, anche lei volontaria per decenni – e per di più inarrestabile al limite dell’indomabile – hanno tracciato, è emersa la figura di mia zia Francesca Glorioso che oggi è presidente della sezione Lilt di Palermo, e non certo per congiunture parentali dato che sempre di volontariato si tratta.

Chiusa la parentesi del clan dei Palazzotto, la cosa che mi piace sottolineare è innanzitutto quel “Pino”. Pino e non Giuseppe. Perché lui era Pino per gli amici e anche per i nemici. Solo gli estranei lo chiamavano Giuseppe, e con gli estranei non si recensiscono gli affetti. Quindi quel “Pino” è informalità spinta, è disponibilità continua, è affabilità estrema anche un po’ naif. Lui era così, cinico e sentimentale, quasi un ossimoro.

L’altra cosa – e chiudo che già qui lui sbadiglierebbe – è il luogo e il contesto. Viviamo con l’affanno di dover lasciare un’impronta anche fisica. Oggi Pino Palazzotto non ha una piazza, non ha una via, neanche un vicolo, com’è giusto che sia. Ha un posto ben più importante che lo ricorda, un posto in cui si celebra la vita e si esorcizza la morte: un poliambulatorio per la prevenzione del cancro, a Palermo.  

Peli e destini

Questa storia parte da una cosa che potrebbe risultare un po’ schifosa. Una cosa che riguarda i peli umani. Passiamo la vita a odiarli o a rimpiangerli, a coltivarli o a sperimentare intrugli per debellarli. Dipende dalla zona del corpo in cui si trovano (è chiaro che in testa sono più preziosi che altrove) e soprattutto dall’età in cui ci poniamo il problema. Perché col tempo i peli migrano dai luoghi in cui sarebbe consono che dimorassero a posti impensati e francamente sgradevoli.

Il punto è il tempo che passa. Anzi l’effetto del tempo che passa.

C’è una bella frase di Peter Høeg, un autore che mi piace, ne “I figli dei guardiani di elefanti”: “Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice” (ve ne parlai qui). Rende l’idea di una circolarità delle emozioni che questi tempi duri hanno soffocato. Perché, non è solo un gioco di parole, il tempo risente dei tempi e, ovviamente, viceversa.
Il problema è quello di un’immaginazione inquinata da una situazione estrema e omologante come quella dell’emergenza che ci ha costretti per due anni a una prigionia non soltanto fisica. Ma è anche uno stallo di percezione che fa parte del nostro divenire, credo dall’alba dei secoli.
Ciò che ci affascinava, oggi magari ci fa schifo. Ciò che ci abbagliava, oggi magari è invisibile. Ciò che ci era indifferente, oggi magari ci manca da morire.
Sarebbe anormale che così non fosse giacché l’immutabilità non è di questo mondo terreno, e per quello che so manco degli altri nei dintorni.
È l’inganno delle nostre percezioni che ci spinge all’errore.
Pensiamo all’amicizia come a un valore pressoché assoluto quando è provato che alla base c’è sempre uno scambio di qualcosa (che sia emozione, sentimento, convenienza o altro è un dettaglio che attiene alla nostra fortuna), quindi siamo nel campo del più che relativo.
Dell’amore si dice che quello vero è “per sempre”, mentre magari è proprio quello surrogato e complicato che non morirà mai nell’intimo del nostro cuore (e il mio, come vi dissi, è un cuore bonsai quindi è tutto più complicato e noioso). Quel lavoro sul quale avevamo puntato tutto si rivela, dopo anni di sacrifici, un alibi per non pensare ad altro: abbiamo bisogno di “cause di forza maggiore” per sfuggire alle debolezze, alle nostre cause di comprovata forza minore insomma. Ogni volta che facciamo un favore confidiamo nel fatto che, chissà, un giorno venga ricambiato, mentre ci dimentichiamo che noi prestiamo (e il favore si configura più o meno cinematograficamente come un prestito) ciò che ci possiamo consentire di perdere (e così il favore diventa regalo e fine delle scocciature).

Insomma quello che potrebbe sembrare un festival delle illusioni, è invece una plausibile celebrazione della realtà.
Il fraintendimento è di casa sui social, un po’ meno qui per fortuna, poiché la tendenza superficiale a dover spalmare tutto su un’unica fetta da addentare (il social è una tartina con mille ingredienti da ingerire simultaneamente, alimenta bulimia e non sa di nulla) crea spesso imbarazzanti corto-circuiti tra chi scrive e chi legge. Se uno scrive di amore è iscritto al filone dei depressi. Se uno scrive di aperitivi a quello degli alcolizzati. Se uno scrive di libri a quello degli sfigati. Se uno scrive di politica a quello dei simpatizzanti del regime. E così via.

La verità è molto diversa, per fortuna. Basta imparare a non rompere i coglioni agli altri quando non abbiamo il coraggio di tirare fuori i nostri.
Viviamo una crisi di emozioni genuine, quelle che si sussurrano o si urlano a seconda dei casi (qui un link d’epoca illuminante). Quelle per le quali non c’è vergogna né a dirle né a subirle. Le emozioni degli altri si rispettano, le nostre anche no: ad esempio la debolezza altrui possiamo biasimarla, la nostra possiamo tranquillamente maledirla.

Tutto cambia, tutto deve cambiare altrimenti sarebbe la sagra della noia. Ciò che l’appiattimento di questi anni ci ha tolto è la consapevolezza che non si cambia solo “per uscirne migliori”, la più grande panzana del millennio, ma anche (e soprattutto) per rimanere se stessi: ecco perché non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice.

Palermo senza Orlando

La chiusura dell’era Orlando a Palermo è importante più per quel seguirà che per ciò che è accaduto sin qui. Perché Orlando è stato Palermo e adesso senza di lui la città deve scegliere cosa o chi essere. I palermitani sono purtroppo esperti di indolenza, maestri in quell’arte storta del lasciarsi trasportare senza manco pagare un biglietto. Quindi oggi, alla vigilia di una tornata elettorale i cui unici spunti che resteranno sono gli arresti per questioni di mafia e l’endorsement di Heater Parisi per una aspirante sindaco che crede a Putin e non crede ai vaccini, va riconosciuto ad Orlando di aver fatto ciò che un sindaco, nel bene e nel meno bene, può fare: imprimere un’orma e farla diventare sentiero.

L’ormai ex sindaco ha molti meriti, civili, culturali, sociali. E altrettanti demeriti, amministrativi, caratteriali, politici. Ha incantato con la sua “visione”, dimostrando di saper guardare lontano, ma non ha brillato nell’affrontare l’ordinario, snobbando ciò che è vicino. Soprattutto – ed è un suo vizio antico – non è stato in grado di scegliersi una squadra fidata ed efficiente (salvo rarissime eccezioni).
Il risultato è che oggi il panorama è talmente sconcertante che è più chiaro per chi non votare che per chi schierarsi. Perché Palermo, questa Palermo, deve avere la forza di trovarsi una narrazione senza il dio-demone Orlando, senza qualcuno da amare e maledire allo stesso tempo.
Non è mai stato così nella storia di questa città. I sindaci o si odiavano o si amavano, o si rispettavano per ruolo o per convenienza. Dal pugno di ferro del sindaco boss al pugno di salatini del sindaco aperitivista a go-go, Palermo è stata comunque ostaggio: della mafia, dell’ignoranza, del gioco di specchi di una politica cialtrona. Con Orlando no. Con lui Palermo è stata finalmente Palermo, con le sue possibilità inespresse, con le sue gioie improvvise, con le sue insopportabili contraddizioni, con il suo posizionamento mediatico. Con le sue rinnovate vergogne.
Perché ovunque vai, nel mondo, quando dici Palermo dici Orlando. E tutti conoscono spesso prima lui della sua città.

Ora i palermitani devono mostrare di saper nuotare in mare aperto, da soli. Quello stesso mare che Orlando ha reso ponte anziché confine, battendo, con un’intuizione politica che solo i grandi hanno, un ministro che chiudeva i porti con un tweet: la forza della ragione è il grimaldello dei cuori migliori, quelli che la diversità la cercano e non la sfuggono, quelli che allargano le braccia non per negarsi ma per accogliere.
Chi verrà a Palazzo delle Aquile dovrà ricostruire una macchina comunale allo sfascio, dovrà soprattutto sfuggire alle trappole di una politica gretta e pericolosa che usa il Consiglio comunale come un’arma di ricatto.
Soprattutto dovrà dirci dove andremo.
E rassicurarci che la primavera è una stagione che torna, torna sempre.

Katia (e non è una donna)

Questa è la storia di una vita, ma non basta una vita a raccontarla. Perché è la storia in cui una vita si incrocia inevitabilmente con un’altra, con un’altra ancora e così via: figlia mille rivoli di situazioni, mille deviazioni da esplorare, mille bivi da affrontare, mille e mille squarci di umanità che nasce, cresce e muore senza mai saziarsi di un sentimento, che sia odio o amore, invidia o altruismo.
È una storia che provo a scrivere dal 2007 e che è ferma, pressoché completa, in una cartella del mio computer che si chiama “Katia”.
“Katia” non è il nome di una donna, né di un uragano, né di un virus cibernetico.
È il nome di un bar. Un bar della Palermo degli anni ’70 che stava dietro casa mia, nel quartiere Resuttana San Lorenzo (di cui ho narrato proprio quest’anno qui).
Vi ho più volte parlato del mio cassettismo, cioè di quella mania di scrivere e conservare, ritagliare cose scritte da altri e conservare, imbastire idee e conservare, che mi inscrive contemporaneamente in due gironi di moderni dannati: quello dei parsimoniosi delle emozioni e quello degli inconcludenti tout court.
Mi è tornata in mente oggi, questa storia (anche se mai se ne era andata per i fatti suoi), quando ho appreso della morte del più caro dei miei ex amici. Sono andato a cercare nel ripostiglio tra le foto, impolverandomi le gambe con i vecchi album, distendendo tra le mani carte spiegazzate dal tempo. E poi, ripresomi da questa operazione sentimentalmente analogica, ho riaperto il file della famosa cartella “Katia”.
In quel preciso momento ho capito che almeno per una volta dovevo vincere il mio cassettismo e tirare fuori lo scheletro di questa storia. Solo lo scheletro perché se non basta una vita per raccontarla, figuriamoci un blog. Ora scrivo questo post avvertendovi che è più lungo del solito e che non mi offendo se lo abbandonate adesso ma se sbadigliate durante, sì.

La Palermo degli anni ’70 non era soltanto la Palermo del “sacco” edilizio della mafia, dei delitti impuniti e delle censure ai manifesti dei jeans, era anche la Palermo delle comitive oceaniche.
Noi stavamo al Katia, appunto. Ed eravamo migrati lì, davanti a quel bar anonimo e diciamolo anche un po’ scarso, perché c’era un grande marciapiede e perché la strada non era centrale, quindi garantiva il giusto riparo alle attività lecite (più o meno) dei ragazzini.
Il nostro era un gruppo stratosfericamente assortito. C’erano il figlio del professionista e quello del mafioso, c’erano il fighetto benestante e il poveraccio dignitoso, c’erano i fighi e gli sfigati, c’erano drogati e virtuosi, c’erano musicisti e gli sciatori (sì, sciatori come vi ho raccontato qui). Tutti insieme senza sussulti.
Perché il succo nobile della storia è proprio questo. In questo melting pot di anime più o meno inquiete non c’era spazio per i pensieri inutili, per i rovelli che non fossero benzina emozionale per il gruppo. Se uno sapeva fare una cosa, tipo andare sullo skateboard, stappare la Coca Cola coi denti, fare lo slalom speciale sullo “Sparviero” di Piano Battaglia, impennare con la Vespa, raccontare barzellette, la faceva e nessuno – ripeto nessuno – lo sminuiva. Perché era parte del servizio di consolidamento della comunità. Lì, davanti a quel bar assolutamente inutile dove nessuno di noi comprava niente.
Anzi, chi aveva una specializzazione veniva iscritto in una specie di sottogruppo: io ad esempio facevo parte di tre “commissioni”, sci, skate, impennate e stavo fuori in modo tassativo da barzellette e, tipo, calcio. Ma mi andava bene così. Perché c’era un criterio di valorizzazione democratica perfetto.

Il succo meno nobile della storia è nella narrazione trasversale che una narrazione vera impone. Così come i bambini sono crudeli, gli adolescenti sono traditori.
È nella loro natura, nell’imposizione biologica del loro stesso divenire. Dell’infanzia per fortuna poco ricordiamo, per l’adolescenza invece il discorso è diverso. Soprattutto per un cassettista che ha una storia dentro che spinge come un calcolo renale, con relativo dolore.
Noi ci tradivamo con gioiosa leggerezza. Non solo con le ragazze (e le ragazze coi ragazzi… allora non ci rompevamo i coglioni con queste parità di genere stentoree), questa è la parte più banale tipo “Tempo delle mele”, bensì con l’incoscienza di voler un panorama sempre più ampio, con la voglia di uscire da quel budello di quartiere, con la speranza di liberarci dal gioco di eterni comprimari (la comitiva era la culla potenziale del pari merito immeritato) e diventare finalmente protagonisti. In fondo eravamo inconsapevolmente figli della filosofia aberrante dei “6 politico”. E a noi di una sufficienza non ce ne fotteva niente.
Così ci fu quello che sposò il lavoro a tempo pieno, quello che deragliò nella droga, quello che si mise a caccia di latitanti, quello che lo aiutò dall’interno, quello che bluffò e ce la fece, quello che partì e finse di ritornare ricco, quello che impegnò beni non suoi, quello che rise anziché piangere e quello che spergiurò vendendosi gli affetti più cari. Tutti i colori del tradimento in un patto non scritto di eterna fedeltà stilato all’ombra di quell’insegna brutta come un bar di periferia.

Quando nel 2007 iniziai a scrivere questa storia, la maggior parte dei protagonisti erano in vita o comunque galleggianti. Mettendo insieme realtà e fantasia mi resi conto che la somma di tutti questi deragliamenti era la cifra di una generazione.
Col tempo, negli ultimi quindici anni, molte di queste sensazioni ve le ho trascritte in queste pagine: del resto non a caso questo è il blog di uno che “ha vissuto sei-sette vite sempre sbagliando da solo”. Oggi scommetto più sulle ultime tre parole che sulle precedenti poiché non sono un gatto e i conti da pagare si affastellano sul tavolo della mia esistenza anagrafica.
Però sono certo che c’è una forma di eroismo persino nelle anime qualunque, sopravvissute agli abusi della cronaca di quartiere e alla violenza sociale degli anni ’70. Sta tutta nella capacità di guardare alle differenze con occhio anacronisticamente umano. Noi eravamo tutti diversi in quella adunata di anime capellute e strascicate, e mai questa diversità fu un ostacolo.
Ancora oggi gli amici sopravvissuti a quella epopea sociale sono ben stratificati nel tessuto connettivo di questa città, alcuni stanno altrove, altri non hanno mai abbandonato le loro difficoltà e altri ancora ne hanno incontrate di nuove, drammatiche e impellenti. Alcuni ce l’hanno fatta, altri si sono arresi, umanamente e senza obbligo di vituperio. Io sono un fortunato e ogni volta che incontro un amico di quei tempi lo abbraccio con la forza di una disperazione che avverto solo io: come dire, grazie di avercela fatta, non era scontato in un’epoca di citofoni scassati e telefoni a disco.  
Col tempo che passa siamo più deboli, ma la nostra forza sta nel capire – e non è facile – che nella spiaggia della nostra memoria un ricordo non deve essere un granello di sabbia nell’occhio, anche se la lacrima scende lo stesso.

Per questo, anche per questo, la storia del file “Katia”, che non vi racconto, finisce qui.

Incazzarsi

Una ventina di anni fa il direttore di un importante newsmagazine mi disse: “Io non mi incazzo se un mio giornalista buca l’avviso di garanzia al presidente della Repubblica (è un esempio a caso, nda), mi incazzo se sbaglia il nome della scuola in cui ha fatto il liceo”. Che è una metafora perfetta, e manco troppo metafora, sul paradosso di certi errori. Tendiamo a concentrarci sulle scalate senza corda e inciampiamo sullo scendiletto, guardiamo in alto quando il pericolo è rasoterra, valutiamo un bene imponente e sottovalutiamo un bene che è bene e basta, quindi prezioso di suo, senza aggettivi. E soprattutto abbassiamo la guardia della buona creanza che ci sussurra sempre di verificare, verificare, verificare: e fate attenzione a come certi metodi vadano bene per il mestiere e per la vita privata, dal giornalismo ai rapporti umani (amicizia, affetti, amore). Solo che nel primo caso c’è sempre una possibilità di rimediare a norma di legge o per deontologia, mentre nell’altro caso c’è da mangiarsi le mani, rodersi il fegato o rompersi le palle, insomma c’è comunque da sacrificare una parte del corpo.

Non c’è niente di religioso né di meditativo in questa riflessione. Credo che gli errori facciano parte del nostro cammino e che non esista un lasciapassare dato da un dio o da un guru. Credo anche che se ci fosse un dio (o un guru) un po’ più largo di manica in tema di aiutini dovrebbe metterci un chip sottopelle che dà un impulso non quando facciamo una scelta sbagliata – il libero arbitrio è un fondamento della bellezza, dell’arte, della religione più pura – ma quando sottovalutiamo per distrazione, quando abbozziamo un sorriso annoiato anziché drizzare le antenne, quando vogliamo essere noi e altro, anziché essere noi e basta. Ne parlai qui con un inusitato trasporto.
Insomma dato che non esistono né la macchina del tempo né la tessera punti delle minchiate, l’unica è affidarsi all’altro.
L’altro.

Ne riparleremo qui e altrove. Promesso.

Il senso dei vivi per la morte

Ogni tanto mi capita di pensare alla morte. Talvolta basta un dolorino in zona inaspettata, altre volte constatare che i vivi con i quali ho condiviso la giovinezza cominciano a diminuire di numero. Eppure non ho manco 60 anni ma francamente non aspiro alla longevità: non mi piacciono i film troppo lunghi, così come non mi piacciono gli articoli troppo lunghi (non a caso la mia rubrica su Repubblica si chiama Trentarighe).

“A chiunque non sia nell’oscurità di una bara, ricordagli che ha abbastanza”: il monito asciutto del poeta Walt Whitman riassume in modo mirabile il senso della vita e quello del suo opposto. Perché dinanzi all’eterno dilemma di cosa fare tra la nascita e la morte non è ancora stata scalfita l’importanza di godersi l’intervallo.
È naturale aver paura della fine, qualunque essa sia. È naturale concedersi la più ampia vastità di pensieri, del resto la morte è l’unico ambito nel quale noi e gli altri (viventi o no) siamo uguali. Nella sua poesia “’A livella”, il grande Totò ironizza sul concetto di uguaglianza in un dialogo immaginario tra un netturbino e un marchese defunti e seppelliti l’uno accanto all’altro. Il nobile si lamenta perché la salma del netturbino è stata deposta accanto alla sua: troppa miseria vicino ai suoi blasonati resti mortali. Ma l’altro lo riporta alla realtà dei fatti, dato che indipendentemente da ciò che si era in vita, quando si arriva a fine corsa, si diventa uguali grazie proprio all’azione della morte che livella tutto e tutti. E lo esorta a non perdersi in simili pagliacciate che sono esclusivo appannaggio dei vivi: “Nuje simmo serie… appartenimmo a morte”.

Nel 2014 fece scalpore la morte del cantante Mango che se ne andò mentre si esibiva sul palcoscenico. Parlammo proprio su questo blog di “morte felice”, quella di un artista che lasciò il palco della vita mentre era ancora – fisicamente – sul palco di un teatro. Una sorta di ossimoro biologico, un azzardo del destino. Più prosaicamente l’unica fortuna che ci viene incontro quando moriamo è probabilmente legata al nostro ultimo sguardo. C’è chi vede l’asfalto (e qui molto modestamente posso discettare di un certo miracolo), chi la faccia stralunata di un medico, chi il ghigno di un killer, chi le lacrime di coloro che ci sopravvivono, c’è chi chiude gli occhi per non vedere e chi li sgrana per rubare l’ultimo filo di luce. Ma è sempre questione di fortuna. Quella sera Mango uscì di scena tra gli applausi e non importa se erano disperati. Andarsene così, quando si percorre quella impervia strada obbligata che è la vita, è un modo per lasciare lo spartito sempre aperto, per far suonare all’infinito la canzone più bella.
Nel caso di Mango scrissi che in fondo si è davvero fortunati quando ci si trova al cospetto della morte senza che ci sia stato il tempo di fare le presentazioni.

Pensare alla morte non significa necessariamente temerla. Ma muoversi per tempo, non farsi cogliere in fallo, per saggezza o se volete per scaramanzia. Qui un link che ha del divertente, perché si può sempre ridere di tutto: basta che ci sia sostanza di idee.
Qualche anno fa l’americana Heather McManamy morì di cancro, ma prima ebbe il tempo di scrivere una serie di lettere alla figlioletta di 4 anni. Gliene scrisse parecchie e diede incarico al marito di centellinarle per ogni importante traguardo della bambina. E così andò. La prima, pubblicata su Facebook, iniziava così: “Ho una buona e una cattiva notizia. Quella cattiva è che, a quanto pare, sono morta. Quella buona, se stai leggendo tutto ciò, è che tu, invece, non lo sei affatto (a meno che non ci sia il wi-fi nell’aldilà)”.
Ecco un modo originale per guardare al dopo con ironia. Ci penso spesso a Heather McManamy di cui non avrei mai saputo nulla se nulla le fosse accaduto.
Il suo insegnamento è per me definitivo: almeno fin quando siamo in gioco su questo mondo, non dobbiamo mai dimenticare che se non riusciamo a ridere di noi, è giusto che lo facciano gli altri.

P.S.
Ops, questo post è più lungo della media…

Le mie liberazioni

Uno dei difetti più fastidiosi della comunicazione (di massa) veicolata dai social network è la sfocatura perenne di un concetto, la bava di sottotesto non richiesto che scola da fatti inoppugnabili. Prendiamo la Liberazione. Che sia una festa che celebra la fine dell’occupazione nazista e la conseguente caduta del regime fascista in Italia ci sono pochi dubbi. Che si debba essere concordi nel reputare il 25 aprile 1945 un giorno fondamentale per la nostra libertà e per la nostra democrazia, un po’ meno purtroppo. In fondo se oggi un lestofante (da tastiera o da scranno parlamentare) può criticare allegramente questa celebrazione lo deve appunto all’oggetto della critica. È libero proprio grazie a ciò che vorrebbe negare.
Ma non è questo il punto.
La questione è, secondo me, trovare un approccio diverso nell’affrontare temi così universali. Ad esempio, cercare di rendere più commestibile un grande tema, porgendolo a piccole porzioni.

Parliamo di liberazione.

Per cercare di capire il limite tra assoluto e relativo in un caso come questo devo aprire l’infinito settore “cazzi miei” e sperare di essere chiaro.
Per anni ho celebrato una festa della liberazione molto personale. Festeggiavo in giorni precisi la fine di un paio di periodi difficili, sentimentalmente e professionalmente, e l’inizio di un nuovo modo di vedere le cose. Ne facevo proprio feste fisiche, a casa mia, con amici, musica e cibo. Andò avanti per un bel po’. Fino a quando nuove emergenze della vita non mi costrinsero a mettere altre date da esorcizzare, quindi da celebrare. Fu così che le “liberazioni” proliferarono senza darsi fastidio l’una con l’altra: del resto finché c’è festa c’è speranza.
Sprangai porte che sembravano impossibili da chiudere, spalancai portoni di cui non immaginavo la vista oltre, abbandonai cliché che stavano soprattutto nella mia testa, viaggiai da solo per mesi e mesi, scelsi senza paura di sbagliare, rischiai senza perdere la paura di sbagliare. Il distillato di queste esperienze lo misi in una cartella: liberazione.
Liberazione dal preconcetto, dall’abitudine, dal vizio inutile (esistono invece vizi preziosissimi), dal senso di colpa senza colpa e dal senso di impunità quando invece la colpa è evidente.
Di certo tutto ciò non ha fatto di me una persona migliore: ho ancora il rimorso di troppi errori da cui liberarmi, e forse non farò in tempo dato che il bioritmo della mia autocritica ha lo speed di un bradipo annoiato. Ma almeno, ora che ci penso, questa parcellizzazione delle idee può essere in qualche modo utile per spiegare il concetto di partenza.
Un tema come la liberazione è troppo grande e troppo eccitante e troppo bello e troppo… vitale per dibatterne come se si trattasse di un tweet di Salvini o di un centrotavola della Santanché.
Va invece abbracciato, fatto nostro, usato come termine di paragone (ero più libero nel ’99 o l’altroieri?). Nell’era della globalizzazione estrema, certe risposte – forse le più importanti – stanno in soffitta, tra l’album di vecchie foto ingiallite e la pila cementificata di fumetti di cui non hai mai avuto il coraggio di liberarti, tra le Adidas SL72 con dentro una clandestina colonia di Plerotus e il proiettore super8 Silma.
Ci vuole un po’ di coraggio per andare lì a cercare. E per tornare indenni dalla malinconia: che notoriamente è l’unico sentimento di cui non potremo mai celebrare la liberazione.   

Siamo vecchi

Finisce lo stato di emergenza e come sempre la fine di un’emergenza pesa meno, emozionalmente parlando, del suo esplodere. Eppure negli ultimi due anni, gli anni che hanno cambiato radicalmente i nostri stili di vita, non c’è stato attimo in cui quell’emergenza non sia stata presente nelle nostre esistenze.
Soprattutto – è la cosa che mi impressiona – è importante capire quanto questa situazione estrema abbia modificato la nostra percezione temporale.
Siamo invecchiati ben più di due anni.
Perché ad essere colpito è stato il sistema di relazioni, che è quella cosa che ci consente di avere consapevolezza del passare del tempo, più di uno specchio, più di un’autopalpazione della coscienza. Il rapporto con l’altro è l’unità di misura della nostra autostima, del mutare delle stagioni della vita, della disponibilità a concederci e dell’inclinazione a ritirarci.
Personalmente se mi guardo nel 2019 mi vedo molto diverso da oggi. Non peggiore, ma nemmeno migliore. Diverso. Perché è cambiato il mio rapporto con gli altri, necessariamente.
Detto da uno che si avvia a una (speriamo) serena anzianità il discorso ha una valenza tutto sommato declinabile in termini di rimbambimento più o meno precoce. Ma mettetevi nei panni di un giovane. Il suo radar ha girato a vuoto per due anni e gli unici puntini sullo schermo che lo hanno illuso di non essere solo sono surrogati di presenze, emozioni prettamente virtuali.
Non è vero che la tecnologia ci ha salvati, almeno non è vero che ci ha salvati fisicamente. Ci ha aiutato economicamente, certo. Ci ha insegnato a non diffidare più del futuro. Ma fisicamente ha devastato le nostre cellule migliori, quelle dell’immaginazione più pura.

Mi spiego meglio.

Io in questi due anni ho lavorato molto, più degli anni precedenti. E ho lavorato con i miei strumenti: creatività, tecnologia, fantasia. Ma ogni mio prodotto di questo periodo sarà inevitabilmente marchiato dalla pandemia, anche in modo inconsapevole. Perché le mie cellule dell’immaginazione sono state inquinate da una situazione estrema e omologante.

“Estrema e omologante” sono i termini su cui vi invito a riflettere.

Perché che le situazioni estreme siano cibo per la nostra operosità creativa non ci sono dubbi. Se viaggio per 836 chilometri a piedi con uno zaino in spalla è chiaro che ne viene fuori una narrazione in qualche modo degna di nota. Ma se tutti quanti fossimo costretti a fare quei chilometri a piedi e in simultanea, il prodotto sarebbe molto diverso. Sarebbe omologato e omologante, quindi disperatamente scialbo.
Le narrazioni sono di chi legge, ricordiamocelo. Nessuno può apprezzare un panorama al buio. Il problema dell’ignoranza dilagante sui social e delle fake news ha a che fare con questi corto-circuiti. Notizie estreme ed omologanti da leggere a occhi chiusi sono non-notizie pericolosissime. La finta cultura attecchisce tra chi non si fa domande.
In questi due anni il dato più drammatico dopo la morte e la disperazione per un virus canaglia è stato quello dell’esplosione di una incultura tanto violenta quanto colpevole che ha cercato di omologare una situazione estrema derubricandola a mero complotto.
Una vera azione criminale che prima o poi dovrà incontrare il suo opposto definitivo: la giustizia.
“Ne usciremo migliori”: ci eravamo illusi quando ci ritrovammo reclusi in una prigione grande come le nostre città, ma non per questo meno disagevole. Non avevamo fatto i conti con noi stessi, con la nostra indole incerta, con il nostro egoismo.
Non se ne esce mai migliori se si entra peggiori.

Se i teatri non interessano alla politica

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Tutto è più difficile quando in una città come Palermo, in una terra come la Sicilia, si avvicinano le elezioni. Perché nell’attesa del momento cruciale del voto – l’appuntamento elettorale è ontologicamente compreso nella categoria di “cose in divenire” – non si trova nulla di meglio da fare che rallentare, diluire, fermarsi. In un raro momento di comunità d’intenti la politica e la burocrazia tendono a spegnere i motori, da un lato per una sorta di indolenza da ultimo di giorno di scuola, dall’altro per non concedere vantaggi a chi arriverà.

Il caso più eclatante scaturito da questa pericolosa miscela di immobilismo e menefreghismo è quello della cultura. L’esempio dei teatri cittadini affamati da una guerra tra bande nei palazzi della politica è cruciale. In questi casi l’imperativo politico è quello di prendere decisioni soltanto quando non ci sono più alternative. Attenzione, questa logica non è nuova e non l’hanno inventata a Palermo: ne ha parlato lo scorso anno Alessandro Baricco quando ha tratteggiato i limiti della cosiddetta “intelligenza novecentesca”. “Se io sbaglio una serie di gesti, arriverà un momento in cui fare una cosa sbagliata sarà l’unica cosa giusta da fare”, ha scritto. “L’intelligenza novecentesca non trova soluzioni che non siano obbligate perché quel che sta giocando è un suo finale di partita, la posizione dei pezzi è da tempo determinata da strategie decise nel secolo scorso, i pezzi persi non si possono più recuperare”.
La politica isolana chiamata a decidere su arte e cultura si muove quando non ci sono più alternative. Col risultato di non scegliere, di non imprimere un’orma: però senza alternative non si prendono decisioni e si è ostaggi (quantomeno) di se stessi.
Quando ci si muove per emergenze (vale non solo per la cultura, ovviamente) non si esercita nessun ruolo di indirizzo, di governo. Quella delle spalle al muro non è una strategia, ma una resa. Tutto ciò innesca un circolo vizioso: se al governante non interessa la sopravvivenza degli artisti, il popolo che gli andrà appresso non si accorgerà più della morte della cultura perché nessuno avverte la mancanza di ciò che non conosce o che ha dimenticato. È qualcosa che accade ogni giorno, col benaltrismo applicato alle mille emergenze di una città sporca e affamata (non solo di cibo), con l’irritante sentire comune per cui c’è sempre qualcosa di più importante di cui discutere quando il problema non riguarda traffico e immondizia, con il trionfo dell’improvvisazione e il divieto assoluto di pianificare.

C’è poi il capitolo più inquietante. Quello dell’innovazione.

Per troppo tempo il futuro e la cultura sono stati considerati temi distanti tra loro. La Sicilia è terra di passato per eccellenza, monumento e simbolo di storia. I nostri scrigni d’arte brillano di luce propria.
Ribadiamolo: del passato si dovrebbero occupare gli storici, del presente i burocrati, del futuro i governi. Ora, in vista dell’ennesima tornata elettorale c’è solo una rivoluzione obbligata, quella del futuro (di cui abbiamo abbondantemente parlato qui). Ma per arrivare al futuro è vincolante dichiarare che il presente è un investimento che può avere costi altissimi.
È come costruire una metropolitana in una città dalla mentalità medioevale (ve ne viene in mente qualcuna?): anni di scavi, sacrifici per i cittadini, disagi tremendi, polvere, clacson, soloni urbanisti, cialtroni urbanisti, cialtroni e soloni senza specializzazione. Si paga oggi per ciò che servirà domani. E la verità è che il governante che si impegna a prendersi i fischi e gli improperi per quei lavori si sta curando del futuro di quegli stessi cittadini che lo maledicono. Ma è complicato da spiegare se non esiste una mentalità che inquadra le cose nel loro divenire e invece le fotografa e basta.
A questo serve la cultura. A dare l’inquadratura giusta, a fungere da terza dimensione per donare profondità persino alle urgenze più fastidiose: soffri oggi per godere domani e sempre.
Si dice innovazione e si pensa ai computer o al wi-fi libero, che sono cose che da sole non servono a un tubo. La vera innovazione sta nel provare a uscire dalla famosa “intelligenza novecentesca” di cui sopra. Serve una visione nuova che ci imponga di addestrarci per affrontare una realtà che cambia a velocità vertiginosa. Provate a frequentare un ufficio pubblico per testare la volontà di adattamento, la capacità di reazione. Si fanno leggi e regolamenti per situazioni statiche che mai si verificheranno nella realtà e si cerca di cristallizzare decisioni che riguardano ambiti estremamente fluidi. Si usa la flessibilità solo per costringere i lavoratori a orari più elastici, quindi per un uso magari mortificante, ma non la si prende minimamente in considerazione per agevolare, chessò, un progetto artistico che merita.
Innovazione è premiare la competenza e proteggerla dalle scorribande dei caporioni di quella politica che usa i voti come carta moneta. È soprattutto giocare a carte scoperte, senza blindature partitiche né adunate populistiche. Se ci pensate, la prima cosa che i candidati a sindaco fanno è andare a stringere mani e imbastire promesse nei mercati popolari.
Avete mai visto uno che fa la stessa cosa in un teatro, in una libreria, in un museo?