Peggio per te

È un tema che viene a galla spesso in questo blog (tipo qui) e in zone limitrofe (social, incontri con amici, lavoro, eccetera). E riguarda una mia antica avversione che mi ha causato discussioni accese e peggio ancora. Appena qualcuno mi dice “io dico sempre quello che penso” vantandosene, mi prende un attacco di ira e parto a canini sguainati per la giugulare del propalatore di pensieri non trattenuti.

Dire quello che si pensa è la cosa più facile e superficiale del mondo, al netto di questioni che riguardano regimi dittatoriali e affini, ma in quel caso la discussione è talmente ovvia da non essere esempio utile. Usare questa frase per riscuotere benevolenza o per apparire liberi e puri è da scriteriati giacché è esattamente l’opposto che emerge: una persona senza intestino che ingerisce ed espelle in un fiat (e qui sbizzaritevi con le metafore). 
La cosa veramente complicata che ci differenzia, ci eleva, ci dà pregio è esattamente l’opposto.
Non dire sempre quello che si pensa.
Filtrare i pensieri prima di trasformarli in azione. Perché riflettere è bello, frenarsi è etico, contenersi è utile.

Il rubinetto o meglio il rubinetto con filtro ai pensieri comunicati, condivisi, elargiti e molto spesso imposti senza che nessuno ne abbia fatto richiesta, ammazza persino il più basso livello di “non detto”, quello che dà tridimensionalità ai nostri rapporti e che evita la formazione di trombi pericolosissimi per gli infarti sociali ai quali purtroppo ci stiamo abituando. Pensate all’alibi di moltissimi politici dell’ultimo ventennio (soprattutto grillini e leghisti, due forme di estremismo dialettico opposte e spesso complementari): dire sempre quel che si pensa “perché sono fatto così” è una dichiarazione di impotenza contro se stessi, contro la propria libertà, contro il proprio senso critico (la critica impone riflessione, attenzione, altro che vomito di parole per come vengono). A questi signori che si vantano di non aver filtri andrebbe ricordata la bellezza del trasversalismo che fa grande l’arte.
Talvolta peggio di un sogno deplorevole c’è un sogno irreprensibile.

Una volta, non molti anni fa, mi ritrovai a cena con una persona che non conoscevo (ero stato invitato per discutere una possibile partnership lavorativa). Questa persona ancora prima di bere un bicchiere di vino disse una scemenza titanica. Non me la presi troppo sin quando non sorrise mettendo le mani avanti: “Devi capirmi io sono una persona che dice quello che pensa”.
“Peggio per te”, risposi diluendo il sorriso in un vino consono alla serata.
Fu un’ultima cena rapida.

Vannacci nostri

Una frase chiave. “Le leggi imbrigliano le azioni, non le opinioni o le idee, questo succede nelle tirannie… Ho espresso dei pareri che rimangono nel perimetro del legittimo, di ciò che la nostra legge ci consente”.
La legittimazione del Vannacci pensiero emanata dal Vannacci eurodeputato nel nome del Vannacci generale che è anche il Vannacci scrittore è l’esca della tagliola.
Perché attira con argomenti semplici e apparentemente innocui nella melma del “si può dire tutto purché non sia reato” e del conseguente “sono fatto così, dico quel che penso” (una delle frasi che normalmente mi fanno fuggire appena la ascolto).
Il Vannacci che è in noi è molto in noi.
Basta andare a scorrere le frasi cruciali del suo Mein Kampf in salsa spezzina per ritrovarci semi primigeni di una malapianta che vede il generale come frutto guasto.
Il concetto di normalità innanzitutto.
Il pensiero del FariVannacci si richiama ai “valori comuni” che albergano solo nella sua aia mentale giacché in natura, come in biologia e nella scienza in generale (che ha il difetto di essere universale al contrario della parola di un ducetto che si alza col piede sbagliato) non esistono. La confusione tra normalità “condivisa dalla stragrande maggioranza” e legge di natura per il generale è strabordante: tipo, io ho gruppo sanguigno di tipo 0, il più diffuso, quindi sono normale; la mia amica che è di tipo AB, molto meno diffuso, è anormale.
È su queste basi fragili che si costruisce il pensiero forte di un’Italia gretta e soprattutto ignorante. Un’Italia inopinatamente presente: a noi!    

E poi c’è l’immancabile machismo – del resto siamo sempre nel partito che puntò il suo primo slogan strategico su “la Lega ce l’ha duro” – per cui il super militare della Folgore che ha conquistato e sbaragliato a più non posso è il miglior testimonial del cazzo duro usato come testa di ariete per sfondare le barricate del nemico (testa e cazzo qui si affiancano per spontanea attrazione, nda). Solo che il FariVannacci fa finta di non sapere che la quasi totalità dei suoi trofei stanno lì perché a sporcarsi le mani di sangue e piombo, sul campo di battaglia, c’erano molte donne e molti non-machi, insomma molti anormali. Coraggiosi militari che magari non hanno il coraggio che serve per la guerra più crudele, quella contro il pregiudizio dei FariVannacci che infestano il pianeta.

In più, le disquisizioni da taverna sulla famiglia tradizionale per cui “se la famiglia esiste da millenni sotto la forma tradizionale un motivo ci sarà” sottendono un’allarmante forma di ignoranza: basterebbe studiare un po’ di storia per ricordarsi che sulla famiglia tradizionale non si è costruita un’opera d’arte che sia tale. Da millenni, romanzi, epiche, lirica, pittura, scultura, musica narrano ciò che non è “normale”, non è ordinario, non è tradizione blindata.
L’arte esiste proprio perché non siamo tutti Vannacci, per fortuna.

Infine la porzione più difficile e pericolosa di questo ragionamento.
A parte la ridicolaggine di certe nostalgie fasciste e il corredo di nefandezze a cui si ricorre (vedi Salvini, che riesce nell’impossibile cioè perdere a Pontida) pur di filtrare qualcosa di utile dalla merda, il Vannacci che è tra noi ha un effetto collaterale sul pensiero ordinario.
Il suo fascismo sorridente e la sua carezzevole cialtronaggine ci inducono per reazione a cedere a una falsa universalità che mette aggressori e vittime sullo stesso piano.
Non è così. E non deve mai essere così.
Le vittime sono vittime e i carnefici sono carnefici. In ogni conflitto, dall’Ucraina alla Striscia di Gaza, da New York allo Zen.
La responsabilità è un muscolo, e va allenata.
Il Vannacci che è tra noi è un’ingessatura che pare che sani. E invece storpia.

Se ne fottono tutti

Stamattina leggendo i giornali ho avuto la sensazione di essere una specie di extraterrestre. Anzi no, di essere prigioniero di una visione delle cose che è solo mia. E mi è venuto in mente un popolare detto americano, per anni attribuito a Mark Twain ma in realtà derivato dagli scritti dello psicologo americano Abraham Maslow.

Il detto è questo: se uno ha un martello, tutto gli sembra un chiodo.

A suscitare questa sensazione è stata la notizia della prescrizione per gli ultimi imputati, tre poliziotti, per il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio in cui il 19 luglio 1992 morirono il magistrato Paolo Borsellino gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Senza cadere in tecnicismi giuridici (qui e qui trovate approfondimenti di cronaca) la sentenza da un lato conferma, seppur con trentadue anni di ritardo (tren-ta-due, da sillabare ad alta voce), che uomini delle istituzioni depistarono le indagini sulla strage di via d’Amelio, dall’altro manda tutti a casa, impuniti, i malfattori che operarono in tal senso.

E veniamo al mio martello, anche se detto così sa di inquietante. Per chi da anni si occupa di questa vicenda in ogni luogo, in ogni ambito e con ogni mezzo, l’uso combinato della logica e della conoscenza tende a far pensare che la giustizia sia in qualche modo qualcosa di collegato a esse. Ma purtroppo così non è e oggi ne abbiamo la certezza.

Schematizzando.
Il depistaggio ci fu.
I finti “pentiti” hanno tutti nome e cognome.
I magistrati e i poliziotti che li hanno creati, gestiti e difesi (qui un link istruttivo) sono stati tutti prosciolti e/o promossi o comunque se la sono fatta franca.
Gli unici colpevoli su cui i suddetti magistrati e poliziotti hanno scaricato le accuse sono due morti.

Il più grande depistaggio della storia della Repubblica italiana non ha un colpevole punito, ma solo soliti noti impuniti.
Eppure questa strage non interessa a nessuno. A parte qualche titolo di giornale, perlopiù nelle pagine interne o nei dorsi locali dei giornali nazionali, quel boato riecheggia solo nelle orecchie dei pochi sopravvissuti e dei parenti delle vittime che ci ricordano che non c’è democrazia nel dolore, non c’è una livella delle ingiustizie.
Anche per quelli come me che agganciano un’arte alla cronaca, tentano di tenere alta la percezione di un’ingiustizia che è offesa allo Stato, diffidano delle “messe cantate”, di un attivismo incipriato, distinguono il punto A dal punto B di una narrazione omologata e stantia, la misura è colma.

La verità è che se ne fottono. Politica, giustizia, magistratura, giornalisti, arte, scuola, società civile o quel che ne resta. Se ne fottono tutti. E non solo a Palermo che è la capitale mondiale dell’amnesia interessata, ma in tutta l’Italia.  

Colpa dell’antimafia vacua che ha costruito più fortune private e candidature elettorali, che sgabelli sui quali salire per urlare quattro parole incatenate: “Basta con le menzogne”. Un’antimafia che è (stata) vessillo ostentato, selfie sbiadito, slogan sbadigliante.
Altro che convegni, navi, musei, orazioni civili, cortei, saggi, comparsate in tv, ormai l’unica lezione, universale, che andrebbe tramandata ai più giovani non ha nulla a che fare con sentenze e santini.
Bastano poche parole.
Quando vi capita di piangere perché siete tristi, ricordate che esiste una tristezza maggiore: quella di non poter piangere a calde lacrime.  

Il podcast “Il soffio sulla cenere” per chi vuole approfondire.

Il clic non vuole pensieri

L’immagine (finta) “All Eyes on Rafah” che gran parte di quello che un tempo si chiamava “popolo del web” e che oggi si chiama “popolo dei social” sta condividendo è il miglior appiglio per ragionare sulle forme di mobilitazione virtuale che partono in genere come protesta contro l’informazione ufficiale, finiscono per diventare fenomeno, e atterrano sull’informazione ufficiale come fenomeno, godendone appieno: cioè usufruendo con soddisfazione di quella visibilità sui giornali di cui volevano fare a meno.
Già la distinzione tra “popolo del web” e “popolo dei social” è cruciale giacché presuppone una sorta di requisito di passività crescente nel passaggio dal primo stadio (web) al secondo (social). Qui il discorso rischia di complicarsi e non è il caso: è acclarato che una parte importante dell’utenza social tende a ritenere che la verità stia nella sua bolla, la stessa bolla che la isola e la affama di realtà oggettiva. Ma questo è il fenomeno delle “echo chambers” che qui diamo per assodato (chi non lo conosce, esca dal social e si informi su giornali ed enciclopedie, anche online).

Andiamo alla parte della mobilitazione virtuale, che è quella più drammaticamente attuale dato il contesto nel quale ci troviamo con conflitti sempre più difficili da decrittare.
Le rivoluzioni che un tempo chiedevano lacrime e sangue, oggi possono sostanziarsi anche solo di mobilitazioni e presenze. Già dal secolo scorso molte importanti battaglie civili sono state condotte con il peso della militanza nonviolenta (penso, senza andare troppo lontano, ai Radicali di Marco Pannella che non finiremo mai di ringraziare per aver preso per i capelli un Paese calvo di cultura e dignità).

Esserci e contarsi, lottare e abbracciarsi, conoscere e imparare a conoscere.
Questo è il punto.

La modernissima protesta con 50 milioni di condivisioni di “All Eyes on Rafah” è in bilico, per la sua stessa essenza di protesta virtuale (creata per di più da un’intelligenza artificiale), tra la profondità di un convincimento e la superficialità di un clic distratto. La declinazione moderna del così fan tutti è un cancro della socialità virtuale, figlio di quello stesso procedimento folle che ha portato al trionfo (reale) dei negazionismi, alla crocifissione dei fatti conclamati, all’umiliazione del merito e della cultura.
So bene che tra i milioni di persone che spalmano sulle proprie timeline quest’immagine evocativa ma illusoria ce ne sono molti che conoscono ciò di cui si sta parlando e che hanno un’idea precisa di quello che vogliono. Ma so anche che non è con la coltura estensiva di un cliché che si combatte per un nobile ideale.
Protestare, manifestare per la democrazia e per la pace (concetti legati) è uno degli atti fisici più amalgamati con la purezza del pensiero. Farlo come si deve, significa avere ben chiara la differenza tra le storie, le storielle e la Storia.
La ripetitività cieca, che sloga il polpastrello e intorpidisce tutto il sistema che ci sta a monte, non rischia di togliere valore al messaggio, ma di depotenziarlo del tutto.

Viene in mente il famoso “ponte di libri” di Bufalino quando sul Corriere della Sera lo scrittore siciliano scrisse quel che pensava dell’ennesimo progetto di ponte sullo Stretto di Messina. Solo che qui, oggi, i tempi sono ancora più bui poiché la circolazione delle idee è molto più liquida e il prodotto è molto più torbido.

Ci vorrebbe un decreto, con prova d’esame obbligatoria: prima di condividere, il candidato dovrà conoscere, studiare, documentarsi.
Ma capisco che è un’idea banale e poco divertente.
Il clic non vuole pensieri.     

E vissero volgari e contenti

Sono a casa, costretto da un problema di salute. Fuori è bello, dentro è bello incasinato. Come incasinati sono stati gli ultimi mesi in cui i miei attributi sono stati limati al limite della frantumazione da personaggi inaffidabili e congiunture astrali che sembrano architettate da un negazionista in crisi di astinenza di chip sottopelle. Leggo i giornali, come ogni giorno: solo che oggi è un po’ presto per un non mattiniero come me.
Caffè, musica. Metto da parte un bel libro che mi ha fatto compagnia in una notte selvaggia, ma solo di lettura (ahimè) in questo momento.
Oggi, per via della limatura di cui sopra, me la prendo comoda e così sarà ancora per un po’ almeno sin quando il capo della mia Centrale Operativa Corporea non deciderà di togliere il limitatore di potenza alle macchine.
Plano sulla timeline social e atterro sulla notizia che è morto un caro collega col quale ho condiviso venti-anni-venti di Giornale di Sicilia, lui capo della Cronaca di Palermo io capo della Cronaca Siciliana, migliaia di riunioni, pagine, telefonate, discussioni, sigarette (lui fumava il sigaro), nottate di lavoro.
Si chiamava Nino Giaramidaro e non ho voglia qui di fare il suo panegirico anche perché dovrei raccontare una mezza dozzina di episodi esilaranti (e istruttivi) che lo videro protagonista e che oggi preferisco tenere per me. E poi c’è in giro una buona quantità di ricordi di altri amici e colleghi che rende omaggio all’uomo e al professionista.
C’è però qualcosa che mi colpisce. Un pensiero. Un pensiero catalizzato da Nino e dal suo non esserci più. E non è una questione di ricordi, ma di presente, di attualità.
La sua gentilezza.
Nino Giaramidaro era una persona gentile: non era uno che sbrodolava, anzi era spesso tranchant nei giudizi, ma era di buoni modi. Ed era il bersaglio preferito di un condirettore che lo trattava talvolta con deprecabile prepotenza. Lui non ha mai reagito con una parola fuori posto: assorbiva il colpo e dato che non era un buon incassatore ne portava i segni per lungo tempo.

Mi faccio un altro caffè e mi metto comodo davanti al computer. Apro un foglio di Word e scrivo. Scrivo quello che adesso state leggendo.

Diciamo spesso che la verità non esiste. Invece esiste, esiste eccome.
Però quando se ne va una persona gentile, un granello di verità si perde. Perché la verità esiste in contrapposizione alla menzogna, e se la prima può essere sia buona che meno buona, la seconda è perlopiù cattiva.
Se si perde gentilezza, per omeostasi etica e sociale, ci guadagna la malvagità quindi per effetto diretto la menzogna.

È così che decido di riaprire i giornali e di rimettere mano ai miei appunti di cassettista maniacale per trovare ciò che so già che troverò: a conferma del fatto che non sempre un pregiudizio è un aborto di ragionamento.
Atterro sulle cronache di Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord la cui sguaiataggine è lo specchio fin troppo lucido di una politica di volgarità e di violenza verbale che non merita troppe parole: come la bellezza è un principio fragile, la bruttezza è refrattaria al ragionamento, quindi risparmio pensieri e punto e a capo.

C’è la scenetta del presidente del Consiglio Giorgia Meloni che si vendica della “stronza” datagli dal presidente della regione Campania Vincenzo De Luca: uno scontro al vertice del minimo gusto.     

C’è il reflusso acido della “frociaggine” di Papa Francesco: a conferma che il vento in chiesa non spegne solo le candele, ma anche certe fiammelle interiori.

C’è un ennesimo capitolo della saga che vede protagonista Gianfranco Miccichè, uno il cui massimo ragionamento politico verte sul “ce la possono sucare altamente”. Ora pare che il suo pescivendolo sia stato assunto come consulente per la pesca al Senato: a conferma che esiste anche una volgarità silenziosa del sistema, grottesca e paradossale.

C’è la storia dell’eurodeputato di Fratelli d’Italia Giuseppe Milazzo incluso tra gli impresentabili della Commissione parlamentare antimafia alle prossime elezioni europee. E anche qui l’effetto Giaramidaro ha i suoi effetti per contrappasso quanto a gentilezza. Uno dei più significativi atti politici di Milazzo risale al dicembre scorso quando l’esponente di FdI saltò fisicamente sul banco della presidenza del Consiglio comunale di Palermo, strappando il microfono dalle mani del vicepresidente Giuseppe Mancuso “per la mancata discussione del regolamento sulla movida, mentre le notti di Palermo venivano segnate dalla violenza”, scrive Repubblica. Insomma Milazzo nelle sue battaglie contro la violenza non è proprio un gandhiano (e mi viene l’urgenza di comunicargli, a scanso di equivoci, che Gandhi non è la marca di una pastiglia per lavastoviglie, quindi non gli ho dato del detersivo).

Ci sono altre notizie che l’enzima messo in circolo dalla scomparsa di una persona gentile mi colpiscono, ma a questo punto temo di arenarmi in una secca di pregiudizi dai quali sarebbe difficile tirare fuori un ragionamento non contundente. Non si può essere allo stesso tempo a favore della democrazia e tolleranti a lungo. Vorrei urlare di cacciare questi signori dal posto in cui si trovano, di non votare nessuno che non pratichi la gentilezza, di rifiutare ogni contatto coi protervi di potere. Però poi mi fermo e mi arrendo all’ultima riga, quella che segue.

La verità (come l’amore) non dipende dal giudizio, ma dalla decisione di sospendere il giudizio.

On off

È un attimo. On off, alto giù, dentro fuori. La visione istantanea della vita che dovrebbe essere affine a noi che raccontiamo gli attimi della vita ci prende alle spalle quando l’interruttore è quello del nostro appartamento. La strada è dritta e improvvisamente si annoda. Sono uno specialista di bivi improvvisi e, non mi vergogno ad ammetterlo, di virate contromano. Mi è capitato di cambiare rotta in piena tempesta, e lì in fondo era facile, ma anche di scegliere il percorso più accidentato quando una strada davanti a me era spianata, e lì era un po’ più complicato. E non è eroismo, ma indole.
Se le scorciatoie ci annoiano, se perdere ci rompe i coglioni ma ancor di più ci annoia vincere senza giocare, se l’albero della banalità ci sembra un buon pretesto per procedere a una drastica deforestazione, se essere chi siamo stati, in fondo, non ci fa paura persino se ci ritroviamo soli in mutande e sotto la pioggia, vale la pena di riprenderla, quella visione istantanea delle cose.

Sono poco incline a raccontare i cazzi miei, a meno che non ritenga che in qualche modo servano a fotografare uno scorcio utile per chi legge. O, come ripeto quando mi si interroga sulla scrittura, a meno che non abbiano un carattere di universalità. Però qui getto un semino che magari germoglierà nei tempi che verranno.
Le difficoltà rispondono tutte a un comitato centrale, una via di mezzo tra una centrale operativa e un consiglio dei ministri: e vengono rilasciate a pacchetti, tipo le sanatorie meloniane. È difficile che un giorno vi si buchi una ruota e che per una settimana non vi capiti altro. Solitamente dopo arriva una bolletta esagerata o un problema in ufficio o un’influenza epocale o un coniuge che fa le bizze o un amico che delude o un idolo politico che tradisce. Per la gradualità è solo questione di culo, o di leggi di Murphy.

In ogni caso ci si impegna a tenere la barra a dritta anche se verrebbe voglia di naufragare soli e ubriachi di quel che ci piace solo “per vedere l’effetto che fa”.
È un attimo. On off, alto giù, dentro fuori.
E per noi che viviamo raccontando gli attimi degli altri, occuparci dei nostri una volta tanto è una lezione non di vita, non di umiltà, ma proprio di scrittura: nelle storie la cosa più difficile è scrivere il finale.   

Spremuta di fan

Il famoso caso Ferragni, dopo le rivelazioni di Selvaggia Lucarelli recentemente compattate nel suo libro “Il vaso di Pandoro, ascesa e caduta dei Ferragnez”, è uno spunto importante per identificare il nostro periodo storico come l’epoca dei fan.

I fan hanno acquisito un ruolo sempre più determinante, soprattutto nel mondo dell’arte ma penso anche ad ambiti diversi come quello della pubblicità e della comunicazione in generale, grazie alla possibilità (molto moderna) della cosiddetta riproducibilità tecnica delle opere. Un tempo infatti un’opera veniva ammirata, ascoltata una tantum. Oggi invece viene riprodotta e necessita quindi di un gran numero di persone che la consumino, la digeriscano a ripetizione. Attenzione, non sto parlando di pubblico generico, ma di fan. La differenza è abissale e la spiega bene Claire Dederer nel suo libro “Mostri” (che vi consiglio vivamente): “Chi fa parte di un pubblico generico consuma un’opera d’arte senza esserne definito; il fan invece è un superconsumatore, un ultraconsumatore, un consumatore che viene consumato”. Nel libro la Dederer affronta il tema dei temi: distinguere o no le vite dalle opere di geni come Roman Polanski, Picasso, J.K. Rowling, Michael Jackson, Woody Allen, Vladimir Nabokov? Possiamo continuare ad ammirare le loro opere anche se alcuni di loro si sono comportanti in modo discutibile se non addirittura criminale?

Il caso Ferragnez è ovviamente ben diverso: non si tratta, senza offesa per nessuno, di geni o di pilastri culturali. Ma il ruolo dei fan è comunque identico a quello che si verifica nei casi degli artisti di cui sopra.

Il fan davanti al prodotto dei suo divo, che sia pandoro o romanzo, che sia canzone o reel, si nutre bulimicamente dell’oggetto del suo desiderio e tende a perpetrarlo ciecamente, in un ciclo senza fine. Per dire, in molti hanno pianto per i Beatles o per l’addio dei Take That, ma lì c’era un’emozione lineare: che nasceva, esplodeva e si spegneva.
Oggi si parla di fan impazziti proprio perché il fluido del prodotto si miscela con l’allure più o meno sintetica del produttore conferendo al seguace (follower) una passione cieca, irrazionale, spesso contraddittoria: si amano personaggi negativi le cui opere diventano gesta. Questo status speciale del fan condiziona tutte le scelte dell’industria che pare coccolare il suo pargolo adorante, ma invece lo rende qualunque, inutile come singolo, inesistente come essere pensante.

L’esperienza estetica è legata alla nostalgia, al ricordo, al vissuto di ognuno di noi. La riproducibilità tecnica estremizzata dai nuovi mezzi di fruizione tecnologici azzera i puntelli del ricordo in quanto spalma l’evento che doveva essere memorabile in un tempo in(de)finito e artificiale (la compulsività del fan lo rende cieco).  
I Ferragnez sono il frutto perfetto di questo albero dai frutti artificiali. Plastica, bit, algoritmi. Come i loro fan, solo più ricchi.

Falcone e Borsellino (e gli altri)

Falcone e Borsellino. Nel binomio partorito dalla cronaca e ancor prima dalla crudeltà degli uomini (perché siamo anche ciò che non ci è stato permesso di esser stati) c’è tutto il non detto di un’antimafia di sussurri, di carriere, di protagonismi, di ingenuità, di coraggio, di forza interiore, di sangue acido, di lavoro silenzioso, di ostentazione, di modestia, di vita con le virgole che ognuno sa darsi.

Arriverà il momento di tentare un racconto diverso non già dei caduti in questa lotta tremenda contro la sordida crudeltà di Cosa nostra, ma dei loro seguaci, degli epigoni, dei parenti acquisiti (le vittime di mafia sono un territorio di grande saccheggio), degli orecchianti che sul ricordo hanno costruito business, politiche, show: ne ho un campionario sterminato come certe indecenze (taciute da giornali e pubbliche amministrazioni), ma non come le risorse economiche necessarie a contrastare eventuali cause temerarie.
E sì, ce lo sussurriamo da decenni, messa dopo messa, nave dopo nave, paginata dopo paginata, ma nessuno ha mai osato alzare la biro.

Falcone e Borsellino sono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (e Francesca Morvillo e tutti gli agenti delle scorte), forti e indimenticabili nel loro essere uomini e idee. Quelli che restano sono altra cosa. Anzi due cose.
Falcone.
Borsellino.
Con quel che ne consegue.

Il soffio sulla cenere – 2

La seconda e ultima parte del “Il soffio sulla cenere”, il podcast sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio di cui potete leggere qui, è dedicata a ruoli e personaggi e ai temi più delicati: pochi sanno davvero in cosa consiste quello che i giudici hanno descritto come il più grande depistaggio della storia repubblicana, pochi hanno idea di cosa c’era in ballo nella presunta trattativa tra lo Stato e la mafia, pochi conoscono il ruolo delle “entità esterne” che hanno avuto un importante peso nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Qui la prima puntata.

Questo podcast è gratuito. Se vi è piaciuto avete un modo per ripagarmi: diffonderlo. Imparare a conoscere è un buon modo di essere (o diventare) cittadini consapevoli.

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Il soffio sulla cenere - 2
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Il soffio sulla cenere – 1

“Il soffio sulla cenere” è un podcast sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio in cui, il 19 luglio 1992, morirono il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

L’obiettivo è scavare negli aspetti più nascosti di questa vicenda complessa, a partire dal clima di distrazione collettiva che avvolse noi giornalisti in quegli anni. E ho cercato di farlo con un linguaggio semplice, per quanto possibile.

Il podcast è diviso in due parti. Nella prima, più breve, si affrontano gli elementi base della storia: dal falso pentito Scarantino alla responsabilità di chi consentì il deragliamento delle indagini. Nella seconda si entra nel merito, si spiegano ruoli e personaggi, si affrontano i temi caldi: pochi sanno davvero in cosa consiste quello che i giudici hanno descritto come il più grande depistaggio della storia repubblicana, pochi hanno idea di cosa c’entra il processo sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia, pochi conoscono sanno delle “entità esterne” che hanno avuto un importante peso nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Io ho provato a riassumere e a spiegare senza dare nulla per scontato. Nel 2017 iniziai a farlo col compianto Ennio Fantastichini e la regia di Giorgio Barberio Corsetti, in un grande teatro d’opera, il Teatro Massimo di Palermo: e lo scorso anno ho chiuso la mia tetralogia dedicata alle stragi del 1992.

Oggi mi piace usare un altro mezzo, più tecnologico, più popolare, e con un linguaggio nuovo, cercando di non cadere negli stereotipi delle cronache giudiziarie. In questo cammino, per nulla semplice, mi hanno aiutato l’avvocato della famiglia Borsellino, Fabio Trizzino, i giornalisti Salvatore Cusimano e Raffaella Fanelli, e Giorgio Mulè attuale vicepresidente della Camera qui in veste di ex cronista di nera. Li ringrazio di cuore. Ringrazio anche Gabriella Guarnera che, come sempre presta la sua voce.

Qui la seconda puntata.

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