Tu chiamale se vuoi elezioni

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

A Palermo dici elezione e leggi confusione. Nella corsa alla poltrona di sindaco – che poi di fatto è solo una sedia tutt’altro che comoda – si leggono in filigrana vizi e contraddizioni di questa città. Una città dove pianificare è il refuso del panettiere e dove sarebbe saggio uniformarsi al vecchio detto: meno promesse, meno delusioni.
Diciamo subito che finora la politica non ha prodotto un bel nulla, a parte i “campi larghi”, i “pressing”, i “veti incrociati”, le “sfide interne”. Tutte frasi dalle quali, come in un gioco della “Settimana enigmistica”, possono scaturire infinite possibilità. L’esercizio più divertente è quello di “dimenticare Orlando” senza dimenticarlo, magari cercando di estorcergli qualcosa che sta a metà tra il testamento e l’investitura. Ma è nei candidati fai da te che la questione rischia di diventare appassionante, almeno al confronto con le strategie sbadiglianti dei partiti. Dalla sovranista no-pass che ha messo il Covid in una narrazione molto personale, al tale che immagina di costruire mega parcheggi sotterranei e sopraelevati (a conferma che il vero problema di Palermo resta il traffico), dal sopravvissuto della società civile che si muove come il soldato giapponese emerso dalla giungla trent’anni dopo la fine della Seconda guerra, all’ex direttrice di carceri che spiega come il modello Ucciardone si adatti  questa città (con ampia libertà di metafora).
La materia è talmente rarefatta che ci si può scherzare su e al contempo parlarne seriamente senza che nessuno noti la differenza. Al momento l’unica indicazione seria arriva da un comico come Corrado Guzzanti: “Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori.”

San Valentino, voltare pagina

“Io non voglio qualcuno che mi ripeta in continuazione che ci sarà sempre
e non mi lascerà o tradirà mai. Mi basta qualcuno
che ogni volta che mi mandi a fanculo venga sempre a riprendermi.”
Charles Bukowski

San Valentino, almeno nella mia esperienza, è uno spunto per varie cose. Per ricordare e il suo contrario, per celebrare e il suo contrario, per crescere e il suo contrario.
Alla mia età, avendo attraversato diverse latitudini affettive, vi confesso che le ho provate tutte. Dalla festicciola a casa con gli amici (anche loro innamorati come da copione), al festino alcolico per dimenticare; dal brodo di giuggiole per una frase vergata su un libro che pare stare lì apposta per te, al cambio di stato di un pizzino d’amore, da foglio a coriandoli; dallo slancio di memoria del come eravamo alla prua diretta verso il come sarò.

Chissà qual è la formula più vantaggiosa per arricchire un sentimento, quando uno ce l’ha, e magari capitalizzarlo. Forse, come ha ironizzato qualche anno fa Gianluca Nicoletti, in questo giorno cruciale l’unica cosa buona che una coppia di innamorati dovrebbe fare è portarsi un single sfigato a cena (occhio, ho detto single sfigato e non solo single o solo sfigato). O forse vale una strategia di segno opposto: trattare il sentimento con l’ordinarietà delle cose umane, dato che non è vero che l’amore ci avvicina a dio, semmai ci costringe più spesso a chiedergli una mano. Una volta raccontai in un romanzo la storia di un cuore bonsai al quale venivano tagliate le radici in modo che non potesse crescere troppo: era una polluzione nichilista. Un’altra volta mi è stata suggerita la favola di una persona che resiste strenuamente ai cambiamenti del ph del cuore: una cosa a metà tra “Viaggio allucinante” e “Alice nel paese delle meraviglie”.

Di certo San Valentino si porta appresso il paradosso di un vestito che era bello quando era nuovo, ma che magari è ancora lì nell’armadio perché non ci si decide a buttarlo definitivamente, o perché ce ne siamo dimenticati. Lo guardiamo e immaginiamo il giorno che perderemo quei chili che ci impediscono di indossarlo di nuovo, magari passeggiando con la persona che abbiamo deluso, o che ci ha deluso, o che abbiamo costretto a fuggire, o chissà.
Lo spirito di sopravvivenza, e anche una buona dose di incosciente saggezza, ci ricordano che chi si mette a dieta per un vestito non lo fa per se stesso, bensì per il vestito. E la dieta in generale è deprimente più di una festa senza festeggiamenti.

Sanremo, gewurztraminer e basta così

Non so se quest’anno guarderò il Festival di Sanremo. Andare appresso al mega spettacolo dell’Ariston, in un lontano passato, è stato anche il mio mestiere. Da critico musicale mi sono sorbito millenni di dirette televisive sino a tarda ora per consegnare il pezzo con tutte le sue ribattute in tempo per essere impaginato: ebbene sì, ci fu un tempo in cui esistevano i giornali, e soprattutto esistevano lettori che aspettavano l’indomani per leggerli. Più fortunato di me (ma se chiedete a lui negherà) è stato il mio amico Totò Rizzo, giornalista sopraffino e grande esperto di musica e teatro, che veniva inviato a Sanremo e se la spassava tra sala stampa e dietro le quinte, scrivendo cronache indimenticabili. Insomma io alla tv, lui nell’arena.
Ma non è di questo che volevo parlarvi.
Voglio tentare di spiegare il motivo per cui il Festival mi interessa poco, nonostante su questo blog ne abbia parlato un po’ nell’ultimo decennio e forse più.
Quel che conta, nel mio disamore, è la formula della competizione a rate, la finta sorpresa della finta sorpresa, e il gewurztraminer.

Ho maturato una vera allergia nei confronti di tutto ciò che è gara spalmata su maratone lunghe giorni. Un tempo, anche per ragioni sportive, tutto ciò mi avrebbe attratto: oggi invece mi deprime. Mi piacciono le prestazioni sul lungo termine, a patto che non siano parcellizzazione dell’audience, ma concatenazioni di esperienze. Non corro più le (mezze) maratone, ma preferisco il Cammino del Nord.

La finta sorpresa, poi, è il sintomo più fastidioso di un’epoca di rarefazione della verosimiglianza. La finta sorpresa di una finta sorpresa è l’annuncio di qualcosa che non dovrebbe accadere pur dovendo accadere, ma che ineluttabilmente accadrà perché se non accadesse nulla potrebbe accadere. Insomma una minchiata col botto. In epoca di binge watching centellinare le finte sorprese in estenuanti serate in diretta (con finte rivelazioni calibrate al TG1 delle 20) è come andare a cercare l’entusiasmo di un gruppo di animalisti trapiantati nel pubblico di una corrida.

Infine il gewurztraminer. Il passaggio più umanamente fallace di questo ragionamento, proprio perché forzatamente soggettivo. È un vino che ho amato, in altre circostanze, sotto altri cieli. Ma c’è un momento in cui le cose cambiano e se il corollario che le avvolge non le segue, diventano desuete, magari irritanti. Per me ci sono vini immortali e vini passeggeri. Musica immortale e musica passeggera. E non è colpa né dei vini né della musica. Ma di chi ascolta, beve, vive.
Insomma quest’anno non so se guarderò il Festival, di certo non berrò gewurztraminer.

Vomito ergo sum

Uno dei guai prodotti dal recentismo, cioè da quella pratica di arricchire una voce del nostro vocabolario sociale senza curarsi di pesare la prospettiva storica e senza fare la tara della spinta momentanea dei media, è la distorsione di teorie già distorte. Tipo i complottismi di ogni sorta, che non sono affatto un’invenzione recente. Pensate, ad esempio, che il folle convincimento che il mondo sia governato da una misteriosa regia di potenti malvagi risale alla fine del Settecento: e la storia (con la esse minuscola) regge tutt’ora grazie a(gl)i (inde)fessi sostenitori della teoria del Nuovo ordine mondiale.

Qualche tempo fa la Cambridge University ha chiesto ad ampi campioni di persone in 24 paesi del mondo come giudicavano la veridicità dei più comuni teoremi complottisti. Ad esempio, tra i paesi in esame, la convinzione che l’umanità sia segretamente in contatto con gli alieni raggiunge il livello più alto in India (ci crede il 37% della popolazione) e quello più basso in Danimarca (6%). L’Italia si attesta su una posizione di mezza classifica (21%), appena sopra gli Stati Uniti (20%).

La madre di tutte le stramberie illogiche ha una base logica abbastanza forte. Il “popolo bue” visto come maggioranza umiliata e sottomessa per secoli vuole trovare da sempre – e incolpevolmente – un alibi per uscire dalla mortificazione, per conquistare un diritto di parola pur senza curarsi della parola.
Il complottismo è la rivincita ideale. Un “noi ve lo avevamo detto” senza che mai lo avessero detto. Un “noi lo sapevamo” senza un minimo di sapere. Una corsa forsennata al grottesco (in tempi di Covid ne stiamo leggendo di tutti i colori) che vorrebbe essere vendetta e invece è una raffica di minchiate senza un domani (ma, come abbiamo visto, con un solido “ieri”).
Vomito (minchiate) ergo sum.
Però dallo sbarco sulla Luna che mai sarebbe avvenuto, al riscaldamento climatico che mai potrebbe avvenire, c’è un dato sorprendente.
Tra le nazioni tendenzialmente più complottiste, o se volete paranoiche, come la Nigeria e il Messico, che occupano posizioni alte nelle classifiche della negazione della verità ci sono molti paesi con una bassa penetrazione di Internet.

Prendiamo nota e continuiamo a leggere, studiare, documentarci, abbeverarci da fonti non avvelenate. Forse internet non è la morte nera, ma il suo specchio deformante.

Amici e (ri)guardati

Quanti amici ho? Vi siete posti la domanda? E soprattutto ve la siete posta in vari momenti della vostra vita? Se io me la fossi posta quarant’anni fa, la risposta sarebbe stata molto diversa da quella che mi sarei data chessò nel 2008 e ancora più diversa da quella che troverei oggi.

Confesso subito: la domanda non me la sono mai posta, per vari motivi.

Primo, contiene in sé una trappola logica, cioè recensire matematicamente qualcosa che non ha nulla a che fare con la matematica: esistono tanti e tali gradi di amicizia che bisognerebbe stabilire un livello minimo, o almeno medio per entrare nella schiera degli “aventi diritto”; ed è impossibile arrivare alla ragionevole certezza che produca un numero.
Secondo, l’amicizia è un sentimento tutt’altro che stabile. Oscilla, come l’amore, l’odio e i sentimenti che non si possono annacquare. In generale nelle sensazioni e nei rapporti umani tutto ciò che è stabile, è diluito, annacquato appunto. Pensate ai grandi sodalizi duraturi, di qualunque tipo siano, e avrete contezza di quanto compromesso, di quanta sabbia riempi-fessure (mezzo spoiler: la sabbia non la cito a caso perché alla fine vedrete che sarà determinante) c’è bisogno per puntellarli e farli risultare scenograficamente stabili. Quindi amici oggi, ma domani?
Terzo, siccome non posso buttare tutto in vacca ci metto un pizzico di scaramanzia. Non mi sono posto la domanda perché ogni volta che sono stato vicino a farmela ‘sta cazzo di domanda, mi sono beccato una delusione.

Tutto ciò per dire che io comunque ci credo nell’amicizia, ma credo ancor più nei suoi limiti.
E qui ci vuole una parentesi personale.
Ogni volta che “ci vorrebbe un amico” io me la canto da solo. È un mio difetto. Perché, diciamocelo, noi l’amico lo cerchiamo quasi esclusivamente quando siamo con le pezze al culo. Ecco, quando mi trovo in quella situazione, io invece sposo un atteggiamento che definisco, senza modestia, da “scassacazzi intimista”: detesto imporre i miei problemi agli altri, quindi prima risolvo, poi cerco chi torturare con i dettagli di come ho risolto.
I limiti dell’amicizia, per quanto mi riguarda, sono tutti in una semplice considerazione: va bene come responsabilità ma non deve mai essere considerata un’opportunità.

E adesso parliamo di sabbia, sennò che spoiler ho fatto.
Altro che Covid, altro che global warming, altro che Greta, altro che munnizza a Palermo, una vera crisi millenaria è alle porte. È un allarme sul quale, a causa di casini molto più urgenti e urenti, già da qualche anno l’Onu ha scritto qualche paginetta di disastri prossimi venturi. Riguarda l’esaurimento delle scorte della terza più importante materia prima al mondo dopo aria e acqua. Che non è il petrolio. Ma la sabbia.
Sì, la sabbia.
Uno dice: minchia, ma con tutta la sabbia del Sahara, cosa volete di più?
Basta documentarsi un po’ per aggirare la domanda. Perché gli scienziati ci dicono che con la sabbia del deserto si fa il vetro, ma non il buon cemento: quella è troppo liscia, levigata dalla frizione dei granelli sotto l’azione del vento. La sabbia da costruzione è più ruvida, erosa dall’acqua in riva al mare o ai fiumi.
La sabbia infatti non è una risorsa rinnovabile, ci vogliono epoche geologiche intere perché se ne generi in quantità significative, mentre il fabbisogno cresce sempre più. Scrive James Hansen nella sua imperdibile “Nota Diplomatica”: “L’Onu stima — un po’ alla carlona per la verità — che il mondo consumi annualmente tra i 40 e i 50 miliardi di tonnellate di sabbia da costruzione. Abbastanza per gettare ogni anno un muro alto 30 metri e largo altri 30, tutto attorno al pianeta. La sabbia è anche corruttrice. Secondo il Global Financial Integrity, un think tank americano che studia traffici illeciti, la sua estrazione illegale genererebbe il terzo più alto volume di crimine transnazionale dopo la contraffazione e il traffico della droga—attorno ai 200 miliardi dollari annui già nel 2017″. Comunque sia, tra le nuove città e le nuove strade — e i criminali che vengono di notte a rubare nelle nostre spiagge — secondo l’Onu la scarsità della materia prima, cioè della sabbia, promette di essere una delle più importanti sustainability challenges del ventunesimo secolo.


Quindi la sabbia abbonda, come l’amicizia.
Ma quella che serve a costruire qualcosa scarseggia, come l’amicizia.
Può diventare oggetto di ricatto e illusione, come l’amicizia.
Ma è una grande scommessa, come l’amicizia.

Vada come vada, il miglior modo per essere ottimisti è presentarsi con la delusione in tasca.
Il resto è solo meravigliosa sorpresa.

Il pennello rubato

Sto scrivendo una cosa su Libero Grassi e, studiando tra carte giudiziarie e testimonianze giornalistiche, tra riflessioni dei figli dell’imprenditore e vecchi appunti che avevo sulla vicenda, mi sono imbattuto in una frase che dovrebbe essere scolpita nelle aule scolastiche e in quelle giudiziarie, nelle università e in tutti i luoghi del potere.

“Ciò che davvero conta è la qualità del consenso, la formazione del consenso. A una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia”.

Libero Grassi

Libero Grassi questa frase la pronunciò in un’intervista a Michele Santoro il 14 aprile 1991, quattro mesi prima di essere ammazzato dalla mafia, non tanto per essersi rifiutato di pagare il pizzo (come sbrigativamente si usa ricordare oggi), ma perché il suo “no” rappresentava un esempio umiliante e pericoloso per Cosa Nostra.

La qualità del consenso ha oggi un peso sconfinatamente maggiore rispetto a trent’anni fa. Oggi il consenso che conta non è più solo quello elettorale, che anzi è l’aspetto meno importante data l’estinzione degli elettori. Il consenso è una forma liquida di giudizio sempre meno informato, sempre più volatile. Con una materia così difficile da recensire diventa impossibile vagliarne la qualità. Pensate ai rivoli tecnologici lungo i quali scorre oggi il consenso. Pensate al gioco della rifrazione social su un’opinione o peggio ancora su un fatto acclarato.

Abbiamo più volte ragionato sulla scomparsa dei fatti e su quanto la voragine provocata da questo boato nel vuoto della ragione rappresenti un pericolo: per tutti. Per gli illusi della democrazia e per i suoi nemici, per chi nega a prescindere e per chi difende gli assiomi, per chi lotta e per chi si arrende.

Per questo la qualità del consenso è ancor più importante adesso. Perché dobbiamo cominciare col ripristinarlo, questo benedetto consenso. Come? Innanzitutto sposando con orgoglio una forma di narrazione soggettiva, parziale, non equidistante. Quindi smettendola con le par condicio che mettono sullo stesso piano l’oro e la merda. Poi cominciando finalmente a coltivare il futuro (ne abbiamo parlato a lungo qui) e adottandolo come programma politico, scolastico, artistico. Infine valorizzando le diversità reali, che obbediscono a formazione, cultura, scienza, opinioni verificate. Mi piace immaginare il consenso come un grande quadro dove ognuno dà una pennellata. Colori e pennelli purtroppo ce li hanno sottratti gli algoritmi che sembrano regalarci un nuovo tempo e invece ce lo rubano minuto dopo minuto, byte dopo byte.  Ma dovremo provvedere a recuperarne di nuovi. 

Uscire dalla tomba

Poco si sa, e quel poco è meno che irrisorio, sui candidati a sindaco di Palermo. Per certi versi è una fortuna giacchè, ogni tanto, la speranza è un foglio bianco. Tra autocandidature nate dopo un antipasto in trattoria e indiscrezioni attendibili quanto un’invettiva no vax di monsignor Viganò, affiora un’investitura che pare tanto credibile quanto esilarante. Sovrabbondano i personaggi, latitano le persone.
Usciamo dalle metafore e diciamocela tutta: una città come Palermo, che non è sovrapponibile per casini e prospettive a nessuna altra città italiana, ha bisogno di un “sindaco professionista”.
Mi spiego.
La favola bella della società civile che sforna casalinghe dotte, archeologi, scrittori, presidi, farmacisti, impiegati, giornalisti, tutti pronti a risollevare, ricostruire, ridisegnare va bene per chi scambia l’ottimismo con la mortadella sugli occhi. Per governare Palermo non serve un professore di matematica che sappia fare bene i calcoli, ma un politico che sappia leggere attraverso i numeri. Serve un manager che conosce, oltre agli equilibri finanziari, anche l’arte della gestione dei rapporti umani. Serve un figlio della politica che ne sappia diventare padre.

Orlando ha avuto la sua visione che ha dato i suoi frutti ma ha anche accumulato le sue scorie. Ha messo Palermo su un piedistallo, ma non si è curato della polvere del ripiano sul quale quel piedistallo era stato adagiato. Ed è riuscito, con un inusitato snobismo comunicativo, a farsi torto laddove aveva ragione, tranciando laddove poteva sezionare con cura, trascurando laddove poteva delegare. E la visione a poco a poco si è ristretta, ostruita da un cassonetto stracolmo o da una bara senza sepoltura. Ne riparleremo giacché l’orlandismo al tramonto merita più di un inciso in quaranta righe.
Resta la necessità di dirci le cose come stanno.
L’arrembaggio di candidature senza una narrazione è il vero problema di una campagna elettorale che misurerà la temperatura di un elettorato disperso, disorientato, disinformato (per colpe soprattutto sue, dell’elettorato intendo).
Il nuovo sindaco professionista di Palermo non è la morte dei partiti. Manco i 5 stelle sono riusciti a celebrare il funerale dei partiti e il loro fallimento è dinanzi agli occhi di tutti, persino i loro (che infatti si sono riparati sotto l’ombrello di quegli stessi partiti che prima additavano come la kriptonite).
Il nuovo sindaco deve provenire dai partiti, ma deve essere in grado di costruire una squadra super specializzata fuori dai partiti. Deve conoscere la politica e non orecchiarne i contenuti saltando da un festival a una convention, forte del suo essere altro.
E la società civile? È lì che ci conduce il nostro ragionamento.
Non credo che la società civile possa più partorire leader, ma che li possa sostenere se è il caso. Ammesso che riesca a uscire dalla sua tomba. A Palermo è difficile finirci in una tomba, figuriamoci uscirne.

I miei segreti

Nel suo prezioso libretto (libretto per le sue dimensioni fisiche) “Segreti e no” Claudio Magris spiega: “Il segreto e la sua custodia sono un elemento fondamentale della potenza, del potere. Ma c’è un’altra, molto più interessante custodia del segreto: è una umanissima protezione della propria libertà”.

Queste parole pesano ancor di più in questo periodo storico in cui la schizofrenia con la quale guardiamo alla privacy – inesistente sui social al contempo sbandierata per il green pass – ci mette di fronte a una quasi irresistibile nudità psicologica: dobbiamo mostrarci nel nostro quotidiano, dobbiamo esibire anche l’intimo più superfluo, dobbiamo pasturare l’audience affamata dei nostri dettagli privati. Ecco che, in questo contesto, la pubblicazione del libro di Ilda Boccassini “La stanza numero 30” in cui l’autrice parla del suo amore per Giovanni Falcone segna un giro di boa: la rivelazione di amore per un deceduto, ammogliato, per di più spasmodicamente riservato.

Non ho intenzione di criticare la Boccassini, non me ne arrogo il diritto. Voglio solo ribadire, da uomo che ha frequentato (spesso non incolpevolmente) il segreto, che ci sono cose che possono rimanere non dette senza perdere valore. E che il nostro passato ci regala molto raramente occasioni in cui ringiovanire senza far torto a nessuno: una di queste è stringerci al ricordo più bello e più lontano, e coccolarlo perché resti per sempre nostro. Solo nostro.

L’estinzione della società civile

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

L’abbiamo invocata a gran voce quando mancava un appiglio politico, benedetta quando tutto intorno era buio e paura, citata alla cieca quando serviva un’entità positiva di riferimento. Non l’abbiamo rimpianta quando è scomparsa perché la sua fine è stata talmente lenta da rendere invisibile il suo stesso dissolversi.
La società civile in Sicilia non c’è più e non ce ne rendiamo ancora conto.
Se n’è andata coi suoi lenzuoli candidi, con le sue mobilitazioni spontanee che non hanno mai conosciuto la droga dei social, col suo essere ago preciso di bilance usate da mani distratte.
Nessuno l’ha uccisa, nessuno l’ha rapita. Si è estinta a causa di quel cataclisma sociale che ci ha portato a essere tutti (forzatamente) presenti pur non essendoci: partecipanti in contumacia, movimentisti da polpastrello. Anche l’humus sul quale era nata e cresciuta è cambiato. L’urgenza drammatica dell’aggressione mafiosa ha lasciato spazio ad altre urgenze: dai rifiuti dietro la porta, all’odio dietro lo schermo. Le emergenze fanno il loro lavoro che è quello di sommare problemi a problemi senza sommergerli, e in tal modo ci ingannano: in fondo non cambia nulla a eccezione del nostro modo di reagire.
In questa delocalizzazione dell’attenzione il corteo resta civile e la società resta a casa. Perché essa non è titillata dalla globalizzazione, anzi nasce nell’hyperlocal e si mobilita per la sua salvaguardia.
La mafia non è mai finita, ma non è più tra i trend topic. Anzi non lo è mai stata diciamo per mission aziendale.
Come in ogni estinzione che si rispetti la specie scomparsa farà sentire la sua assenza dopo molto tempo. Per capire com’è andata col dinosauro della società civile, bisognerà scavare. Ma prima bisognerà trovare il coraggio di farlo.

Amici (o presunti) sullo scaffale

Oggi ho fatto un esperimento. Ho cominciato a scorrere lo scaffale dei “libri degli amici” della mia libreria e ho giocato a collegare storie, sorti e biografie. Una buona parte non sono più amici: non per colpa di qualcuno, ma per vicende non recensibili. Altri resistono in contumacia: gente alla quale potresti voler bene ma che non vedi quasi mai. Altri, pochissimi, sono rimasti amici come lo erano quando hanno pubblicato: sono quelli che si ricordano di te senza un motivo contingente e che magari ti chiamano per chiederti, in modo affettivamente rivoluzionario (di questi tempi), come stai.
Le nostre librerie di casa sono una sorta di anagrafe dei sentimenti, con nati e morti: ma in più hanno i morti-vivi, i moribondi a loro insaputa e i resuscitati. Basterebbe dare retta a quegli scaffali per capire delle persone più di quanto avremmo voluto sapere. Perché, diciamocelo, nel nome di un prodotto editoriale spesso si fanno forzature da Guinnes.
Ho scritto un bel po’ di cose in società, insieme con altri autori, e in generale mi sono trovato bene. Oggi ci ripenso e lo considero quasi un miracolo (la mia psicologa è d’accordo) giacché la mia indole solistica mi avrebbe dovuto spingere in mare aperto, verso una navigazione solitaria. Eppure così non è stato.
Quasi sempre, ripeto quasi, l’aver condiviso un tratto di penna è stata un’occasione di crescita. Delle eccezioni non parlo: mi divertirei troppo e so che le mie pulsioni luciferine prenderebbero il sopravvento mistificando la realtà, quindi dandomi più noie che soddisfazioni
Comunque oggi guardando quello scaffale ho avuto la dimostrazione che lo scorrere del tempo non ha solo una velocità, quella che conosciamo biblicamente o se volete biologicamente. Esistono vecchiaie anticipate e gioventù tardive, almeno a guardare i libri e i loro autori. Esistono vite che non finiscono mai, sodalizi mai coronati eppure eterni e unioni tanto fallaci quanto amare indipendentemente dai calendari. Non è colpa di nessuno, ma c’è un merito condiviso. Quelle pagine, ingiallite o intonse, note o sconosciute (non si legge tutto per diritto di parentela/amicizia, ed è un bene) ci dicono oggi quello che non siamo stati capaci di capire ieri. Ci rivelano che non è mai troppo tardi per rivalutare un errore di prospettiva in buona fede.
Chi c’è ancora oggi ne godrà, chi non c’è più probabilmente ha fatto la fine che meritava.
I libri non mentono mai. Soprattutto quando raccontano menzogne.  
Per il resto c’è la vita.