I miei segreti

Nel suo prezioso libretto (libretto per le sue dimensioni fisiche) “Segreti e no” Claudio Magris spiega: “Il segreto e la sua custodia sono un elemento fondamentale della potenza, del potere. Ma c’è un’altra, molto più interessante custodia del segreto: è una umanissima protezione della propria libertà”.

Queste parole pesano ancor di più in questo periodo storico in cui la schizofrenia con la quale guardiamo alla privacy – inesistente sui social al contempo sbandierata per il green pass – ci mette di fronte a una quasi irresistibile nudità psicologica: dobbiamo mostrarci nel nostro quotidiano, dobbiamo esibire anche l’intimo più superfluo, dobbiamo pasturare l’audience affamata dei nostri dettagli privati. Ecco che, in questo contesto, la pubblicazione del libro di Ilda Boccassini “La stanza numero 30” in cui l’autrice parla del suo amore per Giovanni Falcone segna un giro di boa: la rivelazione di amore per un deceduto, ammogliato, per di più spasmodicamente riservato.

Non ho intenzione di criticare la Boccassini, non me ne arrogo il diritto. Voglio solo ribadire, da uomo che ha frequentato (spesso non incolpevolmente) il segreto, che ci sono cose che possono rimanere non dette senza perdere valore. E che il nostro passato ci regala molto raramente occasioni in cui ringiovanire senza far torto a nessuno: una di queste è stringerci al ricordo più bello e più lontano, e coccolarlo perché resti per sempre nostro. Solo nostro.

L’estinzione della società civile

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

L’abbiamo invocata a gran voce quando mancava un appiglio politico, benedetta quando tutto intorno era buio e paura, citata alla cieca quando serviva un’entità positiva di riferimento. Non l’abbiamo rimpianta quando è scomparsa perché la sua fine è stata talmente lenta da rendere invisibile il suo stesso dissolversi.
La società civile in Sicilia non c’è più e non ce ne rendiamo ancora conto.
Se n’è andata coi suoi lenzuoli candidi, con le sue mobilitazioni spontanee che non hanno mai conosciuto la droga dei social, col suo essere ago preciso di bilance usate da mani distratte.
Nessuno l’ha uccisa, nessuno l’ha rapita. Si è estinta a causa di quel cataclisma sociale che ci ha portato a essere tutti (forzatamente) presenti pur non essendoci: partecipanti in contumacia, movimentisti da polpastrello. Anche l’humus sul quale era nata e cresciuta è cambiato. L’urgenza drammatica dell’aggressione mafiosa ha lasciato spazio ad altre urgenze: dai rifiuti dietro la porta, all’odio dietro lo schermo. Le emergenze fanno il loro lavoro che è quello di sommare problemi a problemi senza sommergerli, e in tal modo ci ingannano: in fondo non cambia nulla a eccezione del nostro modo di reagire.
In questa delocalizzazione dell’attenzione il corteo resta civile e la società resta a casa. Perché essa non è titillata dalla globalizzazione, anzi nasce nell’hyperlocal e si mobilita per la sua salvaguardia.
La mafia non è mai finita, ma non è più tra i trend topic. Anzi non lo è mai stata diciamo per mission aziendale.
Come in ogni estinzione che si rispetti la specie scomparsa farà sentire la sua assenza dopo molto tempo. Per capire com’è andata col dinosauro della società civile, bisognerà scavare. Ma prima bisognerà trovare il coraggio di farlo.

Amici (o presunti) sullo scaffale

Oggi ho fatto un esperimento. Ho cominciato a scorrere lo scaffale dei “libri degli amici” della mia libreria e ho giocato a collegare storie, sorti e biografie. Una buona parte non sono più amici: non per colpa di qualcuno, ma per vicende non recensibili. Altri resistono in contumacia: gente alla quale potresti voler bene ma che non vedi quasi mai. Altri, pochissimi, sono rimasti amici come lo erano quando hanno pubblicato: sono quelli che si ricordano di te senza un motivo contingente e che magari ti chiamano per chiederti, in modo affettivamente rivoluzionario (di questi tempi), come stai.
Le nostre librerie di casa sono una sorta di anagrafe dei sentimenti, con nati e morti: ma in più hanno i morti-vivi, i moribondi a loro insaputa e i resuscitati. Basterebbe dare retta a quegli scaffali per capire delle persone più di quanto avremmo voluto sapere. Perché, diciamocelo, nel nome di un prodotto editoriale spesso si fanno forzature da Guinnes.
Ho scritto un bel po’ di cose in società, insieme con altri autori, e in generale mi sono trovato bene. Oggi ci ripenso e lo considero quasi un miracolo (la mia psicologa è d’accordo) giacché la mia indole solistica mi avrebbe dovuto spingere in mare aperto, verso una navigazione solitaria. Eppure così non è stato.
Quasi sempre, ripeto quasi, l’aver condiviso un tratto di penna è stata un’occasione di crescita. Delle eccezioni non parlo: mi divertirei troppo e so che le mie pulsioni luciferine prenderebbero il sopravvento mistificando la realtà, quindi dandomi più noie che soddisfazioni
Comunque oggi guardando quello scaffale ho avuto la dimostrazione che lo scorrere del tempo non ha solo una velocità, quella che conosciamo biblicamente o se volete biologicamente. Esistono vecchiaie anticipate e gioventù tardive, almeno a guardare i libri e i loro autori. Esistono vite che non finiscono mai, sodalizi mai coronati eppure eterni e unioni tanto fallaci quanto amare indipendentemente dai calendari. Non è colpa di nessuno, ma c’è un merito condiviso. Quelle pagine, ingiallite o intonse, note o sconosciute (non si legge tutto per diritto di parentela/amicizia, ed è un bene) ci dicono oggi quello che non siamo stati capaci di capire ieri. Ci rivelano che non è mai troppo tardi per rivalutare un errore di prospettiva in buona fede.
Chi c’è ancora oggi ne godrà, chi non c’è più probabilmente ha fatto la fine che meritava.
I libri non mentono mai. Soprattutto quando raccontano menzogne.  
Per il resto c’è la vita.

Lucarelli e l’isola senza vergogna

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Ci voleva Selvaggia Lucarelli per ricordarci che siamo un popolo che non rispetta i patti con la bellezza, che tende ad azzannare la mano che ci sfama (o se non lo facciamo è perché aspettiamo che arrivi al portafoglio), che sporca con malcelato orgoglio ciò che un orgoglio vero dovrebbe proteggere. Ci voleva una influencer che pesa quanto un’azienda editoriale in termini di diffusione del verbo, con tutte le contraddizioni del caso legate a un’informazione estremamente centripeta e alle sue fisiologiche oscillazioni umorali, per sbatterci in faccia una realtà e un metodo. La realtà è, senza sconti, quella di cui sopra (senza generalizzare, ma senza nemmeno fare i pesci in barile): una Sicilia arraffona, che quando può tende a fottere il turista, una Sicilia di sindaci balbettanti, di aziende pubbliche inefficienti, di coscienza civile paleolitica. Una Sicilia che i giornali raccontano ogni giorno, cercando di schivare la foga populista dei social. Il metodo è tutta una addizione di disattenzioni: il cittadino butta il sacchetto dove presume che qualcuno lo raccoglierà, l’azienda preposta non ha fretta di recuperarlo, i controllori di quell’azienda sanno che così va la vita e non si stressano, gli amministratori si fidano dei controllori che hanno messo lì loro (sennò che ce li mettevano a fare?) e nicchiano. Così il sacchetto prolifera a go-go, altro che variante gamma o delta: e contagia persino lo sguardo di chi lo incrocia a distanza, in una vergogna che è virus senza anticorpo.

Ebbene sì, ci voleva Selvaggia Lucarelli per ricordarci la miseria di una terra millenaria che si ritrova adesso, in questa estate di maschere e mascherine, con la memoria labile di una timeline.   

Il desiderio di Ragazza X

Qualche anno fa l’attore porno James Deen ha girato un film con una ragazza che era una sua fan. La chiamava Ragazza X. Non era una novità. Spesso Deen – che in passato è stato accusato, ma poi prosciolto, per stupro – si è concesso alle sue ammiratrici. Metteva su una specie di contest sul suo sito e chi vinceva…
In realtà i video di questo genere hanno poco a che fare con il sesso poiché si tratta di filmati in cui prevalentemente si parla, si filmano le titubanze e comunque se sesso ci sarà, sarà solo un dettaglio. Perché il clou della discussione è “voglio fare sesso con te, ma non voglio mostrarlo al mondo”. Di questo argomento ha scritto qualche mese fa la scrittrice Katherine Angel sul Guardian analizzando il “presunto desiderio di una donna che, anche se si manifesta una sola volta, per un solo uomo, la rende vulnerabile. Come se il suo desiderio non la rendesse più degna di protezione”.
È un tema, generale, e applicabile a tutto il ventaglio di scelte della nostra socialità.
Desiderare è scoprire il fianco?
Auspicare significa necessariamente schierarsi?
Volere è per forza scegliere?
Pensate alle infinite declinazioni di questo argomento. Magari applicandolo al (falso) dilemma sui vaccini: mostrarsi perplessi è già un atto di imperio?
Non ho una risposta perché se è vero che domandare è lecito, spesso è anche vero che rispondere non è cortesia, ma sfogo, liberazione. Viviamo tempi complicati in cui è pericolosissimo desiderare senza filtro, in cui persino la fantasia deve stare attenta al suo genere femminile (e chi lo ha detto che non ci sia un fantasio? E chi ha scritto le regole di questa discriminazione che parte dalle vocali e finisce chissà dove?). Dobbiamo di nuovo imparare a desiderare, senza farci condizionare dal giudizio. E contemporaneamente dobbiamo stabilire un direzione coerente degli auspici, coerente con la storia, con il giudizio, con la buona creanza.

Non è sparandola grossa che si va sulla luna. O che si corona un sogno erotico.

Una buona antimafia

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Abituati come siamo a guardare la politica con diffidenza, rischiamo di perderci qualche passaggio quando invece il Palazzo lavora di buona lena e con attenzione. Allora è bene fermarsi e dare atto che c’è una politica che non è solo, per dirla con Berlinguer, una macchina di potere e clientela. La Commissione regionale antimafia guidata da Claudio Fava è un esempio di come si può vigilare sulle cose nostre senza lasciarsi trascinare dalla corrente del momento, di come si può indagare su temi di cronaca scottante senza farsi tentare da sterili effettismi. Così è stato per l’esame del caso Montante e sulle sue diramazioni complicate, per gli interrogativi sull’attentato Antoci e su certe incongruenze non da poco, per la recente disamina del doppio (o triplo) tentativo di depistaggio delle indagini sulla strage Borsellino. La Commissione ha, ad esempio, trattato un noto giornalista anti-boss come un normale testimone e non ha esitato a evidenziare alcune contraddizioni nel suo operato, rischiando la scomunica dell’antimafia adorante. Ha lavorato, insomma. Magari avrà sbagliato in molte o alcune conclusioni, ma si è data una direzione. È bene ribadirlo: qui non si giudicano i risultati che possono essere oggetto di valutazioni discordanti, si giudica un metodo. In particolare una discreta indipendenza dal mainstream, perché prima di affondare un coltello nella crosta delle cose bisogna assicurarsi che non sia stato usato per altro, insomma che sia pulito. Questa Commissione ha tentato di tenere a distanza il pregiudizio, di non conoscere intoccabili, di saper coniugare rigor di legge e curiosità. Ci ha rivelato che il compito della politica non è solo dare risposte, ma saper fare domande.

Effetto pecora

La cronaca ha un sentimento? No, e guai se lo avesse. Significherebbe che esistono notizie giuste o notizie sbagliate. Mentre esistono quelle buone e quelle cattive, che è altra cosa giacché la loro valenza si rivela nelle sensazioni che suscitano nel lettore. Il dovere di cronaca impone al giornalista di raccontare, di testimoniare ciò che accade a prescindere da tutto, eccezion fatta per i paletti imposti dalla legge e dalla deontologia. Per questo vale la pena ragionare sulle polemiche germogliate sui social a proposito dei video sul tragico incidente sulla circonvallazione di Palermo. Chiariamo subito che qui si discute dei video filtrati e pubblicati da testate giornalistiche e non di quelli spalmati sui social da chiunque in barba alle norme sulla privacy e al buon senso, con dettagli raccapriccianti che nulla hanno a che fare con una corretta narrazione del fatto, per quanto atroce sia. Da sempre il cronista ha il dovere di essere quanto più possibile sul luogo dell’accaduto, di riportarlo fedelmente nei modi che la situazione e i tempi gli consentono. Che sia il rapimento di Aldo Moro o l’omicidio di Piersanti Mattarella, che sia la strage di Capaci o l’eccidio di via d’Amelio, che sia il crollo delle Twin Towers o la strage del Bataclan, il dovere di raccontare è più forte di ogni moralismo, forse perché è la stessa morale che è fatta di verità e non di infingimenti.

Ciò non vuol dire che le immagini drammatiche di un incidente in cui sono morte due ragazze e sono rimaste ferite decine di persone devono essere viste a ogni costo per avere un’idea dell’accaduto, ma che non mandarle in onda sarebbe una scelta contro la cronaca, contro il messaggio crudo che la cronaca ci manda (ad esempio, guidare con coscienza, indossare le cinture di sicurezza, eccetera). È sempre stato così, da quando esiste l’informazione: pensate cosa sarebbe stata la percezione della Seconda guerra mondiale senza i reportage di Robert Capa, o l’impatto dell’11 settembre senza la CNN.

Solo che adesso c’è il corto circuito tra due elementi che hanno sconvolto il nostro rapporto col vivere quotidiano: lo smartphone e i social network. Il primo estende a chiunque la possibilità di entrare nella narrazione da protagonista, ma senza il filtro che un narratore professionista deve imporsi. I secondi alimentano il peggiore moralismo, quello cieco, senza ragione e appiglio culturale: quello del “dico il cazzo che mi pare” perché ne ho la possibilità ed è il semplice fatto di poterlo fare che giustifica la presa di posizione, non il suo contenuto. Quindi le minacce ai giornalisti che mostrano un video drammatico diventano virali perché la minaccia zero figlia conseguenti schifezze che non hanno altra intenzione che auto-sostentarsi. Inutile dire che quel video rappresenta ciò che per decenni i cronisti si sono dovuti sobbarcare per svolgere il loro mestiere. Inutile dire che sui morti i giornali hanno sempre venduto e non per scandalo, ma per peso della notizia. Inutile dire che “rispetto per le famiglie delle vittime” non è tacere sulla loro fine, ma andare a fondo con severo mestiere sulle ragioni che l’hanno determinata. E magari sottrarsi al pericoloso “effetto pecora” che un algoritmo alimenta ogni giorno ingannandoci con la finta libertà di avere sempre ragione senza avere una ragione.

Borsellino e la storia senza storia

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Non si può chiedere alla magistratura di (ri)scrivere la storia: del resto quando si è pensato che la vera storia d’Italia dovesse essere narrata nei verbali di polizia il risultato è sempre stato pessimo. Ma la vicenda del depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio impone una piccola eccezione. Ai giudici che, nel dedalo di competenze incrociate e di indagini infinite, hanno dipinto un quadro in cui gli unici colpevoli sarebbero quattro poliziotti mai sgamati da nessuno e sopravvalutati da tutti, andrebbe chiesta una parvenza di idea su cosa è realmente accaduto all’indomani dell’eccidio in cui morirono Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta. Insomma da anni agogniamo una ricostruzione plausibile – laddove il termine “plausibile” certifica la nostra impotenza dinanzi a una congerie imbarazzante di menzogne e mistificazioni – e non verità insulse e smozzicate. E da anni sbattiamo contro un muro narrativamente illogico: perché se fosse un film nessuno sceneggiatore si rischierebbe a firmare una trama che parte tragica e infischiandosene del plot finisce esilarante. Qui non ridiamo solo per rispetto ai morti e alle loro famiglie, ma che un’intera Procura sia rimasta all’oscuro di uno dei più gravi depistaggi dell’Italia repubblicana e che non servano ulteriori indagini per scoprire ciò che è rimasto tragicamente nascosto, strappa un sorriso amaro. Quindi serve una storia, magari una qualunque, per trovare un senso a questa beffa. Una storia in cui chi sbaglia paga e non viene premiato, in cui chi è distratto è punito e non promosso, in cui chi è tenuto a controllare e non lo fa non se la cavi con un’alzata di spalle. Una storia che almeno abbia rispetto di chi la ascolta.

Il cannolo che si fece moneta

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Cannoli e passito sulla moneta commemorativa da 5 euro del 2021. L’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato ha deciso così di celebrare i prodotti tipici siciliani: per completezza di informazione c’è anche la moneta dedicata ai tortellini emiliani, quindi almeno stavolta niente strepiti di disparità tra Nord e Sud. Se è vero che il mondo è un’interminabile sfilata di simboli, il cannolo è una icona tra le più universali (e ruffiane): tramanda gusto, ammiccamento, complicità, gola, sesso, politica, trasversalità, crosta e crema al tempo stesso. Neanche coppola e lupara arrivano a tanto. È quindi il simbolo meno simbolo in assoluto, è piuttosto un ologramma di una tradizione che, in epoca di contaminazioni globali, sforna panettoni da record lontano da Milano e sushi memorabili lontano da Tokyo. Insomma cannoli e passito su una moneta commemorativa non commemorano un bel nulla di questi tempi confusi, con cultura e tradizioni chiuse per decreto, con sensi ottenebrati da emozioni da asporto. L’impressione è che una scelta del genere sia qualcosa di molto simile al fumo negli occhi: fumo della presunta valorizzazione di un prodotto che oggi praticamente non c’è se non come merce clandestina da spacciare sottobanco tipo delinquenti senza scrupoli; occhi socchiusi perché arrossati dal freddo di una solitudine collettiva.
C’è in certe decisioni politiche e culturali un irritante scollamento dal qui e adesso che vorrebbe scimmiottare la storia, ma che invece diventa storiella, panzana al limite del raccontabile. Come al bar, quando i bar esistevano ancora, tra amici alticci, in una fredda serata invernale: la sai quella dei cannoli e del passito che si fecero moneta da cinque euro?

Il dio pazzo del web

L’articolo pubblicato sul Foglio.

Sarà un dio e sarà pure un pazzo. Sarà burlone e ingiusto, ma è un dio che ci sa fare con gli affari. Fiuta la preda, la insegue e la fa sua: senza finirla, anzi iper-alimentandola e spingendola verso la bulimia. Più lei consuma, più il dio è soddisfatto. Più lei consuma, più lei stessa è sfiancata. Funziona così nel regno del web, nel cielo dei cieli telematici dove vive e regna nei secoli dei secoli il dio algoritmo.

Accade così che l’inspiegabile si dipani chiaro, come una pergamena srotolata, dinanzi ai nostri occhi e che Nostro Signore del bit ci reputi degni di assistere al più antico dei prodigi, quello della creazione.

Angela Chianello, da Palermo, è la raffinata esegeta degli sviluppi del contagio del Coronavirus, una via di mezzo tra la divulgatrice fai-da-te e l’opinionista da supermercato, che ha coniato il tormentone “Non ce n’è Coviddi”. Lo ha fatto dal suo privilegiato punto di osservazione – la spiaggia di Mondello nei giorni di uscita dal lockdown – scegliendo come tribuna l’agorà televisiva di Barbara D’Urso. La Chianello è l’ultima creazione del dio algoritmo, ed è stata plasmata con la sabbia del golfo di Palermo a futura memoria di un bel po’ di cose.

Non è bella, non è colta, per quel che si sa non è nemmeno cattiva (che pure è una caratteristica cruciale per farsi ricordare in questi tempi senza memoria), non ha un’arte da tramandare né un messaggio da diffondere che vada oltre le dieci sillabe. Lei esiste in funzione di ciò che non esiste, il “Coviddi” appunto, e fa discepoli senza bisogno di spezzare il pane e versare il vino (al limite può dividere un’arancina e sorseggiare una Fanta). Però fa miracoli niente male: la moltiplicazione dei followers è il più impressionante con quasi duecentomila seguaci in pochi giorni. Un suo video su Instagram dove dice semplicemente “Buongiorno” sulle note di una canzone napoletana totalizza cinquecentomila visualizzazioni in un fiat. Ha già diversi profili fake, come un Salvini di questi, e addirittura sdogana un triste oggetto di protezione come feticcio postmoderno quando, disvelando le labbra dal cupo di una mascherina, dà la buonanotte ai suoi ammiratori con sguardo ammaliante. 

Il dio, per via del suo mestiere di dio, ovviamente non si può criticare. Qualche sua opera sì. O meglio ci si può addentrare nei meccanismi della creazione per cercare di intuire se la fine del mondo è a portata di mano oppure se dobbiamo aspettarci altre rivoluzioni e/o benedizioni da Chianello et similia. Quindi con una mano snoccioliamo il rosario di grani bluetooth rincuorandoci con le parole di Vincent Van Gogh secondo cui “non bisogna giudicare il buon Dio da questo mondo, perché è uno schizzo che gli è venuto male”, e con l’altra entriamo nel backstage di una qualunque timeline di un social network come Facebook. Qui l’algoritmo non è altro che lo strumento attraverso il quale il motore del social decide, nello sterminato scenario delle combinazioni possibili, il peso di popolarità delle notizie che l’utente vede appena entra nel proprio account. Il meccanismo di funzionamento è segreto, tipo ricetta della Coca Cola (solo che qui si tratta di una lattina dalla quale bevono più di due miliardi di persone), ma qualche anno fa Adam Mosseri, ex responsabile dello sviluppo del News Feed a Facebook e oggi numero uno di Instagram, si è sbottonato in pubblico sulla logica dell’algoritmo.

In pratica Mosseri lo ha descritto come un “metodo naturale” attraverso il quale si possono prendere delle decisioni basandosi sulla storia precedente e sui dati a disposizione, facendo quindi delle inferenze- cioè delle deduzioni intese a provare o sottolineare una conseguenza logica – derivanti da questi. Domanda cruciale: quali sono i dati importanti, secondo Facebook, attraverso i quali si possono fare queste benedette inferenze?

Proviamo a spiegare senza incorrere nella blasfemia, dato che il dio del web è incazzoso e a farti passare dalla spiaggia della Chianello alla triste libreria di un qualunque Piero Angela ci mette un clic.    

Funziona così. Rispetto a tutti i post degli amici o delle pagine (Inventory) seguite da ciascuno di noi comuni mortali, l’algoritmo di Facebook verifica alcuni segnali (Signals) come per esempio chi ha postato cosa, fa delle predizioni in base alla storia passata di altri post, magari con caratteristiche simili, che sono stati commentati (Predictions) e attribuisce quindi ai singoli post un punteggio (Score).

Quindi per ogni singolo post l’algoritmo di Facebook analizza tutti i dettagli: chi ha postato, cosa, quando, che tipo di contenuto e quanto engagement, cioè coinvolgimento, ha generato finora. Al termine di questo processo, che qui è un ingombro di parole impilate ma nell’universo del dio web è lieve e istantaneo, si viene a creare un valore finale.

Questo valore è la scommessa dell’algoritmo su quanto egli crede che quel post possa piacere. Nel rispetto di quel punteggio, i post vengono messi in ordine nel News Feed del singolo utente da quello più alto a quello più basso. Ogni singolo utente si ritrova quindi un News Feed personalizzato, perché deriva sostanzialmente dalla sua interazione con le altre persone sul social network e dalla sua interazione con i diversi tipi di post. Insomma se fossimo al ristorante sarebbe un menù ad hoc coniato sulla base di ciò che abbiamo mangiato in passato, di ciò che mangiano abitualmente i nostri amici, di ciò che teniamo nel nostro frigorifero a casa, e di ciò che pensano i nostri amici del loro e del nostro cibo (e del nostro frigorifero): la qualità del cibo non ha nessuna influenza.

Nulla è per caso in questo mondo in cui persino un concetto rigido come quello di censura viene declinato a favore della pazzia del dio. Pensate alle foto di donne che allattano al seno o alla celebre immagine della ragazzina nuda che fugge al Napalm di Saigon: per il Nuovo Ordine Telecostituito si tratta di pornografia e vanno eliminate. Mentre bugie, fake news, propaganda nazista e contenuti trafugati ai legittimi autori sono ammessi e anzi in un certo senso incoraggiati poiché creano engagement, alimentano discussioni, insomma fanno tutto l’interesse dei social network e del loro mercato di interazioni. C’è un genere di errore stupido che solo le persone intelligenti possono commettere: presumere che un fatto acclarato possa sconfiggere una bugia facile e rassicurante.

Nel suo libro “The Four – I padroni” Scott Galloway, imprenditore ed esperto di marketing, spiega il successo di Google, Facebook, Apple ed Amazon con una frase secca: “Hanno sfruttato i nostri istinti”. Nello specifico Galloway affida un ruolo preciso, immaginifico ma non troppo, a ciascuna di queste quattro aziende.  “Google è il dio dell’uomo moderno. Immagina la tua faccia e il tuo nome su un libro che raccoglie tutto ciò che hai chiesto al motore di ricerca e capirai che ti fidi di Google più di qualsiasi entità al mondo”. Facebook ha invece una diversa collocazione. “È l’amore. Una delle cose meravigliose della nostra specie è che non solo dobbiamo essere amati, ma dobbiamo anche amare: Facebook soddisfa il nostro bisogno di amore”. Continua Galloway: “Amazon è il nostro intestino, e si occupa dell’istinto che forse sentiamo di più. Basta che tu apra uno dei tuoi armadi: magari hai da dieci a cento volte più di quello che ti serve. Perché? Perché la pena di avere troppo poco è molto più grande di quella di avere troppo”. Apple è il sesso, “il nostro secondo istinto più potente: scegliere il miglior seme in circolazione, per le donne, o diffonderlo, per gli uomini”. In tal senso, secondo Galloway, l’iPhone non è solo un telefono, ma è anche un goffo tentativo di affermare: “Se ti accoppi con me e non con un uomo Android, i tuoi figli avranno più probabilità di sopravvivere”.

Il dio algoritmo vede e provvede, in ogni ambito, in qualunque frangente, incoraggiato dal comportamento dei suoi sudditi, i consumatori, che hanno fatto chiaramente capire di essere disposti di rinunciare alla privacy in cambio di uno strumento che pensi e che agisca per loro: una vita per procura. Nessuno si inquieta se la tecnologia di ascolto del rumore ambientale di Facebook può capire se sono a un concerto di un certo cantante e, conseguentemente, mostrarmi la pubblicità di un suo nuovo album o comunque di qualcosa di collegato al suo merchandising. Però se si toccano temi come la religione o l’animalismo scatta subito una agitazione collettiva. Recentemente, senza troppi clamori, la Verify, azienda della Alphabet, si è lanciata nel campo delle assicurazioni sanitarie con la sua Coefficient Insurance. Ricordare che la Alphabet è una holding a cui fa capo Google non è un dettaglio: in pratica chi conosce i dettagli più intimi della nostra vita quotidiana, i nostri contatti, la frequenza con cui interagiamo con essi, i nostri desideri che elenchiamo quotidianamente sul motore di ricerca, adesso può valutare la nostra esposizione al rischio meglio di qualsiasi altra compagnia assicurativa.

Non è la prima volta che un’azienda tecnologica entra a gamba tesa nel settore dell’assistenza sanitaria. Già in passato, ben prima dell’emergenza Coronavirus, Alexa (Amazon) e DeepMind (Alphabet) hanno iniziato a lavorare col servizio sanitario inglese, la Apple ha collaborato con la compagnia assicurativa Aetna per usare i dati degli Apple Watch e premiare gli utenti che hanno stili di vita salutari, e Facebook ha lanciato Preventive Health, uno strumento che consiglia agli utenti di sottoporsi a controlli medici in base all’età e al sesso.

Il problema non è di privacy – elemento ben pesato dai giganti del web e affrontato anche in sede legislativa in vari Paesi – ma è sociale. Se ne è occupato recentemente sul Financial Times il sociologo Evgeny Mozorov avvertendo sul rischio “delle possibili riconfigurazioni di potere tra gruppi sociali – i malati e i sani, gli assicurati e i non assicurati, i dipendenti e i datori di lavoro – che saranno innescate una volta esaurito il clamore della notizia (il riferimento è al lancio della Coefficien Insurance). Bisogna essere molto ingenui – scrive Mozorov – per credere che un sistema di sorveglianza digitale più esteso, sul luogo di lavoro ma anche a casa, in auto e ovunque ci porti il nostro smartphone, possa favorire i più deboli. Certo potrebbero esserci effetti positivi (un ambiente di lavoro più salutare, forse), ma dovremmo chiederci: chi pagherà il prezzo di questa utopia digitale?”.

La risposta ovviamente non interessa il dio algoritmo. Però un’interessante chiave di lettura la fornisce il filosofo e professore presso il Gettysburg College in Pennsylvania sulla rivista digitale Aeon, partendo da un’altra domanda: abbiamo davvero il diritto di credere in ciò che vogliamo?

Secondo DeNicola questo diritto ha dei limiti importanti.

“Credere in qualcosa significa ritenerlo vero – ragiona DeNicola – ma questo non implica in modo automatico che quella convinzione lo sia realmente. Le credenze, per la maggior parte, non sono atti volontari, ma piuttosto idee e atteggiamenti. Il problema è rifiutare questo genere di ‘eredità’ quando si tratta di una credenza eticamente sbagliata – come considerare la pulizia etnica una soluzione politica accettabile”. Continua il filosofo: “Se una convinzione è immorale è anche falsa. Sostenere, per esempio, che una razza sia inferiore a un’altra, non solo è moralmente ripugnante, ma è anche sostanzialmente falso. Le credenze inoltre hanno uno stretto rapporto con la realtà e con la sua conoscenza: attribuire a un’autorità il fatto che dobbiamo credere in una cosa, oppure negare un avvenimento certo o ancora ignorare evidenti incoerenze è un atto di irresponsabilità, somiglia piuttosto a voler abbracciare un desiderio. Per questo – conclude DeNicola – la libertà di credere deve avere dei limiti”.

Sarà un dio e sarà pure un pazzo. Sarà burlone e ingiusto, ma è un dio che ci sa fare con gli affari. L’algoritmo ha costruito la sua roccaforte decostruendo le antiche logiche: oggi la verità e la falsità palese sono del tutto ininfluenti in termini, ad esempio, di successo politico. Sempre più persone rifiutano i fatti perché minacciano l’identità che si sono costruite intorno alla loro visione del mondo.

La Chianello in tal senso è un prototipo di successo.