Like come voti? Macché

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

È vero che l’unione fa la forza, ma è anche vero che ci sono forze che unite si annullano a vicenda. Prendete il caso di Francesca Donato che per la sua corsa a sindaco di Palermo aveva riscosso l’appoggio dell’ex pm Ingroia e del comunista Rizzo, ma soprattutto aveva goduto dello straordinario endorsement di Heather Parisi e Alessandro Meluzzi. Risultato: poco più di seimila voti e lista a picco. Eppure la storia della signora Donato non è soltanto un paradigma di alleanze sul tema del negazionismo applicato alle cose della vita – che sia un virus o una strage di ucraini è un dettaglio di mera contingenza di cronaca – ma anche l’occasione per collocare il virtuale nel suo alveo naturale: che è appunto quello di atto non in atto, opposto alla realtà (o peggio suo surrogato).

Finora la migliore prova di fisicità delle sue idee la signora Donato l’aveva data in tv. Ma certe comparsate televisive in cui si discetta, per di più urlando, di ciò che è discettabile solo perché si è forniti di corde vocali annodate a una perigliosa dose di tesi alternative non sono garanzia di nulla, al netto di una complice audience post pandemica.

Poi ci sono stati i social. I like a migliaia, gli applausi digitali ai suoi post non erano promesse di voto, così come non lo erano per altri candidati di ogni schieramento che avevano respirato aria di vittoria a ogni cuoricino luccicante o pollice in su. Perché, oggi domani e sempre, che sia elezione o relazione, fallace è l’emozione da emoticon. E perché il filtro tra promessa e voto, tra polpastrello e cuore è quella cosa che alcuni chiamano reticenza e altri chiamano coscienza.

A cena coi negazionisti

Mi è successo molte volte nella vita. E ne parlo adesso perché ci sono cose che chissà perché sedimentano negli angoli meno importanti della nostra memoria e poi, tutto a un tratto, si presentano all’appello come un amico non invitato che arriva per cena.
Proprio di cena parliamo.

L’invito a cena con negazionista.

Mi è accaduto nei secoli dei secoli, sempre a tradimento, di ritrovarmi in situazioni paradossali con commensali conosciuti al momento. Sia a casa di altre persone che, peggio ancora, a casa mia. Sapete come funziona: fai un paio di inviti e poi l’amico/a di turno ti dice “porto una coppia di amici miei, sono simpaticissimi”.
Ecco, quel “simpaticissimi” può essere un importante campanello d’allarme. Una via di mezzo tra una excusatio non petita e un’insana pulsione per la carrambata.
Insomma gli “amici simpaticissimi” sono quelli che, appena arrivati in un ambito di cui non sanno nulla (del luogo, dei padroni di casa, delle storie di chi c’è) mettono in discussione pure il lievito del panino che hanno addentato. “Eh, tu che ne sai come lo fanno…”. La dittatura del lievito o, se volete, il lievitogate.
Per esperienza ho coscienza che quello sarebbe il momento in cui si dovrebbe prendere in mano la propria vita, con relativo soprabito, girare sui tacchi e fuggire. Ma sempre per esperienza so che nessun abitante sul pianeta terra ha il fegato di ammazzare sul nascere una serata tra amici solo per una (seppur lucidissima) intuizione.

Quindi si va avanti verso il baratro.

I “simpaticissimi” passeranno rapidamente in rassegna i temi di cronaca prima ancora che l’antipasto sia stato consumato. Sceglieranno l’argomento più chiaro, univoco, noioso – cronaca, politica, sport, economia, non hanno ritegno pur di caricare a pallettoni la loro arma sparaminchiate – e inizieranno a perforare i vostri coglioni con una serie di dubbi che solo a loro suscitano una vibrazione, mentre per la restante parte del genere umano al limite si perdono nell’alito di uno sbadiglio all’aglio del crostino appena addentato.
Poi passeranno alla parte più crudele del loro piano. Entrare nelle vostre competenze professionali, penetrarle selvaggiamente, stuprare le vostre certezze universitarie o comunque frutto di studi, sbrindellarle come carta igienica a tre veli sotto un getto d’acqua: e dichiarare a muso duro che non avete capito un cazzo di ciò che in realtà potreste insegnar loro. Lo faranno guardandovi negli occhi e contando sul fatto che il coltello del burro che avete in mano è stato fabbricato dall’altra parte del globo e che dato che la terra è piatta non esiste. Qui gli va riconosciuto un certo coraggio, ma del resto l’incoscienza è l’arma atomica dei cretini.

Infine i “simpaticissimi” si cureranno di lasciare la (s)cena del delitto pulita, senza prove. Se vi hanno rincoglionito con la storia di un poliziotto loro amico che conosce la vera identità del superlatitante più ricercato al mondo ma che non può rivelarla a nessuno perché nessuno gli crederebbe dato che il poliziotto in questione è un no vax agguerrito (raro caso di complottista che non si ribella a un complotto), e  voi boccheggianti gli chiedete un dato certo, un contatto, un sospiro di realtà tangibile, loro vi rispondono che non possono dirvi altro. Per il vostro bene.
Ripeto: per il vostro bene.
Cioè loro non solo vi illuminano, ma vi salvano anche. Messia scansate insomma.

Alla fine quando ve ne tornate a casa però li ringraziate e vorreste abbracciarli anche se non li avete più a tiro di minchiata, anche se avete la certezza che li avete salutati con calore proprio perché il vostro era un addio. Perché i “simpaticissimi” vi hanno dato una lezione fondamentale: conoscere significa sempre dubitare, dubitare sempre non significa conoscere. Dubitare senza aver interesse di conoscere rompe i coglioni e fa andare di traverso la cena.
Ma salutiamoci così affettuosamente, cari complottisti. Tanto la terra è piatta e non gira e quando voi avrete conquistato un angolino, tipo in alto a destra, noi saremo al margine del tabellone, tipo in basso a sinistra.
(Noi da anni lo chiamiamo Risiko, ma è bene non farglielo sapere ai “simpaticissimi”: per non  turbarli).  

Le elezioni e il fattore C

L’altro giorno ho pubblicato sui social questo post, a proposito dell’appoggio di personaggi con precedenti penali pesanti a candidati a sindaco nella mia città, Palermo.

Se incontro Totò Cuffaro per strada lo saluto, così come lui saluta me. Se capita ci scambio pure quattro chiacchiere perché è persona con la quale può essere piacevole conversare. Anche di politica ovviamente. In passato ho scritto cose molto dure nei suoi confronti ma mi è capitato anche di difenderlo quando mi è sembrato che fosse il caso: siamo uomini e mai la nostra dignità deve essere calpestata, mai. Però se oggi lui mi offre il suo appoggio per una mia candidatura politica lo ringrazio ma mi guardo bene dall’accettarlo: è molto semplice.

Nei commenti contrari, tutti peraltro civili a conferma che ognuno ha le timeline che si merita, prevale la seguente tesi: siccome Cuffaro e Dell’Utri (i due personaggi in questione) hanno espiato la loro pena, adesso sono liberi di esprimere il loro pensiero, democraticamente. Il che è giusto e non collide con la mia tesi.
Il problema è facilissimo da intuire, complicatissimo da esporre senza cadere nelle trappole del qualunquismo o del cosiddetto fascismo di sinistra, roba dalla quale cerco di tenermi lontano da sempre.
È provato che questi signori hanno interagito in modo non occasionale con la mafia. Ed è intuibile che una fetta del loro elettorato sia riconducibile a quegli ambienti. Del resto lo stesso Cuffaro ha dichiarato a Repubblica: “Ai candidati chiedo che facciano esattamente il contrario di quello che ho fatto in passato. Non clientele, non prebende, non rapporti che possono rivelarsi pericolosi”. Un elettorato che quindi era in parte di clientele, di prebende, di rapporti pericolosi.
È questo il punto. Io posso credere nel ravvedimento di Cuffaro (di Dell’Utri niente so in tal senso) e posso apprezzare i suoi sforzi di riabilitazione, di concentrarsi su ciò che prima guardava con distrazione (a voler essere benevoli). Ma non penso che in un candidato sindaco che dovrebbe rappresentare il nuovo (senza ridere, eh!) ci dovrebbe essere spazio per mere questioni di numeri: prendersi gli elettori potenziali di Cuffaro, chiunque essi siano.
Perché gli “elettori di Cuffaro chiunque essi siano” non possono avere ancora la possibilità di indirizzare la politica di questa città già massacrata e sconfitta. C’è una base elettorale di Cuffaro seria e onesta che capirebbe da sola a chi dare il proprio voto, senza il placet di nessuno e senza suggerimenti dell’ultima ora. La vera politica non ha bisogno di ammiccamenti e ruffianerie: è immediata come un pensiero dritto, convincente come un semplice ragionamento di buon senso. Dici qualcosa nel presente che mi piace nel futuro, che fa bene a tutti senza oltraggiare il passato: e io ti voto.
La memoria non si evoca e non si sbandiera a convenienza, si usa e basta.

Via D’Amelio e la verità monca

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

È una sgradevole sensazione quella che ci prende quando ascoltiamo parole appassionate come quelle del pm Luciani che al processo di Caltanissetta tiene la sua requisitoria contro i poliziotti accusati del depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. È sgradevole non solo perché l’idea, la sola idea che uomini delle forze dell’ordine abbiano tramato per deviare l’inchiesta sulla morte di loro colleghi è urente come una coltellata in un corpo già ferito. Ma anche perché ci ricorda che quella che si sta ricostruendo con un ritardo inammissibile, proprio nel trentennale quell’eccidio, è una verità monca. Chiediamocelo senza infingimenti, come del resto fa da anni Fiammetta Borsellino: è mai possibile che il più grande depistaggio d’Italia sia stato orchestrato da quattro poliziotti senza che nessun magistrato si sia accorto di nulla? O meglio: è mai possibile che chi doveva controllare la regolarità delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia non lo abbia fatto e oggi se la passi liscia, senza manco una ramanzina?

Il sistema che ha mandato in tilt le indagini sulla strage Borsellino per 16 anni e che ha condizionato trent’anni di processi non può dipendere esclusivamente dalla libera iniziativa di un manipolo di uomini dello Stato: ce lo dice la logica. La realtà processuale che certifica implicitamente un “liberi tutti” per quei magistrati che potevano fermare in tempo le mefitiche panzane di Scarantino non può bastare per sanare la sete di verità dei familiari delle vittime e di tutti gli italiani che hanno a cuore la certezza del diritto: ce lo dice la buona creanza.
Via D’Amelio ci insegna che un megafono non parla da solo. C’è sempre una voce dietro. E finora ci hanno voluto far credere che a parlare siano stati solo i fantasmi.

Poveri turisti!

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

C’è un boom del turismo che fa ben sperare in questa Sicilia che brilla di luce propria, nonostante tutto. Quest’anno si prevedono un milione di arrivi solo per le crociere e ci sarebbe da gioire se all’orgoglio per una ripresa possibile si accompagnasse anche un moderato senso di responsabilità.
Perché quel “nonostante tutto” è un fattore di rischio ben noto a queste latitudini. La politica distratta e menefreghista ha usato l’arte e la cultura – che, ricordiamolo, sono il volano di una rinascita economica reale – solo per passerelle elettorali o per pasturare greggi di clientele. E per fare ciò ha impiegato il metodo della elargizione delle molliche: io ti do meno del minimo in modo che la tua fame diventi dipendenza. Si veda ad esempio lo stato dei teatri a Palermo. Inoltre nel tempo si è andata concretizzando la balzana idea che il turismo sia un settore come un altro, che va trattato da burocrati con convincimenti puramente ragionieristici. Insomma che sia festival di musica sacra o sagra del corbezzolo poco importa: lo stanziamento guarda al bacino elettorale più che alla qualità del prodotto e alla sua audience. Badate bene, anche la sagra ha il suo appeal. Ma solo se inserita in un contesto in cui arte, cultura e tradizioni stanno ognuno al proprio posto, degnamente, senza schiacciarsi i piedi a vicenda. Proprio perché entriamo nel vortice delle elezioni va detto chiaramente che, se non si cambia radicalmente ottica, il rischio è quello di continuare a considerare i turisti come un sottoprodotto della circolazione delle merci: veri bancomat ambulanti che, inconsapevoli, cadono nella trappola di andare a meravigliarsi di ciò che è sciatto e banale.    

Spacciatori di dubbi inutili

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Non è il filo di imbarazzo per i recenti dubbi espressi sulla strage di Bucha, né lo sconcerto per le reiterate uscite no vax e no green pass a ispirare le seguenti righe sulla parlamentare europea Francesca Donato. È sulla sua candidatura a sindaco di Palermo che, col dovuto rispetto, vale la pena di incatenare un paio di concetti base, tanto per ricordare che il negazionismo non è un’emergenza recente e che soprattutto in questa terra ha causato ferite mai rimarginate. Per decenni della mafia è stata negata l’esistenza. E le immagini dinanzi alle quali allora si scuotevano le teste diffidenti erano orrifiche al pari di quelle che oggi arrivano dall’Ucraina e appena ieri dall’inferno infetto di Bergamo. In Sicilia in quegli anni terribili il negazionismo istituzionale diventò endemico grazie allo stesso meccanismo di riproduzione abnorme dei dubbi che oggi consente all’onorevole Donato, e a quelli che discutono come lei, di far proseliti sgonfiando le ruote della verità acclarata. Si usò, allora, il garantismo per indebolire una macchina della giustizia che arrancava contro un nemico forte e ramificato, così come oggi si è usato lo scetticismo estremo per screditare la ricerca scientifica contro un virus pericolosissimo. E in questo eterno gioco di distinguo si mise in azione una campagna di superficialità pignolesca per mettere all’angolo Giovanni Falcone. Che, non dimentichiamolo, fu colpito prima che dai boss, dal fuoco amico di una certa antimafia che lo voleva, sciaguratamente, “fuori dai palazzi romani”. Ciò grazie al “distinguismo”, oggi tanto in voga.
Insomma se il dubbio è l’inizio della conoscenza, forse lo spaccio di punti interrogativi dovrebbe essere vietato per decreto.

La casetta di carta

La crisi dell’Espresso e le dimissioni del suo direttore sono solo la tappa intermedia di un disastro annunciato e ancora lontano dal suo fatale compimento. Quando nel 2008 mi dimisi dal giornale in cui lavoravo da vent’anni, la stragrande maggioranza dei miei colleghi mi prese per pazzo: non avevo una lira da parte e non ero ricco di famiglia. Però nel mio piccolo avevo un’intuizione, solo quella: il giornalismo italiano aveva imboccato una strada senza uscita. Per motivi che feci miei nelle scelte professionali che seguirono. Il rapporto col web me lo inventai fuori da quell’azienda che aveva addirittura spento il suo sito. Per il lavoro flessibile e delocalizzato non aspettai una pandemia. I podcast e la videocultura li capii allora lavorando come autore per committenti saggi, lungimiranti e ovviamente non siciliani (i grandi gruppi editoriali italiani i podcast li hanno scoperti e/o valorizzati solo da qualche mese). L’infotainment come stabilizzatore di ascolti cercai di portarlo in radio e nel web, ma poteva andare meglio se solo avessi trovato qualcuno un po’ più deciso su questa linea.Insomma oggi siamo dinanzi al disastro, che non è solo quello di una testata gloriosa come L’espresso. E se faccio la figura dello scassacazzi che ammonisce “io ve lo avevo detto”, mi prendo l’insulto ma sono onestamente a posto con la coscienza. Perché effettivamente lo avevo detto e scritto, a raffica, compulsivamente. Tipo stalker del giornalismo. Voci nel nulla, quasi fosse una mia paranoia. Oggi comunque abbraccio i miei colleghi in difficolta. Anche quelli che a quei tempi erano drogati da una sacralità del mestiere che li spingeva a snobbare le nuove tecnologie, a irrigidirsi in questioni sindacali assurde (tipo, premere un tasto in più necessita di un compenso straordinario). O più semplicemente erano talmente occupati a occuparsi del presente che si erano dimenticati che esiste un futuro. O dovrebbe esistere.

Quel “papello” delle assunzioni

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Il caso delle assunzioni all’Ast è la sintesi migliore (migliore si fa per dire) del sistema fallimentare del lavoro pubblico in Sicilia. Perché ha in sé tutti gli elementi che contribuiscono al peggiore dei risultati: la raccomandazione come regola, il merito come eccezione, il clientelismo dilagante, il malcostume come stile di vita. Con una pervicacia rara, in netto contrasto con la provvisorietà che caratterizza ogni visione strategica di gran parte dei nostri governanti, la politica continua a gestire sfacciatamente il mondo del lavoro fregandosene dei tempi che cambiano e, diciamolo, della buona creanza. Inoltre per soddisfare le richieste di questo o di quel presidente, di questo o di quell’onorevole, il carrozzone dell’Ast veniva affollato di raccomandati facendo più assunzioni del dovuto. E questo nella terra della disoccupazione endemica, dei cervelli in fuga, della disparità sociale imposta dalla mafia, suona come un delitto contro l’etica. Un doppio danno: perché se da un lato si mettevano dentro persone che non servivano a nulla e che non avevano nessun diritto di star lì, dall’altro si tagliavano automaticamente le gambe a chi aveva i titoli, la capacità.

La protervia con la quale il Palazzo si blinda ai problemi del mondo rasenta il feticismo: il potere come oggetto di culto, come arma per il genocidio del merito. L’esercizio della promessa, soprattutto in periodi elettorali, è qualcosa che assomiglia più alla pesca a strascico che alla semina. E quel “papello” con la lunga lista di persone da assumere è il totem del fallimento di un sistema politico inadeguato e persino pericoloso.
Non è storia nuova, lo sappiamo. Non è storia finita, lo temiamo.    

Repertorio dei neo cretini

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Dobbiamo imparare a guardare le cose in modo nuovo. Non è come cambiare gli occhiali, quello significa guardare meglio. Non è più il tempo della messa a fuoco – dando per scontato che a tentoni non si va da nessuna parte – ma quello della ridefinizione. E per fare ciò dobbiamo partire dall’infinitamente piccolo per arrivare all’infinitamente grande. Perché, a guardare le cose in modo diverso, c’è un filo che collega un imbianchino di Favara al fenomeno della polarizzazione delle opinioni nel mondo moderno.

L’imbianchino Domenico Quaranta è un odiatore disordinato che ha scontato sedici anni per gli attentati della metropolitana di Milano e della Valle dei Templi fra il 2001 e il 2002, convertito all’Islam, seguace della filosofia Tik Tok, e autore a tempo perso del raid che ha deturpato la scorsa settimana la Scala dei Turchi. Tanto per dire, è uno che sui social prende in giro il magistrato che deve decidere sulla sua sorte.

Poi c’è l’infermiera delle false vaccinazioni all’hub della Fiera del Mediterraneo di Palermo, Anna Maria Lo Brano. Come prima ammissione dice di aver fatto tutto “per pura amicizia”. Cioè la sua finta vaccinazione, che espone la persona alla malattia, va intesa come segno di vicinanza. Poi però si pente – persino nelle menti più anguste ogni tanto filtra una lama di luce – e dice di non averlo fatto per amicizia, ma per soldi. Il che almeno la rende umana: disonesta, ma con un minimo di senso logico.

E siamo a un altro personaggio di questa narrazione. Il no vax palermitano Filippo Accetta che incarna le grossolane spericolatezze alle quali ci si deve sottoporre al giorno d’oggi per diventare leader di qualcosa o di qualcuno. Lui c’è riuscito inanellando una serie di successi di critica e di pubblico: è stato caporione degli ambulanti di Palermo, di alcuni ex detenuti che chiedevano un lavoro senza lavorare, delle anime di un’immortale destra estrema, ha condiviso alcuni rigurgiti di nuova democrazia della Lega di Salvini, ha elargito benedizioni e ammonimenti dal pulpito della sua pagina Facebook seguita da 44 mila persone, e naturalmente è partito lancia in resta per la lotta di resistenza contro i vaccini. Il suo slogan: la gente come noi non molla mai. Una sola paura ha ammesso, davanti ai magistrati, quella di subire la stessa punturina all’avambraccio che si fa persino ai bambini. Per questo il poveretto è stato costretto a pagare per avere il green pass senza il vaccino. La debolezza del duro.

Poi ci sono due carabinieri, purtroppo senza nome, che si presentano all’hub vaccinale del Centro La Torre mentre medici e infermieri sono allo stremo. Bloccano l’attività per protesta contro la pericolosità dei vaccini o forse lo strapotere della lobby dei farmaci o forse l’atto illiberale di una iniezione di Stato: insomma una di queste o tutte insieme, tanto sempre minestra rancida è.  Intervengono per disturbare la più importante operazione sociale e sanitaria che in questo momento si possa mettere in atto nel nostro Paese. E si piccano di avere il bandolo del discorso, di svolgere non un ruolo ma una missione. Sono in missione per conto di uno Stato che li paga proprio per evitare di essere disturbato da missioni non richieste, e per di più pericolose, come queste.

La galleria dei personaggi di questa storia potrebbe essere quasi infinita. Poiché il Covid è solo l’ultimo catalizzatore di molte reazioni insensate e grottesche: ricordate gli odiatori di Mattarella, Manlio Cassarà e Eliodora Elvira Zanrosso? Il primo appena lo beccarono biascicò a verbale di essersi confuso nell’aver scritto una frase orribile contro il Presidente; la seconda addirittura, che si professava nonna affettuosa, ammise di aver digitato quello schifo perché era su di giri per questioni politiche che afferivano a Grillo e ai 5 Stelle del 2018.

Guardiamoli così, questi minuscoli protagonisti di una cronaca che non li merita neanche, spogliamoli del loro peso simbolico. Cerchiamo di trovare il coraggio di decostruire anche le nostre più disperate certezze. Forse, lontani dall’idea di Eraclito che un solo essere umano può valerne almeno trentamila mentre la folla è zero, riusciamo finalmente a ridefinire. È così che certe storie insulse, che tali resterebbero se non interferissero con le vite delle persone perbene, conducono a un concetto grande e complesso come quello della scomparsa delle complessità. La polarizzazione delle opinioni attuata, con gravi colpe, dai social network ha cancellato le zone intermedie in cui anche chi non aveva i mezzi culturali ed emotivi poteva trovare rifugio. L’incertezza è stato per secoli un porto in cui approdare nell’attesa di scegliere, agire: nelle zone intermedie si pensava e non si digitava d’impulso, magari si trovava il coraggio per farsi una punturina, o semplicemente ci si imbatteva nella dignità di restare dritti anche quando si è storti.

E se i nuovi demolitori non fossero altro che cretini? Anzi neo cretini?

Siamo merde

Non so cosa ci sia dietro il buio della mente di quella donna che oggi, a Catania, si è denudata e ha cominciato a lanciare dal balcone pezzi della sua casa e probabilmente della sua vita.

So per storia personale cosa c’è, anzi cosa non c’è nel buio della mente che ogni tanto arriva con la pretesa di strappare dai problemi e invece strappa e basta. So che molto spesso c’è un’interferenza che toglie la connessione e fa sentire indipendenti da essa. Immagino che comunque in questo atto che sembra anarchico ci sia un’infinita dipendenza, una tremenda colpa altrui sottovalutata, nascosta.

Perché siamo noi i cortocircuiti altrui. Siamo gli errori che commettiamo e ai quali non diamo mai l’attenzione che serve, siamo i maestri del low profile codardo e pensiamo che da qualche parte, in qualche modo, ci sia sempre un rimedio, si trovi sempre una scusa.

La donna di Catania ne avrà accumulate di verità di comodo, magari avrà peccato di sottovalutazione o chissà. Però davanti a un atto estremo di umiliazione travestito da gesto rivoluzionario (buttare le cose dal balcone è un momento ad effetto tanto drammatico quanto cinematografico) dobbiamo tutti –  maschi e femmine, altri e altre – fermarci e ripescare il momento zero dei nostri fallimenti, perché tutti ne abbiamo.
Tutti.
Quando abbiamo fatto un passo che non dovevamo fare, quando ci siamo sentiti più sicuri del nostro ego, quando abbiamo calpestato un sentimento di cui non avevamo contezza, quando siamo stati ciechi pur avendo la visuale ampia. Ci è successo e non possiamo negarlo.

La donna di Catania è un modello da tenere a mente, altro che morbosità social, altro che dovere di cronaca. Quella donna nuda e disperata è la protagonista dell’atto finale più annunciato e meno previsto delle nostre storie sentimentali, lavorative, sociali, eccetera: è il coagulo delle nostre misere disattenzioni, perché noi siamo attenti solo a ciò che ci può dar noia o soddisfazione nell’immediato.

Pensiamoci ogni volta che diamo una risposta malvagia a chi non se la merita, ogni volta che alziamo le spalle dinanzi a un’ordinaria rinuncia, ogni volta che cataloghiamo come cazzata un gesto che altri possono ritenere urticante. Facciamolo per noi stessi, perché alla fine tutti i cerchi si chiudono, anche se è quasi sempre troppo tardi. Un giorno magari capiremo che i disastri del mondo sono un insieme di sottovalutazioni che partono dal nostro tinello.

Troppo spesso siamo merde e non c’è nessuno che ce lo ricordi prima dell’ineluttabile fischio finale. E il problema non è il fischio finale.

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