Diciotto euro di dignità

img_0418Sarà furbizia, sarà strategia, sarà casualità, ma trovarsi con 18 euro sul conto in banca quando hai goduto di lauti stipendi e sei inseguito dalla giustizia, a me sa di indicibile arroganza. È il caso dell’ex presidente delle Misure di prevenzione Silvana Saguto, che avrebbe svuotato il suo conto alla Bnl in vista del sequestro ordinato dai suoi colleghi di Caltanissetta.
Nessuno adora farsi sottrarre soldi, tantomeno una che coi soldi pare avere una certa confidenza, ma c’è modo e modo di presentarsi all’appuntamento con un provvedimento duro e che si ritiene ingiusto. La dignità con la quale si mette mano alla cassa prima che arrivino i finanzieri non ha rilevanza penale, ma di certo la classe ha un impatto con la considerazione che il mondo può avere di noi, senza tener conto della fedina penale. La Saguto che lascia in cassa 18 euro, cioè nemmeno una briciola della pagnottona che l’accusano di aver addentato, non ci risulta né più né meno colpevole di come la dipingono i suoi accusatori. Molto più arrogante, sì.

E ora è attesa la testimonianza di Ugo Pagliai

il giornale

Franco Nero dà una mano a Berlusconi. Del resto, tra colleghi attori, un po’ di cortesia non guasta.

Ingroizzazioni

Non è ancora chiaro se Alfonso Papa provi a traformarsi in Antonio Ingroia per aggirare i guai giudiziari o il veto alla sua candidatura. In ogni caso il suo travestimento è degno del migliore Stanislao Moulinsky.

Grazie a Lorenzo Matassa.

Il regolamento di conti

Di volta in volta, con un crescendo rossiniano, i magistrati sono stati definiti “mentalmente disturbati”, sono stati accusati di essere “l’anomalia del paese” e “la metastasi del paese”, vengono considerati “un cancro da estirpare”, alcuni tribunali sono stati equiparati a “plotoni di esecuzione”.
Ed allora, al fine di evitare che “questa” magistratura, tacciata di essere del tutto inaffidabile e orientata decisamente a “sinistra”, continui ad amministrare giustizia contro il ”Paese” e non per il “Paese”, mirando a sovvertire per via giudiziaria il risultato del voto popolare del 2008, il precedente esecutivo ha pensato bene di mettere mano ad una riforma della giustizia, definita “epocale”, che, se fosse attuata nei termini in cui è stata pensata, appare non tanto una opera di restyling del Capo IV della Carta Costituzionale quanto, in realtà, un divisato e definitivo regolamento di conti con la magistratura da parte del potere politico.

Nel ventesimo anniversario della strage Falcone, il presidente del Tribunale di Palermo Leonardo Guarnotta non le manda a dire. Oggi su diPalermo.

Faccia tosta

Che in politica ci voglia una certa faccia tosta non è un mistero, e nemmeno un dramma. Dal momento che non esistono uomini per tutte le stagioni, il saper confezionare idee (anche in modo estremo) a uso e consumo dell’elettorato è per un politico una specie di patto col diavolo.
Ma il limite non può non esserci, altrimenti anche il patto più indecente e l’impegno più pericoloso – tipo ritratto di Dorian Gray – si stemperano nel crepuscolo del ridicolo.
E’ quel che accade in questi giorni al segretario del Pdl Angelino Alfano che, vittima di una grave crisi di amnesia o di qualcos’altro che non voglio nemmeno immaginare, ha derubricato la riforma giustizia a problemuccio sollevato dal centrosinistra.
Non so chi sia la mente strategica dei discorsi di Alfano – una ci sarà di certo, in politica nulla si crea e poco si autodistrugge – però siamo di fronte a un campione mondiale di faccia tosta.
Oggi Alfano dice che c’è ben altro a cui pensare che non la giustizia (e la Rai). “Parliamo di banche e di lavoro”, tuona da un tg compiacente.
Ma come, chiederebbe un italiano qualunque, voi che per vent’anni non avete fatto altro che occuparvi di lodi e scorciatoie penali, di plasmare la giustizia sulle esigenze del capo supremo, ora improvvisamente ostentate una verginità? E sempre l’italiano qualunque, se solo avesse voce, domanderebbe senza malignità: lei, Alfano, che ministero occupava sino a qualche mese fa?
Prendiamone coscienza: più di quelli dalla faccia tosta, sono i senza vergogna ad avvelenare il futuro di questo Paese.

Se non è breve, sarà lungo

Ci avevano tentato con processo breve, ora ci tentano con processo lungo. Pur di salvare Berlusconi dai suoi casini giudiziari, la maggioranza aziendalista di governo è costretta a inventarsi ogni giorno qualcosa e il suo contrario.
Prima si era tentato di estinguere in anticipo i procedimenti giudiziari del premier con una serie di cavilli vergati apposta per i processi Mediaset e Mills.
Ora, al contrario si cerca di allungare a dismisura il procedimento estendendo senza limite la lista dei testimoni con l’obiettivo di raggiungere la prescrizione.
C’è da scommetterci: se neanche questa genialata troverà piena applicazione, una nuova idea strabiliante verrà fuori. Si punta a eliminare i magistrati mancini, perchè ritenuti collusi con le sinistre, quelli calvi, perché portatori di un testosterone che si addice solo al Grande Imputato, quelli sposati, perché pieni di pregiudizi nei confronti del Grande Single, quelli single, perché tendenzialmente portati a competere col Grande Single, quelli al di sopra del metro e sessantasette, perché potrebbero guardare il Grande Imputato dall’alto in basso.

La crisi della responsabilità

Che cosa penseranno in queste ore, leggendo nelle cronache delle belle imprese dell’onorevole Milanese, i suoi elettori? E che cosa avranno pensato ieri o l’altrieri gli elettori dei vari Cosentino, Papa, Brancher, Romano, e di non pochi altri senatori e deputati, a vario titolo indagati, rinviati a giudizio, condannati da un tribunale? La risposta è semplice: non hanno pensato niente. Per una ragione altrettanto semplice: perché quegli elettori in realtà non esistono.

Ieri, sul Corriere della Sera, Ernesto Galli Della Loggia riassumeva così il catastrofico risultato dell’attuale legge elettorale italiana. Come infatti sapete, i deputati e i senatori, e non solo loro, non sono scelti direttamente dal popolo, ma dai capi di partito. Ne consegue un’interruzione del rapporto tra causa ed effetto che allontana sempre più la gente dalla politica e al contempo consegna il governo di una nazione all’onanismo di un oligarca.
Non si è rappresentanti del popolo se il popolo ignora chi lo rappresenta. Se la scelta di un deputato è demandata al capo di un partito, nonostante l’esito delle urne dove pure sono contenuti nomi e cognomi, il merito oggettivo diventa il suo contrario: raccomandazione, privilegio, favore.
Il momento politico che viviamo ormai da un decennio è inquadrabile, molto sommariamente, in un ambito di crisi di responsabilità. Ci arrabbiamo se nella Finanziaria qualcuno mette una norma che non c’entra nulla coi conti dello Stato ma solo con quelli di un malfattore. Ci indignamo se in un anno di attività parlamentare la maggior parte del tempo se ne va nel discutere la riforma di una giustizia che non piace sempre al solito malfattore. Ringhiamo davanti ai palinsesti di una tv pubblica depredata delle sue forze migliori solo perché non sono allineate col potere (frase trita, lo so, ma chiara…). Ebbene, dovremmo risparmiare le forze per incazzarci a monte. Tutto ciò accade perché chi vota questi provvedimenti, di qualunque partito sia, non ha una responsabilità diretta nei confronti dei suoi elettori. Esiste solo un maledetto cordone ombelicale col leader del partito: suo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli.

Calamandrei, Ferrara e un Capezzone al cubo

Ieri sera Giuliano Ferrara, nella sua trasmissione Radio Londra, ha citato Piero Calamandrei per attaccare Piero Grasso e Luigi De Magistris (e ovviamente Antonio Di Pietro, ma questo non fa notizia). “I magistrati devono essere bocche della legge”, ha  detto dimenticandosi di aver già fatto la stessa citazione due mesi fa, nello stesso programma. Ora sarebbe facile dire che Ferrara ha letto, in vita sua, solo Calamandrei se avesse riferito anche frasi del genere (tutte di Calamandrei, of course):

“La legge è uguale per tutti” è una bella frase che rincuora il povero, quando la vede scritta sopra le teste dei giudici, sulla parete di fondo delle aule giudiziarie; ma quando si accorge che, per invocar l’uguaglianza della legge a sua difesa, è indispensabile l’aiuto di quella ricchezza che egli non ha, allora quella frase gli sembra una beffa alla sua miseria.

Oppure:

Fra le tante distruzioni di cui il passaggio della pestilenza fascista è responsabile, si dovrà annoverare anche quella, non riparabile in pochi anni, del senso della legalità.  Per vent’anni il fascismo ha educato i cittadini proprio a disprezzare le leggi, a far di tutto per frodarle e per irriderle nell’ombra.

Oppure:

Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? (…) Allora il partito dominante segue un’altra strada. Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private.

Sarebbe facile, appunto, dire che Giuliano Ferrara ha letto solo Calamandrei. Infatti così non è. Perché lo ha letto, confrontato, scremato e utilizzato per propria convenienza.
La differenza che passa tra un giornalista e un Capezzone è, appunto, un Ferrara, che per stazza e multitasking politico è una frazione di giornalista e un Capezzone al cubo.

Fai la cosa giusta

L’America può apparire puritana all’Europa, ma rispetta l’insegnamento di Thomas Jefferson, uno dei suoi padri fondatori: un uomo pubblico deve rispondere agli elettori anche della sua condotta privata. Se Strauss Khan ha fatto quello di cui è accusato, pagherà di persona.

Così ha scritto nei giorni scorsi Ennio Caretto sul Corriere della Sera, ricordandoci in fondo quello che sapevamo bene e cioé che gli Usa hanno fondato i loro pochi secoli di storia sul perfetto funzionamento del rapporto tra causa ed effetto.
Nel bene e nel male gli Stati Uniti sono il paese delle decisioni. La loro frase simbolica è: “Fai la cosa giusta”. La nostra è: “A frà, che te serve?”. Lì potere è duro, spesso crudele, e gode per sua essenza di una vastissima base di consenso, qui è in bilico tra mille compromessi e spesso, come disse un tale, logora chi non ce l’ha.
Negli Usa, soprattutto, nessun esponente politico si sogna di modificare una legge a suo vantaggio perché esiste ancora (e non solo in America, penso al Giappone ad esempio) una forte sensibilità alla vergogna. Che in Italia invece è stata abolita per decreto.

 

Il rispetto dell’intelligenza

C’è un grande equivoco sulla riforma della giustizia e, nello specifico, sulla questione della prescrizione breve. Diceva ieri sera Giuliano Ferrara: è giusto che un premier debba poter governare senza che i magistrati gli mettano i bastoni tra le ruote perché è fondamentale che porti a termine il ruolo che gli elettori gli hanno dato.
Giusto. Ferrara però glissa sul fatto che le norme portate avanti da questo governo non salvano il Berlusconi premier, ma il Berlusconi cittadino, che è ben altra cosa. In questo modo c’è il rischio che si infranga un principio fondamentale, non scritto e violato quotidianamente dalle Alpi al canale di Sicilia: quello del rispetto dell’intelligenza altrui.