L’altro – il podcast

Avete presente l’estintore del supermercato, incorniciato nella sua vetrinetta col megafono e la scritta: “Usare solo in caso di incendio”?
Ci avete mai pensato che in realtà vi sta dicendo: “Minchia, ho detto solo in caso di incendio”?

Questo podcast è l’incrocio di quattro storie che ci sbattono in faccia una realtà alla quale tendiamo a sottrarci: senza metterci nei panni dell’altro abbiamo consumato troppe trame zoppe. E quando ci abbiamo provato, a metterci in quei panni, lo abbiamo fatto illudendoci che era un attimo. Una cosa passeggera: perché noi siamo salvi, siamo dalla parte giusta dello specchio, siamo quelli meno diversi.
Siamo immuni dall’altro.
Il futuro è un castello di Lego, mattoni piccoli, colori assortiti, bello a vedersi, impossibile da abitare senza una buona dose di immaginazione.
Lì tutto può succedere a tutti.
Persino a noi.

Liberamente ispirato all’opera scritta per il Teatro Massimo di Palermo, “L’altro” è un viaggio non comodo, non convenzionale, non consolante attraverso le vite di un bambino, un prete, un imprenditore, un poliziotto.

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(Grazie a Gabriella Guarnera)

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Il soffio sulla cenere – 2

La seconda e ultima parte del “Il soffio sulla cenere”, il podcast sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio di cui potete leggere qui, è dedicata a ruoli e personaggi e ai temi più delicati: pochi sanno davvero in cosa consiste quello che i giudici hanno descritto come il più grande depistaggio della storia repubblicana, pochi hanno idea di cosa c’era in ballo nella presunta trattativa tra lo Stato e la mafia, pochi conoscono il ruolo delle “entità esterne” che hanno avuto un importante peso nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Qui la prima puntata.

Questo podcast è gratuito. Se vi è piaciuto avete un modo per ripagarmi: diffonderlo. Imparare a conoscere è un buon modo di essere (o diventare) cittadini consapevoli.

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Il soffio sulla cenere - 2
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Il soffio sulla cenere – 1

“Il soffio sulla cenere” è un podcast sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio in cui, il 19 luglio 1992, morirono il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

L’obiettivo è scavare negli aspetti più nascosti di questa vicenda complessa, a partire dal clima di distrazione collettiva che avvolse noi giornalisti in quegli anni. E ho cercato di farlo con un linguaggio semplice, per quanto possibile.

Il podcast è diviso in due parti. Nella prima, più breve, si affrontano gli elementi base della storia: dal falso pentito Scarantino alla responsabilità di chi consentì il deragliamento delle indagini. Nella seconda si entra nel merito, si spiegano ruoli e personaggi, si affrontano i temi caldi: pochi sanno davvero in cosa consiste quello che i giudici hanno descritto come il più grande depistaggio della storia repubblicana, pochi hanno idea di cosa c’entra il processo sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia, pochi conoscono sanno delle “entità esterne” che hanno avuto un importante peso nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Io ho provato a riassumere e a spiegare senza dare nulla per scontato. Nel 2017 iniziai a farlo col compianto Ennio Fantastichini e la regia di Giorgio Barberio Corsetti, in un grande teatro d’opera, il Teatro Massimo di Palermo: e lo scorso anno ho chiuso la mia tetralogia dedicata alle stragi del 1992.

Oggi mi piace usare un altro mezzo, più tecnologico, più popolare, e con un linguaggio nuovo, cercando di non cadere negli stereotipi delle cronache giudiziarie. In questo cammino, per nulla semplice, mi hanno aiutato l’avvocato della famiglia Borsellino, Fabio Trizzino, i giornalisti Salvatore Cusimano e Raffaella Fanelli, e Giorgio Mulè attuale vicepresidente della Camera qui in veste di ex cronista di nera. Li ringrazio di cuore. Ringrazio anche Gabriella Guarnera che, come sempre presta la sua voce.

Qui la seconda puntata.

Questo podcast è gratuito. Se vi è piaciuto avete un modo per ripagarmi: diffonderlo. Imparare a conoscere è un buon modo di essere (o diventare) cittadini consapevoli.

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Il soffio sulla cenere - 1
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Peana per Cuffaro (e ce ne vuole)

Prima incantava: come un pifferaio magico, decine di migliaia di adepti lo seguivano guadando assessorati, scavalcando segreterie, rimbalzando da un favore all’altro.
Poi cadeva: come un eroe storto, l’arena ammutoliva confidando in una rapida espiazione o chissà in una resurrezione.
Poi si rialzava: come un apostolo di se stesso ritrovava coi giusti tempi (teatrali) vigore e ostentata saggezza.
Sulla parabola di Salvatore Totò Cuffaro si è pronunciato l’universo mondo, dai detrattori delusi, perché un altro che assorbe i colpi come lui devono ancora inventarlo, agli adoratori ringalluzziti, perché un altro che fa miracoli come lui devono ancora crearlo.
Ora però mettiamo da parte il florilegio di scuse che si tira fuori ogni volta che c’è da affrontare una questione delicata (da “ho tanti amici gay” a “la mia libertà finisce dove inizia la tua”) e liquidiamo in nove parole l’antologia di frasi di circostanza sul Cuffaro uno e due: è stato un pessimo amministratore e un ottimo carcerato.

Siamo alla fase tre. Quella più difficile, in cui tra due contendenti è più difficile distinguere la scarsezza dell’uno o l’abilità dell’altro.
Di certo c’è che Cuffaro, con il suo bagaglio scomodo di errori e di reticenze, ha saputo ricreare un ambito politico classico nel fallout di un’Italia esplosa per una bomba di qualunquismo ignorante senza precedenti, senza ideologie che vadano oltre una storia di Instagram.
Di certo c’è anche che il succedaneo della politica che avrebbe dovuto sterilizzarlo non è mai stato in grado di dire apertamente una cosa semplice: e cioè che si può fare a meno di un bagaglio di voti, firme, simpatizzanti, correi, adoranti che in qualche modo a lui fa capo, e a nessun altro.

Cuffaro è un caso unico in Italia e non solo. Si potrebbe fare un paragone col Sudamerica, ma lì è difficile che un condannato si faccia tutta la galera, senza favori, per poi cominciare a risalire la china dal livello meno dieci: lì lo sconto comincia prima dell’arresto e generalmente costa qualche morto.
Nell’anno di grazia 2024 Cuffaro è difficile da raccontare senza incorrere nella furia livellatrice della cretinocrazia, frutto dell’impegno nefasto di Grillo e dei Cinque stelle (culturalmente distruttivi come dieci Berlusconi, che di suo era ben messo), e riarrangiata con notevoli variazioni cromatiche dalla destra di governo e dalla Lega di antigoverno.
Perché lui, Cuffaro Salvatore detto Totò, è più furbo di loro. Conosce la politica meglio di tutti ‘sti peones e sa che, Vannacci o no, antifascismo blaterato o no, Lucchini o no, quello che conta alla fine della discussione è il conto presentato dall’oste.

Quello che i giornali fanno fatica a raccontare è innanzitutto il fallimento della loro narrazione, che deve necessariamente avere i buoni da un lato e i cattivi dall’altro, anche quando i ruoli si invertono: perché nulla in Italia, soprattutto in Sicilia, è più reale dell’indefinito. Quindi raccontare di un Cuffaro che, nonostante tutto (lui per primo), si appresta a ridiventare ago della bilancia, senza correre il rischio di essere accusati di essere come minimo mafiosi è opera assai difficile. E chi se l’accollerebbe mai?
In realtà, senza atti di eroismo, tutta questa vicenda può essere inquadrata da un punto di vista molto laterale, in linea però coi limiti e la grandezza dei nuovi sistemi di relazione.
Cuffaro sta dimostrando il trionfo dell’analogico in tutte le sue forme più efficaci. Proprio per i suoi crimini, reali e definiti, ha avuto l’occasione di dimostrare una cosa antica: che l’impunità non conviene se si ha un piano a lunga scadenza.
Infatti oggi detrattori e non, traditori e non, inquisitori e non, hanno l’imbarazzo (tutto social e distintivo) di voler chiedere, ma al contempo di non poter chiedere, un appoggio a Cuffaro. Che ha i suoi uomini, i suoi tasselli, le sue carte: tutte analogiche, tutte reali, tutte di carne e sangue.
Pensate al povero Michele Santoro che cerca firme per la sua lista alle Europee e si ritrova a essere appoggiato proprio da quel Cuffaro che aveva ridicolizzato (lasciando che si ridicolizzasse da solo).
Questione di errori. Sapere sbagliare è un’arte simile al saper rimediare.

Approfondimento. Un podcast su Libero Grassi e sul fuoco amico contro Giovanni Falcone nel giorno in cui Salvatore Cuffaro finì in diretta a reti unificate Rai- Mediaset.

Vacche e voti

C’è un tema apparentemente laterale che è il terreno di coltura di gran parte del malaffare applicato alla politica. E ha a che fare con una frequentazione svantaggiosa e desueta, quella con la coerenza.

Il recente caso dei “voti sporchi” alla Regione Sicilia, con il coinvolgimento tra gli altri del vicegovernatore Luca Sammartino, non va guardato con la lente del recentismo, non va considerato come l’ennesima conferma che le cose vanno sempre peggio e che non ci sono più i politici di una volta. Perché dietro la vicenda di questo esponente della Lega – presunto colpevole, ricordiamolo – proveniente dalle lande del Pd c’è tutto il marasma della noncuranza dei partiti, sempiterna come le tentazioni storte e le convenienze umane.
Il cambio di casacca è un capitolo del Guinnes dei primati in continuo aggiornamento. Dalla siciliana Alice Anselmo che riuscì a cambiare sei partiti in due anni e mezzo (uno ogni cinque mesi) peraltro senza suscitare alcun sussulto, alle statistiche del Parlamento dove un terzo degli onorevoli cambia bandiera a giochi in corso (calpestando quindi il nobile mandato per cui sono stati messi lì) la mancanza di coerenza è sempre stata rinfacciata ai singoli candidati e raramente ai partiti che consentono questa pratica.
È vero che la responsabilità personale di chi, eletto per rappresentare qualcuno e qualcosa, sceglie di rappresentare qualcun altro e qualcosa altro dovrebbe bruciare sulle carni di chi si imbarca in certe scelte, ma è anche vero che se Caterina Chinnici, una che in politica ha sempre perso, passa con nonchalance dal Pd a Forza Italia qualche problema nel sistema dei partiti c’è.

Ci siamo impantanati da tempo, da troppo tempo, nella pesatura delle vacche ergo nel bagaglio di voti che un tale porta con sé. E abbiamo perso di vista la scrematura delle idee, il censimento di quelli che un tempo si chiamavano valori: tipo, io ti voto perché mi piace il tuo concetto di welfare o la tua attitudine per i diritti umani, non perché mi riempi uno stadio con due post sui social o mi consenti di mettere i tavolini del bar in strada.
La selezione operata dalla politica non si fa sui cammelli e sui soldi per comprarli (o venderli), ma sul deserto da superare. L’emergenza climatica è anche sul fronte morale.     

Quel no a Peppino Impastato

Nella storia dei ragazzi del liceo di Partinico che dicono no all’intitolazione a Peppino Impastato perché “troppo politicizzato” e/o “divisivo” ci sarebbe da andare a fondo che più non si può. Cioè bisognerebbe presentarsi a questi ragazzi, ascoltarli, impiantare una redazione in quella scuola, ora, subito. Spogliarsi di tutte le certezze giornalistiche prêt-à-porter e mettersi in dubbio, noi giornalisti, noi raccontatori di storie, noi orecchianti di vite che non sono le nostre. Perché in quel “troppo politicizzato” e/o “divisivo” c’è un sintomo importante: che sia malattia o evoluzione, ribellione o strumentalizzazione è tutto da scoprire.
In “1979” (scusate se ci torno ma è una ferita ancora aperta, come tutte le creature artistiche sono ferite felicemente sanguinanti) c’è un paragrafo dedicato a Impastato che definisco come bell’immagine trendy dell’antimafia, bella nel volto e nel messaggio (“la mafia è una montagna di merda” era uno slogan geniale, allora). Sino a ieri Impastato era un’icona intoccata in quello che un tempo si chiamava immaginario collettivo e che oggi potremmo chiamare mainstream.

Ora i ragazzi di Partinico lo hanno messo in dubbio. E avranno le loro ragioni se gli preferiscono l’ex sindaco Gigia Cannizzo o Rosario Livatino (che non sono concorrenti, ma semmai comprimari – ognuno col suo ampio merito – di Peppino).
La tentazione sbrigativa è quella di guardare alla giunta di centrodestra per trovare un appiglio di condizionamento. Ma è troppo facile. E le cose troppo facili sono per noi giornalisti una mano su una campanella: quando suona bisogna drizzare le antenne, almeno così dovrebbe essere.
Mi piace pensare che il Peppino Impastato politicizzato e divisivo sia in fondo il vero Peppino Impastato, perché dividere, far discutere e (ri)animare il cuore della politica è in fondo il vero ruolo dei leader. Un bell’esempio è colui il quale scuote gli animi nelle buone intenzioni che vanno oltre la messa cantata. Di santi e unti dal Signore siamo pieni fino all’orlo di una indecente sopportazione (in fondo siamo il Paese che celebra corrotti e riabilita criminali conclamati). E comunque per loro ci sono già chiese, opere pie, programmi tv. Insomma c’è spazio a sufficienza.
Una scuola intitolata a un ribelle, eroico e ironico, geniale e solitario, è secondo me il migliore omaggio alla rivoluzione nonviolenta contro i violenti di ogni epoca, di ogni censo, di ogni colore politico.
Questo, se avessi un giornale, direi a quei ragazzi.

Colpi di spugna e colpi di teatro

Le sentenze, anche quelle della Suprema Corte, si devono rispettare ma si possono criticare”. La frase, con sicurezza lapidaria, la scrive il magistrato Nino Di Matteo nel suo ultimo libro che ha un titolo spoiler, “Il colpo di spugna. Trattativa Stato-mafia: il processo che non si doveva fare”. Se mai si cercassero frasi dipinte su un personaggio, o in questo caso sull’autore (che comunque è anche personaggio), che meglio ne rispecchiano le caratteristiche, di migliori e più calzanti non se potrebbero trovare.
Quindi le sentenze si possono criticare, persino quelle della Cassazione, ce lo dice Di Matteo, tutto a posto. Postilla: magari sono criticabili solo quando non rispecchiano le nostre aspettative fermo restando la nostra facoltà, negli altri casi, di impugnare la spada in difesa della magistratura e soprattutto del suo verbo fatto sentenza.

Nino Di Matteo è un coraggioso magistrato da anni nel mirino delle cosche mafiose. Ma nei suoi confronti si è sviluppato un paradosso tutto italiano. Quello del dibattito abortito per timore reverenziale. I pochi che si azzardano a criticarlo o a cercare di porre domande sul suo umano operato – sul resto vige l’impalpabilità di una sorta di divinità – vengono marchiati a fuoco che manco i vitelli di Yellowstone (la serie): solo che lì è senso di proprietà, qui è senso di infamia.
Insomma Di Matteo può dire quello che vuole perché è coraggioso (che è vero) e sotto scorta (che è vero). E chi osa non essere d’accordo con lui non è uno che dissente normalmente come accade col restante della popolazione mondiale (che è vero), ma uno che delegittima.
Ci ha provato più volte, in un’aula di giustizia, l’avvocato della famiglia Borsellino, Fabio Trizzino, a cercare di mettere in fila le responsabilità di Di Matteo nella gestione del pentito farlocco Scarantino. Il magistrato, insieme con tutti i suoi colleghi di allora, non è stato ritenuto responsabile dell’indecente depistaggio della strage di via D’Amelio. Anzi, lui e tutti gli altri, hanno riscosso promozioni e si sono mossi agevolmente nel sotto vuoto spinto del clima di distrazione collettiva che ha caratterizzato le indagini sull’eccidio e sulla sistematica deviazione dell’inchiesta.

Disse Trizzino: “Il Pm Di Matteo nel 2009 fece una dichiarazione sul collaboratore di giustizia Spatuzza (colui il quale svelo l’impostura di Scarantino, nda) senza alcuna competenza. L’elemento incredibile è che Di Matteo, quell’anno, da pm di Palermo, non aveva alcuna competenza per entrare nei processi Borsellino uno e Borsellino bis, a meno che non temesse qualcosa che potesse compromettere la sua carriera professionale. Bisogna avere il coraggio di dirle queste cose”.

Purtroppo il coraggio non basta. Perché ancora oggi, a distanza di 32 anni dalle stragi, pare che a nessuno importi nulla di quelle menzogne. Menzogne di Stato.
Il cortocircuito non è solo giudiziario, ma mediatico e sociale. La stessa libertà con cui un magistrato critica una sentenza di Cassazione non ha la stessa eco dell’indignazione dei cittadini che reputano scandaloso che nessun magistrato – anzi nessuno in assoluto – abbia mai pagato per lo scempio della verità sulla strage di via D’Amelio. Avete mai visto una manifestazione, un flash mob per stigmatizzare espressamente quel che combinarono la procura di Tinebra e i poliziotti di La Barbera?

Il massimalismo antimafia di cui l’antimafia sta morendo per asfissia ci ha insegnato che, ad esempio, lo stesso movimento delle “Agende Rosse” che ha contestato pubblicamente il sindaco di Palermo Roberto Lagalla per l’appoggio di Cuffaro e Dell’Utri nel corso della campagna elettorale, non ha avuto nulla da dire sulle accuse di Trizzino a Di Matteo. Anche qui non uno slogan, non un corteo sullo specifico: eppure l’agenda rossa da cui prende il nome quel gruppo di cittadini (sul cui impegno tanto di cappello) è proprio al centro del cratere lasciato dal depistaggio in cui i magistrati della procura di Caltanissetta hanno brillato quantomeno per inadeguatezza.
Al contrario, dalle Agende Rosse solidarietà sempre e comunque – che ci sta perché comunque Di Matteo non è che viva spensierato a Disneyland, oddio sindrome da timore reverenziale in agguato –  e addirittura una proposta di cittadinanza onoraria, lassù al Nord.
Il massimalismo è una scelta poco conveniente, perché a forza di spingere sull’acceleratore ci si dimentica dell’utilità dei freni. È lecito contestare chiunque, dicevamo, ma è lecito anche chiedere una lettura uniforme dei fatti.
Se uno manifesta per la scomparsa dell’Agenda Rossa di Paolo Borsellino e poi si dimentica di chi per anni si è fatto intortare di minchiate dal “pentito” meno attendibile dell’universo mondo, qualche problema c’è.
E dobbiamo smetterla di considerare che il problema è chi dice che c’è un problema.

“Non può succedere a me”

Questa è la storia di uno sparo nel buio e di un morto che si risveglia. Ma non è una storia di morti viventi. Al contrario è la storia di un vivo che scopre la vita nella memoria, che scava nelle sue distrazioni, nel nostro egoismo. E che si rianima giusto in tempo per raccontare la sua vicenda e quella delle anime che ha incrociato prima che la sua vita finisse in un angolo oscuro del palcoscenico. Perché in teatro siamo e in teatro resteremo per tutti i settanta minuti de “L’altro”, la nuova opera che andrà in scena il 22 giugno prossimo al Teatro Massimo di Palermo.
È così che il nostro protagonista incrocerà personaggi che sembrano arrivare da lontano e che invece stavano lì, aspettando solo che qualcuno si desse la pena di notarli. Sono le tante versioni dell’altro: un bambino, un prete, un imprenditore, un poliziotto. Vivi e morti, che gli ricordano le cinque parole più rischiose della loro vita: non può succedere a me.
Attraverso un gioco di specchi il nostro ex morto andrà a caccia di chi lo ha ucciso, prima di tornare alla sua quiete orizzontale. E lo farà con l’unica certezza che l’altro gli ha dato: esistono vittorie assolutamente inutili e sconfitte meravigliosamente feconde.

Dal 2017 a oggi, il Teatro Massimo ha avuto il coraggio di sperimentare nuove forme di narrazione attingendo da ambiti delicati come la cronaca, afferrando la realtà più cruda per i capelli e trascinandola al cospetto dell’arte. Grazie a Francesco Giambrone prima e a Marco Betta poi (ci vuole coraggio a ideare, ma ci vuole più coraggio ad approvare idee altrui) abbiamo usato la parola, la musica, la danza, la tecnologia di immagini digitali per raccontare la memoria che si cela nell’attualità e la realtà che tende a oscurare il ricordo.
Dopo la trilogia dedicata dal Teatro ai misteri delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, “L’altro” è un ulteriore passo avanti verso una nuova concezione di opera che, è inutile negarlo, suscita ancora troppe resistenze (e non di pubblico) e che si nutre quasi clandestinamente dei resti. Ma questo è un tema troppo serio per essere liquidato in poche righe.  

Qui mi preme dirvi che oltre che nel linguaggio artistico e nella sua multimedialità (sul palcoscenico i protagonisti se la vedono coi loro ologrammi), lo spettacolo ha due elementi di dirompente novità: da un lato vede coinvolti per la prima volta in un’opera originale cento ragazzi delle formazioni giovanili tra orchestra e cantoria, dall’altro contiene una dedica struggente a don Pino Puglisi nel trentennale del suo omicidio.

L’altro
Teatro Massimo di Palermo – 22 giugno 2023 – ore 20:30

Scritto e diretto da Gery Palazzotto
Musiche composte ed eseguite da Fabio Lannino e Mauro Visconti
Interpretato da Gigi Borruso
Coreografie e movimenti scenici: Gaetano La Mantia con Alessandro Cascioli
Danzatori: Alessandro Cascioli, Gaetano La Mantia, Yuriko Nishihara
Massimo Youth Orchestra diretta da Michele De Luca
Cantoria del Teatro Massimo diretta da Salvatore Punturo e Giuseppe Ricotta
Videomaking di Antonio Di Giovanni e Davide Vallone
Assistente musicale: Vincenzo Alioto

I biglietti li trovate qui.

Il mago dei soldi (in un podcast)

Nell’estate del 1990 a Palermo non c’è solo la febbre dei Mondiali di calcio allo stadio della Favorita con i gol dell’eroe di casa, Totò Schillaci. In quell’estate c’è un miracolo, il miracolo dell’affare della vita, quello che potrebbe cambiare tutto in un batter d’occhio. Gira voce che c’è un tale, un ragioniere dalle mani d’oro che moltiplica i soldi. Tipo che gli dai un milione, lui nel giro di poche settimane te ne da due. E non fa niente se quel ragioniere si fa chiamare avvocato anche se avvocato non è. L’importante è che il miracolo si compia.
Lui è Giovanni Sucato da Villabate. Ha 26 anni e si è inventato un futuro in un modo tanto miracoloso quanto improvvido. Raccoglie soldi e come ricevuta scrive due righe su pezzi di carta: sono e saranno sempre queste il suo unico documento ufficiale, la sua unica garanzia. Due righe e una firma. E il bello è che lui dopo paga davvero.
È così che diventa il mago dei soldi.

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Una favola storta

Non vi parlerò dei possibili nuovi equilibri nella mafia dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro. Non vi parlerò nemmeno delle strategie dello Stato per affrontare il nuovo corso di Cosa Nostra, perché un nuovo corso ci sarà per forza (e speriamo che sfoci nelle fognature). Non vi parlerò di politica né di magistrati. Di tutto questo vi parleranno i miei colleghi, quelli bravi, in tv e sui giornali.
Io vi voglio parlare di una favola storta che finalmente ha un suo lieto fine. E il lieto fine di una favola storta deve essere dritto per compensare un’obliquità che disturba il mondo, facendolo sembrare storto a sua volta.
Una favola che inizia con una lettera d’addio a una innamorata. Una lettera che contiene una grande imperdonabile bugia.

Qui tutti gli altri podcast.

Gery Palazzotto
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