Squadretta antimafia

L’articolo di oggi su Repubblica Palermo.

Il primo passo Gianfranco Miccichè l’ha fatto appena insediato Ars, nella sala di Palazzo dei normanni intitolata a Piersanti Mattarella: ha invitato gli imputati nel processo sulla trattativa Stato-mafia Mario Mori e Giuseppe De Donno, e li ha celebrati come eroi e testimoni di ingiustizia. Senza neanche darsi la pena di sfogliare il solito bignamino di post-garantismo, che dal sommo padre Berlusconi all’indomito alfiere Sgarbi punta all’assoluzione preventiva di amici e compagni di partito, Miccichè ha lanciato una nuova linea di lotta civile alla criminalità organizzata, l’antimafia prêt-à-porter. Basta col repertorio classico di Leoluca Orlando, lord di Grande inverno (un tempo era primavera, ma le stagioni cambiano) nel Game of Thrones di Sicilia, signore dell’antimafia di maglio e spada e unico detentore delle chiavi di un Valhalla nel quale riposano ex compagni d’armi come Pippo Russo e Carmine Mancuso (perché con le stagioni cambiano anche le fioriture di militanza). Oggi il sospetto si è scocciato di fare anticamera per la verità e, nell’Isola di un centrodestra che rinasce non dalle ceneri ma dalla cipria, ha scelto l’eremitaggio in qualche aula semideserta del Palazzo di giustizia dove si celebrano processi di cui tutti parlano e che pochissimi seguono. Continua a leggere Squadretta antimafia

Problemi a cinque stelle

La regola del viceversa secondo Ingroia

Antonio Ingroia

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Piovono sciocchezze sulla testa del povero Antonio Ingroia, ex magistrato, ex candidato a premier, ex formatore di pattuglie anti-narcos, ex leader di Rivoluzione Civile, ex presidente di Riscossione Sicilia, ex commissario della Provincia di Trapani, attualmente amministratore unico di Sicilia e-Servizi. Proprio in questa ultima veste, il gip Lorenzo Matassa ha ordinato alla procura di Palermo di indagarlo per abuso in atti d’ufficio. La vicenda giudiziaria è complessa e sarebbe poco avvincente se Ingroia, pur avvertendo il suo pubblico di aver “cose più serie a cui pensare”, non si fosse esibito in un’argomentazione che costituisce il pilastro di un inscalfibile sistema assiomatico: indagare me è una sciocchezza colossale. (…)
Insomma dovevano passare alla santificazione, ma al momento si sono fermati al martirio. Succede quando si è incompresi, quando la memoria la si invoca e non la si esercita, quando si dimentica che la modestia è in fondo una forma raffinata di vanità. Il mistero della parabola di Antonio Ingroia, da coraggioso pm e simpatico discettatore televisivo a modesto leader politico e appassionato protagonista della fanta-rivoluzione Crocettiana, è tuttora insoluto. L’unica certezza è che l’ex magistrato conosce talmente bene la legge da ritenere possibile che ci debba essere per forza un viceversa.

Finalmente qualcosa di veramente valdostano

Tra le pieghe di molti misteri della società Sicilia e-Servizi, che doveva informatizzare la Regione Siciliana e invece è diventata un’immensa macchina mangiasoldi, c’è anche uno strano provvedimento che ha spostato in Val d’Aosta tutti i dati informatici della Regione. Non a caso il nuovo commissario della società è Antonio Ingroia.

Il morto di troppo

Un magistrato in politica criticato da altri magistrati non in politica si rifà durante la campagna elettorale a un illustre magistrato morto suscitando le ire di altri magistrati vivi che lo rimproverano di richiamarsi a un magistrato che non solo non c’è più ma che non è mai entrato in politica e tuttavia il magistrato in politica rincara la dose citando un altro illustre magistrato morto e innescando la reazione dei parenti della vittima che gli dicono di non pararsi dietro ai morti per scopi politici pur avendo alcuni di loro utilizzato i nomi dei propri morti per motivi elettorali.

Morale: il morto insegna a soffrire, ma non insegna a vivere.

Ingroia, che imbarazzo

Il gesto delle manette di Berlusconi? Con me è stato spiritoso, come sempre. Il mio nemico numero uno è Monti, non il Cavaliere.

Antonio Ingroia concede a “Chi” l’onore di scolpire nella pietra berlusconiana il suo pensiero e dà ai non lettori del settimanale e ai non elettori del Pdl una tragica certezza: l’ex magistrato è il più vecchio dei nuovi politici.
Il linguaggio intimidatorio ha via via lasciato spazio all’allusione, l’ammiccamento si è diluito progressivamente in un appello senza appelli: Ingroia non cerca di fare proseliti, se potesse convocherebbe con apposito ordine scritto i suoi elettori, uno per uno.
L’ultimo arrivato nell’arco costituzionale dà lezioni di costituzione e scandisce le tappe di una ipotetica costituente.
Prima Ingroia era dove i suoi cronisti lo rappresentavano, in una sorta di ubiquità giornalistica che spalmava il suo potere ben oltre i limiti delle sue competenze. Oggi è semplicemente dovunque, persino su “Chi”. E da buon neo-politico l’ex procuratore aggiunto di Palermo non ha vergogna di sovvertire la scala di valori che sino all’altro ieri era apparentemente la sua. Monti peggio di Berlusconi: il professore bianco peggio del cavaliere nero, il rimedio peggio del male, il commediografo più esilarante del clown, il bianco più nero del nero.
Tra diktat improvvisati e messe cantate senza sacramento, Antonio Ingroia è la più cocente delusione dell’antimafia militante degli ultimi trent’anni. Un dilettante della politica che non vedeva l’ora di spacciarsi per professionista della scienza della politica. Un ex valoroso che ha ceduto al valore effimero della vanità. Un aspirante saltimbanco che affolla ogni tribuna, ogni salottino, ogni rubrichetta, ogni tavola rotonda: dove c’è una telecamera c’è lui con quell’aria supponente, come se l’avessero trascinato a forza. Uno che, tanto per dire, adesso trova spiritoso persino Berlusconi. Uno senza rossore insomma.
Un politico fuori stagione per tutte le stagioni. Praticamente un frutto surgelato.

Ingroizzazioni

Non è ancora chiaro se Alfonso Papa provi a traformarsi in Antonio Ingroia per aggirare i guai giudiziari o il veto alla sua candidatura. In ogni caso il suo travestimento è degno del migliore Stanislao Moulinsky.

Grazie a Lorenzo Matassa.

No, però

Ci sono due parole che possono riassumere la personalità e i progetti del procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo, Antonio Ingroia. Sono: “No, però” scritte così, in un’unica frase e separate da una virgola. 
È un metodo efficace, quello del magistrato siciliano. Negare pur lasciando una possibilità, chiudere pur lasciando uno spiraglio. E far passare concetti importanti attraverso piccole frasi smorzate ad arte, ma non per questo depotenziati.
Senza mettere in dubbio le qualità professionali di Ingroia, va ribadito l’antico concetto della specializzazione. Un buon giudice non è necessariamente un buon giornalista (Ingroia è adesso un mio collega), né un buon politico, né un buon cuoco, e via discorrendo.
Quando lo hanno tirato in ballo per un’eventuale candidatura per la presidenza della Regione siciliana, lui ha tirato fuori l’immancabile “No, però”, rinviando a una maggiore convergenza di forze politiche sul suo nome. Esattamente il sistema utilizzato in molte interviste che hanno a che fare con le sue inchieste. Una cosa tipo: non posso dire niente, però dico questo, questo e quest’altro (lo ha fatto notare anche Pigi Battista, qualche mese fa sul Corriere).
Qualcuno può inquadrare questo atteggiamento in un’ottica di prudenza, personalmente preferisco un “sì” o un “no” secchi. Specialmente quando si parla di politica.

Il romanziere senza romanzo

Quelli di I Love Sicilia hanno avuto una bella idea. Far recensire il libro dell’ex ministro della Giustizia Angelino Alfano, “La mafia uccide d’estate”, al magistrato Antonio Ingroia.
Risultato: l’autore è promosso come romanziere, solo che il libro non è un romanzo…

Schizofrenia di governo in poche righe

Se in poche righe volete capire la schizofrenia del governo Berlusconi basta leggere due dei titoli principali di ieri: “Berlusconi: i magistrati sono cittadini come tutti gli altri” e “Ingroia in piazza per la costituzione, il Pdl si infuria”.
Da un lato il premier giustifica la sua riforma della giustizia con il concetto secondo il quale anche i pm, se sbagliano, devono pagare, dall’altro il suo partito vorrebbe punire un pm che si schiera pubblicamente.
Idee molto confuse, quelle dei berlusconiani. Se i magistrati sono cittadini come tutti gli altri non hanno forse il diritto di manifestare in difesa di un bene comune come la Costituzione?
Probabilmente in questa maggioranza cialtrona esiste un’inconfessabile differenza tra alcuni cittadini come tutti gli altri e altri cittadini come tutti gli altri.