I criminali del vaccino buttato

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Ha ragione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando dice che ai no vax si è dato troppo spazio mediatico. Ma ci sono casi, come quello di Palermo con gli arresti per le finte vaccinazioni a 400 euro ciascuna, in cui la scelleratezza di alcuni di loro merita tutta la nostra attenzione. Perché dietro un piano così grottesco c’è una subcultura che non si può liquidare con il gretto negazionismo di un manipolo di esaltati. Qui siamo oltre il peccato, direi quasi oltre il reato. Siamo alla fanta-criminalità. Per mettere su un sistema di siringhe svuotate (di un vaccino prezioso per l’umanità), di iniezioni a vuoto, di certificazioni farlocche, di inganno ai danni della comunità così macchinoso, ci vuole un insano convincimento: che la verità la si possa addobbare come un albero di Natale senza incappare in un refolo di dignità.

Non si può non tenere conto della blasfemia sociale di questi personaggi – tipo l’infermiera e il poliziotto – che oltraggiano la loro stessa missione e lo fanno addirittura nel tempio di una nuova razionalità post-pandemica, quell’hub della Fiera del Mediterraneo in cui da mesi e mesi ogni giorno medici, infermieri e lavoratori di ogni genere si sbattono per cercare di porre rimedio ai disastri del Covid. Su di loro svetta, come emblema di questi tempi orribili, quel leader no vax simpatizzante della Lega e in particolare di Salvini, già caporione di mille cause perse prevalentemente di estrema destra e, quasi per selezione naturale, autocandidato alle prossime comunali.  A conferma, come si dice, che il meglio dovrà ancora venire, ma il peggio è sempre puntualissimo.  

“Siete pazzi!”

Niente peana per Francesco Giambrone che lascia il Teatro Massimo di Palermo e va a fare il sovrintendente dell’Opera di Roma. Solo la felicità per un amico che intraprende un nuovo percorso e l’occasione per mettere in ordine alcuni ricordi. Perché quando il futuro ci viene incontro velocemente, come nel caso di un avvicendamento al vertice o di una nomina importante, è bene ricordare da dove si proviene e chi si è stati. Con Francesco la mia avventura al Teatro Massimo è cominciata il giorno di ferragosto di sette anni fa. In una Palermo deserta e torrida mi chiamò e mi disse: ci vediamo?

Ci vedemmo. Io allora mi occupavo di tutt’altro e avevo chiuso con Palermo. Lui mi chiese di dargli una mano con la comunicazione del teatro, soprattutto con i nuovi media. Accettai e andò bene. Del resto almeno in principio non era difficile: il teatro era all’anno zero su quei fronti e anche la creazione di un account social rappresentava una rivoluzione copernicana. Francesco è una persona che ha coraggio, ma la sua dote principale sta nel sapere dove trovarne un surplus quando serve: sa ascoltare anche in situazioni di caos, non decide mai per partito preso. È un leader abile e persino divertente in certi frangenti. Tutti (ri)conoscono i suoi meriti. Io mi permetto di mettere in fila poche cose, magari marginali nella visione classica di una fondazione lirico sinfonica, ma preziose per tutti quelli che hanno apprezzato il nostro lavoro in questi anni.

Perché se siamo riusciti a fare delle cose folli (“Siete pazzi!”, era la sua frase tipica accompagnata dall’immancabile risata), è soprattutto per merito suo e del suo buon gusto (e, allora, dell’estro sconfinato di Oscar Pizzo). Abbiamo fatto concerti con le navi, abbiamo fatto maratone Beatles, abbiamo fatto esperimenti di realtà aumentata con Google Art & Culture, abbiamo scalato montagne, abbiamo raccontato la mafia e i suoi misteri, abbiamo stupito il mondo con una webtv tirata su dal nulla, abbiamo portato il teatro nelle piazze, nei vicoli e dove non era mai arrivato (persino in una fattoria in mezzo alle galline), siamo finiti due volte sulla prima pagina del New York Times, abbiamo fatto dormire un centinaio di bambini di notte in teatro (sì, proprio così), abbiamo trasformato per un anno la Sala Grande in uno studio televisivo, abbiamo rivisto il concetto di gratuità, abbiamo messo al primo posto dei nostri pensieri i giovani e i deboli, soprattutto abbiamo combattuto contro tutte le diversità. Non sempre abbiamo vinto, ma sempre ce la siamo giocata: navigando controcorrente, barcamenandoci in inferiorità numerica, sfidando gli scettici per principio. Non era facile (e se lo fosse stato non ci saremmo divertiti). Spesso le idee più incredibili nascevano per caso, magari a cena o nella telefonata del mattino, insieme al caffè. O nel corso di tumultosi scambi di sms nel cuore della notte che finivano sempre per impraticabilità di campo: io tiratardi, lui mattiniero…

Il Teatro Massimo è un luogo di gente meravigliosa e di artisti di primo livello. Ma dentro, è inutile girarci intorno, c’è anche l’altra Palermo. Quella che percepisce il cambiamento come fumo negli occhi, quella che gode nel vedere un muro che si sbreccia perché gli ricorda le antiche care rovine di privilegi perduti. Ma è solo una piccolissima parte, seppur insidiosa e sempre pronta alla restaurazione. Ora si volta pagina e, come si dice in questi casi, il programma non prevede insuccessi. Non aggiungo altro per scaramanzia, rispetto dei ruoli e, ancora, amicizia.
Buon lavoro, Francesco caro.

Se lo sfacelo insegna

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È vero, Palermo ha pochi motivi di ottimismo in queste feste che dovevano essere luce e che invece sono solo penombra. Ma c’è un gioco che potremmo fare per scartavetrare la ruggine di una città sporca, piena di buche, massacrata dal traffico, senza addobbi natalizi, sull’orlo del dissesto finanziario. Ed è il gioco del “facciamo che”. Inizio io e poi magari continuate voi a casa, nelle scuole, negli uffici o, chissà, nelle vostre riflessioni solitarie.

Facciamo che un sacchetto di immondizia depositato nei modi e negli orari giusti è comunque un servizio reso alla collettività. Facciamo che un’auto abbandonata in doppia o tripla fila è uno sfregio a chi parcheggia regolarmente, pagando, e magari gradirebbe arrivare in tempo a un appuntamento. Facciamo che l’aiuola sotto casa è verde di tutti, quindi anche nostro, e la si può curare come si fa con le piante sul balcone o quantomeno si può evitare di usarla come cestino per cartacce, bottiglie e schifezze varie. Facciamo che la panchina pubblica è fatta per sedersi e non per essere imbrattata. Facciamo che c’è sempre una seconda maniera di guardare ciò che ci circonda. L’insegnamento che arriva dalle cronache dello sfacelo quotidiano di Palermo è semplice e disarmante: proprio in un momento di grande difficoltà della città, un surplus di impegno civico sarebbe un bell’esercizio di lungimirante altruismo, in un’epoca di egoismi gretti e contagiosi. Impegnarsi nel minimo dovere quotidiano non è un atto di sottomissione al prepotente, non è togliere le castagne dal fuoco a un’amministrazione pubblica inefficiente, ma solo un disperato atto di amor proprio. Insomma, facciamo che sia davvero Natale.

Do They Know It’s Christmas?

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo

Non si sa ancora se il Natale arriverà a Palermo. Il Comune non ha soldi per una congerie di motivi che va dalla convergenza astrale al menefreghismo assoluto. Va bene, i tempi sono difficili. Va bene, manca il bilancio. Va bene, l’atmosfera in Consiglio non è proprio da “We wish you a Merry Christmas” . Va bene tutto, ma il Natale non è una cosa che arriva a tradimento. Anzi, a volerla dire tutta, quest’anno arriva con una rincorsa lunga due anni, con l’inerzia di una disperazione latente che ci ha privati, causa pandemia, della socialità sufficiente per godere di feste decenti. Eppure, come se si trattasse di un evento improvviso e imprevisto, non c’è trippa per gatti e a Palazzo delle Aquile si stanno cercando vie alternative per salvare almeno le luminarie. Direte, certo ci sono cose più importanti da risolvere, tipo l’immondizia o le bare abbandonate al cimitero. Ma anche quelli sono problemi insoluti, anche quelli sono problemi figli del “ci sono cose più importanti”. In questa città c’è sempre una cosa più importante quando si tratta di prendere una decisione. Risultato: non c’è più spazio neanche per un consolatorio quanto inutile benaltrismo d’acchito. Con questi chiari di luna non solo non si accendono le luci natalizie, ma si spegne persino l’illusione di una qualsiasi soluzione. E a poco vale il gesto altruistico di alcune associazioni di commercianti che si sono fatte avanti per regalare un albero da mettere in piazza Castelnuovo. Nella “città del chissà” in cui già i privati puliscono le strade, accolgono gli ultimi, adottano piazze per strapparle all’abbandono e via elargendo, la distinzione tra visione e illusione appare sempre più sfumata. E il buio avanza.

Uscire dalla tomba

Poco si sa, e quel poco è meno che irrisorio, sui candidati a sindaco di Palermo. Per certi versi è una fortuna giacchè, ogni tanto, la speranza è un foglio bianco. Tra autocandidature nate dopo un antipasto in trattoria e indiscrezioni attendibili quanto un’invettiva no vax di monsignor Viganò, affiora un’investitura che pare tanto credibile quanto esilarante. Sovrabbondano i personaggi, latitano le persone.
Usciamo dalle metafore e diciamocela tutta: una città come Palermo, che non è sovrapponibile per casini e prospettive a nessuna altra città italiana, ha bisogno di un “sindaco professionista”.
Mi spiego.
La favola bella della società civile che sforna casalinghe dotte, archeologi, scrittori, presidi, farmacisti, impiegati, giornalisti, tutti pronti a risollevare, ricostruire, ridisegnare va bene per chi scambia l’ottimismo con la mortadella sugli occhi. Per governare Palermo non serve un professore di matematica che sappia fare bene i calcoli, ma un politico che sappia leggere attraverso i numeri. Serve un manager che conosce, oltre agli equilibri finanziari, anche l’arte della gestione dei rapporti umani. Serve un figlio della politica che ne sappia diventare padre.

Orlando ha avuto la sua visione che ha dato i suoi frutti ma ha anche accumulato le sue scorie. Ha messo Palermo su un piedistallo, ma non si è curato della polvere del ripiano sul quale quel piedistallo era stato adagiato. Ed è riuscito, con un inusitato snobismo comunicativo, a farsi torto laddove aveva ragione, tranciando laddove poteva sezionare con cura, trascurando laddove poteva delegare. E la visione a poco a poco si è ristretta, ostruita da un cassonetto stracolmo o da una bara senza sepoltura. Ne riparleremo giacché l’orlandismo al tramonto merita più di un inciso in quaranta righe.
Resta la necessità di dirci le cose come stanno.
L’arrembaggio di candidature senza una narrazione è il vero problema di una campagna elettorale che misurerà la temperatura di un elettorato disperso, disorientato, disinformato (per colpe soprattutto sue, dell’elettorato intendo).
Il nuovo sindaco professionista di Palermo non è la morte dei partiti. Manco i 5 stelle sono riusciti a celebrare il funerale dei partiti e il loro fallimento è dinanzi agli occhi di tutti, persino i loro (che infatti si sono riparati sotto l’ombrello di quegli stessi partiti che prima additavano come la kriptonite).
Il nuovo sindaco deve provenire dai partiti, ma deve essere in grado di costruire una squadra super specializzata fuori dai partiti. Deve conoscere la politica e non orecchiarne i contenuti saltando da un festival a una convention, forte del suo essere altro.
E la società civile? È lì che ci conduce il nostro ragionamento.
Non credo che la società civile possa più partorire leader, ma che li possa sostenere se è il caso. Ammesso che riesca a uscire dalla sua tomba. A Palermo è difficile finirci in una tomba, figuriamoci uscirne.

Sovranisti in salsa sicula

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

C’è un po’ di sovranismo all’orizzonte delle prossime elezioni a Palermo. E c’è coi toni più o meno sfumati che una campagna elettorale non ancora decollata consente. Un sovranismo di bandiera, diciamo. Questa tesi politica che si barcamena tra la strenua difesa dell’identità di un popolo e la strizzatina d’occhio ai temi più populisti in termini di sanità pubblica (leggasi vaccinazioni e green pass) e di immigrazione (leggasi qualunque tweet di Salvini) ha in Marianna Caronia e Francesca Donato due rappresentanti di buon livello. Ora, senza cedere alle personalizzazioni, è bene tenere a mente un paio di cose quando si accosta la parola sovranismo alla parola Sicilia.
Nella complicata geografia emotiva di una terra dai sentimenti così variabili, c’è bisogno di aprire, di aprirsi. Serve ricordare che gli slogan ammuffiscono, mentre le idee no. Che per rompere col passato e proporsi come novità, come alternativa, bisogna aver tenuto in perfetto ordine l’armadietto in cui stipiamo coerenza, senso civico, tolleranza. 

Il sovranismo che conosciamo in Italia – per non parlare di quello estero che ha portato, tipo, alla Brexit – coltiva il latifondo del risentimento e non si cura nemmeno di raccogliere gli scarsi frutti, poiché certi terreni e certi semi sono fatti per evitare che attecchisca altro: magari di diverso. E “diverso” è una parola che spaventa a certe latitudini politiche. Nella Sicilia in cui l’unica vera idea di devolution anti-nazionale ha storicamente qualche attaglio con Cosa Nostra, abbiamo imparato a nostre spese che l’unico porto che serve è quello aperto, che l’unica legge che funziona è quella che si rispetta, che l’unica scienza dinanzi a cui ci si inchina è quella che ci salva.
Così, per dire. 

Il traffico

Il traffico a Palermo non è mai stata un’emergenza. È un termometro. Misura la temperatura sociale della città. Emergenza è qualcosa di improvviso. Il traffico di Palermo, dalle divertenti citazioni cinematografiche all’insopportabile concerto di clacson che accompagna la città dalla mattina alla sera, è endemico come una pianta invasiva: una specie di gramignone di lamiera. Se ne parla perlopiù alzando le spalle, ma quando per altri motivi cresce il tasso di insoddisfazione la percezione aumenta. Basta un mix come quello di questi giorni, tra cantieri, immondizia, pioggia, e si è tentati di inventare nuovi record: “Mai visto un traffico così…”. Invece l’unica cosa che non si è mai vista è una solida autocritica dei palermitani secondo i quali le auto incolonnate sono comunque sempre colpa di qualcun altro, tipo della politica.

Sul traffico a Palermo si sono costruite e decostruite carriere. Molti assessori hanno lavorato di fantasia, come se l’urbanistica fosse una tavolozza sulla quale spennellare. Altri hanno usato il pugno di ferro. Ma il risultato è stato sempre lo stesso: un tentativo di svuotare il mare col secchiello. Ora ci sono i monopattini elettrici che dovrebbero in qualche modo alleggerire la situazione. Eppure ci stiamo mettendo di impegno per non prosciugare la vena di caos che alimenta il nostro traffico quotidiano. E i palermitani in monopattino (io sono stato tra i primi a usarlo in città) fanno la loro parte, abbandonando i mezzi in modo da ostacolare scientificamente la circolazione, congestionando gli ultimi spazi di vivibilità che erano le aree pedonali e impegnandosi a calpestare più regole possibili nella circolazione. Tutto per salvaguardare il gramignone.

Capitani oltraggiosi

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo

La parte esilarante del ragionamento politico dei no-pass è nel loro autodefinirsi “uomini liberi”. La parte imbarazzante sta invece nella definizione più congrua, e purtroppo poco sintetica, del movimento suggerita dall’oggettività: gente che si oppone a un provvedimento politico che vuole spingere al vaccino chi fa finta di non conoscerne l’utilità o ne ha paura. Nel mezzo, una serie di nuove emergenze create ad hoc da chi non crede nelle emergenze: l’intasamento delle farmacie per la corsa ai green pass; le manifestazioni di piazza per difendere uno strano diritto, quello di violare le norme; la corsa a chi spudoratamente la spara più grossa, tipo i due deputati regionali che ieri pretendevano di entrare all’Ars senza green pass. Ma la cronaca minima di massime scempiaggini è ricca e tenere il passo è difficile. L’altro giorno a Palermo un noto professore universitario di economia prestato alla virologia applicata alla Costituzione ha arringato una piccola folla dicendo che nel giorno in cui è stata assaltata la Cgil a Roma, alcuni poveri manifestanti hanno subito torture da parte della polizia. Che è un suo scoop, dato che molto probabilmente avrà aggiunto alle sue competenze anche quella del giornalismo.

Ecco, quando tutto questo sarà finito i cerchi dovranno essere chiusi. Tutti i politici che hanno cavalcato un’insensata e pericolosa protesta dovranno essere democraticamente rispediti a casa, tutti gli imbroglioni che hanno intorbidito le acque della verità dovranno risponderne nelle sedi opportune, tutti i capitani delle navi del malcontento dovranno assaggiare l’ammutinamento dei veri “uomini liberi”, quelli che adesso vengono tenuti prigionieri con la paura e la disinformazione. 

Va’ pensiero (unico)

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In un’incredibile moltiplicazione di verità pacchiane in cui ognuno dice la sua infischiandosene delle leggi, della scienza e della mai troppo rimpianta realtà dei fatti, a fine mese si svolgerà a Palazzo dei Normanni un convegno di liberi pensatori il più moderato dei quali paragona il green pass ai tatuaggi dei lager. Quindi, ripetiamo, ci sarà un convegno nella sede dell’Ars di gente che identifica il periodo più drammatico della nostra storia recente – con morti, durissimi lockdown, crisi economiche e incertezze ancora all’orizzonte – con una deriva della dittatura (sanitaria, politica, economica e via cannoneggiando). Già basterebbe questo per indicare la grossolana indecenza di una discussione pubblica, in uno spazio che dovrebbe essere simbolicamente inaccostabile a simili iniziative, su un argomento così pericoloso sul fronte sociale e sanitario. Il green pass è uno strumento imperfetto e persino odioso, ma esiste perché esistono cittadini che confondono la libertà con l’egoismo, l’intelligenza con la violenza, il senso civico col senso del ridicolo. Coi vaccini bisogna andare avanti senza cedimenti. Un convegno che alimenti le indecisioni non è un convegno, è una follia. Quando uno degli organizzatori dichiara che l’obiettivo è stigmatizzare “il pensiero unico su questi temi” involontariamente, come capita a molte arche di scienza, dice una verità inconfutabile: sulle conquiste della medicina che ci tirano fuori dalla melma e che salvano vite c’è un pensiero unico. Ci deve essere, proprio per difendere la realtà dagli abbordaggi di negazionisti e convegnisti no-tutto.

Resta da capire che tipo di saluto istituzionale andrà a porgere l’assessore Lagalla a un consesso che delle istituzioni e delle loro regole se ne frega. 

100%

Venti mesi tra buio fitto e penombra. Venti mesi duri, durissimi. Oggi finalmente la luce. Quando ho saputo che da lunedì i teatri italiani potranno ritornare al 100 per cento della capienza, quei venti mesi mi sono passati davanti agli occhi come un film, e perdonate la scontatezza: in fondo c’è sempre qualcosa che ci scorre davanti come un film… Eppure davvero di film si trattava e non solo per trita metafora. Perché questo arco di tempo infinito – venti mesi di emergenza pandemica possono essere atroci come venti anni o due secoli – sono stati per me un film, un film vero, da rivedere, magari da correggere, comunque su cui riflettere, di cui inorgoglirsi, per il quale commuoversi.

Il film del Teatro Massimo di Palermo lo avete visto in tanti: sui vostri smartphone, sui computer, sulle smart tv, sulle reti televisive ufficiali. Per più di un anno questo film è stato l’unico mezzo di collegamento tra un teatro e il suo pubblico sparso per il mondo, recluso contronatura in ogni landa del pianeta, eppure unito nel godere quasi clandestinamente di un’arte che sembrava diventata un frutto proibito.

La natura che impone la dittatura del contronatura.

Non abbiamo mai chiuso neanche quando eravamo chiusi. Abbiamo sudato nelle nostre mascherine per togliere la maschera a una visione ipocrita della cultura che vorrebbe piegare l’arte alle piccole (!) contingenze dell’umano. Ci dicevano, dicevano e scrivevano: meglio fermare tutto e aspettare la fine dell’emergenza. Invece noi tiravamo dritto con la stessa follia con la quale, molto prima degli altri (perdonatemi uno sbuffo di immodestia), aprivamo una finestra nel web dalla quale godere dello spettacolo di cui allora godevano in pochi. Ci siamo detti: facciamo musica, creiamo, mettiamo su spettacoli anche a teatro chiuso. E lo abbiamo fatto subito.
Subito.
In piena pandemia.
In piena confusione istituzionale.
In pieno vuoto di potere culturale.
Abbiamo, ognuno per la sua parte (così mi rifaccio dell’immodestia di cui sopra), messo su una stagione esclusivamente per il web con opere pensate esclusivamente per il web.

Non potendo governare il futuro, di cui vi ho parlato da queste parti, lo abbiamo inseguito con l’illusione di poter affrontare almeno qualche curva insieme senza respirare la polvere di chi aspetta che siano gli altri a fare strada.  

E lo abbiamo fatto senza renderci conto che quei passi nel buio sarebbero stati determinanti nelle nostre vite professionali e non solo. Oggi se guardo indietro trovo i migliori spunti per ciò che farò domani. Un Teatro chiuso e buio trasformato in un grande set cinematografico per tutto questo tempo è la migliore metafora per il Teatro che da dopodomani tornerà a essere il vecchio caro Teatro Massimo con 1.200 e passa posti disponibili, il più grande d’Italia e il terzo in Europa.

Nasciamo tutti al buio, il resto è rivoluzione.