C’era una volta

Il nuovo non avanza, si insegue, si stana, C’è questa insana idea che l’innovazione ci debba raggiungere comunque, ineluttabilmente come le tasse, la morte e il silenzio di Badalamenti (cit.). Invece no, e che a ricordarlo qui debba essere un tizio come il sottoscritto che ha più strada alle spalle che futuro davanti è divertente (almeno per me).
L’idea del futuro è qualcosa che ti prende alle spalle, senza un motivo apparente.
E per spiegare bene vi racconto due brevi episodi della mia vita.

Metà anni ’90, Giornale di Sicilia. Ero vice caporedattore, capo delle Cronache Siciliane, e nel quasi totale disinteresse di una redazione analogica guardavo oltre. Mi interessava questa strana macchina virtuale che metteva in comunicazione le persone del mondo con un paio di clic, ci si scambiavano esperienze, musica,  deliri notturni. Perché era di notte che vivevamo a quei tempi, noi smanettoni. Tutti gli altri ci guardavano storto, poiché il web percepito era allora legato alla clandestinità delle sensazioni: e poco importava se era scambio di files o di numeri di telefono. Noi eravamo marchiati. Al giornale eravamo in due: io e Daniele Billitteri. Parlavamo la stessa lingua, anche perché lavoravamo insieme già da oltre un decennio. E solo dopo una manciata di anni sarei riuscito a convincere l’editore che non bastava un modem semiclandestino a mettere in moto il cambiamento.
Il resto è storia. Il sito del Gds venne varato con grande successo di pubblico e poi inspiegabilmente chiuso per cinque anni. Anni in cui da spento come testimoniai su queste pagine da spento il gds.it faceva oltre tremila utenti unici al giorno. Insomma, ogni giorno tremila persone si collegavano per guardare un monoscopio. E l’editore non ne sapeva nulla, nel migliore dei casi.
Oggi il Gds sta affondando e la gestione dell’online è uno dei capitoli cruciali del “come non si fa”: roba da studiare all’università.

Agosto 2014, Teatro Massimo di Palermo. Il sovrintendente Francesco Giambrone mi chiede di riposizionare il Teatro sul web e non solo. Accetto al buio per due motivi: conosco e stimo Francesco da molti anni e soffro per come il teatro è nudo e disarmato di fronte a qualsiasi tipo di innovazione. Mi invento una web tv, accendo i riflettori dei social, metto su un sito degno di questo nome, e si va. Soprattutto mi prende alle spalle l’idea, quella idea che altrimenti avrei temuto… sì, quella : mandiamo GRATIS online tutte le prime delle nostre opere, con sei telecamere, in full hd.
Ma come? E se le diamo gratis, chi se lo compra il biglietto? Se lo chiedono molti dinosauri della burocrazia, ma non Giambrone. Che, senza battere ciglio, si fida e mi dà carta bianca. Non ne ho mai parlato prima d’ora, ma credo che la sua lungimiranza sia stato il catalizzatore ideale per la mia follia.
Oggi il Teatro Massimo ha una partnership consolidata con Google (ultimamente anche con YouTube), è finito sulla prima pagina del New York Times anche per la sua attività sul web, e ha una web tv che non sfigura in campo mondiale.

Perché vi ho raccontato queste storie?
Perché nel mio minuscolo servono a testimoniare che, anche e soprattutto nei momenti complicati, l’innovazione è un’idea che deve volare libera dai lacciuoli dell’ordinarietà. Sennò è buona amministrazione, o lucida burocrazia, altra cosa comunque.
Le migliori idee vengono sempre quando si è senza guinzaglio (o quando anche per poco al guinzaglio si è sfuggiti). E non è detto che siano buone, la percentuale di rischio dà il valore umano, professionale e intellettuale di chi le avalla. Perché farsele venire è una cosa, approvarle è un’altra.

Siamo in un’epoca difficile e per questo dobbiamo pensare a nuovi grimaldelli, nuove chiavi di lettura, nuovi parametri per catalogare gli items che ci circondano.
E se lo faccio io che, proprio in questo momento, sento per la prima volta sul groppone tutto il peso dei 57 anni accumulati spesso barando nelle mie sei-sette vite, non vorrete non farlo voi, giovani e forti?
Quindi pensate, pesate, agite.  Il mondo, oggi più che mai, è dei creativi o comunque di quelli che non hanno paura di mettersi a nudo per raccontare una storia che gli altri aspettano (anche se non lo sanno).

Sin quando ci sarà un “c’era una volta” ci sarà una volta. E una luce da spegnere su un bambino che prenderà sonno e che progetterà un mondo nuovo, con un futuro da stanare, inseguire.

“Caccia alle brevi!”

L’articolo pubblicato oggi su La Repubblica Palermo.

Una volta si diceva che la lettura del giornale al mattino è la preghiera dell’uomo moderno. Oggi sappiamo che il rito e addirittura la religione sono cambiati. I giornali, sino a qualche decennio fa, erano luoghi molto diversi da come sono adesso. Erano culle di notizie, palestre di sopravvivenza, scuole in cui consumavano grandi successi sociali ma anche molte ingiustizie. Erano cucine di fatti che venivano serviti a volte crudi, altre volte adeguatamente lavorati e conditi. Un esempio di cuoco ideale per capire cosa erano le redazioni trent’anni fa è stato Armando Vaccarella, storico caporedattore del Giornale di Sicilia. Armando aveva il cinismo tagliente di chi sapeva bene che nel giornalismo di quegli anni non si galleggiava: o si nuotava o si annegava. Era il primo motore immobile di un sistema produttivo che era al contempo stile di vita, insalata di dovere e cazzeggio. Imprevedibile come la vita vera che, allora, imponeva di leggere nell’aggettivo “virtuale” la definizione prevalente di “non reale” e nulla di ammaliante. Armando fu tutto e il suo apparente contrario. Fu la penna al servizio della direzione per i triti editoriali sul traffico – che ispirarono Vincenzo Cerami per la celebre scena di Johnny Stecchino – ma fu anche il primo a raccogliere lo sfogo di Libero Grassi. Il suo grido di battaglia era “Caccia alle brevi!” perché a quei tempi i giornali dovevano stipare quante più notizie possibili: e per un prodotto solido la quantità era importante. Regalò pomeriggi indimenticabili quando, per riuscire a parlare con Sergio Mattarella che si negava al telefono, finse di essere la segretaria di un ministro e, stabilito il contatto col politico riottoso, lo salutò con un “Sergio, Armanduccio tuo sono: ti ho fregato…”.
Una volta – siamo nell’epica – voleva sfuggire a Raffaele Bonanni che stava arrivando a tradimento in redazione e stimò opportuno sdraiarsi per terra dietro la scrivania mentre tutti noi, pietrificati da una risata che non poteva scappare, osservavamo il sindacalista vagare inutilmente per lo stanzone. Era un gran cuoco di notizie perché conosceva il valore del tempo, e il tempo è fondamentale nella cucina di una redazione: senza non si controlla, non si vaglia, non si spiega. I giornali di quell’epoca erano luoghi in cui la fretta era ammessa solo al momento di consegnare il lavoro alla tipografia, alla fine della giornata. Un’insalata di dovere e cazzeggio. Come la vita vera.

La colpa di voler vivere a colori

Era l’8 settembre 1988, me lo ricordo come se fosse ieri. Il giornale per cui lavoravo mi inviò a Torino per seguire la tappa italiana di Human Rights Now!, il tour mondiale in cui suonavano artisti come Sting, Peter Gabriel, Bruce Springsteen, Tracy Chapman organizzato per celebrare il quarantesimo anniversario della costituzione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Scrivevo di musica allora e, come ripeto spesso, mi meravigliavo che mi pagassero pure. Ero in uno di quegli stati di grazia che capitano al massimo due volte nella vita, almeno da sobri, quando il mix tra gioventù, spruzzi di accettabile perdizione e passione (per il lavoro, per la vita, per i punti di domanda) non produceva altro che un incosciente entusiasmo.
Quindi ero a Torino, seduto a sfumacchiare, accanto al mio amico Valerio Pietrantoni, con i grandi del giornalismo musicale di allora: Mario Luzzato Fegiz, Kay Rush e diversi altri.
C’era la musica – otto ore di musica – c’era la macchina da scrivere e c’era il fax con cui inviare il pezzo per la prima edizione, da ribattere in nottata.
Ricordo ogni secondo di quella giornata perché mentre tutto accadeva io prendevo appunti non per il giornale, ma per me.
Era uno di quei momenti in cui sapevo di vivere “uno di quei momenti”.
E la cosa che più mi rimase impressa non furono le schitarrate di Springsteen con la sua E Street Band, non fu il salvataggio di Claudio Baglioni da parte di Peter Gabriel che, vedendolo fischiato, lo raggiunse sul palco a sorpresa intonando con lui Ninna nanna nanna ninna, non furono il carisma di Youssou N’dour né la carica ritmica di Sting.
No.
A colpirmi veramente fu un’opera di Mordillo esposta fuori dallo stadio. Quella che vedete in questa pagina, ispirata all’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani, quella sulla libertà di opinione e di espressione. Non l’ho mai dimenticata, quell’opera. Ieri l’ho ritrovata sul web e sono felice. E l’ho rivista attualissima, anche se risale agli anni Settanta.
Potrebbe essere un programma politico, oppure un articolo di legge, un’intenzione o un ammonimento, un comandamento o un diktat: in un mondo grigio non è una colpa voler vivere a colori.

Chi non salta comunista è

Quando nel 2001 Forza Italia si prese la Sicilia – ci pensavo ieri guardando la mia scheda elettorale – io ero ancora al Giornale di Sicilia. E fu proprio in quell’anno che iniziò il mio lento divorzio, prima sentimentale poi materiale, dal quotidiano di Palermo.
Con lo strapotere del Centrodestra – Cuffaro alla Regione e Cammarata al Comune – l’Isola si consolidò come vero terreno di conquista e il giornale divenne l’organo ufficiale di una parte politica che non faceva mistero di certe sue propensioni per la pacchianeria: famoso il coro “chi non salta comunista è” sulle macerie del 61 a zero.
Nei miei vent’anni al giornale ho sempre tenuto un’agenda aggiornata: se mi chiedete che accadeva e cosa facevo quel dato giorno di quel dato anno, io sfoglio e rispondo.
È così che dai miei appunti viene fuori un episodio datato 26 novembre 2001. Diego Cammarata è stato appena incoronato sindaco di Palermo (con 56 per cento dei voti) dopo aver stracciato il candidato dell’Ulivo Francesco Crescimanno (che si ferma al 23). Nella consueta riunione telefonica al Gds, il condirettore Giovanni Pepi gela tutti chiedendo conto e ragione in modo molto veemente di un articoletto di taglio basso, 20 righe scarse, in cui si dà voce al dissenso di Orlando. Pepi vuole conto e ragione di quelle maledettissime righe, manco fosse un fondo in prima.
La responsabilità se la prende Francesco Foresta, che tutto è fuorché amico di Orlando. Ne viene fuori un durissimo scontro verbale (sempre per telefono) che lascia il segno su Francesco e che minerà alla base i rapporti tra alcuni di noi (in realtà io e lui) e il condirettore. È il primo atto di un inarrestabile cambiamento della linea del giornale, completamente sdraiata sulle posizioni del Centrodestra.
In via Lincoln la vita per noi cambia, diventa impossibile: strigliate quotidiane per una tacca, cazziate per foto piazzate in pagina senza che siano state scelte tra quelle scattate dal condirettore stesso, un controllo ossessivo su ogni riga di politica o di giudiziaria (perché spesso le due cose convivono), il morboso richiamo a un fantoccio di informazione che vorrebbe essere equilibrata, ma è solo e scarsamente equilibrista.
E poi il commissariamento con la nomina di altri tre vice-capiredattori “di fiducia” che limitano in modo plateale il nostro ruolo: guardiani nelle grazie della direzione. Quando nel febbraio del 2007 mi accorgo di non essere più in grado di cambiare una breve senza chiedere il permesso, mi alzo e me ne vado per non tornare mai più. Con me, ovviamente, c’è Francesco che dà le dimissioni il mio stesso giorno, un anno più tardi.
Oggi molte cose sono cambiate: Francesco non si è potuto godere a lungo l’amata libertà, Pepi non è più condirettore del Gds, il giornale sta cercando di riprendere quota con altre ali e altre idee, il Centrodestra non comanda più.
Questo pensavo ieri guardando la mia scheda elettorale.

La rivoluzione della gentilezza

Prendo spunto da un episodio secondario per cercare di raccontare un fenomeno di primaria importanza. Nella consueta diretta Facebook del Giornale di Sicilia, Marco Romano che del GdS è vicedirettore fresco fresco, ha colto l’occasione per fare le condoglianze a Emanuele Lauria, cronista parlamentare di Repubblica Palermo (ovvero diretto concorrente del Gds), per un lutto familiare.
Non sono uno che ama il buonismo, come sapranno i miei dodici lettori, però sono uno sensibile ai venti che turbinano, che scompigliano capelli e idee. Detesto le smancerie, ma le amo se conducono in un luogo dove la smanceria si vaporizza. Ecco, in questo piccolo gesto del non-eroe Romano io ho visto un’ispirazione. Che dal mio punto di osservazione ha una presunzione di universalità.
Se tutti noi – battaglieri, incazzosi, tronfi di un tesserino, sudaticci perché effettivamente fatichiamo, cazzeggiatori, seriosi al limite del ridicolo, contestati e resistenti, pennivendoli e umiliati da gente che non sa cosa significa pennivendoli – imparassimo che la gentilezza è l’arma migliore contro la barbarie dell’ignoranza, non sposeremmo un ideale religioso (porgere l’altra guancia rimane sempre il miglior modo per assomigliare a qualcuno che non siamo stati e non saremo mai), ma almeno impareremmo a distinguere tra i barbari e tutti gli altri. In un momento in cui la storia la scrive chi non sa impugnare una penna, nel famoso mondo alla rovescia in cui si mangia di nascosto e si defeca tutti insieme allegramente, dare una pacca sulla spalla al concorrente atterrato da un lutto è un atto di grande rivoluzione culturale in una piccola trincea di resistenza.

Il nuovo Giornale di Sicilia

Il nuovo Giornale di Sicilia







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Ecco cos’è stato il Giornale di Sicilia di Giovanni Pepi

Ecco cos'è stato il Giornale di Sicilia di Giovanni Pepi







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Pepi rap

Pepi rap







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Un paio di cose sul Giornale di Sicilia

giornale_di_siciliaDue, tre cose sul Giornale di Sicilia e sullo sciopero che da giorni sta tenendo lontano il quotidiano di Palermo dalle edicole.

Il Giornale di Sicilia come lo conosciamo adesso è figlio, anzi nipote di una serie di errori riconducibili in gran parte, ma non nella sua totalità, alle scelte della direzione: sempre la stessa da quasi trentacinque anni. A seconda dei punti di vista la longevità professionale del condirettore Giovanni Pepi può essere vista come elemento di stabilità o come tarlo di inadeguatezza: se da un lato non si può escludere che un uomo solo al comando per così tanto tempo conosca bene la macchina, dall’altro i risultati ci dicono che la sua guida non è stata sicura. E più di una volta la macchina è finita fuori strada.
Le scelte aziendali al Giornale di Sicilia sono sempre state ottriate, mai lontanamente concordate. Effetto di una direzione forte e, innegabilmente, di una redazione che poche volte ha conosciuto l’unità. Una redazione di gran livello professionale, ma di scarsa, scarsissima lungimiranza.
Prendete il web. Quando intorno al Duemila i vertici di via Lincoln si accorsero che esisteva una cosa chiamata internet, io e Daniele Billitteri eravamo gli unici a bazzicare in quel mondo già da tempo: ovviamente ci prendevano per perdigiorno (per non dire altro). Convinsi la direzione a darci una connessione e ci volle poco per vincere la diffidenza collettiva alimentata da un dirigente dell’epoca che in una riunione disse, testualmente: “Propongo di non scrivere la parola internet sui giornali perché è una cosa che nel giro di pochi mesi finisce”.
Finì come finì e spinsi l’editore non solo ad aprire un sito web, disegnato artigianalmente da Daniele, ma mi inventai anche un inserto settimanale dedicato a quel mondo misterioso.

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Buona musica, Maurilio caro

Maurilio PrestiaSe ti accorgi che stai scrivendo più di morti che di vivi ci sono due cose da fare. Congratularti con te stesso perché ancora sei di questa terra e brindare alla salute di quelli di cui ancora non hai scritto. Ecco, questa è una tipica frase che avrebbe scritto Maurilio Prestia che tutti celebrano oggi come organizzatore di concerti, ma che io ricorderò sempre come giornalista, come critico musicale.
Negli anni Ottanta eravamo giovani e ci muovevamo sulla scia dei critici di maggiore esperienza, Gigi Razete, Fabio Caronna, il fiammeggiante Pippo Ardini. Io e Maurilio scherzavamo sempre sul fatto che non ci incontravamo mai di giorno, del resto era la notte il nostro orticello. Erano tempi di musica a go-go, soprattutto per il jazz e il rock. In certe sere recensivamo anche due concerti in contemporanea – lui per il L’Ora, io per il Giornale di Sicilia – organizzandoci per tempo: ne seguivamo uno l’uno e a notte fonda davanti a birra e sigarette ci scambiavamo gli appunti. Un paio di volte facemmo un gioco ancora più perverso: siccome i concerti erano in location abbastanza vicine tra loro, ne seguimmo un tempo l’uno per poi scambiarci il posto durante l’intervallo.
Era uno spasso Maurilio. Era uno spasso lavorare con lui, che in realtà doveva essere un mio concorrente, ed era uno spasso lavorare a quei tempi con interlocutori come Arturo Grassi e Totò Rizzo, i due pazzi che credettero in uno come me, capellone, vestito di mille colori, chitarrista fallito e fissato col giornalismo.
Me la ricordo, la prima sera in cui mi mandarono a seguire un concerto. Era al Brass e c’era Maurilio, che non scriveva ma ascoltava. Io partorii trenta righe lunghe una notte, l’indomani mattina consegnai il pezzo a Totò che, perfidamente non mi disse nulla. Anzi mi disse: “Aspettiamo Arturo”. Passeggiai sotto la sede del giornale per quattro-cinque ore. Poi tornai alla carica.
“Bravo, 7 e mezzo”, mi disse Totò. Ma non pubblicarono il pezzo: in realtà si trattava di una prova e quel concerto l’aveva seguito l’allora titolare, Fabio Caronna (che io non avevo mai visto, quella sera, perché troppo preso da vergare appunti su appunti, manco avessi dovuto scrivere la biografia di Miles Davis).
Fui felice lo stesso. Quella sera me ne uscii galleggiando sulla mia nuvoletta di orgoglio: presto sarei stato un critico musicale vero! Avrei firmato sul Giornale di Sicilia! E mi avrebbero persino pagato (pochissimo, ma chi se ne fregava…)!
Alla prima cabina telefonica chiamai Maurilio e ce ne andammo a Mondello a cazzeggiare e a parlare di musica. E a impastare birra e sigarette con l’incoscienza felice di chi ha appena addentato i vent’anni.
Quanta musica c’era. E che silenzio che c’è oggi.
Buona musica, Maurilio caro.