Giovani vandali, vecchie questioni

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

C’è qualcosa che andrebbe detto senza troppi giri di parole ai quattro ragazzini che hanno imbrattato le colonne del Teatro Massimo di Palermo e che sono stati identificati dai carabinieri. Innanzitutto che la loro bravata è molto stupida e che è giusto che paghino per l’errore commesso. Tutti siamo stati giovani e tutti conosciamo l’ebrezza dell’imprudenza. Ma non c’è sbaglio senza rimedio, almeno tentato, e crescere non significa solo allungare radici e mettere nuovi rami, bensì perdere le foglie e resistere al vento che spettina i pensieri. Ora il rischio per questi ragazzi è che si ecceda in colpevolismo o in senso opposto. Viviamo in un’epoca in cui ti mettono alla gogna per una foto con l’orologio sbagliato ma ti osannano se lo rubi in diretta Facebook. Serve una linea tracciata chiaramente tra reale e non. Qualcuno, ad esempio i loro genitori, potrebbe impegnarsi per spiegare (o far spiegar) loro che il fatto di trascorrere la maggior parte delle nostre vite davanti a uno schermo ci ha tolto la tridimensionalità delle cose: è quella che Hagi Kenaan definisce “estetica dell’appiattimento”. Il pennarello sulla colonna di marmo prezioso è frutto di un declassamento di pudore e prudenza a nuovi filtri di Instagram.   

Infine pare che i ragazzi in questione non sapessero nulla del Teatro Massimo e di ciò che rappresenta, in generale, un teatro in una comunità (qui c’è un compendio di quel che rappresenta per me,per chi ha tempo da perdere). Per questo c’è un rimedio antico: studiare, imparare. Rendersi conto che il palcoscenico dell’arte non è solo quello racchiuso nei luoghi dove quell’arte si espande, ma è ovunque ci sia curiosità. Ecco, una lezione potrebbe proprio avere a che fare con una verità che dimentichiamo spesso: a volte è solo uscendo di scena che si può capire quale ruolo si è svolto.

Più narrazioni, meno commemorazioni

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Se non ci fossero di mezzo una tragedia infinita e una ferita al cuore dell’Italia, quella delle stragi del 1992 sembrerebbe una storia scritta apposta per essere raccontata. Del resto con l’infinita serie di colpi di scena, con una galleria di personaggi dalla doppiezza cinematografica, col drammatico succedersi di speranze e delusioni, di dubbi e certezze, la solidità del plot sarebbe assicurata. Ma ovviamente una cosa è la realtà, un’altra la finzione. Ed è un bene che la linea di demarcazione sia netta, chiara, giacché è proprio nello stridere di emozioni contrastanti che il teatro produce i suoi frutti: il palcoscenico è il luogo dove queste emozioni convergono, si moltiplicano o si annullano, emergono o si inabissano. È il tempio della libertà, ideale per narrare di libertà che non ci sono (più). Ma è anche una culla dell’emozione dove la fonte di ispirazione meno romanzesca può lasciare spazio al dolore sordo, quello senza più lacrime, al tremendo senso di ingiustizia che viene fuori da ogni singola domanda di verità che non trova risposta.

Siamo abituati alle commemorazioni, tragicamente abituati. Per troppo tempo la cultura, alle nostre latitudini, si è impigrita proponendo scorciatoie anche nobili, ma pur sempre scorciatoie. Siamo un popolo che vive di consuetudini, che tende a navigare a favore di corrente. C’è voluto un  lungo lockdown per realizzare che quella per la cultura è l’abitudine più facile da perdere poiché in questo Paese la cultura è considerata una sorta di bene accessorio, una cosa in più, se resta spazio e tempo… In tal modo in un periodo complesso come questo è più facile disabituarsi: perché non c’è nulla di più fragile di un’abitudine che non ha intenzione di sopravvivere a se stessa.

Ecco perché servono più narrazioni che commemorazioni. Perché si può essere ricchi e forti, amati, temuti e potenti, ma senza qualcuno che ti racconta una storia si è semplicemente nudi. Il “c’era una volta” non è solo l’inizio di qualcosa, ma è soprattutto una finestra aperta sul mondo migliore che riscatta la pochezza di quello in cui ci siamo ritrovati a vivere. Forse quello della fantasia è l’unico posto in cui siamo davvero ciò che meritiamo di essere.

Se la convergenza astrale di questi tempi bui continuerà a incrociarsi con l’orgoglio strabico di chi ritiene che contro la criminalità più o meno organizzata servano solo operazioni di polizia, resteremo senza il cibo per la nostra immaginazione. E questo digiuno, credetemi, non si placa con succedanei, giacché la cultura è fatta di materia prima che non ha surrogati. C’è o non c’è. Non è un asparago che, se non lo trovi fresco, puoi sempre reperirlo tra i surgelati.

Negli anni scorsi con Salvo Palazzolo abbiamo scritto due opere-inchiesta per il Teatro Massimo di Palermo, “Le parole rubate” e “I traditori”, nelle quali abbiamo cercato di indagare tra i misteri delle stragi Falcone e Borsellino. Era un tentativo di imbastire un’indagine sul palcoscenico del teatro d’opera più grande di Italia che partiva da un presupposto: nel luogo dell’arte, cioè nel tempio in cui si celebra il primato della fantasia, si può trovare la libertà che serve per provare a evadere dalle prigioni delle versioni preconfezionate.
Era la nostra ricerca della verità. La verità del dubbio.
Ecco il punto. Quando il teatro entra in una dimensione da maneggiare con cura, dove finisce il recinto della cronaca e dove si apre il cancello della fantasia? 
Probabilmente la risposta sta nella domanda stessa: l’eterna celebrazione del dubbio può essere un modo per evitare di impantanarsi nel fango delle contraddizioni delle versioni ufficiali puntualmente derubricate a coincidenze. Coincidenze che – lo abbiamo imparato soprattutto per le inchieste sulla strage di via D’Amelio – non sono altre che menzogne scritte in anticipo.

Se il teatro, come si dice, è la zona franca della vita, forse lì sarà finalmente possibile ricominciare, rimediare, rinascere. E commemorare finalmente guardando al futuro.

Mozziamo quel ditino

In Italia nel mondo della cultura e dello spettacolo c’è una cosa di cui tutti parlano e su cui pochi si interrogano fattivamente. Ed è il sistema di sopravvivenza da opporre alla dittatura della pandemia. Su queste pagine e altrove ho già detto la mia in proposito. Ma ora è venuto il momento che vi racconti, per mia minima esperienza, cosa vedo o sbircio dal mio abbaino tecnico.

Partiamo da una similitudine non peregrina. Se in Italia si fosse investito nell’istruzione come sarebbe stato giusto fare, e come è stato fatto altrove in Europa e nel mondo, oggi il dibattito sulla riapertura delle scuole sarebbe ben diverso, per contenuti e per toni. Vale la pena di ricordare che l’Italia è ultima in Europa per spesa nell’istruzione in rapporto alla spesa pubblica: il che già spiega la considerazione che i vari governi – tutti, di destra, sinistra, cretinocratici e pseudo-illuminati – hanno per l’istruzione.

Fine della parentesi, che servirebbe comunque anche se parlassimo di qualunque altra cosa, perché un Paese che mortifica l’istruzione è un Paese che non è degno di aver una parola in più rispetto alla bocciofila “Amici dello zio” di Vattelapesca.

Il problema dei problemi in questo momento di chiusura forzata è sempre il rapporto con lo streaming e col web, inutile girarci intorno. Se state leggendo questo post sapete che chi scrive è fonte coinvolta quindi non aspettatevi un approccio problematico alla questione: secondo me, lo streaming fatto con tutti i crismi e usato con buona creanza (e fantasia) è la salvezza. Punto. Il problema è l’effetto che provoca in un ambiente che sino all’altroieri ha vissuto in un’oasi ovattata, tra velluti e belletti, tra miti e privilegi. È chiaro che io parlo in modo molto generico perché vivendo in un grande teatro d’opera so bene che, anche ai tempi d’oro, la vita non era rose e fiori per tutti: il binomio sudore-lavoro vale per chiunque metta impegno e buona volontà, nei teatri come nelle fabbriche.

E allora procediamo per massimi sistemi, ma senza nasconderci dietro il mignolino  alzato.

Le esigenze televisive che costringono le masse artistiche a sobbarcarsi un lavoro nuovo – non più pesante, non meno importante, semplicemente “nuovo” – comportano necessariamente un cambiamento nel rapporto con il pubblico (e del pubblico in particolare parleremo tra breve) e soprattutto la caduta di alcune certezze. Innanzitutto serve una maggiore flessibilità. Se prima per spostare la sedia di un professore d’orchestra ci voleva una decisione che investiva una catena di comando di almeno una mezza dozzina di persone (senza mettere nel conto ovviamente gli artisti coinvolti), oggi se un leggio impalla una telecamera si deve provvedere e basta, senza bizantinismi o timori di lesa maestà. E non è un procedimento automatico, eh. Oggi non è più prevalente il modus, non pesa più la consuetudine di qualcosa che è com’è perché è e basta, ma la legge di un prodotto che deve essere competitivo, quanto più perfetto possibile, e in linea con la tradizione (che non va mai messa da parte, neanche nei momenti in cui si è tentati di scegliere una scorciatoia “salvavita”).

E poi c’è il nuovo pubblico. Ripeto nuovo pubblico. Che è la vera novità di una vera politica culturale al passo coi tempi disperati in cui viviamo. Per decenni – e mi tengo stretto con l’approssimazione – l’unico pubblico che davvero importava a chi imbastiva programmi artistici di ogni genere e grado era quello televisivo, un pubblico passivo ma determinante grazie a quel meccanismo perverso che si chiama Auditel. Oggi per la cultura dell’anno 2021 il pubblico è la cosa più preziosa che possa esistere perché esso stesso, e finalmente, decreta la certificazione dell’esistenza in vita dei teatri. È il pubblico di Netflix che può essere lo stesso di quello del Teatro Massimo di Palermo o di qualunque altro teatro. Non è più un pubblico (tiepidamente) abituato, o (piacevolmente) in ostaggio, o in qualche modo garantito da una consuetudine. No, è un pubblico totalmente da conquistare. È il nuovo pubblico che proviene da altri lidi culturali, che conosce il mezzo ma non ha idea del contenuto (concetto cruciale, consentitemi), che soprattutto se ne frega delle antiche prospettive. Sbuffa se non capisce, ti sbeffeggia se cerchi di prenderlo ruffianamente per il verso buono, ti molla se non riesci a trattenerlo. Tutto in un attimo, in un clic. Non c’è niente da fare, non c’è via d’uscita. Si è in ballo e si balla: è l’emergenza, bellezza.

È questo il nostro nuovo padrone. Il pubblico liquido che nulla sapeva dell’opera e che adesso si incanta davanti a due ore di concerto come rapito da una sensazione inebriante e sconosciuta. Il pubblico del web che ci tiene a farti sapere che c’è, esiste, da ogni continente, e che ha il gusto di mandare la foto che lo ritrae davanti al computer mentre assiste in diretta a uno spettacolo che si volge a sette fusi orari di distanza. Il pubblico che ti regala complimenti gratis e che sceglie di accompagnarli a una donazione volontaria per sostenere un teatro che magari non visiterà mai  per motivi geografici o perché chissà, ha i cazzi suoi. Un pubblico intransigente che non conosce la netiquette dei circoli damascati e fischia forte, fortissimo, se lo spettacolo non gli piace ma che chiede spiegazioni per iscritto e magari uno gliele dà e si instaura un nuovo rapporto, inaudito tra scena e platea.

Un nuovo pubblico che c’è e del quale la vecchia cultura non può fare a meno e che adesso non può ignorare. Finalmente (dico io).              

Teatri chiusi, istruzioni per l’uso

Quando nel 2015 sono arrivato al Teatro Massimo di Palermo la situazione era molto diversa da oggi. Dentro e fuori. Dentro, c’erano una cultura analogica e granitica, i computer e il digitale erano usati a malapena per spedire qualche mail, lo spettacolo era tutto sul palcoscenico. Fuori, c’era un mondo disordinatamente ordinario fatto di spettatori paganti, di contatti, di relazioni, di progetti a scadenze fisse.

L’innovazione tecnologica è arrivata come spesso arrivano queste cose, per scelta di pochissimi, in una semi clandestinità da intrusi, con contorno di abbondante sospetto da parte di tutti gli altri, a parte i pochissimi di cui sopra. La decisione più dirompente, e importante, fu quella di mandare in diretta web in forma gratuita tutte le prime delle nostre opere.

Da lì iniziò un cambiamento lento che, non senza scossoni, ostacoli non proprio artificiali e alzate di spalle più o meno metaforiche, ha portato il Teatro Massimo in una nuova dimensione. Questa è la parte sulla quale sorvolo (ne ho scritto più volte sui giornali, qui qui e qui trovate qualcosa). In poche parole l’obiettivo era quello di dimostrare che un utilizzo corretto del web non sottrae nulla al nostro sistema di relazioni e anzi porta alla creazione o al consolidamento di occasioni preziose per tentare nuove narrazioni. Il concetto fondamentale che vi chiedo di tenere a mente è quello di “economia di posizione”: cioè una forma di tesaurizzazione non in forma immediatamente economica,  bensì strategica, logistica, lungimirante. Essere dove gli altri non sono ancora è una forma di ricchezza che non è scalfita da svalutazioni o inflazione.

Il libretto delle istruzioni.

Ma erano ancora altri tempi. Un altro tempo in cui gli spettatori erano quelli che vedevamo fisicamente, che incrociavamo nel foyer, che salutavamo personalmente (ah, le strette di mano, gli abbracci…), dei quali conoscevamo gusti e pregiudizi. Un altro tempo in cui bastavano tre telecamere e un collegamento volante per stupire senza troppa raffinatezza. Un altro tempo in cui il libretto delle istruzioni era ancora dentro il teatro e riguardava esclusivamente il teatro, perché era lì e solo lì che si celebrava l’antico rito dell’arte. Ed era lì e solo lì che lo spettatore trovava modi e ragione per assaporare la sequenza di emozioni che lo spettacolo doveva suscitare. Il prodigio si ripeteva a ogni replica con la sacralità del gesto di accomodarsi, con la pazienza di non muoversi troppo, con la saggezza di lasciarsi stupire dal fascino del classico (cioè qualcosa che conosciamo a memoria ma che non ci stanchiamo di considerare sorpresa).
Poi venne il virus e cambiarono gli scenari.
Il pubblico divenne liquido, anzi impalpabile. Perse il suo potere contrattuale di critica, almeno nel senso noto come diritto di utente pagante. E soprattutto divenne immenso come la potenzialità di un incontro al buio, di un’entità recensibile. Non sapevamo più nulla di chi ci guardava: altro che gusti e pregiudizi.
Questo è un passaggio fondamentale del ragionamento quindi permettetemi di essere pedante, in fondo è il mio orticello.  
Era cambiato drammaticamente il libretto delle istruzioni. Perché le istruzioni non erano più solamente teatro e nel teatro.  
Siamo a oggi. La lingua è un’altra lingua: è la lingua dei social, dei media sopravvissuti, delle serie tv, dei nuovi neologismi accettati dall’Accademia della Crusca. Si può scegliere di capire o meno, ma opporsi per principio significa arretrare. E arretrare in tempi di guerra significa perdere, scomparire.

Il passato non serve più?

“Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”.
Nelle “Lezioni americane” Italo Calvino dà le sue (preziose) indicazioni sull’arte e sul futuro, sul mondo della letteratura e su quello delle relazioni sociali. Siccome non si invecchia per caso, mi piace proporvi un brandello dei suoi ragionamenti per spiegare un altro passaggio fondamentale della mia modesta trattazione: il fatto che il futuro avanza inesorabile non vuol dire che il passato non serva più a nulla. 
Il futuro e il passato sono i temi che più ci sconvolgono in questo momento, ammettiamolo. Anzi ci sconvolge il loro contatto brusco. Mai prima d’ora il nostro passato è stato diverso dal nostro presente, figuriamoci il futuro.
E allora mi sporco le mani e scrivo le tentazioni che dobbiamo evitare:
L’innovazione tecnologica rompe i privilegi di una casta e apre alla vera democrazia;
La spettacolarizzazione di un evento lo rende indimenticabile;
I nuovi fruitori sono i nuovi padroni, una versione moderna de “il cliente ha sempre ragione”.

Leggerezza e rapidità.

Odio i numeri, a scuola ero sempre rimandato in matematica, ma mi arrendo a una tardiva evidenza: i numeri servono.
In Italia ci sono più dispositivi smart che abitanti. E gli italiani trascorrono online circa sei ore al giorno, pressoché in linea con il trend mondiale. Di queste sei ore, tre vengono catturate da smart tv o piattaforme di streaming (le smart tv ovviamente hanno la parte maggiore).
Ciò significa che il pubblico e le poltrone ci sono.
Ora serve lo spettacolo.
Quando, molti anni fa, mi occupai di transizione dalla carta al web per un grande gruppo editoriale italiano diedi una sola avvertenza al mio team: evitare che il nuovo, urgente, istinto al laicismo internettiano divorasse la sacralità della carta nel nome di un nuovo estemporaneo dio. Ancora oggi è un mio mantra, sulla scorta di ciò che scrivevo sopra: il fatto che il futuro avanza inesorabile non vuol dire che il passato non serva più a nulla.
È una questione di codici, per quel che posso capire. Basta azzeccare quelli giusti, come la combinazione di una cassaforte o il pin di un cellulare.
Ci sono solo due parole da pesare bene, tra i miliardi di sbuffi, ghirigori e sproloqui, che il web ci impone: leggerezza e rapidità.
Vi dicono niente? Eh, siamo di nuovo a Calvino. Che era sì uomo di un altro secolo, ma che non era un fesso.
In tempi eccezionali è facile fare due cose sbagliate: tirare i remi in barca e andare a caccia alla cieca di qualcuno da imitare. Nel nostro specifico, vivacchiare sfruttando la corrente e scimmiottare chi ha più talenti e risorse di noi.
E invece la nostra peculiarità sta nell’essere liberi di saper sbagliare da soli.
Come? Facendo quello che abbiamo fatto con sapiente incertezza, muovendoci con saggia paura nel terreno della novità più oscura.
Il crepuscolo dei sogni” è l’esempio (guardatelo se non l’avete visto). Un’opera pensata senza reti di protezione per un mondo sconosciuto, forte delle sue insicurezze, blindata nella sua apertura estrema alle più libere letture. Sul fronte della moderna comunicazione “Il crepuscolo” è un esempio da manuale perché, nella sua più ridondante classicità (e nel suo rimpianto per essa), celebra il qui e adesso senza il ditino alzato, senza la pretesa di dare la lezioncina.
È leggera e rapida. Come regole imposteci da questa era impongono.
Ma nel contempo è classica, è attuale, è precisa. Infatti sorprende a ogni visualizzazione e continua, ogni giorno ad avere spettatori.
Ma il “Crepuscolo” è una eccezione. Molti spettacoli pensati e realizzati per il web ricordano i temini della scuola scritti bene, ma senz’anima. Perché hanno un difetto che riguarda il famoso libretto delle istruzioni: sono cose fatte per i pochi che masticano di opera. E non è la spiegazione che manca, ma l’anima.
Due puntualizzazioni a proposito del “pochi” e della “spiegazione”.         
Tra chi non ha dimestichezza col mondo digitale c’è un problema coi numeri. Allora chiariamo: un migliaio di persone che risultano sul web non sono un teatro pieno, sono un migliaio di passanti, perlopiù distratti, che passano dalle parti del nostro palcoscenico.
Quanto alla spiegazione c’è un equivoco di fondo che può essere sciolto con la differenza che passa tra il mondo reale e quello digitale. Molte spiegazioni che alleghiamo ai nostri video o ai nostri spettacoli in streaming saziano più la nostra visione imperfetta di un mondo che non tocchiamo con mano, che la reale necessità di chiarezza. Le spiegazioni online hanno tempi e modi molto differenti dalle “messe cantate” in presenza, quegli antichi riti in cui il direttore o il regista o chi per loro si presenta dinanzi a un pubblico ossequioso ed elargisce un paio di chiarimenti/esemplificazioni/giustificazioni. Il pubblico online è diverso: non è lì che ti aspetta,  è distratto da mille cose, non paga, non è obbligato dalle circostanze a starti a sentire e soprattutto può passare da lì per caso.
Ricordiamoci di questi passaggi quando riteniamo di risolvere tutto con un paio decisioni che in realtà sanano i conti con la nostra coscienza.

Infine il futuro.

Se siete arrivati sin qui vuol dire che dovrò complimentarmi personalmente.
Cosa ci diciamo per il futuro?
Riprendiamo i concetti chiave.
Il nostro libretto delle istruzioni deve guardare al mondo. Fare l’opera solo per chi conosce l’opera è un atto di onanismo imperdonabile in questi frangenti di chiusura fisica e apertura virtuale. Gli altri, i non-spettatori non-paganti, non sono più i barbari ma sono genti da attrarre. Parlano un’altra lingua, ok. Ma l’arte ha un obbligo preciso in tal senso, per troppo tempo disatteso: inventare nuovi linguaggi per chi a quei linguaggi deve ancora arrivare.
Leggerezza e rapidità devono entrare nel nostro vocabolario di conversione, di traduzione. Perché in questo momento, a parte innovare (che è una fatica pazzesca), noi stiamo traducendo. Stiamo traslando antichi codici in nuovi ambiti e per farlo corriamo il rischio di essere oziosi, autoreferenziali.  Dobbiamo agire a 360 gradi quando pensiamo a programmare per i teatri: ritmo e durata dello spettacolo sono i primi nodi da sciogliere.

Insomma.

Insomma penso che molto abbiamo fatto e che molto possiamo fare: dobbiamo imparare a distinguere tra i confini e l’invenzione di un confine. Spesso siamo noi che ragioniamo applicando vecchi registri a nuove narrazioni. E il motivo è sempre quella piccola insistente tentazione che oscilla tra l’abitudine e la convenienza. Quando qualcosa cambia, la prima tentazione è quella di alzare una Grande Muraglia per difendere ciò che abbiamo dentro. Ma quando ci accorgiamo che il nostro eroismo domestico è solo mero spirito di autoconservazione, allora dobbiamo cambiare idea. Senza esitazione, magari insieme per darci coraggio.
E muoverci davvero per vie che superino la mutazione.    

C’era una volta

Il nuovo non avanza, si insegue, si stana, C’è questa insana idea che l’innovazione ci debba raggiungere comunque, ineluttabilmente come le tasse, la morte e il silenzio di Badalamenti (cit.). Invece no, e che a ricordarlo qui debba essere un tizio come il sottoscritto che ha più strada alle spalle che futuro davanti è divertente (almeno per me).
L’idea del futuro è qualcosa che ti prende alle spalle, senza un motivo apparente.
E per spiegare bene vi racconto due brevi episodi della mia vita.

Metà anni ’90, Giornale di Sicilia. Ero vice caporedattore, capo delle Cronache Siciliane, e nel quasi totale disinteresse di una redazione analogica guardavo oltre. Mi interessava questa strana macchina virtuale che metteva in comunicazione le persone del mondo con un paio di clic, ci si scambiavano esperienze, musica,  deliri notturni. Perché era di notte che vivevamo a quei tempi, noi smanettoni. Tutti gli altri ci guardavano storto, poiché il web percepito era allora legato alla clandestinità delle sensazioni: e poco importava se era scambio di files o di numeri di telefono. Noi eravamo marchiati. Al giornale eravamo in due: io e Daniele Billitteri. Parlavamo la stessa lingua, anche perché lavoravamo insieme già da oltre un decennio. E solo dopo una manciata di anni sarei riuscito a convincere l’editore che non bastava un modem semiclandestino a mettere in moto il cambiamento.
Il resto è storia. Il sito del Gds venne varato con grande successo di pubblico e poi inspiegabilmente chiuso per cinque anni. Anni in cui da spento come testimoniai su queste pagine da spento il gds.it faceva oltre tremila utenti unici al giorno. Insomma, ogni giorno tremila persone si collegavano per guardare un monoscopio. E l’editore non ne sapeva nulla, nel migliore dei casi.
Oggi il Gds sta affondando e la gestione dell’online è uno dei capitoli cruciali del “come non si fa”: roba da studiare all’università.

Agosto 2014, Teatro Massimo di Palermo. Il sovrintendente Francesco Giambrone mi chiede di riposizionare il Teatro sul web e non solo. Accetto al buio per due motivi: conosco e stimo Francesco da molti anni e soffro per come il teatro è nudo e disarmato di fronte a qualsiasi tipo di innovazione. Mi invento una web tv, accendo i riflettori dei social, metto su un sito degno di questo nome, e si va. Soprattutto mi prende alle spalle l’idea, quella idea che altrimenti avrei temuto… sì, quella : mandiamo GRATIS online tutte le prime delle nostre opere, con sei telecamere, in full hd.
Ma come? E se le diamo gratis, chi se lo compra il biglietto? Se lo chiedono molti dinosauri della burocrazia, ma non Giambrone. Che, senza battere ciglio, si fida e mi dà carta bianca. Non ne ho mai parlato prima d’ora, ma credo che la sua lungimiranza sia stato il catalizzatore ideale per la mia follia.
Oggi il Teatro Massimo ha una partnership consolidata con Google (ultimamente anche con YouTube), è finito sulla prima pagina del New York Times anche per la sua attività sul web, e ha una web tv che non sfigura in campo mondiale.

Perché vi ho raccontato queste storie?
Perché nel mio minuscolo servono a testimoniare che, anche e soprattutto nei momenti complicati, l’innovazione è un’idea che deve volare libera dai lacciuoli dell’ordinarietà. Sennò è buona amministrazione, o lucida burocrazia, altra cosa comunque.
Le migliori idee vengono sempre quando si è senza guinzaglio (o quando anche per poco al guinzaglio si è sfuggiti). E non è detto che siano buone, la percentuale di rischio dà il valore umano, professionale e intellettuale di chi le avalla. Perché farsele venire è una cosa, approvarle è un’altra.

Siamo in un’epoca difficile e per questo dobbiamo pensare a nuovi grimaldelli, nuove chiavi di lettura, nuovi parametri per catalogare gli items che ci circondano.
E se lo faccio io che, proprio in questo momento, sento per la prima volta sul groppone tutto il peso dei 57 anni accumulati spesso barando nelle mie sei-sette vite, non vorrete non farlo voi, giovani e forti?
Quindi pensate, pesate, agite.  Il mondo, oggi più che mai, è dei creativi o comunque di quelli che non hanno paura di mettersi a nudo per raccontare una storia che gli altri aspettano (anche se non lo sanno).

Sin quando ci sarà un “c’era una volta” ci sarà una volta. E una luce da spegnere su un bambino che prenderà sonno e che progetterà un mondo nuovo, con un futuro da stanare, inseguire.

Elogio dello streaming

L‘articolo pubblicato su Il Foglio.

Si sa che il buio costringe ad aprire gli occhi, ma ci voleva davvero una pandemia per scoprire l’utilità dello streaming per tenere i cervelli connessi? Stando alle parole del ministro Dario Franceschini, che in pieno lockdown ha sparato l’idea della creazione di una “Netflix della Cultura”, sì. Stando alle carenze strutturali di un Paese che crede nell’innovazione tecnologica solo quando ha le pezze al culo e rischia di dover tornare ai telefoni a disco per ristabilire le comunicazioni, no: bisognava muoversi molto prima perché le idee partorite in piena emergenza sono a grande rischio di fallimento.

Il rapporto tra web e cultura in Italia risente di quelle stesse resistenze ideologiche che portarono il filosofo John Haugeland a gelare – sin dagli anni ’80 – le aspettative sull’intelligenza artificiale. “Ai computer non gliene frega niente” scrisse sulla distinzione tra la capacità di calcolo e quella di giudizio: laddove il calcolo è inteso nel suo senso etimologico originale, cioè il saper svolgere operazioni aritmetiche, e il giudizio è un impegno più complesso che richiede il coinvolgimento dell’intero sistema verso il mondo esterno. Oggi lo streaming è visto come uscita di sicurezza, come ultima spiaggia, e raramente come strumento utile anche in tempi di pace. È la stessa posizione di pregiudizio che, ben prima del Coronavirus, ha portato il mercato editoriale italiano fuori asse rispetto alle potenzialità del web.

L’errore fondamentale è tradurre tutto in una mera guerra di supporti: carta contro internet, analogico contro digitale, pagine contro byte. Soprattutto nel mondo della cultura, e nel mercato a essa connesso, dovrebbe essere chiara da tempo la diversa vocazione dei mezzi. Prendiamo l’opera lirica, uno degli spettacoli più complessi. È ben noto ad appassionati e addetti ai lavori che, a differenza di altre attività – come una partita di calcio, una serata di cabaret o persino un concerto rock – l’ambito, cioè il luogo nell’opera, conta in modo determinante sul godimento da parte dello spettatore. Il teatro come struttura fisica in questo caso è infatti parte integrante della forma di narrazione, con la sua acustica, con la sua architettura, e nessun surrogato potrà mai sostituirlo. Il web dal canto suo sollecita una componente voyeuristica che stimola altri sensi. Ripeto altri sensi, quindi non è in alcun modo un concorrente diretto. Applicando questi codici si può dimostrare, ad esempio, che generalmente la diretta streaming di un’opera non cannibalizza biglietti d’ingresso giacché non può essere inquadrata come qualcosa che sostituisce lo spettacolo dal vivo, ma al contrario assolve una funzione determinante, da manuale di marketing: crea desiderio.                

Pagare o non pagare, questo è il dilemma: lo streaming gratuito è sbagliato? Qui è questione di strategie. Innanzitutto va detto che c’è gratis e gratis. Una cosa è il non farsi pagare, un’altra è il non essere pagato. È la differenza che passa tra il dono e il furto: perché chi vuole da te una prestazione o un manufatto pretendendo di non pagare, è un mezzo ladro.

Però giudicare sbagliato lo streaming gratuito, stroncandolo senza appello, è come dare dello scemo al tale che raccoglie l’uva e, anziché mangiarsela, la mette in un tino e la pesta. Questione di prospettive. In Italia gran parte delle polemiche su questo tema vertono più sulla questione di principio (non è giusto lavorare gratis) che sulla strategia imprenditoriale (non guadagno oggi perché penso di guadagnare di più domani). Scegliere un’economia di posizione, ad esempio pasturare una fetta di pubblico ben selezionata con proposte gratuite, potrebbe rivelarsi utile soprattutto alla luce dei cali di presenze registrati dalla Siae (dati 2017-2018): meno 18,72 per cento nell’attività teatrale totale; meno 46,16 per cento nella concertistica.

“Lo streaming uccide l’arte”: è un’argomentazione riempipista. Al pari di: leggere su carta è un’altra cosa; il teatro è teatro, il web è web; si stava meglio quando si stava peggio. Lo streaming e il web non hanno mai assassinato nessuno, lo hanno fatto gli imprudenti nelle grinfie dei quali certi strumenti sono finiti e soprattutto lo ha fatto l’ignoranza, ergo l’endemica mancanza di conoscenza. Rassegniamoci: persino un libro nelle mani sbagliate può diventare un oggetto contundente. In questo campo ci sono molte varianti che raccontano dell’analfabetismo digitale italiano: il web ammazza i giornali, il web ammazza il commercio, il web ammazza le famiglie e via assassinando. In ogni forma di progresso c’è un lato oscuro, persino nei vaccini salvavita ci sono le controindicazioni. E poi diciamolo fuori dai denti: oggi, nell’anno di disgrazia 2020, lo streaming può essere la salvezza di un’arte confinata in un gigantesco sanatorio. Non sappiamo ancora se il mondo finirà per un Grande Starnuto ma, nell’attesa che i teatri tornino ad essere luoghi di cultura e non più raduni di potenziali appestati, bisogna accettare che il rapporto tra arte e web può essere cambiato: da convivenza a integrazione.

Non la pensa così la regista Emma Dante, che in piena emergenza Covid, ha spiegato su Facebook la sua linea di (non) azione: “Non farò teatro sul web o utilizzando chissà quali tecnologie pazzesche: il mio teatro non diventerà mai virtuale, è più facile semmai che mi ritroverò a fare teatro con soli due spettatori. Ribadisco, se questo deve diventare il teatro, allora meglio aspettare. Ma l’attesa non deve essere un privilegio di pochi, il tempo della ricerca non può essere il lusso di chi può permetterselo. I lavoratori dello spettacolo devono essere messi nelle condizioni di poterlo fare. Devono essere tutelati”. E sull’idea del ministro della Cultura di una piattaforma online per rilanciare il settore in crisi: “Mi dispiace che dal ministro arrivino proposte del genere e che non ci sia, invece, un dibattito serio su questi temi, sulla cultura, proprio adesso che il Paese ne ha grande bisogno”.

Da convivenza a integrazione, dicevamo. Un esempio lo fornisce il Teatro Massimo di Palermo che, per la sua riapertura in epoca di distanziamento sociale, ha scelto di ridisegnare lo spazio scenico abolendo la platea. E lo ha fatto affidandosi a un regista come Roberto Andò che conosce i codici del cinema, dell’opera e del romanzo e che ha immaginato uno spazio nuovo: a misura di spettatore, ovunque lo spettatore sia, in teatro o a casa.

Fuori dall’emergenza Covid, ma dentro il dibattito sul purismo dell’arte, il capofila della crociata contro lo streaming  è stato Steven Spielberg, che conduce da tempo una battaglia contro Netflix. “Mi auguro che tutti noi continueremo a credere che il principale contributo che possiamo fornire da registi è offrire al pubblico un’esperienza cinematografica” ha dichiarato nel discorso di ringraziamento per il Filmmaker Award tributatogli lo scorso anno dalla Cinema Audio Society a Los Angeles. “Credo fermamente che le sale cinematografiche continueranno a esistere per sempre. Amo la televisione, amo le possibilità che offre. Alcuni dei più grandi lavori di scrittura sono stati fatti per la televisione, oggi alcune delle migliori performance sono in tv. Il suono nelle case è migliore di quanto sia mai stato, ma niente può sostituire un cinema buio con persone che non hai mai incontrato prima con cui condividere l’esperienza”.

Quella di Spielberg è però una crociata per l’ortodossia del godimento del cinefilo, contro l’inscatolamento dei contenuti dal grande al piccolo schermo, alta nel suo simbolismo artistico ma stratosfericamente distante dai problemi di casa nostra. Dove spesso si ragiona per slogan. Uno di questi è: il web ci toglie lo stipendio. Vero se, come detto, lo strumento viene usato come panacea. Falso se si guarda la realtà senza pregiudizi. Di solito questa argomentazione minuscola viene usata perlopiù da un (purtroppo) maiuscolo sindacale spalmato su tutti i settori produttivi. Invece è bene ricordarlo. Ci sono categorie di lavoratori che durante il lockdown, in svariati campi, hanno vissuto solo grazie alla contestata evanescenza del web, e non ci si può arroccare in tecnicismi quando si tratta di sopravvivenza. Osteggiare per principio internet è la cosa più pericolosa che si possa fare. Studiarlo con umiltà sarebbe un dovere, come frequentare un corso estivo per ripetenti.  

Alla luce di tutto questo proviamo a rileggere la proposta della “Netflix della Cultura” lanciata da Franceschini. In un Paese che per aumentare la sua alfabetizzazione digitale ha avuto bisogno di una pandemia – basti pensare all’esplosione dello smartworking e del telelavoro, per non parlare dello choc collettivo della didattica digitale con insegnanti che non distinguevano un computer da una caffettiera costretti a prendere lezioni di chat dai loro alunni – non serve creare nuovi portali nel deserto. Basterebbe usare i mezzi che ci sono: le reti Rai ad esempio, che hanno una ramificazione territoriale e una dotazione tecnologica ben rodata. E soprattutto tenere d’occhio i grandi cambiamenti del web che in questo momento è di fatto nelle mani di quattro grandi aziende private statunitensi (Google, Facebook, Apple e Amazon). La Cina si è fatta avanti per imporre un nuovo modello di protocollo internet centralizzato che, di fatto toglie il pallino dalle mani dei privati e lo dà ai governi: una sorta di brace dopo la padella insomma. Il Financial Times ha visto in anteprima il progetto presentato nel settembre scorso agli uffici dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni a Ginevra, un’agenzia dell’Onu che definisce gli standard mondiali per le tecnologie, dalla squadra cinese che si compone essenzialmente di ingegneri in forza al colosso Huawei. E lo ha descritto come una “architettura calata dall’alto” che nelle intenzioni dei creatori dovrebbe favorire progetti di condivisione tra governi “per metterli al servizio dell’intelligenza artificiale, della raccolta dati e di ogni altro tipo di applicazione”. In pratica è più di una larvata ipotesi che con questo nuovo tipo di Rete i fornitori di accesso a internet sarebbero generalmente di proprietà statale e avrebbero il controllo totale di tutti i dispositivi collegati. Insomma, con questi chiari di luna quando si accoppiano le parole “internet” e “cultura” bisogna stare molto attenti giacché si maneggia un materiale come la conoscenza che ha valore in quanto trasmissibile, cioè soggetto a scambio, a movimento. Se c’è una cosa che il lockdown ci ha insegnato è che da una difficoltà si esce solo con un cambiamento, e che non c’è tempo per perdere tempo. Il Darwinismo applicato agli enti culturali, come teoria di sopravvivenza dei più forti e soprattutto adattabili, può risultare crudele ma appare come una strada obbligata.          

Orfani

La prossima settimana c’è una data alla quale negli ultimi tre anni mi sono preparato con patologica dedizione professionale oltre che, com’è giusto, civile. Ma quella civile, che in qualche modo è collegata al mio mestiere di giornalista, è sempre stata una costante avendo vissuto per questione generazionale in prima fila la stagione delle stragi di mafia.
Come alcuni di voi sanno nel 2017 ho ideato per il Teatro Massimo un progetto di opera-inchiesta che segna una svolta nella serie infinita delle commemorazioni ufficiali di Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, e degli uomini e donne delle loro scorte, vittime che meritano tutte un rispetto che non faccia disparità.

I loro nomi vanno fatti sempre.
A Capaci Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro (vi furono 23 feriti, fra i quali gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista Giuseppe Costanza). In via d’Amelio Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina (ci fu un sopravvissuto, l’agente Antonino Vullo).

Data la convergenza inaudita di casini mondiali, in questo anniversario del 23 maggio prossimo venturo c’è un elemento che spettina l’ortodossia antimafiosa. Mancheranno il bagno di folla (spesso orecchiante), le adunate vista telecamera e le sfilate di un potere che in gran parte è gobbo e strabico.

Parentesi sul potere: pensate che in questi 28 anni ci sia stato un solo momento in cui lo Stato abbia scelto di abbandonare la sua “ragion” e si sia deciso ad aprire archivi a liberare verità prigioniere di chissà quale indicibile compromesso? Risposta: mai. Chiusa parentesi.

Chi mi conosce e/o mi legge sa che il complottismo è la mia kryptonite. Eppure è opinione mia (e di Salvo Palazzolo, il collega col quale ho scritto gli spettacoli di cui vi sto parlando) che i diari di Falcone o l’agenda di Borsellino non siano custoditi in un covo di mafia. Perché, da quello che sappiamo, le stragi degli anni Novanta videro la mafia come elemento di tragica e determinante importanza operativa: ma è logico che ci fu una super-regia di cui oggi possiamo delineare l’operatività, senza tuttavia avere quella certezza che ci consentirebbe di voltare pagina. Come un libro, un codice, una nuova bibbia.
Tutto questo per dirvi che la prossima settimana (il 23 maggio alle ore 15) Rai Radio 3 dedicherà uno speciale, nella trasmissione Piazza Verdi, al “Le parole rubate” e a “I traditori”, trasmettendo per la prima volta il dittico in forma integrale. Ci saremo tutti: a parte me e Salvo, il sovrintendente del Teatro Massimo Francesco  Giambrone, gli autori delle musiche Marco Betta, Fabio Lannino, Diego Spitaleri, e Gigi Borruso l’attore che ha dato vita e forma ai nostri dubbi atroci.
Ma non finisce qui: il 23 e il 24 maggio la web tv del Teatro Massimo dedicherà un ricco speciale alle due opere proponendo, tra l’altro, l’indimenticabile interpretazione di Ennio Fantastichini quella sera del 23 maggio 2017 e il videomapping finale ideato dal regista Giorgio Barberio Corsetti (che resta una delle trovate più emozionanti alle quali ho assistito).
Ma io sono di parte e il mio compito è solo quello di avvisarvi.
L’importante per quanto mi riguarda è ricordare a me e a tutti quelli che hanno memoria, come feci tre anni fa su queste pagine alla vigilia della prima de “Le parole rubate”, un concetto semplice: ci vestiamo di parole senza accorgerci che senza non saremmo soltanto nudi, ma orfani. 

Il gigante addormentato

Il gigante dorme in una penombra e in un silenzio irreali. Stamattina sono rientrato in teatro dopo interminabili settimane di lontananza forzata, un po’ come gli amanti di Battisti, quelli di “cerca di evitare tutti i posti che frequento e che conosci anche tu”. Ma la mia, anzi la nostra, non è una storia d’amore finita, bensì un doloroso distacco imposto da un nemico invisibile. Quindi è sofferenza cruda, senza manco la consolazione del tempo o della sfida a singolar tenzone.

Immagino il disagio, quasi una crisi di astinenza, degli artisti che vivono sul e per il palcoscenico. Io, che artista non sono, quando mi sono ritrovato al cospetto del gigante addormentato ero tentato di gridare, applaudire da solo al centro della Sala Grande: volevo essere tutti gli occhi e tutte le mani del mondo per restituire ammirazione e applausi a quel luogo di gioia imbavagliata. Perché un teatro chiuso è rapina di tempo e bellezza, è un pizzo pagato all’odio del mondo che è fatto non solo di miserie umane ma anche di orribili e per nulla ammalianti vendette della natura.

Ci sono cose che ci mancano a tradimento, come certi amori che diventano solidi quando evaporano. A me è capitato con stanze secondarie del teatro, luoghi seminascosti dove scorre una vita anonima ma non meno importante delle altre: locali tecnici, la impervia regia televisiva, una sala prove caldissima d’estate e fredda d’inverno. E poi i corridoi, i palchi di proscenio, quelli dai quali uno spettacolo gli addetti ai lavori lo assorbono, godendoselo come una cosa propria: il fruscio delle vesti di un cantante, il soffio delle pagine di uno spartito, il respiro di un danzatore. Noi non-artisti di un teatro siamo morti mille volte in gloria sul palcoscenico, abbiamo suonato mille strumenti da solisti, siamo risorti tra gli applausi, abbiamo ucciso felicemente, abbiamo dichiarato guerre e siglato paci familiari con lo stesso effetto scenico, abbiamo saltato e piroettato leggiadri nelle nostre panze, abbiamo concesso bis tra i sorrisi e abbandonato le assi tra le lacrime. Noi non-artisti siamo il riverbero del soffio vitale di un teatro. Siamo Gianni Rivera e Marco Tardelli ai Mondiali. Siamo l’ingranaggio che sogna da motore. E che gode nel sentire un rombo che, per una piccola parte, è anche suo.

A tutto questo pensavo stamattina quando tutto era fermo, terribilmente fermo, intorno a me. Se volete sentire il vero rumore del silenzio, per mia esperienza, ci sono solo due luoghi in cui perdersi con cautela: le viscere di una montagna e l’interno di un teatro chiuso.

Dovremo ricominciare da qui, per raccontare questi tempi di prigionia democratica, di privazioni feconde, di assenza forte e presente. Dal non sentirci traditi dalle cose che si allontanano da noi, perché non è vero che l’anima ce l’abbiamo solo noi. L’anima è nel silenzio e nel buio di luoghi fatti per scacciare i mostri del silenzio e del buio. L’anima è nell’aria che attraversa gli spazi che ci dividono e che ci eravamo dimenticati di accorciare, quando tutto era più facile.

Il gigante si sveglierà. È sempre stato così, non sono bastate guerre e mafia, sciatteria e malamministrazione a spegnerlo. Solo che stavolta il risveglio sarà più lento e ci vorrà più cura per lasciarci accogliere tra le sue braccia.      

(non) siamo solo noi

In realtà di questi tempi non si fa quel che si può, ma si fa quel che si vuole. Perché in una situazione di emergenza l’alibi è sempre più a portata di mano. Quindi siamo quello che vogliamo essere, nulla di più e nulla di meno.
Ecco perché è bene parlare in prima persona, siamo una comunità di isole senza traghetto e senza ponti.  
Qui ho scelto di vestire i miei modesti panni e di confrontarmi con Marco Betta, un amico sensibile e un artista raffinato. Ne è scaturito questo dialogo in cui parliamo del buio della paura e della luce dell’arte, del passato che abbiamo scampato e del futuro che stiamo inseguendo. E poi di Palermo, della mafia, di un luogo meraviglioso come il Teatro Massimo, e delle contraddizioni di una città che si vanta persino di essere irredimibile e che deve faticare per sopravvivere a se stessa.
Fate voi.  

Il tempo non torna e non perdona

Domenica 1 marzo andremo in scena al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo con Butterfly Blues, una storia di amore e depistaggi, di illusioni e tecnologia, di passione e tradimenti. È un’opera corale di parole, musica e danza: una delle cose più complesse nelle quali mi sono imbarcato. Ancora ci sono dei posti disponibili, ma non è questo il motivo di questo post.
Scrivo perché viviamo tutti un momento molto difficile con un virus che ha fatto più tragedie nella psiche di molti che nella realtà scientifica. Il clima di follia collettiva di questi giorni ci ha indotto a mantenere la barra a dritta, nonostante una navigazione in piena burrasca. Nelle nostre scelte ci hanno guidato due solide certezze: il ferreo rispetto delle norme e la fede nella buona creanza. Quindi spettacolo sia. Perché l’arte ha anche il compito di gridare quando tutti stanno zitti, di nuotare controcorrente, di fare il primo passo quando gli altri esitano. E non è coraggio, è semplicemente il motivo per cui c’è.
Butterfly Blues ha anche un valore intrinseco che non dipende dalla qualità del nostro lavoro (quella la giudicherete voi) ma dalle forze vettoriali che in qualche modo convergono in questo progetto: il Brass Group che mette il cappello sull’evento, il Teatro Massimo che è un primo motore immobile di questo gruppo di lavoro, Piano City per cui quest’opera è nata. Tre eccellenze italiane che ci onoriamo di servire per dare a Palermo uno spettacolo, crediamo, interessante. Uno spettacolo che, vale la pena ribadirlo visto i tempi che corrono, non usufruisce di un solo centesimo di fondi pubblici.
Butterfly Blues è il nostro omaggio alla città, in un momento in cui è importante ricordare – come dice il nostro protagonista – che il tempo non torna e non perdona. E che alla fine i conti tornano, sempre.

Butterfly Blues
di Gery Palazzotto
Interpretato da Gigi Borruso
Musiche scritte e eseguite da Marco Betta, Vito Giordano, Fabio Lannino e Diego Spitaleri
Coreografie di Alessandro Cascioli eseguite da Alessandro Cascioli e Yuriko Nishihara
Grafica di Luca Orlando
Ufficio stampa: Rosanna Minafò