Il tempo e il lusso dei sogni

Come in ogni lavoro artigianale, nella scrittura conta il tempo: che è misura della fatica e sostanza della soddisfazione. Non è detto che più tempo sia garanzia di miglior risultato, ma almeno si mette in salvo la buona coscienza: della serie io ce l’ho messa tutta.

Oggi matura un frutto del mio tempo, mio e delle persone che hanno lavorato con me. Un anno per scrivere il copione, poco meno per inanellare le note e legarle alla parola recitata, altri mesi per plasmare le danze, disegnare i quadri scenografici, creare un insieme di sequenze cinematografiche. Tutto per qualcosa che nasce cresce e si chiude in poco più di settanta minuti.
Tempo. Se sommassimo i minuti spesi a raccontare gli anni che non ci sono più credo che finiremmo in un buco spazio-temporale. Ma forse è questa la magia dell’arte: illuderci che il tempo sia eterno e che passato presente e futuro siano solo convenzioni di chi non si concede il lusso dei sogni.

Da oggi è in scena al Teatro Massimo “Cenere”, un’opera per me faticosamente completa. Tentiamo di raccontare i misteri delle stragi Falcone e Borsellino, nel trentennale di quegli eccidi, con l’unico strumento di cui ci fidiamo veramente: la verità del dubbio.

Non ci impelagheremo in verbali di polizia, in pastoie giudiziarie, ma narreremo di infanzie che potevano essere spensierate, di interminabili partite di pallone, di rubinetti a secco e di fratelli coltelli, tra campagne aride e verdi agrumeti, tra polvere di cemento e polvere da sparo. È un’opera sospesa sul filo del rasoio, tra il bene e il male non puoi rimanere in bilico: se resti fermo la lama ti lacera. Devi scegliere. E questa scelta non è scontata perché di pensieri e parole inconfessabili è fatta la nostra vita.

Il lieto fine esiste solo in certi film e in certe favole. Il nostro compito è spegnere la luce e condurvi per mano sino al bivio finale: lì vi lasciamo liberi di prendere la direzione che più vi attira. Non abbiate paura di ritrovarvi nella destinazione che mai avreste pensato di scegliere. Il male esiste e conoscerlo è un buon modo di evitarlo.

Cenere – Teatro Massimo – Sala grande 13 e 14 maggio 2022
di Gery Palazzotto

In onda su Sky Classica HD dal 19 luglio 2022, ore 21:10

con Gigi Borruso
musiche di Marco Betta, Fabio Lannino, Diego Spitaleri
al violoncello Antonino Saladino
coreografie ideate ed eseguite da Alessandro Cascioli e Yuriko Nishihara
artworks di Francesco De Grandi
elaborazioni grafiche di Azzurra Messina
videomaking di Antonio Di Giovanni e Davide Vallone
con la Massimo Youth Orchestra 
diretta da Michele De Luca

Schegge di verità

Un estratto dall’articolo di Helmut Failoni “Falcone & Borsellino: il teatro della verità”, pubblicato su “la Lettura” del Corriere della sera.

La violenza è la morte dell’anima e l’arte richiede esattamente il contrario. Lo spiega a «la Lettura» il compositore — e da poco anche sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo — Marco Betta (1964). Lo dice introducendo un concetto che è certamente generale, ma nel caso specifico, riferito a Cenere di Gery Palazzotto, uno spettacolo — «no, anzi un’opera-inchiesta», sottolinea — che proprio di violenza parla. Andrà in scena al Teatro Massimo di Palermo (che ha dedicato la stagione 2022 al trentennale delle stragi di mafia) il 13 e il 14 maggio. È la storia delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, in cui morirono i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo e gli agenti delle scorte Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Rocco Dicillo, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Claudio Traina.
«Cenere — spiega a “la Lettura” Palazzotto — chiude la trilogia prodotta dal Massimo sui misteri di quegli eccidi, che ho iniziato nel 2017 (con Salvo Palazzolo, nda) con Le parole rubate e portato poi avanti nel 2019 con I traditori». Qui, oltre al testo, «c’è la musica, scritta ed eseguita da tre compositori con un violoncellista. Ci sono due danzatori, elaborazioni grafiche, artwork, video».
Palazzotto definisce questo lavoro, appunto, un’«opera-inchiesta». Ma è più opera o più inchiesta? Non esita neanche un secondo: «Più opera. Le prime due puntate erano maggiormente legate all’idea di inchiesta. Avevo fatto davvero un’indagine sul palcoscenico: siamo entrati dentro i file del computer violato di Falcone. Abbiamo ricostruito una danza macabra di mani attorno alla borsa di Borsellino, mentre questa viene presa e rimessa nella macchina che sta bruciando…». Cenere è l’atto finale, «una sorta di nemesi. Sono passati trent’anni e la Cenere è quel che resta».
Due i protagonisti in un faccia a faccia, «per il quale uso però un solo attore (Gigi Borruso, ndr), che rappresenta due verità diverse. Il primo protagonista è un uomo che si fa delle domande e che si dà delle risposte, avendo fiducia nella giustizia, leggendo, documentandosi, guardando ai fatti. L’altro, che è la novità, è l’alter ego negativo, il siciliano convinto che la mafia dia lavoro. Non intendo i due protagonisti come il bene e il male a tutti i costi, ma come portatori di due visioni opposte. In questo senso Cenere è la celebrazione della verità del dubbio.
(…)
«Con il mio testo vorrei riuscire a portare le persone, il pubblico, a ragionare e a provare lo stesso imbarazzo che ho provato io, da giornalista, sulle carte di questi processi. Che cosa bisogna pensare dopo aver scoperto che l’indagine che hai seguito per 16 anni è stata depistata e governata da due collaboratori di giustizia e che ci sono stati dieci processi, d-i-e-c-i, Borsellino 1, Borsellino 2, Borsellino 3, tutti viziati da falsità? I giudici di Caltanissetta lo hanno definito “il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana”. Nello spettacolo io non devo dimostrare che Vincenzo Scarantino, falso pentito, è un farabutto perché lo sanno tutti già, ma io devo portare lo spettatore a rendersi conto che la verità di Scarantino è stata la verità per 16 anni».
(…)
Per Cenere, con Betta, che è di «estrazione classica», hanno lavorato Fabio Lannino, «bassista e chitarrista che si muove in universi sonori incrociati» e Diego Spitaleri, «jazzista e compositore». La cosa più bella — prosegue Betta — è stata «il nostro lavorare insieme, ascoltandoci l’un l’altro. Un segno contro ogni individualismo. La scrittura dei brani, passando da un genere all’altro, è avvenuta in maniera assolutamente naturale e poi ognuno di noi ha migliorato il lavoro dell’altro…». In scena — rivela e conclude Palazzotto — «i due danzatori (Alessandro Cascioli e Yuriko Nishihara, nda) rappresenteranno le schegge dell’esplosione».

Cenere – Teatro Massimo – Sala grande 13 e 14 maggio 2022
di Gery Palazzotto

con Gigi Borruso
musiche di Marco Betta, Fabio Lannino, Diego Spitaleri
al violoncello Antonino Saladino
coreografie ideate ed eseguite da Alessandro Cascioli e Yuriko Nishihara
artworks di Francesco De Grandi
elaborazioni grafiche di Azzurra Messina
videomaking di Antonio Di Giovanni e Davide Vallone

Se i teatri non interessano alla politica

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Tutto è più difficile quando in una città come Palermo, in una terra come la Sicilia, si avvicinano le elezioni. Perché nell’attesa del momento cruciale del voto – l’appuntamento elettorale è ontologicamente compreso nella categoria di “cose in divenire” – non si trova nulla di meglio da fare che rallentare, diluire, fermarsi. In un raro momento di comunità d’intenti la politica e la burocrazia tendono a spegnere i motori, da un lato per una sorta di indolenza da ultimo di giorno di scuola, dall’altro per non concedere vantaggi a chi arriverà.

Il caso più eclatante scaturito da questa pericolosa miscela di immobilismo e menefreghismo è quello della cultura. L’esempio dei teatri cittadini affamati da una guerra tra bande nei palazzi della politica è cruciale. In questi casi l’imperativo politico è quello di prendere decisioni soltanto quando non ci sono più alternative. Attenzione, questa logica non è nuova e non l’hanno inventata a Palermo: ne ha parlato lo scorso anno Alessandro Baricco quando ha tratteggiato i limiti della cosiddetta “intelligenza novecentesca”. “Se io sbaglio una serie di gesti, arriverà un momento in cui fare una cosa sbagliata sarà l’unica cosa giusta da fare”, ha scritto. “L’intelligenza novecentesca non trova soluzioni che non siano obbligate perché quel che sta giocando è un suo finale di partita, la posizione dei pezzi è da tempo determinata da strategie decise nel secolo scorso, i pezzi persi non si possono più recuperare”.
La politica isolana chiamata a decidere su arte e cultura si muove quando non ci sono più alternative. Col risultato di non scegliere, di non imprimere un’orma: però senza alternative non si prendono decisioni e si è ostaggi (quantomeno) di se stessi.
Quando ci si muove per emergenze (vale non solo per la cultura, ovviamente) non si esercita nessun ruolo di indirizzo, di governo. Quella delle spalle al muro non è una strategia, ma una resa. Tutto ciò innesca un circolo vizioso: se al governante non interessa la sopravvivenza degli artisti, il popolo che gli andrà appresso non si accorgerà più della morte della cultura perché nessuno avverte la mancanza di ciò che non conosce o che ha dimenticato. È qualcosa che accade ogni giorno, col benaltrismo applicato alle mille emergenze di una città sporca e affamata (non solo di cibo), con l’irritante sentire comune per cui c’è sempre qualcosa di più importante di cui discutere quando il problema non riguarda traffico e immondizia, con il trionfo dell’improvvisazione e il divieto assoluto di pianificare.

C’è poi il capitolo più inquietante. Quello dell’innovazione.

Per troppo tempo il futuro e la cultura sono stati considerati temi distanti tra loro. La Sicilia è terra di passato per eccellenza, monumento e simbolo di storia. I nostri scrigni d’arte brillano di luce propria.
Ribadiamolo: del passato si dovrebbero occupare gli storici, del presente i burocrati, del futuro i governi. Ora, in vista dell’ennesima tornata elettorale c’è solo una rivoluzione obbligata, quella del futuro (di cui abbiamo abbondantemente parlato qui). Ma per arrivare al futuro è vincolante dichiarare che il presente è un investimento che può avere costi altissimi.
È come costruire una metropolitana in una città dalla mentalità medioevale (ve ne viene in mente qualcuna?): anni di scavi, sacrifici per i cittadini, disagi tremendi, polvere, clacson, soloni urbanisti, cialtroni urbanisti, cialtroni e soloni senza specializzazione. Si paga oggi per ciò che servirà domani. E la verità è che il governante che si impegna a prendersi i fischi e gli improperi per quei lavori si sta curando del futuro di quegli stessi cittadini che lo maledicono. Ma è complicato da spiegare se non esiste una mentalità che inquadra le cose nel loro divenire e invece le fotografa e basta.
A questo serve la cultura. A dare l’inquadratura giusta, a fungere da terza dimensione per donare profondità persino alle urgenze più fastidiose: soffri oggi per godere domani e sempre.
Si dice innovazione e si pensa ai computer o al wi-fi libero, che sono cose che da sole non servono a un tubo. La vera innovazione sta nel provare a uscire dalla famosa “intelligenza novecentesca” di cui sopra. Serve una visione nuova che ci imponga di addestrarci per affrontare una realtà che cambia a velocità vertiginosa. Provate a frequentare un ufficio pubblico per testare la volontà di adattamento, la capacità di reazione. Si fanno leggi e regolamenti per situazioni statiche che mai si verificheranno nella realtà e si cerca di cristallizzare decisioni che riguardano ambiti estremamente fluidi. Si usa la flessibilità solo per costringere i lavoratori a orari più elastici, quindi per un uso magari mortificante, ma non la si prende minimamente in considerazione per agevolare, chessò, un progetto artistico che merita.
Innovazione è premiare la competenza e proteggerla dalle scorribande dei caporioni di quella politica che usa i voti come carta moneta. È soprattutto giocare a carte scoperte, senza blindature partitiche né adunate populistiche. Se ci pensate, la prima cosa che i candidati a sindaco fanno è andare a stringere mani e imbastire promesse nei mercati popolari.
Avete mai visto uno che fa la stessa cosa in un teatro, in una libreria, in un museo?

Stiamo lavorando per voi

Teatro Massimo di Palermo, 13 e 14 maggio 2022.
Qui le info.
Ma ne riparleremo.

“Siete pazzi!”

Niente peana per Francesco Giambrone che lascia il Teatro Massimo di Palermo e va a fare il sovrintendente dell’Opera di Roma. Solo la felicità per un amico che intraprende un nuovo percorso e l’occasione per mettere in ordine alcuni ricordi. Perché quando il futuro ci viene incontro velocemente, come nel caso di un avvicendamento al vertice o di una nomina importante, è bene ricordare da dove si proviene e chi si è stati. Con Francesco la mia avventura al Teatro Massimo è cominciata il giorno di ferragosto di sette anni fa. In una Palermo deserta e torrida mi chiamò e mi disse: ci vediamo?

Ci vedemmo. Io allora mi occupavo di tutt’altro e avevo chiuso con Palermo. Lui mi chiese di dargli una mano con la comunicazione del teatro, soprattutto con i nuovi media. Accettai e andò bene. Del resto almeno in principio non era difficile: il teatro era all’anno zero su quei fronti e anche la creazione di un account social rappresentava una rivoluzione copernicana. Francesco è una persona che ha coraggio, ma la sua dote principale sta nel sapere dove trovarne un surplus quando serve: sa ascoltare anche in situazioni di caos, non decide mai per partito preso. È un leader abile e persino divertente in certi frangenti. Tutti (ri)conoscono i suoi meriti. Io mi permetto di mettere in fila poche cose, magari marginali nella visione classica di una fondazione lirico sinfonica, ma preziose per tutti quelli che hanno apprezzato il nostro lavoro in questi anni.

Perché se siamo riusciti a fare delle cose folli (“Siete pazzi!”, era la sua frase tipica accompagnata dall’immancabile risata), è soprattutto per merito suo e del suo buon gusto (e, allora, dell’estro sconfinato di Oscar Pizzo). Abbiamo fatto concerti con le navi, abbiamo fatto maratone Beatles, abbiamo fatto esperimenti di realtà aumentata con Google Art & Culture, abbiamo scalato montagne, abbiamo raccontato la mafia e i suoi misteri, abbiamo stupito il mondo con una webtv tirata su dal nulla, abbiamo portato il teatro nelle piazze, nei vicoli e dove non era mai arrivato (persino in una fattoria in mezzo alle galline), siamo finiti due volte sulla prima pagina del New York Times, abbiamo fatto dormire un centinaio di bambini di notte in teatro (sì, proprio così), abbiamo trasformato per un anno la Sala Grande in uno studio televisivo, abbiamo rivisto il concetto di gratuità, abbiamo messo al primo posto dei nostri pensieri i giovani e i deboli, soprattutto abbiamo combattuto contro tutte le diversità. Non sempre abbiamo vinto, ma sempre ce la siamo giocata: navigando controcorrente, barcamenandoci in inferiorità numerica, sfidando gli scettici per principio. Non era facile (e se lo fosse stato non ci saremmo divertiti). Spesso le idee più incredibili nascevano per caso, magari a cena o nella telefonata del mattino, insieme al caffè. O nel corso di tumultosi scambi di sms nel cuore della notte che finivano sempre per impraticabilità di campo: io tiratardi, lui mattiniero…

Il Teatro Massimo è un luogo di gente meravigliosa e di artisti di primo livello. Ma dentro, è inutile girarci intorno, c’è anche l’altra Palermo. Quella che percepisce il cambiamento come fumo negli occhi, quella che gode nel vedere un muro che si sbreccia perché gli ricorda le antiche care rovine di privilegi perduti. Ma è solo una piccolissima parte, seppur insidiosa e sempre pronta alla restaurazione. Ora si volta pagina e, come si dice in questi casi, il programma non prevede insuccessi. Non aggiungo altro per scaramanzia, rispetto dei ruoli e, ancora, amicizia.
Buon lavoro, Francesco caro.

100%

Venti mesi tra buio fitto e penombra. Venti mesi duri, durissimi. Oggi finalmente la luce. Quando ho saputo che da lunedì i teatri italiani potranno ritornare al 100 per cento della capienza, quei venti mesi mi sono passati davanti agli occhi come un film, e perdonate la scontatezza: in fondo c’è sempre qualcosa che ci scorre davanti come un film… Eppure davvero di film si trattava e non solo per trita metafora. Perché questo arco di tempo infinito – venti mesi di emergenza pandemica possono essere atroci come venti anni o due secoli – sono stati per me un film, un film vero, da rivedere, magari da correggere, comunque su cui riflettere, di cui inorgoglirsi, per il quale commuoversi.

Il film del Teatro Massimo di Palermo lo avete visto in tanti: sui vostri smartphone, sui computer, sulle smart tv, sulle reti televisive ufficiali. Per più di un anno questo film è stato l’unico mezzo di collegamento tra un teatro e il suo pubblico sparso per il mondo, recluso contronatura in ogni landa del pianeta, eppure unito nel godere quasi clandestinamente di un’arte che sembrava diventata un frutto proibito.

La natura che impone la dittatura del contronatura.

Non abbiamo mai chiuso neanche quando eravamo chiusi. Abbiamo sudato nelle nostre mascherine per togliere la maschera a una visione ipocrita della cultura che vorrebbe piegare l’arte alle piccole (!) contingenze dell’umano. Ci dicevano, dicevano e scrivevano: meglio fermare tutto e aspettare la fine dell’emergenza. Invece noi tiravamo dritto con la stessa follia con la quale, molto prima degli altri (perdonatemi uno sbuffo di immodestia), aprivamo una finestra nel web dalla quale godere dello spettacolo di cui allora godevano in pochi. Ci siamo detti: facciamo musica, creiamo, mettiamo su spettacoli anche a teatro chiuso. E lo abbiamo fatto subito.
Subito.
In piena pandemia.
In piena confusione istituzionale.
In pieno vuoto di potere culturale.
Abbiamo, ognuno per la sua parte (così mi rifaccio dell’immodestia di cui sopra), messo su una stagione esclusivamente per il web con opere pensate esclusivamente per il web.

Non potendo governare il futuro, di cui vi ho parlato da queste parti, lo abbiamo inseguito con l’illusione di poter affrontare almeno qualche curva insieme senza respirare la polvere di chi aspetta che siano gli altri a fare strada.  

E lo abbiamo fatto senza renderci conto che quei passi nel buio sarebbero stati determinanti nelle nostre vite professionali e non solo. Oggi se guardo indietro trovo i migliori spunti per ciò che farò domani. Un Teatro chiuso e buio trasformato in un grande set cinematografico per tutto questo tempo è la migliore metafora per il Teatro che da dopodomani tornerà a essere il vecchio caro Teatro Massimo con 1.200 e passa posti disponibili, il più grande d’Italia e il terzo in Europa.

Nasciamo tutti al buio, il resto è rivoluzione.

Giovani vandali, vecchie questioni

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

C’è qualcosa che andrebbe detto senza troppi giri di parole ai quattro ragazzini che hanno imbrattato le colonne del Teatro Massimo di Palermo e che sono stati identificati dai carabinieri. Innanzitutto che la loro bravata è molto stupida e che è giusto che paghino per l’errore commesso. Tutti siamo stati giovani e tutti conosciamo l’ebrezza dell’imprudenza. Ma non c’è sbaglio senza rimedio, almeno tentato, e crescere non significa solo allungare radici e mettere nuovi rami, bensì perdere le foglie e resistere al vento che spettina i pensieri. Ora il rischio per questi ragazzi è che si ecceda in colpevolismo o in senso opposto. Viviamo in un’epoca in cui ti mettono alla gogna per una foto con l’orologio sbagliato ma ti osannano se lo rubi in diretta Facebook. Serve una linea tracciata chiaramente tra reale e non. Qualcuno, ad esempio i loro genitori, potrebbe impegnarsi per spiegare (o far spiegar) loro che il fatto di trascorrere la maggior parte delle nostre vite davanti a uno schermo ci ha tolto la tridimensionalità delle cose: è quella che Hagi Kenaan definisce “estetica dell’appiattimento”. Il pennarello sulla colonna di marmo prezioso è frutto di un declassamento di pudore e prudenza a nuovi filtri di Instagram.   

Infine pare che i ragazzi in questione non sapessero nulla del Teatro Massimo e di ciò che rappresenta, in generale, un teatro in una comunità (qui c’è un compendio di quel che rappresenta per me,per chi ha tempo da perdere). Per questo c’è un rimedio antico: studiare, imparare. Rendersi conto che il palcoscenico dell’arte non è solo quello racchiuso nei luoghi dove quell’arte si espande, ma è ovunque ci sia curiosità. Ecco, una lezione potrebbe proprio avere a che fare con una verità che dimentichiamo spesso: a volte è solo uscendo di scena che si può capire quale ruolo si è svolto.

Più narrazioni, meno commemorazioni

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Se non ci fossero di mezzo una tragedia infinita e una ferita al cuore dell’Italia, quella delle stragi del 1992 sembrerebbe una storia scritta apposta per essere raccontata. Del resto con l’infinita serie di colpi di scena, con una galleria di personaggi dalla doppiezza cinematografica, col drammatico succedersi di speranze e delusioni, di dubbi e certezze, la solidità del plot sarebbe assicurata. Ma ovviamente una cosa è la realtà, un’altra la finzione. Ed è un bene che la linea di demarcazione sia netta, chiara, giacché è proprio nello stridere di emozioni contrastanti che il teatro produce i suoi frutti: il palcoscenico è il luogo dove queste emozioni convergono, si moltiplicano o si annullano, emergono o si inabissano. È il tempio della libertà, ideale per narrare di libertà che non ci sono (più). Ma è anche una culla dell’emozione dove la fonte di ispirazione meno romanzesca può lasciare spazio al dolore sordo, quello senza più lacrime, al tremendo senso di ingiustizia che viene fuori da ogni singola domanda di verità che non trova risposta.

Siamo abituati alle commemorazioni, tragicamente abituati. Per troppo tempo la cultura, alle nostre latitudini, si è impigrita proponendo scorciatoie anche nobili, ma pur sempre scorciatoie. Siamo un popolo che vive di consuetudini, che tende a navigare a favore di corrente. C’è voluto un  lungo lockdown per realizzare che quella per la cultura è l’abitudine più facile da perdere poiché in questo Paese la cultura è considerata una sorta di bene accessorio, una cosa in più, se resta spazio e tempo… In tal modo in un periodo complesso come questo è più facile disabituarsi: perché non c’è nulla di più fragile di un’abitudine che non ha intenzione di sopravvivere a se stessa.

Ecco perché servono più narrazioni che commemorazioni. Perché si può essere ricchi e forti, amati, temuti e potenti, ma senza qualcuno che ti racconta una storia si è semplicemente nudi. Il “c’era una volta” non è solo l’inizio di qualcosa, ma è soprattutto una finestra aperta sul mondo migliore che riscatta la pochezza di quello in cui ci siamo ritrovati a vivere. Forse quello della fantasia è l’unico posto in cui siamo davvero ciò che meritiamo di essere.

Se la convergenza astrale di questi tempi bui continuerà a incrociarsi con l’orgoglio strabico di chi ritiene che contro la criminalità più o meno organizzata servano solo operazioni di polizia, resteremo senza il cibo per la nostra immaginazione. E questo digiuno, credetemi, non si placa con succedanei, giacché la cultura è fatta di materia prima che non ha surrogati. C’è o non c’è. Non è un asparago che, se non lo trovi fresco, puoi sempre reperirlo tra i surgelati.

Negli anni scorsi con Salvo Palazzolo abbiamo scritto due opere-inchiesta per il Teatro Massimo di Palermo, “Le parole rubate” e “I traditori”, nelle quali abbiamo cercato di indagare tra i misteri delle stragi Falcone e Borsellino. Era un tentativo di imbastire un’indagine sul palcoscenico del teatro d’opera più grande di Italia che partiva da un presupposto: nel luogo dell’arte, cioè nel tempio in cui si celebra il primato della fantasia, si può trovare la libertà che serve per provare a evadere dalle prigioni delle versioni preconfezionate.
Era la nostra ricerca della verità. La verità del dubbio.
Ecco il punto. Quando il teatro entra in una dimensione da maneggiare con cura, dove finisce il recinto della cronaca e dove si apre il cancello della fantasia? 
Probabilmente la risposta sta nella domanda stessa: l’eterna celebrazione del dubbio può essere un modo per evitare di impantanarsi nel fango delle contraddizioni delle versioni ufficiali puntualmente derubricate a coincidenze. Coincidenze che – lo abbiamo imparato soprattutto per le inchieste sulla strage di via D’Amelio – non sono altre che menzogne scritte in anticipo.

Se il teatro, come si dice, è la zona franca della vita, forse lì sarà finalmente possibile ricominciare, rimediare, rinascere. E commemorare finalmente guardando al futuro.

Mozziamo quel ditino

In Italia nel mondo della cultura e dello spettacolo c’è una cosa di cui tutti parlano e su cui pochi si interrogano fattivamente. Ed è il sistema di sopravvivenza da opporre alla dittatura della pandemia. Su queste pagine e altrove ho già detto la mia in proposito. Ma ora è venuto il momento che vi racconti, per mia minima esperienza, cosa vedo o sbircio dal mio abbaino tecnico.

Partiamo da una similitudine non peregrina. Se in Italia si fosse investito nell’istruzione come sarebbe stato giusto fare, e come è stato fatto altrove in Europa e nel mondo, oggi il dibattito sulla riapertura delle scuole sarebbe ben diverso, per contenuti e per toni. Vale la pena di ricordare che l’Italia è ultima in Europa per spesa nell’istruzione in rapporto alla spesa pubblica: il che già spiega la considerazione che i vari governi – tutti, di destra, sinistra, cretinocratici e pseudo-illuminati – hanno per l’istruzione.

Fine della parentesi, che servirebbe comunque anche se parlassimo di qualunque altra cosa, perché un Paese che mortifica l’istruzione è un Paese che non è degno di aver una parola in più rispetto alla bocciofila “Amici dello zio” di Vattelapesca.

Il problema dei problemi in questo momento di chiusura forzata è sempre il rapporto con lo streaming e col web, inutile girarci intorno. Se state leggendo questo post sapete che chi scrive è fonte coinvolta quindi non aspettatevi un approccio problematico alla questione: secondo me, lo streaming fatto con tutti i crismi e usato con buona creanza (e fantasia) è la salvezza. Punto. Il problema è l’effetto che provoca in un ambiente che sino all’altroieri ha vissuto in un’oasi ovattata, tra velluti e belletti, tra miti e privilegi. È chiaro che io parlo in modo molto generico perché vivendo in un grande teatro d’opera so bene che, anche ai tempi d’oro, la vita non era rose e fiori per tutti: il binomio sudore-lavoro vale per chiunque metta impegno e buona volontà, nei teatri come nelle fabbriche.

E allora procediamo per massimi sistemi, ma senza nasconderci dietro il mignolino  alzato.

Le esigenze televisive che costringono le masse artistiche a sobbarcarsi un lavoro nuovo – non più pesante, non meno importante, semplicemente “nuovo” – comportano necessariamente un cambiamento nel rapporto con il pubblico (e del pubblico in particolare parleremo tra breve) e soprattutto la caduta di alcune certezze. Innanzitutto serve una maggiore flessibilità. Se prima per spostare la sedia di un professore d’orchestra ci voleva una decisione che investiva una catena di comando di almeno una mezza dozzina di persone (senza mettere nel conto ovviamente gli artisti coinvolti), oggi se un leggio impalla una telecamera si deve provvedere e basta, senza bizantinismi o timori di lesa maestà. E non è un procedimento automatico, eh. Oggi non è più prevalente il modus, non pesa più la consuetudine di qualcosa che è com’è perché è e basta, ma la legge di un prodotto che deve essere competitivo, quanto più perfetto possibile, e in linea con la tradizione (che non va mai messa da parte, neanche nei momenti in cui si è tentati di scegliere una scorciatoia “salvavita”).

E poi c’è il nuovo pubblico. Ripeto nuovo pubblico. Che è la vera novità di una vera politica culturale al passo coi tempi disperati in cui viviamo. Per decenni – e mi tengo stretto con l’approssimazione – l’unico pubblico che davvero importava a chi imbastiva programmi artistici di ogni genere e grado era quello televisivo, un pubblico passivo ma determinante grazie a quel meccanismo perverso che si chiama Auditel. Oggi per la cultura dell’anno 2021 il pubblico è la cosa più preziosa che possa esistere perché esso stesso, e finalmente, decreta la certificazione dell’esistenza in vita dei teatri. È il pubblico di Netflix che può essere lo stesso di quello del Teatro Massimo di Palermo o di qualunque altro teatro. Non è più un pubblico (tiepidamente) abituato, o (piacevolmente) in ostaggio, o in qualche modo garantito da una consuetudine. No, è un pubblico totalmente da conquistare. È il nuovo pubblico che proviene da altri lidi culturali, che conosce il mezzo ma non ha idea del contenuto (concetto cruciale, consentitemi), che soprattutto se ne frega delle antiche prospettive. Sbuffa se non capisce, ti sbeffeggia se cerchi di prenderlo ruffianamente per il verso buono, ti molla se non riesci a trattenerlo. Tutto in un attimo, in un clic. Non c’è niente da fare, non c’è via d’uscita. Si è in ballo e si balla: è l’emergenza, bellezza.

È questo il nostro nuovo padrone. Il pubblico liquido che nulla sapeva dell’opera e che adesso si incanta davanti a due ore di concerto come rapito da una sensazione inebriante e sconosciuta. Il pubblico del web che ci tiene a farti sapere che c’è, esiste, da ogni continente, e che ha il gusto di mandare la foto che lo ritrae davanti al computer mentre assiste in diretta a uno spettacolo che si volge a sette fusi orari di distanza. Il pubblico che ti regala complimenti gratis e che sceglie di accompagnarli a una donazione volontaria per sostenere un teatro che magari non visiterà mai  per motivi geografici o perché chissà, ha i cazzi suoi. Un pubblico intransigente che non conosce la netiquette dei circoli damascati e fischia forte, fortissimo, se lo spettacolo non gli piace ma che chiede spiegazioni per iscritto e magari uno gliele dà e si instaura un nuovo rapporto, inaudito tra scena e platea.

Un nuovo pubblico che c’è e del quale la vecchia cultura non può fare a meno e che adesso non può ignorare. Finalmente (dico io).              

Teatri chiusi, istruzioni per l’uso

Quando nel 2015 sono arrivato al Teatro Massimo di Palermo la situazione era molto diversa da oggi. Dentro e fuori. Dentro, c’erano una cultura analogica e granitica, i computer e il digitale erano usati a malapena per spedire qualche mail, lo spettacolo era tutto sul palcoscenico. Fuori, c’era un mondo disordinatamente ordinario fatto di spettatori paganti, di contatti, di relazioni, di progetti a scadenze fisse.

L’innovazione tecnologica è arrivata come spesso arrivano queste cose, per scelta di pochissimi, in una semi clandestinità da intrusi, con contorno di abbondante sospetto da parte di tutti gli altri, a parte i pochissimi di cui sopra. La decisione più dirompente, e importante, fu quella di mandare in diretta web in forma gratuita tutte le prime delle nostre opere.

Da lì iniziò un cambiamento lento che, non senza scossoni, ostacoli non proprio artificiali e alzate di spalle più o meno metaforiche, ha portato il Teatro Massimo in una nuova dimensione. Questa è la parte sulla quale sorvolo (ne ho scritto più volte sui giornali, qui qui e qui trovate qualcosa). In poche parole l’obiettivo era quello di dimostrare che un utilizzo corretto del web non sottrae nulla al nostro sistema di relazioni e anzi porta alla creazione o al consolidamento di occasioni preziose per tentare nuove narrazioni. Il concetto fondamentale che vi chiedo di tenere a mente è quello di “economia di posizione”: cioè una forma di tesaurizzazione non in forma immediatamente economica,  bensì strategica, logistica, lungimirante. Essere dove gli altri non sono ancora è una forma di ricchezza che non è scalfita da svalutazioni o inflazione.

Il libretto delle istruzioni.

Ma erano ancora altri tempi. Un altro tempo in cui gli spettatori erano quelli che vedevamo fisicamente, che incrociavamo nel foyer, che salutavamo personalmente (ah, le strette di mano, gli abbracci…), dei quali conoscevamo gusti e pregiudizi. Un altro tempo in cui bastavano tre telecamere e un collegamento volante per stupire senza troppa raffinatezza. Un altro tempo in cui il libretto delle istruzioni era ancora dentro il teatro e riguardava esclusivamente il teatro, perché era lì e solo lì che si celebrava l’antico rito dell’arte. Ed era lì e solo lì che lo spettatore trovava modi e ragione per assaporare la sequenza di emozioni che lo spettacolo doveva suscitare. Il prodigio si ripeteva a ogni replica con la sacralità del gesto di accomodarsi, con la pazienza di non muoversi troppo, con la saggezza di lasciarsi stupire dal fascino del classico (cioè qualcosa che conosciamo a memoria ma che non ci stanchiamo di considerare sorpresa).
Poi venne il virus e cambiarono gli scenari.
Il pubblico divenne liquido, anzi impalpabile. Perse il suo potere contrattuale di critica, almeno nel senso noto come diritto di utente pagante. E soprattutto divenne immenso come la potenzialità di un incontro al buio, di un’entità recensibile. Non sapevamo più nulla di chi ci guardava: altro che gusti e pregiudizi.
Questo è un passaggio fondamentale del ragionamento quindi permettetemi di essere pedante, in fondo è il mio orticello.  
Era cambiato drammaticamente il libretto delle istruzioni. Perché le istruzioni non erano più solamente teatro e nel teatro.  
Siamo a oggi. La lingua è un’altra lingua: è la lingua dei social, dei media sopravvissuti, delle serie tv, dei nuovi neologismi accettati dall’Accademia della Crusca. Si può scegliere di capire o meno, ma opporsi per principio significa arretrare. E arretrare in tempi di guerra significa perdere, scomparire.

Il passato non serve più?

“Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”.
Nelle “Lezioni americane” Italo Calvino dà le sue (preziose) indicazioni sull’arte e sul futuro, sul mondo della letteratura e su quello delle relazioni sociali. Siccome non si invecchia per caso, mi piace proporvi un brandello dei suoi ragionamenti per spiegare un altro passaggio fondamentale della mia modesta trattazione: il fatto che il futuro avanza inesorabile non vuol dire che il passato non serva più a nulla. 
Il futuro e il passato sono i temi che più ci sconvolgono in questo momento, ammettiamolo. Anzi ci sconvolge il loro contatto brusco. Mai prima d’ora il nostro passato è stato diverso dal nostro presente, figuriamoci il futuro.
E allora mi sporco le mani e scrivo le tentazioni che dobbiamo evitare:
L’innovazione tecnologica rompe i privilegi di una casta e apre alla vera democrazia;
La spettacolarizzazione di un evento lo rende indimenticabile;
I nuovi fruitori sono i nuovi padroni, una versione moderna de “il cliente ha sempre ragione”.

Leggerezza e rapidità.

Odio i numeri, a scuola ero sempre rimandato in matematica, ma mi arrendo a una tardiva evidenza: i numeri servono.
In Italia ci sono più dispositivi smart che abitanti. E gli italiani trascorrono online circa sei ore al giorno, pressoché in linea con il trend mondiale. Di queste sei ore, tre vengono catturate da smart tv o piattaforme di streaming (le smart tv ovviamente hanno la parte maggiore).
Ciò significa che il pubblico e le poltrone ci sono.
Ora serve lo spettacolo.
Quando, molti anni fa, mi occupai di transizione dalla carta al web per un grande gruppo editoriale italiano diedi una sola avvertenza al mio team: evitare che il nuovo, urgente, istinto al laicismo internettiano divorasse la sacralità della carta nel nome di un nuovo estemporaneo dio. Ancora oggi è un mio mantra, sulla scorta di ciò che scrivevo sopra: il fatto che il futuro avanza inesorabile non vuol dire che il passato non serva più a nulla.
È una questione di codici, per quel che posso capire. Basta azzeccare quelli giusti, come la combinazione di una cassaforte o il pin di un cellulare.
Ci sono solo due parole da pesare bene, tra i miliardi di sbuffi, ghirigori e sproloqui, che il web ci impone: leggerezza e rapidità.
Vi dicono niente? Eh, siamo di nuovo a Calvino. Che era sì uomo di un altro secolo, ma che non era un fesso.
In tempi eccezionali è facile fare due cose sbagliate: tirare i remi in barca e andare a caccia alla cieca di qualcuno da imitare. Nel nostro specifico, vivacchiare sfruttando la corrente e scimmiottare chi ha più talenti e risorse di noi.
E invece la nostra peculiarità sta nell’essere liberi di saper sbagliare da soli.
Come? Facendo quello che abbiamo fatto con sapiente incertezza, muovendoci con saggia paura nel terreno della novità più oscura.
Il crepuscolo dei sogni” è l’esempio (guardatelo se non l’avete visto). Un’opera pensata senza reti di protezione per un mondo sconosciuto, forte delle sue insicurezze, blindata nella sua apertura estrema alle più libere letture. Sul fronte della moderna comunicazione “Il crepuscolo” è un esempio da manuale perché, nella sua più ridondante classicità (e nel suo rimpianto per essa), celebra il qui e adesso senza il ditino alzato, senza la pretesa di dare la lezioncina.
È leggera e rapida. Come regole imposteci da questa era impongono.
Ma nel contempo è classica, è attuale, è precisa. Infatti sorprende a ogni visualizzazione e continua, ogni giorno ad avere spettatori.
Ma il “Crepuscolo” è una eccezione. Molti spettacoli pensati e realizzati per il web ricordano i temini della scuola scritti bene, ma senz’anima. Perché hanno un difetto che riguarda il famoso libretto delle istruzioni: sono cose fatte per i pochi che masticano di opera. E non è la spiegazione che manca, ma l’anima.
Due puntualizzazioni a proposito del “pochi” e della “spiegazione”.         
Tra chi non ha dimestichezza col mondo digitale c’è un problema coi numeri. Allora chiariamo: un migliaio di persone che risultano sul web non sono un teatro pieno, sono un migliaio di passanti, perlopiù distratti, che passano dalle parti del nostro palcoscenico.
Quanto alla spiegazione c’è un equivoco di fondo che può essere sciolto con la differenza che passa tra il mondo reale e quello digitale. Molte spiegazioni che alleghiamo ai nostri video o ai nostri spettacoli in streaming saziano più la nostra visione imperfetta di un mondo che non tocchiamo con mano, che la reale necessità di chiarezza. Le spiegazioni online hanno tempi e modi molto differenti dalle “messe cantate” in presenza, quegli antichi riti in cui il direttore o il regista o chi per loro si presenta dinanzi a un pubblico ossequioso ed elargisce un paio di chiarimenti/esemplificazioni/giustificazioni. Il pubblico online è diverso: non è lì che ti aspetta,  è distratto da mille cose, non paga, non è obbligato dalle circostanze a starti a sentire e soprattutto può passare da lì per caso.
Ricordiamoci di questi passaggi quando riteniamo di risolvere tutto con un paio decisioni che in realtà sanano i conti con la nostra coscienza.

Infine il futuro.

Se siete arrivati sin qui vuol dire che dovrò complimentarmi personalmente.
Cosa ci diciamo per il futuro?
Riprendiamo i concetti chiave.
Il nostro libretto delle istruzioni deve guardare al mondo. Fare l’opera solo per chi conosce l’opera è un atto di onanismo imperdonabile in questi frangenti di chiusura fisica e apertura virtuale. Gli altri, i non-spettatori non-paganti, non sono più i barbari ma sono genti da attrarre. Parlano un’altra lingua, ok. Ma l’arte ha un obbligo preciso in tal senso, per troppo tempo disatteso: inventare nuovi linguaggi per chi a quei linguaggi deve ancora arrivare.
Leggerezza e rapidità devono entrare nel nostro vocabolario di conversione, di traduzione. Perché in questo momento, a parte innovare (che è una fatica pazzesca), noi stiamo traducendo. Stiamo traslando antichi codici in nuovi ambiti e per farlo corriamo il rischio di essere oziosi, autoreferenziali.  Dobbiamo agire a 360 gradi quando pensiamo a programmare per i teatri: ritmo e durata dello spettacolo sono i primi nodi da sciogliere.

Insomma.

Insomma penso che molto abbiamo fatto e che molto possiamo fare: dobbiamo imparare a distinguere tra i confini e l’invenzione di un confine. Spesso siamo noi che ragioniamo applicando vecchi registri a nuove narrazioni. E il motivo è sempre quella piccola insistente tentazione che oscilla tra l’abitudine e la convenienza. Quando qualcosa cambia, la prima tentazione è quella di alzare una Grande Muraglia per difendere ciò che abbiamo dentro. Ma quando ci accorgiamo che il nostro eroismo domestico è solo mero spirito di autoconservazione, allora dobbiamo cambiare idea. Senza esitazione, magari insieme per darci coraggio.
E muoverci davvero per vie che superino la mutazione.