“Caccia alle brevi!”

L’articolo pubblicato oggi su La Repubblica Palermo.

Una volta si diceva che la lettura del giornale al mattino è la preghiera dell’uomo moderno. Oggi sappiamo che il rito e addirittura la religione sono cambiati. I giornali, sino a qualche decennio fa, erano luoghi molto diversi da come sono adesso. Erano culle di notizie, palestre di sopravvivenza, scuole in cui consumavano grandi successi sociali ma anche molte ingiustizie. Erano cucine di fatti che venivano serviti a volte crudi, altre volte adeguatamente lavorati e conditi. Un esempio di cuoco ideale per capire cosa erano le redazioni trent’anni fa è stato Armando Vaccarella, storico caporedattore del Giornale di Sicilia. Armando aveva il cinismo tagliente di chi sapeva bene che nel giornalismo di quegli anni non si galleggiava: o si nuotava o si annegava. Era il primo motore immobile di un sistema produttivo che era al contempo stile di vita, insalata di dovere e cazzeggio. Imprevedibile come la vita vera che, allora, imponeva di leggere nell’aggettivo “virtuale” la definizione prevalente di “non reale” e nulla di ammaliante. Armando fu tutto e il suo apparente contrario. Fu la penna al servizio della direzione per i triti editoriali sul traffico – che ispirarono Vincenzo Cerami per la celebre scena di Johnny Stecchino – ma fu anche il primo a raccogliere lo sfogo di Libero Grassi. Il suo grido di battaglia era “Caccia alle brevi!” perché a quei tempi i giornali dovevano stipare quante più notizie possibili: e per un prodotto solido la quantità era importante. Regalò pomeriggi indimenticabili quando, per riuscire a parlare con Sergio Mattarella che si negava al telefono, finse di essere la segretaria di un ministro e, stabilito il contatto col politico riottoso, lo salutò con un “Sergio, Armanduccio tuo sono: ti ho fregato…”.
Una volta – siamo nell’epica – voleva sfuggire a Raffaele Bonanni che stava arrivando a tradimento in redazione e stimò opportuno sdraiarsi per terra dietro la scrivania mentre tutti noi, pietrificati da una risata che non poteva scappare, osservavamo il sindacalista vagare inutilmente per lo stanzone. Era un gran cuoco di notizie perché conosceva il valore del tempo, e il tempo è fondamentale nella cucina di una redazione: senza non si controlla, non si vaglia, non si spiega. I giornali di quell’epoca erano luoghi in cui la fretta era ammessa solo al momento di consegnare il lavoro alla tipografia, alla fine della giornata. Un’insalata di dovere e cazzeggio. Come la vita vera.

Eravamo quattro amici al Gds

Uno dei pregi dell’età che avanza è che la memoria comincia a somministrarti ogni giorno, a tradimento, qualche storia passata che, per similitudine o contrappasso, ha un aggancio col presente. Ed è sempre un misto di nostalgia e di orgoglio, nostalgia per quel che è stato, orgoglio per quel che sei stato. Comunque una sensazione piacevole, costruttiva perché ti spinge a guardare avanti con rinnovato vigore.
Ieri, ad esempio, parlando con un caro collega mi è venuta in mente non una storia precisa, ma una concatenazione di flash che sono il film di un lungo momento umano e professionale.
Siamo intorno alla metà degli anni Novanta, al Giornale di Sicilia di Palermo. Siamo in quattro – io, Francesco Foresta, Armando Vaccarella e Giovanni Rizzuto – e siamo (diventati) il motore del giornale. Siamo molto diversi tra noi, viviamo assieme fisicamente una decina di ore al giorno, a volte di più. Io sono quello più rissoso, Giovanni è il più trasversale (infatti è con lui che mi scontro sempre), Armando è il più spassoso e il sommo maestro di affettuoso cinismo, Francesco è la mente politica del gruppo poiché, strategicamente, è già dove gli altri devono ancora arrivare. I flash che mi vengono in mente riproducono quattro situazioni diverse e distanti che – se volete – potete leggere come un unico film.

Continua a leggere Eravamo quattro amici al Gds

A margine

francesco e gery

Se fosse ancora con noi, Francesco Foresta racconterebbe di quella volta in cui il buon Armando Vaccarella finse al telefono di essere la segretaria di De Mita pur di riuscire a parlare con Sergio Mattarella.
Ma siccome non ci sono più né Francesco né Armanduccio, la storia la chiudo nello scrigno dei miei ricordi felici e non ve la racconto. Così non rischio di ridere sino alle lacrime e di dover far finta di continuare a ridere per giustificare gli occhi lucidi.

La storia di Armando

Ieri è morto a Palermo Armando Vaccarella, un anziano giornalista che è stato punto di riferimento per un paio di generazioni di giornalisti. Sul web ci siamo ritrovati in molti a ricordarlo, colleghi, ex compagni di scrivania, amici, ex amici. E il bello è che almeno per una volta abbiamo raccontato tutti la stessa storia. Quella reale, di Armando, l’uomo che ci forgiò col suo rigore scanzonato.