I social e la solitudine che uccide

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Dopo la tragedia di Palermo con una bambina di dieci anni morta per un tragico (e stupido) gioco su Tik Tok bisogna, a tutti i costi, resistere alla generalizzazione. Quella di dare tutta la colpa ai social network e alle generazioni che vi sono immerse. E occorre innanzitutto contestualizzare. Tik Tok altro non è che un gioco e come molti giochi può essere pericoloso. È stato costruito scientificamente in modo da dare dipendenza, come tutti i social, col meccanismo perverso dell’autogratificazione. A tutti noi fa piacere riscuotere conferme e ottenere soddisfazioni: e ciò è normale. Meno normale è aspettarsi una gratificazione ogni dieci secondi: la droga del refresh ruba il nostro tempo e lo consuma in un’innaturale attesa del like che verrà. Lo scollamento sociale che ne deriva è tutto lì, in quel desiderio che vuole essere appagato istantaneamente. Non conta cosa fai per ottenerlo, conta solo fare qualunque cosa per essere premiato. Le tentazioni maligne, le cattive amicizie, le strade malfamate sono sempre esistite. Solo che prima erano fughe da casa, oggi sono fughe dalla realtà. E però, va ricordato che viviamo in tempi assai strani, in cui le distanze fisiche si allungano come le ombre della solitudine e che proprio grazie ai social stiamo colmando qualche lacuna sociale. Il contesto pesa, nel bene e nel male. Se persino le parole possono essere oggetti contundenti, figuriamoci i serbatoi online di parole, di immagini, di emozioni artefatte… E allora spieghiamo le regole d’uso e soprattutto combattiamo la solitudine imposta da questi giochi che ci illudono di vivere circondati da amici e invece scavano fossati tra chi siamo e chi ci illudiamo di essere.       

Beh, si muore

Da Ballota a Luarca.

Talvolta capita di imbattersi in foto attaccate a un albero, o in mazzi di fiori depositati all’angolo di un sentiero. Sono le “vittime del Cammino”, quelle che giornalisticamente sono parte della cosiddetta “Spoon River” di Santiago. Si stima che negli ultimi trent’anni i morti siano stati intorno ai duecento. Nel 2017 due testate giornalistiche, La Voz De Galicia e FrancigenaNews, hanno fatto un po’ di statistiche e hanno constatato che si muore prevalentemente di infarto, ictus e, in questo periodo, di disastri causati dai colpi di calore (immagino l’ebollizione di pensieri di mio padre a tal proposito, ma questa è un’altra storia). Poi ci sono gli investimenti su strada, gli annegamenti e, pochissimi, gli omicidi. Famoso il caso di un maniaco omicida che modificava le indicazioni del Cammino a mo’ di trappola: lo arrestarono quattro anni fa ed è tragicamente una storia da film. Circa duecento morti quindi, in trent’anni. Il dato può impressionare se buttato lì, senza altri parametri.
E allora mettiamoli in campo, ‘sti altri numeri. 

Nel 2018, l’ufficio del Pellegrinaggio di Santiago di Compostela, secondo le stime ufficiali, ha accolto 327.378 pellegrini, la maggior parte sono donne: il 93,49 % sono arrivati a piedi, il 6,35 % in bicicletta, lo 0,10 a cavallo (il Galoppo di Compostela?), e lo 0,2 in carrozzina. Parliamo di pellegrini, cioè di persone che si registrano: da questi numeri è quindi esclusa quella parte di camminatori che, come me, marciano invisibilmente anarchici.

Quindi a fronte di una folla che si cimenta in un’impresa – parlo del Cammino del Nord o anche del Cammino Francese – qualcuno muore. È un mio problema, lo so, ma quello del rapporto con la morte è un tema per il quale non mi sento allineato col sentire comune (e non è un motivo di orgoglio). Secondo i miei parametri del dolore, la morte durante una missione, durante una gara, durante un’esperienza che ci vede concentrati è altra cosa rispetto al game over per il vaso che cade sulla testa dal terzo piano, al boccone che ci va di traverso (“assassinato dal pane e panelle”). È una morte contestualizzata, è l’addio al palcoscenico con l’orchestra che suona e non l’inghiottimento nel gorgo di un cesso del quale non abbiamo manco tirato noi la catenella. Mi è capitato più volte di polemizzare qui e altrove contro chi invocava, ad esempio, la sospensione di una maratona dopo la morte di un concorrente. Una bestemmia innanzitutto per la vittima che quella maratona voleva chiuderla col tempo migliore e che si sarebbe rivoltata nella tomba nell’apprendere di aver bruciato la gara a migliaia di persone che, come lei, si erano rotte il culo per un anno prima di cimentarsi in quella prova estrema. 

A tutto questo pensavo stamattina mentre, dopo Cadavedo, in cima a una salita mozzafiato ho trovato una foto attaccata a una ringhiera: “In loving memory of Kyriacos Zindilis”. Ero talmente stanco che ho fatto una foto indecente (concedersi la debolezza di essere palesemente deboli è una forza che sto sperimentando nel Cammino), ma l’ho fatta più per ricordarmi di non dimenticare che per altro.

Per i restanti chilometri roventi – oggi c’era un caldo tragicamente palermitano – mi è rimasto impresso il volto di quell’uomo sorridente. E mi sono immaginato i suoi ultimi frame. L’entusiasmo della partenza alla mattina, le chiacchiere, la stanchezza che arriva, il sudore tra la maglietta e lo zaino, la prova da superare, la felicità per la cima raggiunta, un doloretto ma chissà, il cielo, il sole in faccia come al mare, come in vacanza. E all’improvviso la concitazione attorno, degli altri che si chiedono cosa accade e lui che si compiace anzichè preoccuparsi: ve l’avevo detto che ce la facevo, è bellissimo, anche questo sole… poi non fa così caldo, tranquilli che ora si riparte, si ricomincia.

E lui tranquillo che ricomincia. Altrove, senza fatica.

(21 – continua)                  

Il Martini delle emozioni

Seguo da ieri le dirette di Radio Capital in cui si parla di Vittorio Zucconi e si celebra con garbo la sua memoria. Sono sempre stato un suo appassionato lettore e, da vero maniaco della radio, un suo ascoltatore sfegatato. Il senso di mancanza, in generale, è una sensazione che ho sempre accarezzato con indecente interesse: perché – lo sappiamo – è nella malinconia dell’assenza che troviamo il senso di molte cose che normalmente tendono a sfuggirci. Insomma da ciò che non c’è (più) ricaviamo il significato di ciò che ci piacerebbe avere ma che non ci curiamo di avere.

Così, nel rimpiangere uno sconosciuto così familiare, ho riannodato molti fili: il tepore di serate familiari con la radio accesa e il vino nel bicchiere; i ritagli di un suo articolo degli anni Ottanta  appeso al muro della mia stanza; il viaggio in moto ai confini del mondo con i suoi podcast a diluire lingue, costumi e climi a me magicamente estranei; le discussioni al giornale sulle acrobazie di certi suoi attacchi; la vita oltre le parole scritte e viceversa.

C’è nella morte un mistero insondabile che non è biologico né religioso né filosofico, ma egoistico. Perché ci sono dipartite che riescono a darti quel disturbo sottile che è dolore, malinconia e gioia tutti insieme? Perché la fine di una vita altrui rimbalza nella tua che continua, magari per forza di inerzia, tra mille scossoni?

La verità è che probabilmente non c’è nulla di definitivo se ci si trova dinanzi a qualcuno che vi racconta o vi chiede di raccontargli una storia (cvd). Il divenire è principalmente un esercizio di libera e inebriante malinconia. E chi non lo capisce è un troll delle emozioni e come tale va tenuto a distanza con la canna.

Insomma il senso della vita applicato alla morte è il cocktail Martini delle consolazioni: forte e inebriante, ma attenzione ad abusarne.

In morte di un meraviglioso signor nessuno

L’articolo pubblicato su Repubblica.

Ci sono situazioni che sembrano lontanissime eppure sono vicine, vicende che possono solo essere frutto di immaginazione e invece accadono. Ci sono tragedie che sono film, tanto è drammatica la teatralità che le avvolge, e invece sono reali, investono qualcuno che conosciamo o che abbiamo appena incrociato per strada. Giuseppe Liotta era un medico che curava i bambini e lo faceva con la passione di chi non confonde il lavoro con la routine. Infatti, sabato scorso, aveva deciso di andare in ospedale nonostante la natura gli avesse scatenato contro tutte le sue forze, quasi a voler mettere alla prova il suo eroismo. Ma Giuseppe Liotta non era un eroe. Era un medico, un medico che curava i bambini. E il suo ospedale non era a un tiro di schioppo, ma a Corleone. Così non ci ha pensato su manco mezza volta quando è salito sulla sua auto ed è partito verso ciò che per noi può essere solo frutto di immaginazione e invece accade. Hanno ritrovato il suo cadavere cinque giorni dopo a dieci chilometri dalla sua auto, sepolto dal fiume di fango che lo ha strappato alla sua straordinaria ordinarietà: la famiglia, il lavoro, il senso del dovere.
C’è qualcosa di medioevale nella congerie di acqua, terra, pietra e lamiere che punisce l’incolpevole, sacrificandolo per un merito e non per una colpa. Un imperscrutabile disegno divino per chi crede in un dio, un’atroce ingiustizia per tutti gli altri.
Giuseppe Liotta se ne va nel fiore degli anni come un fiore reciso ancor prima di sbocciare. E non è retorica, ma crudo realismo. Quanti altri Giuseppe Liotta ci sono nel nostro mondo di sopravvissuti? In un’Italia che ha abolito il lavoro chi è disposto a rischiare per fare semplicemente il proprio dovere? E chi è che lo fa senza sventolare bandiere o farsi bandiera egli stesso?
Giuseppe Liotta, il dottore Giuseppe Liotta, era il simbolo migliore di una forza silenziosa che dà il meglio di sé dietro le quinte, che olia gli ingranaggi di una solidarietà perduta, che aiuta per vocazione senza ricevuta di ritorno. Un signor nessuno che diventa ai nostri occhi un gigante quando improvvisamente non c’è più: perché eravamo distratti, perché ci occupiamo sempre delle stesse cose e delle stesse persone, spesso inutili se non perniciose, mentre trascuriamo il buono che non fa romanzo, il bello che non fa scena, l’utile che non fa audience.
Avvertire la mancanza di uno sconosciuto e soffrirne è il rimorso che ci meritiamo.

Peppino Impastato, il Che Guevara di Sicilia

L’articolo pubblicato su la Repubblica.

Peppino Impastato può essere considerato l’eroe antimafia più trendy. Non si offendano parenti ed estimatori poiché è proprio questo suo essere icona perfetta, simbolo perenne e mai impolverato, una delle ragioni fondamentali della sua popolarità. E la popolarità fa bene al messaggio.
Impastato è nell’immagine collettiva, anche nel senso fisico di fotografia, un Che Guevara di Sicilia. La sua rivoluzione è stata scandita con le parole giuste (“La mafia è una montagna di merda” è di una semplicità geniale) e con i mezzi più moderni che l’epoca gli ha consentito (del resto la radio è stato il primo vero social network). È per questo che la sua rappresentazione iconografica è così agile. Su Facebook ci sono centinaia di gruppi ispirati a lui, dai circoli politici ai cineforum, dalle biblioteche alle gare sportive. Peppino Impastato è un brand antimafia inscalfibile, che raccoglie consensi a ogni latitudine. Ne approfittò qualche anno fa un’azienda di occhiali, la Glassing, che imbastì una pubblicità con la sua immagine (poi ritirata per le polemiche). In Sicilia sono pochi i comuni che non hanno una via, una piazza, un lungomare o un abbaino intitolato a lui. Nel 2009 un sindaco leghista (of course) di Ponteranica in provincia di Bergamo decise di rimuovere dalla biblioteca pubblica la targa che lo ricordava, “per onorare personalità locali”. Sei anni dopo un’altra amministrazione ci ripensò e gli intitolò un centro giovanile, a conferma che spesso non servono cento passi per raggiungere il cuore del problema, ma ne basta uno solo, giusto.
Oggi l’eredità di Peppino Impastato è di valore inestimabile perché coincide con la genuina perfezione della sua icona, che è messaggio e immagine, simbolo e sostanza.
Servono radici forti per usare bene le ali.

Annamaria

“Dietro ogni uomo di successo, ci sono una moglie fiera e una suocera sorpresa”.
Harry Truman

Se mai avessi avuto successo avrei avuto una moglie fiera e una suocera divertitissima. Perché Annamaria, mia suocera, era così: interessata, avida di storie, curiosa. Quindi divertente e divertita.
Mai stata una suocera suocera. Nel senso che mai nel corso dei naufragi della mia vita – almeno quelli che lei ha vissuto di ruolo, per gli altri la sua vividezza mentale le dava il tormento perché non sopportava che ci fossero cose di me di cui non si potesse discutere davanti a una tavola imbandita – si è mostrata col ditino alzato pronta a difendere tesi precostituite.
Annamaria era elegante e solitaria. Ma di un’eleganza d’animo ancor prima che esteriore, sebbene anche nella vecchiaia curasse attentamente il suo aspetto guardandosi bene dall’inciampare in quegli anacronismi estetici che fanno di tante vecchie grotteschi fenomeni da baraccone. Annamaria, a dispetto dell’età, non era vecchia. E mai lo sarebbe stata, nemmeno a 150 anni.
Era di un solitario maniacale: coltivava la sua indipendenza centellinando le sue sortite e camuffando da discrezione una sua innata pigrizia. Usciva poco perché le scocciava separarsi dal suo mondo fatto di romanzi, vissuti e letti. Perché Annamaria era, oltre a una divoratrice di storie (e lì riuscivo a convincerla a venire a cena da noi, massimo tre persone, buon vino che aveva scoperto in tarda età e pane fatto in casa) anche una gran raccontatrice.
Aveva i cassetti pieni di sogni e gli armadi privi di scheletri. Insomma sapeva bene dove stivare i sentimenti. Per questo mi piaceva. Perché leggeva più di me; perché riusciva a essere trasversale nella sua visione ottocentesca della vita; perché era una donna buona nonostante esercitasse senza esitazioni la facoltà del non perdono; perché non sapeva cucinare ma era una buona forchetta; perché era femmina nel gestire i segreti come rospi non sputati.
Ebbe una vita con risvolti incredibili e me ne narrò un bel pezzo. Negli anni ho preso un bel po’ di appunti per un libro o per una sceneggiatura e vi assicuro che ho in mano una storia bella, umana, divertente e malinconica. Come lei.
Solo che adesso non mi va più di raccontarla.
Fai buon viaggio Annamaria, in un’altra vita t’insegnerò a fare il pane in casa. E tu mi insegnerai a condividerlo con le persone che davvero valgono.

Addio al nostro alfabeto musicale

Ci si abitua alle assenze, non ci si abitua mai alle voragini. Perché un’assenza è metafisica, una voragine è fisica. Quella di Prince è una voragine per noi affamati di rock, per noi ex giovani sopravvissuti agli anni Settanta, per noi mediocri strimpellatori in cerca di un genio da imitare.
Prince era in grado di sconvolgere tutto l’universo musicale conosciuto. Toglieva eco ed effetti laddove una teoria di delay copriva le nefandezze di un cattivo esecutore, cambiava nome quando il suo era troppo famoso, riempiva di note il vuoto di mille esistenze che, come la sua, venivano dal nulla senza aspirare ad altro che non fosse poco più del nulla.
Ci ho pensato per qualche ora, come se dovessi elaborare un lutto personale. Ed effettivamente non di lutto personale si tratta, ma generazionale. Nell’epoca in cui una generazione ha perso pilastri come David Bowie, Maurice White e (per l’Italia) Pino Daniele, c’è poco da sperare: quando un artista passa dalle cronache alla storia è il momento di fermarsi e respirare. Come quando arrivi a cinquemila metri di altitudine e guardi quel che c’è sopra pensando a quel che hai sotto: null’altro da fare, solo tesaurizzare l’esperienza, che sia ossigeno, musica o nostalgia compressa non importa. Devi respirare e basta.
Respiro.
Ok.
Prince era l’alfabeto di chi aveva due orecchie collegate a un centro del desiderio. Poteva non piacere, perché certe sue performances erano davvero urenti. Ma non importava: a nessuno piace la consecutio temporum, ma tutti sanno a che serve. E Prince serviva. A sognare una pioggia viola senza chiedersi nulla sul colore pernicioso. A chiedersi quando le colombe piangono. A implorare un bacio come un’ossessione violenta.
Non so quanti vi racconteranno della vita spericolata del genio di Minneapolis, non immagino quanti saranno i link con la sua fama di simbolo (bi)sessuale, né mi interessano i dettagli di una morte misteriosa come la sua vita privata.
So soltanto che Prince l’ho inseguito per il mondo, che l’ho raggiunto in un remoto bosco della Danimarca: e lì l’ho trovato meravigliosamente snob (non eseguì neanche uno dei suoi cavalli di battaglia). Che l’ho apprezzato anche per le sue trovate più commerciali (perché lo stile non è acqua).
Che mi mancherà come il caffè la mattina, quando hai gli occhi ancora chiusi e ti rifugi in una certezza antica, un riff in la maggiore, una frase nota in una bocca impastata, una voce amabilmente stridula, la chitarra che urla, buongiorno mondo ma che cazzo di buongiorno ti meriti se è sempre lo stesso mondo di merda? Buongiorno lo stesso. E buonanotte Prince Roger Nelson, un nome paradossalmente lungo per uno che a un certo punto ha scelto di far passare l’apocalisse sul suo stesso elemento anagrafico, con un’ambiguità ostentata come la maschera di Pulcinella.
Buonanotte all’uomo che rinnegò se stesso per darsi una libertà maggiore, quella di superare i confini di una popolarità che rischiava di omologarlo anziché esaltarlo.
Buonanotte al macho di un metro e cinquantotto centimetri, sul quale nessuno ha mai avuto il coraggio di ironizzare.
Buonanotte e vaffanculo, maledizione
Chi ci darà il risveglio domani?

Senza Maurice White

maurice-white

Senza Maurice White non avrei ballato coi miei amici tutti i sabato pomeriggio in una malfamata discoteca dietro casa, credendo di essere allo Studio 54 di New York.

Senza Maurice White non avrei finto di essere malato per non andare a scuola la mattina in cui, per una strana convergenza astrale, in tv davano un concerto degli EWF.

Senza Maurice White non avrei consumato la puntina Shure del giradischi sino a renderla inutilizzabile.

Senza Maurice White non avrei cantato a squarciagola durante i viaggi di istruzione.

Senza Maurice White nelle orecchie, le mie gambe si sarebbero rifiutate di correre per chilometri e chilometri.

Senza Maurice White molti panorami sarebbero stati meno belli.

Senza Maurice White non avrei conosciuto la più bella canzone del mondo, che è That’s the way of the world.

Senza Maurice White non avrei cantato in coda al supermercato.

Senza Maurice White certe serate al Malaluna sarebbero state noiose.

Senza Maurice White molti innamoramenti adolescenziali sarebbero stati meno innamoramenti e meno adolescenziali.

Senza Maurice White non avrei potuto rimpiangere così facilmente la musica degli anni settanta.

Senza Maurice White non avrei avuto un conforto per i momenti di tristezza.

Senza Maurice White non avrei avuto un ritmo per celebrare il buon umore.

Senza Maurice White la chitarra tra le mani sarebbe stata più pesante.

Senza Maurice White la mia vita non avrebbe avuto una colonna sonora meravigliosa.

Siamo morti, ma parliamo d’altro

imageCi sono due modi per affrontare la morte. Il migliore, e più difficile, è ovviamente quello che fa ricorso all’ironia. L’altro è quello, umanissimo, che ha a che fare con la paura e la disperazione. Negli ultimi tempi ho avuto occasione di constatare che, nei momenti più drammatici dell’esistenza, è comunque l’intelligenza vivida a fare la differenza. Due esempi di seguito, uno vicino, l’altro lontano: il mio amico Francesco Foresta che ha avuto pochi mesi di tempo per passare da una vita di progetti a una vita in scadenza, e tale Heather McManamy che, devastata da un cancro, ha scritto una bellissima lettera agli amici da leggere dopo la sua morte.
Sono due scritti istruttivi da consultare (non ho detto leggere) quando crediamo, io per primo, che tutti i fulmini del cielo siano sulla nostra testa e non ci rendiamo conto che, certe volte, per schivare un fulmine basta scansarsi.

Grazie a tutti, ora scappo perché c’è da lavorare.

Ho una notizia buona e una cattiva: la cattiva, sono morta.

Vita da buttafuori

Buttafuori violentiUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Ai tempi dei romani venivano chiamati ostiari e avevano il compito di sorvegliare l’entrata della chiesa. Ma sin da prima, nei meandri dei miti sumerici, c’è traccia di guardie preposte al controllo di un ingresso. Addetti pagati per filtrare gli avventori, per mettere ordine in un’umanità accalcata. Oggi nella freddezza del linguaggio burocratico, fanno parte del cosiddetto “personale di controllo”, e sono “operatori di gestione flusso e deflusso”, ma è molto più efficace chiamarli col nome composto che ne spiega l’antico e fondamentale ruolo: buttafuori.
La tragedia del Goa, con la morte del povero medico Aldo Naro, li ha strappati a quel mondo di penombra nel quale vivono, accendendo oltre alle luci della cronaca anche qualche interrogativo. Quali sono i loro limiti d’azione? Chi certifica la loro formazione? Insomma quando ci imbattiamo in questi signori, chi ci dice in che mani, anzi manone, siamo? Continua a leggere Vita da buttafuori