Notizie dal clan Palazzotto

Di mio padre vi ho raccontato molto, forse troppo. Ma ognuno è figlio a modo suo quindi non segue dibattito.
Oggi un piccolo gesto – piccolo ma significativo – mi ha fatto riflettere su quanto la vita riesca a togliere e a restituire sotto forma di moneta di altro conio.
Il fatto è semplice: la Lilt, Lega italiana per la lotta contro i tumori, ha dedicato il poliambulatorio di Palermo a lui, Pino Palazzotto, che alla lotta al cancro e al volontariato ha dedicato una vita.
Il contesto è ancora più semplice: nella scia di lavoro che lui e mia madre, anche lei volontaria per decenni – e per di più inarrestabile al limite dell’indomabile – hanno tracciato, è emersa la figura di mia zia Francesca Glorioso che oggi è presidente della sezione Lilt di Palermo, e non certo per congiunture parentali dato che sempre di volontariato si tratta.

Chiusa la parentesi del clan dei Palazzotto, la cosa che mi piace sottolineare è innanzitutto quel “Pino”. Pino e non Giuseppe. Perché lui era Pino per gli amici e anche per i nemici. Solo gli estranei lo chiamavano Giuseppe, e con gli estranei non si recensiscono gli affetti. Quindi quel “Pino” è informalità spinta, è disponibilità continua, è affabilità estrema anche un po’ naif. Lui era così, cinico e sentimentale, quasi un ossimoro.

L’altra cosa – e chiudo che già qui lui sbadiglierebbe – è il luogo e il contesto. Viviamo con l’affanno di dover lasciare un’impronta anche fisica. Oggi Pino Palazzotto non ha una piazza, non ha una via, neanche un vicolo, com’è giusto che sia. Ha un posto ben più importante che lo ricorda, un posto in cui si celebra la vita e si esorcizza la morte: un poliambulatorio per la prevenzione del cancro, a Palermo.  

Quattro chili

Sono uno che quando è triste mangia e quando è allegro beve. Insomma sono un pessimo spot per i luoghi comuni applicati all’umore. Però mi ascolto abbastanza per evitare di farmi prendere alle spalle da me stesso: i peggiori tradimenti vengono spesso da noi, e anche qui ci allontaniamo dai luoghi comuni.

Mi sono accorto di una cosa abbastanza normale per noi uomini di una certa età, cioè di aver preso qualche chilo. La cosa che mi ha suscitato qualche pensiero è come sia potuto accadere, anzi come è realmente accaduto. Da quando il mio papà ha scelto di viaggiare da solo e nonostante un mese abbondante di dieta analcolica, causa seccatura esofagea (che scritto così fa un po’ schifo, ammetto), il mio girovita ha subito una variazione. Poca roba, per carità: ma qui mi piace parlarne per centrare un tema, quello dell’imprevedibilità di certe sensazioni fisiche.

Si può essere felici nell’inquietudine e scontenti in un assetto di buon vivere. Io, che sono uno fortunato (almeno fino a ora, nonostante influssi che non appartengono alla mia sfera affettiva) ho imparato a distinguere il futuro da manuale da quello anarchico. Cerco di godermi il poco che raccolgo e il molto che mi dà chi mi vuole davvero bene e mi cimento nello smontaggio ulteriore dei luoghi comuni applicati all’umore.

Quest’estate camminerò un po’ meno dell’altra volta. Mangerò e berrò meglio e non chiederò troppo al mio fisico, che già mi ha fatto il favore di archiviare gran parte delle scemenze che gli ho imposto nei decenni meravigliosamente scellerati della gioventù. Non proverò vergogna per questi quattro chili in più (ebbene sì, ecco il numero che chiedevate senza chiedere). Cercherò di non essere triste e di mangiare e bere sempre come quando sono allegro. Non è vero che l’anima e il corpo sono una cosa sola. Dell’anima in fondo non sappiamo un tubo sino a quando siamo vivi e il solo pensarci mi deprime. Meglio occuparsi del resto.