Quella cosa là

Sono sempre stato contrario alle generalizzazioni. Anche quando sono adottate per pudore o per timidezza. Senza nasconderci che tendiamo a generalizzare perlopiù quando abbiamo torto.
D’altro canto detesto l’ossessiva dovizia di particolari soprattutto nei momenti di difficoltà o quando si gioca di rimessa. Non a caso faccio parte di quella schiera di esseri viventi (come gli elefanti e i vecchi capi indiani) che si ritirano in solitudine se intravedono in se stessi un bug o un difetto che può figliarne altri.
È per questo che mi sono deciso a parlare, qui e in pubblico, del nostro vero punto debole, per alcuni lato oscuro per altri catalizzatore di rivincite. Che sana le generalizzazioni e il loro contrario, nella sua indefinitezza conclamata.

Quella cosa là.

Tutti noi abbiamo o abbiamo avuto quella cosa là.
Un male improvviso, un disastro sussurato, un inciampo nascosto.
Prima o poi capita a tutti per contrappasso alle famose cinque parole più pericolose dell’universo.

Quella cosa là è un difetto che avete paura a nominare o una mina antiuomo che avete scoperto nel vostro giardinetto e non siete riusciti a disinnescare subito.
È l’alibi che vi siete inventati bluffando o la malattia (anche non grave) che avete creduto invano di avere, salvo poi incontrarla davvero.
È l’incubo che accarezzate come scusa per sottrarvi a una responsabilità o il nemico che finalmente avete sconfitto.
È la cartina di tornasole di tante false amicizie e la collana in cui inanellare nuovi affetti.
È lo specchio di Grimilde o il ritratto di Dorian Gray.

Negli ultimi mesi ho avuto quella cosa là tutta mia. Non l’avevo riconosciuta, scambiandola per una normale cosa, ma non per quella cosa.
Me ne sono accorto quando ne sono uscito, a fatica lo ammetto (uscirne e accorgersene). Perché la nostra visione delle cose patisce il recentismo e non ci consente di avere le idee chiare sin quando la polvere non cala o la nebbia non si dirada. Come andare in montagna: non basta arrivare in cima per godere del panorama, ci vuole una condizione in più, che sia climatica o psicologica sarà il caso a stabilirlo. È un bene parlarne, credetemi. Perché a tacerne – e io sono un campione mondiale di “risoluzione di cazzi propri per i cazzi propri” – si fa il gioco del nemico. Che non è quella cosa là., ma ciò che vi rivela.
La caducità di certi rapporti (caducità fa molto tema di maturità), la forza compressa nelle congiunture mentali, il vento seminato con conseguente tempesta di feedback non proprio positivi. La bellezza che fatica a farsi strada nella sofferenza e la risata che deve fottere una scossa di dolore.

È così che quella cosa là che tante rotture di coglioni vi ha provocato, vi regala a giochi fatti (se ovviamente siete sopravvissuti) una serie di nuove consapevolezze.
Tipo.
Quando siete davanti a una persona che giudicate perfetta pensate che, in fondo, è il buco che fa la ciambella.
Tipo.
Esistono autogol che, in termini di libertà, valgono meglio di una doppietta in porta avversaria.
Tipo.
Nessuno ti vuole quando perdi.
Tipo.
Lottare e magari essere sconfitti può essere una cosa bella: uno dei più grandi insegnamenti di quel gigante di Marco Pannella.

Il filo di lana

Questo ragionamento parte da un mezzo per arrivare a un contenuto.
Per molti anni, diciamo dagli anni Novanta, ogni mattina – ogni santa mattina – le prime due telefonate che ho ricevuto sono state quelle di due persone: mio padre e il mio amico Francesco.
Sempre.
Mio padre per via della sua ormai celebre invadenza affettiva si sincerava che fossi sopravvissuto a impegni/bagordi/fatiche della sera prima (ho vissuto prevalentemente di notte per un bel po’ di vita) e al contempo si portava avanti nella soddisfazione della sua atavica curiosità chiedendomi come buttava la giornata sul fronte della cronaca. Francesco cazzeggiava a 360 gradi su presente/passato/futuro di una vita che condivideva con me – per via del nostro lavoro – ancor più che con la sua famiglia: allora al giornale marciavamo per 12 ore al giorno.
In entrambi i casi c’era sempre una risata a fare da sfondo, anzi un sorriso. Il sorriso di essere comunque in una comfort zone, di aver un sentimento come scudo contro le rotture di coglioni del mondo.

Il mezzo era il telefono (il mio primo cellulare risale al 1992), il contenuto era qualcosa che ancora oggi mi viene difficile da spiegare. Perché non era solo affetto, non era solo attenzione, non era solo routine. Era un po’ di tutto questo, sì. Ma era anche quello che chiamo “effetto filo di lana”. Un filo di lana è leggero, è piacevole al tatto, anche se insignificante preso da solo. Ma se lo intrecci, se riesci a farlo transitare dallo stato matassa allo stato maglione diventa ben altro. Diventa calore, abbraccio, sicurezza ordinaria.
Il nostro problema – ammesso che statisticamente almeno un paio tra voi possano condividere questo ragionamento – è che non è impossibile trovare fili di lana, ma è molto difficile indossare nuovi maglioni che ci stiano bene.
Assodato (assodato davvero?) che per fare un bel maglione servono impegno, materiali di qualità, buona volontà, è evidente che siamo troppo frettolosi nel liquidare le cose di questo genere come effetti collaterali della nuova socialità liquida, mentre la narrazione è un’altra: il rapporto tra mezzo e contenuto è sopravvalutato.
È un alibi e basta.
E l’alibi non ci darà mai calore, abbraccio, sicurezza ordinaria.

Ingrati

Ci sono discorsi difficili da imbastire senza inquinarli di personalismo. Perché uno dei servizi migliori che chi vive e campa di parole può fare è, secondo me, cercare di restituire a chi legge concetti universali. “Restituire” è la parola giusta giacché  i concetti sono un bene comune e se qualcuno se ne trova privo è segno che qualcosa non ha funzionato nel meccanismo di distribuzione.

Prendete il concetto di gratitudine.

Un concetto antico, che fa parte dell’ortodossia religiosa (di oriente e occidente), eppure sempre attuale, oggetto di mille discussioni. Nelle alleanze politiche, nei rapporti sentimentali, nelle strategie lavorative, persino nella socialità distratta, la gratitudine è un relè di relazioni, un perno intorno al quale ruota il sistema di causa-effetto che condiziona le nostre esistenze.
Ci sono mantra in stile Confucio che ci intimano di non fare del bene se non abbiamo la forza di sopportare l’ingratitudine, ma al contempo siamo fatti di carne e sangue e la riconoscenza è comunque benzina per il motore delle sane relazioni sociali.
Sta tutta qui la moderna saggezza di questi tempi che nulla hanno di saggio. Nel saper stravolgere le parabole, nello sconquassare i luoghi comuni, nello stracciare i pregiudizi religiosi per rassegnarci: il migliore premio per chi fa qualcosa di buono per gli altri è sapersi regalare la preparazione al voltafaccia finale.

Ho imparato – perdonatemi l’accenno di personalismo di cui al primo rigo – che si presta solo ciò che si è in grado di perdere. Una volta un ex amico mi chiese dei soldi e glieli diedi. Me li chiese di nuovo e glieli diedi ancora. Quando gli domandai com’era finita lui sparì senza vergogna, nonostante un’amicizia trentennale. L’ho (intra)visto in giro per feste e festini, so che quei soldi li ha impiegati al peggio e in cuor mio mi dispiace non tanto perché non me li ha restituiti (ho capito che è un truffatore inside), ma perché non se li è goduti. Con l’età che avanza, tendo a perdonare sempre più chi si dimentica del bene ricevuto e sempre meno chi fa finta di dimenticarsi del male fatto.
Ora non vi voglio lanciare il messaggio di amore e pace (concetti nobilissimi, ma noiosissimi se non ben incorniciati in un santino), però di ingratitudine mi sono nutrito e sarei sazio se solo il menù non mi proponesse ogni giorno una pietanza nuova, sciapa e brutta persino a descriverla.
Generalmente lo stolto si scaglia sempre contro chi lo ha creato: accade nella storia, nell’arte e nelle nostre conventicole.

I miei migliori ex amici sono personaggi finiti in quell’ombra che erano riusciti provvisoriamente a evitare, sono ombrelloni dismessi in un eterno inverno o, peggio, sono armi di sputo rivolte verso il cielo che non si curano della sorte della loro faccia. Peccato, alcuni avrebbero meritato una fine migliore se solo fossero stati capati di immaginarla. Perché l’ingratitudine è soprattutto un peccato di scarsa immaginazione. Senza l’immaginazione la vita non ha sogni: nulla si può fare se prima non lo abbiamo immaginato.
Ma loro ovviamente non lo sanno.

Peli e destini

Questa storia parte da una cosa che potrebbe risultare un po’ schifosa. Una cosa che riguarda i peli umani. Passiamo la vita a odiarli o a rimpiangerli, a coltivarli o a sperimentare intrugli per debellarli. Dipende dalla zona del corpo in cui si trovano (è chiaro che in testa sono più preziosi che altrove) e soprattutto dall’età in cui ci poniamo il problema. Perché col tempo i peli migrano dai luoghi in cui sarebbe consono che dimorassero a posti impensati e francamente sgradevoli.

Il punto è il tempo che passa. Anzi l’effetto del tempo che passa.

C’è una bella frase di Peter Høeg, un autore che mi piace, ne “I figli dei guardiani di elefanti”: “Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice” (ve ne parlai qui). Rende l’idea di una circolarità delle emozioni che questi tempi duri hanno soffocato. Perché, non è solo un gioco di parole, il tempo risente dei tempi e, ovviamente, viceversa.
Il problema è quello di un’immaginazione inquinata da una situazione estrema e omologante come quella dell’emergenza che ci ha costretti per due anni a una prigionia non soltanto fisica. Ma è anche uno stallo di percezione che fa parte del nostro divenire, credo dall’alba dei secoli.
Ciò che ci affascinava, oggi magari ci fa schifo. Ciò che ci abbagliava, oggi magari è invisibile. Ciò che ci era indifferente, oggi magari ci manca da morire.
Sarebbe anormale che così non fosse giacché l’immutabilità non è di questo mondo terreno, e per quello che so manco degli altri nei dintorni.
È l’inganno delle nostre percezioni che ci spinge all’errore.
Pensiamo all’amicizia come a un valore pressoché assoluto quando è provato che alla base c’è sempre uno scambio di qualcosa (che sia emozione, sentimento, convenienza o altro è un dettaglio che attiene alla nostra fortuna), quindi siamo nel campo del più che relativo.
Dell’amore si dice che quello vero è “per sempre”, mentre magari è proprio quello surrogato e complicato che non morirà mai nell’intimo del nostro cuore (e il mio, come vi dissi, è un cuore bonsai quindi è tutto più complicato e noioso). Quel lavoro sul quale avevamo puntato tutto si rivela, dopo anni di sacrifici, un alibi per non pensare ad altro: abbiamo bisogno di “cause di forza maggiore” per sfuggire alle debolezze, alle nostre cause di comprovata forza minore insomma. Ogni volta che facciamo un favore confidiamo nel fatto che, chissà, un giorno venga ricambiato, mentre ci dimentichiamo che noi prestiamo (e il favore si configura più o meno cinematograficamente come un prestito) ciò che ci possiamo consentire di perdere (e così il favore diventa regalo e fine delle scocciature).

Insomma quello che potrebbe sembrare un festival delle illusioni, è invece una plausibile celebrazione della realtà.
Il fraintendimento è di casa sui social, un po’ meno qui per fortuna, poiché la tendenza superficiale a dover spalmare tutto su un’unica fetta da addentare (il social è una tartina con mille ingredienti da ingerire simultaneamente, alimenta bulimia e non sa di nulla) crea spesso imbarazzanti corto-circuiti tra chi scrive e chi legge. Se uno scrive di amore è iscritto al filone dei depressi. Se uno scrive di aperitivi a quello degli alcolizzati. Se uno scrive di libri a quello degli sfigati. Se uno scrive di politica a quello dei simpatizzanti del regime. E così via.

La verità è molto diversa, per fortuna. Basta imparare a non rompere i coglioni agli altri quando non abbiamo il coraggio di tirare fuori i nostri.
Viviamo una crisi di emozioni genuine, quelle che si sussurrano o si urlano a seconda dei casi (qui un link d’epoca illuminante). Quelle per le quali non c’è vergogna né a dirle né a subirle. Le emozioni degli altri si rispettano, le nostre anche no: ad esempio la debolezza altrui possiamo biasimarla, la nostra possiamo tranquillamente maledirla.

Tutto cambia, tutto deve cambiare altrimenti sarebbe la sagra della noia. Ciò che l’appiattimento di questi anni ci ha tolto è la consapevolezza che non si cambia solo “per uscirne migliori”, la più grande panzana del millennio, ma anche (e soprattutto) per rimanere se stessi: ecco perché non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice.

Amici e (ri)guardati

Quanti amici ho? Vi siete posti la domanda? E soprattutto ve la siete posta in vari momenti della vostra vita? Se io me la fossi posta quarant’anni fa, la risposta sarebbe stata molto diversa da quella che mi sarei data chessò nel 2008 e ancora più diversa da quella che troverei oggi.

Confesso subito: la domanda non me la sono mai posta, per vari motivi.

Primo, contiene in sé una trappola logica, cioè recensire matematicamente qualcosa che non ha nulla a che fare con la matematica: esistono tanti e tali gradi di amicizia che bisognerebbe stabilire un livello minimo, o almeno medio per entrare nella schiera degli “aventi diritto”; ed è impossibile arrivare alla ragionevole certezza che produca un numero.
Secondo, l’amicizia è un sentimento tutt’altro che stabile. Oscilla, come l’amore, l’odio e i sentimenti che non si possono annacquare. In generale nelle sensazioni e nei rapporti umani tutto ciò che è stabile, è diluito, annacquato appunto. Pensate ai grandi sodalizi duraturi, di qualunque tipo siano, e avrete contezza di quanto compromesso, di quanta sabbia riempi-fessure (mezzo spoiler: la sabbia non la cito a caso perché alla fine vedrete che sarà determinante) c’è bisogno per puntellarli e farli risultare scenograficamente stabili. Quindi amici oggi, ma domani?
Terzo, siccome non posso buttare tutto in vacca ci metto un pizzico di scaramanzia. Non mi sono posto la domanda perché ogni volta che sono stato vicino a farmela ‘sta cazzo di domanda, mi sono beccato una delusione.

Tutto ciò per dire che io comunque ci credo nell’amicizia, ma credo ancor più nei suoi limiti.
E qui ci vuole una parentesi personale.
Ogni volta che “ci vorrebbe un amico” io me la canto da solo. È un mio difetto. Perché, diciamocelo, noi l’amico lo cerchiamo quasi esclusivamente quando siamo con le pezze al culo. Ecco, quando mi trovo in quella situazione, io invece sposo un atteggiamento che definisco, senza modestia, da “scassacazzi intimista”: detesto imporre i miei problemi agli altri, quindi prima risolvo, poi cerco chi torturare con i dettagli di come ho risolto.
I limiti dell’amicizia, per quanto mi riguarda, sono tutti in una semplice considerazione: va bene come responsabilità ma non deve mai essere considerata un’opportunità.

E adesso parliamo di sabbia, sennò che spoiler ho fatto.
Altro che Covid, altro che global warming, altro che Greta, altro che munnizza a Palermo, una vera crisi millenaria è alle porte. È un allarme sul quale, a causa di casini molto più urgenti e urenti, già da qualche anno l’Onu ha scritto qualche paginetta di disastri prossimi venturi. Riguarda l’esaurimento delle scorte della terza più importante materia prima al mondo dopo aria e acqua. Che non è il petrolio. Ma la sabbia.
Sì, la sabbia.
Uno dice: minchia, ma con tutta la sabbia del Sahara, cosa volete di più?
Basta documentarsi un po’ per aggirare la domanda. Perché gli scienziati ci dicono che con la sabbia del deserto si fa il vetro, ma non il buon cemento: quella è troppo liscia, levigata dalla frizione dei granelli sotto l’azione del vento. La sabbia da costruzione è più ruvida, erosa dall’acqua in riva al mare o ai fiumi.
La sabbia infatti non è una risorsa rinnovabile, ci vogliono epoche geologiche intere perché se ne generi in quantità significative, mentre il fabbisogno cresce sempre più. Scrive James Hansen nella sua imperdibile “Nota Diplomatica”: “L’Onu stima — un po’ alla carlona per la verità — che il mondo consumi annualmente tra i 40 e i 50 miliardi di tonnellate di sabbia da costruzione. Abbastanza per gettare ogni anno un muro alto 30 metri e largo altri 30, tutto attorno al pianeta. La sabbia è anche corruttrice. Secondo il Global Financial Integrity, un think tank americano che studia traffici illeciti, la sua estrazione illegale genererebbe il terzo più alto volume di crimine transnazionale dopo la contraffazione e il traffico della droga—attorno ai 200 miliardi dollari annui già nel 2017″. Comunque sia, tra le nuove città e le nuove strade — e i criminali che vengono di notte a rubare nelle nostre spiagge — secondo l’Onu la scarsità della materia prima, cioè della sabbia, promette di essere una delle più importanti sustainability challenges del ventunesimo secolo.


Quindi la sabbia abbonda, come l’amicizia.
Ma quella che serve a costruire qualcosa scarseggia, come l’amicizia.
Può diventare oggetto di ricatto e illusione, come l’amicizia.
Ma è una grande scommessa, come l’amicizia.

Vada come vada, il miglior modo per essere ottimisti è presentarsi con la delusione in tasca.
Il resto è solo meravigliosa sorpresa.

L’altro

Viviamo una vita nell’aspettativa dell’altro. Altro inteso in senso ampio e magari fuorviante: persona, ambito, sorpresa, sentimento. Per coltivare l’attesa rinunciamo a molte cose ordinarie, perché l’altro in questa accezione è soprattutto straordinario. Quindi ci annoiamo più del dovuto quando invece ci sarebbe stato qualcosa di cui godere, rinunciamo all’ordinario perché temiamo lo sbadiglio, rinviamo a nuove fervide occasioni che di occasione in occasione si perdono in un tramonto inutile come un’alba vista da sottoterra. E spendiamo tempo che non torna e non perdona (autocitazione, pardon).

C’è un’illusoria fascinazione in questa aspettativa, non c’è bisogno di sottolinearlo, che comunque è forte come un vizio: attendere la novità rinvia le scadenze, con tutte le declinazioni umane del tempo, prima tra tutte quella dell’età. Noi aspiranti vecchi non abbiamo ancora ben chiaro il concetto di decadenza, crediamo di avere le stesse possibilità di molti capelli fa. E non ci confessiamo che il nostro peggior nemico rischia di essere quello che per lungo tempo è stato il nostro migliore alleato, tipo la prostata per i maschietti (per le donne non mi pronuncio perché sono tempi in cui già dire “maschio e femmina” rischia di essere un reato).

Comunque noi aspettiamo.

Aspettiamo sempre qualcosa che, ne siamo certi, accadrà. Una chiamata, una visita, un’idea che rimetta tutto a posto, al posto di partenza. Ripartire dal via, come negli antichi giochi da tavolo. Azzerare nottetempo, senza pagare dazio.   
Invece non è così che funzionano le cose.
Gran parte delle nostre aspettative vanno deluse, perché è giusto che le aspettative facciano il loro mestiere di previsione, auspicio, e nulla più. Non è su queste basi che si costruisce un’esistenza non dico saggia, non dico ammodo (bleah!), ma divertente. L’ho imparato in tarda età: il divertimento è fatto di piccoli mattoncini tipo Lego; addizioni e sottrazioni a una cifra; compromessi a buon mercato.

L’altro non è aspettativa, nella maggioranza dei casi. È scoperta, è attenzione, è sorriso e smorfia improvvisi. L’altro ti sorprende prima che lui sappia di farlo. Perché anche l’altro, quello giusto, vive nella tua non-aspettativa.
A qualunque livello lo si consideri – amicizia, complicità, professionalità, amore – l’altro ha un vantaggio su tutti i suoi surrogati: una forza propria che ti prende alle spalle e ti sussurra di seguirlo. Controcorrente, senza immediata spiegazione razionale.

Ci vuole tempo per capire, come i farmaci di lunga gittata. Ma l’effetto positivo è assicurato.
L’altro funziona quando meno te lo aspetti. E ti salva un po’ la vita.  

Elogio dell’ex amico

Ho più ex amici che amici. Probabilmente, anzi certamente per colpa mia. Da questa constatazione – più ex amici per colpa mia – deriva un ragionamento che vi sottopongo.
Tolti di mezzo i motivi di pura invadenza fisica – atti contundenti, passi falsi di cui rimane traccia nel vivere di ogni giorno, azioni qualificabili come reato – c’è una congerie di fattori per così dire ideologici che può causare la fine di un’amicizia. Nella mia esperienza so che quest’ultimi sono spesso quelli che incidono le ferite più gravi e durature.
Paradossalmente l’amico che vi ha offeso, denudato a forza è il primo che sarete disposti a perdonare. Perché il suo misfatto rimane legato a un’epoca, a una frequentazione, a un contesto ben identificato. In poche parole è ben ancorato alla scena del delitto.
Quello che invece vi ha tradito con piccoli colpi di lametta diluiti nel tempo, con la parolina sussurrata dietro le vostre spalle, senza la teatralità (se vogliamo) coraggiosa dell’azione irruenta, merita invece un disprezzo centellinato e infinito.
È l’ex amico perfetto.
Quello a cui dare la colpa quando si buca la ruota sotto la pioggia, quando la crostata appena fatta si è schiantata per terra, quando il mondo vi è crollato addosso schivando l’unica persona che doveva travolgere (cioè lui), quando la vostra uscita di sicurezza si è rivelata una porta che dava su un muro, quando non avendo con chi prendervela sareste disposti a pagare con la cessione del quinto un punching ball umano.
L’ex amico perfetto è al tempo stesso fonte di ispirazione e termine di paragone talmente orrendo da far brillare il piombo come oro. Un catalizzatore di miracoli a sua insaputa, insomma.
C’è un solo sentimento che accende e talvolta riscatta come l’amore. Ed è il suo opposto. L’ex amico vigliacchetto e strisciante è una manna dal cielo quando non si è né santi né ipocriti.
È uno al quale, alla fine, dovrete rendere merito.

Amico mio, mi spieghi?

C’è un mio amico che sta male e io vorrei aiutarlo, come si fa tra amici veri quando c’è bisogno di darsi una mano sul serio, non per cazzeggiare. Lui, come me, è lontano milioni di anni luce da quel sentimento discutibile che chiamo “egoismo del dolore”, che è una sorta di contrappasso per quella che invece mio padre chiama “invadenza affettiva”. Il primo giustifica inopinatamente la condivisione dei propri problemi perché così – da strano assioma – si diluiscono, la seconda è un passepartout sentimentale per ogni porta chiusa, causa disagi interiori.
Il mio amico non sente ragioni, non vuole contaminare col suo dolore il resto del mondo. E forse non ha torto, ma per un motivo molto diverso dal suo egoismo (che in realtà è una forma sublime di altruismo).
Forse restando un po’ da solo apprezzerà che quel che tra noi umani non si dice e , spesso, ha più valore di quel che si pronuncia reiteratamente. E si sorprenderà a rivalutare i propri pensieri senza la contaminazione dell’ordinario, quella forma di inquinamento strisciante che ci rende tutti un po’ uguali e quindi un po’ qualunque.
Quando uscirà da questa quarantena anarchica, il mio amico avrà una nuova bilancia con la quale pesare i rapporti umani: niente apparenze, dentro abbiamo cellule che lavorano tutte allo stesso modo, ma non abbiamo tutti le stesse cabine di regia. E la regia è importante quando si va in scena nel teatro della vita, caro amico mio. Perché siamo tutti bravi attori, basta avere il palcoscenico giusto e c’è chi se lo è meritato e chi no. Ma degli usurpatori di scena non si avverte la mancanza quando si astengono: questo fa la differenza tra quelli come te e gli altri.
Tu hai faticato per conquistare il tuo ruolo quindi prenditi una vacanza, ok, ma il posto resta occupato. E’ una questione di equità sociale, gli scemi non li possiamo debellare, ma nemmeno consentirgli di prendere il posto di chi è in ferie.
Per aiutarti, a distanza come mi hai imposto ora (non demordo, eh), ti dirò che il tuo momentaneo distacco dal mondo ti sta risparmiando il sacrificio delle piccole beghe. Lavoro, soldi, appuntamenti, scadenze: cazzate, come cazzate sono generalmente tutte quelle cose che ci tormentano quando non abbiamo nulla di meglio da fare che lasciarci tormentare dalle cazzate.
Perché tu lo sai che nella vita che hai vissuto sino a ieri, prima di questo esilio volontario, gli sguardi di ammirazione sono, al netto dell’invidia e della ruffianeria, direttamente collegati al ruolo momentaneo di chi li riscuote. Sai anche che il tormento non è dei più deboli, ma dei più sensibili. E che il mondo non è di chi taglia per primo il traguardo, ma di chi ha tracciato il percorso. Sai inoltre che non c’è rimorso senza colpa ma che le colpe si cancellano, i rimorsi no: e il momento del raccoglimento (che sia religioso o umanissimamente laico) può fare il miracolo, con una tabula rasa che ci rende nuovi e intonsi. Sai, amico mio, che i conti li chiediamo malvolentieri, ma che non sempre ingrassano l’oste: spesso migliorano la nostra vita, perché più leggeri si viaggia meglio. Sai che perdere qualche partita non significa essere retrocessi e che vincere non significa spadroneggiare. Chiudo qui perché se continuo così alla fine il mondo si capovolgerà, l’”egoismo del dolore” andrà a farsi benedire, la teoria dell’”invadenza affettiva” avrà la stessa attendibilità di quella sulle scie chimiche e il dolore, più che contaminare il mondo, contaminerà la prima serata del pacchetto Sky con la De Filippi e la D’Urso al posto di House of Cards (e questo non lo tollereremmo).
Amico mio, sai tutto questo e molto altro, ora più di ieri avvolto in questo cazzo di isolamento che ti arricchisce ma rompe un po’ le scatole di chi resta fuori, quindi concedimi una sola cruciale domanda: perché non mi apri il portone e spieghi qualcosa anche a me?

Tardoni digitali

C’è un che di schizofrenico nei rapporti imposti da Facebook ai suoi accoliti. Se una persona, che nella vita è tua amica, ti chiede l’amicizia, tu non hai problemi ad accettarla: il passo è telematicamente formale, poi magari la sera vi vedete a cena. Se invece quella persona non ti è amica o ti è sconosciuta, che fai? Se accettassi l’amicizia potresti essere accusato di ipocrisia, mentre al contrario ti si potrebbe tacciare di maleducazione. In ogni caso la coerenza della vita reale – io manifesto amicizia solo a persone che mi sono realmente amiche – va a farsi benedire.
Mi hanno raccontato di faide internettiane per un’amicizia negata o per un ammiccamento di troppo in bacheca.
Sarà.
Io quasi quasi rimpiango i tempi dello struscio e degli abbordaggi per strada.
“Ci conosciamo?”.
“No”.
“E allora?”.
“Proviamo a conoscerci”.
L’incontro in versione analogica ha sempre un certo fascino in più rispetto a quello digitale, soprattutto per i tardivi (tardoni?) digitali.

Con che faccia?

Ciascuna parte si impegna a non compiere atti ostili nei confronti dell’altra e a non consentire l’uso del proprio territorio da parte di altri (stati o attori non statali) per la commissione di tali atti.

Dal trattato Italia-Libia di amicizia,
partenariato e cooperazione.

Ieri Silvio Berlusconi ha annunciato che l’Italia parteciperà coi suoi caccia ai bombardamenti sulla Libia. A questo punto si capisce che il vero problema non è tradire il trattato con Gheddafi ma averlo firmato, quel patto.