Fantascienza, altro che politica

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Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Piccole certezze che crollano. L’Ars non è il regno dei privilegi, ma quello della fantascienza. Gli scampoli d’inchiesta sulla contabilità dei gruppi parlamentari regalano infatti bagliori di emozione che rimandano più ai raggi B vicino alle porte di Tannhäuser, che alle furberie dell’onorevole di turno che predica così così e razzola a scrocco.
Perché è fantasia pura quella del deputato che compra 14 cassate coi soldi pubblici nel bar di cui è pure socio, realizzando così una mirabile sintesi tra interesse privato e interesse privatissimo. E non è da meno la pulsione culturale di un altro parlamentare regionale che lascia galleggiare parole come “amore perfetto”, “diario di un seduttore”, “coperchio del mare” su un prezioso foglietto che non è missiva di passione e sentimento, ma semplice scontrino fiscale di libri che non pagherà lui.
Che ci volete fare, il contribuente bue non ha la sensibilità giusta e magari si arrabbia. Mentre dovrebbe ammutolire, estasiato, davanti al colpo di teatro di un deputato che se gli mancano gli spiccioli per pagare le bollette o – anima nobile – per regalare i fiori alla moglie, i soldi non li chiede all’amico o al vicino di scrivania come fanno tutti i comuni mortali, ma se li fa anticipare dal “contributo portaborse” del partito, cioè da tutti noi che non siamo né suoi amici né, purtroppo, suoi colleghi.
Tutto è gioiosamente futuristico nell’astronave dell’Ars, dove è meglio l’uovo oggi e pure la gallina domani. (…)
Loro, gli eletti, hanno già superato i bastioni di Orione e sono oltre. Impavidi. Fuori dal mondo.

Chi fermerà la musica (e chi la pagherà)

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Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Forse da oggi non ci saranno più gli impresari dietro la porta dell’assessore regionale al Turismo Michela Stancheris. Forse da oggi la Regione metterà finalmente mano al groviglio di contributi elargiti a piccoli e grandi organizzatori di concerti. Di certo l’operazione non è semplice e priva di rischi, perché ridurre le spese non è come chiudere un rubinetto. In più c’è di mezzo la musica “pubblica”, quella che ha vissuto grazie alle mammelle istituzionali, che è campo ricco di luoghi comuni e povero di trasparenza. E soprattutto c’è il pentolone della crisi all’interno del quale vengono cacciate istanze, materie, necessità diverse e bollite tutte allo stesso modo, seguendo cioè la ricetta del risparmio a ogni costo: un metodo che non tiene conto dei diversi ingredienti e che generalmente non produce niente di buono.
Materia complessa, la gestione della musica in Sicilia. Per cercare di capirci qualcosa può essere utile tornare indietro nel tempo. Continua a leggere Chi fermerà la musica (e chi la pagherà)

Si perdono 20.000 euro al giorno. La responsabilità? E’ di nessuno

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Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Mettiamo che lavoriate in una piccola azienda privata e che dobbiate provvedere al trasloco di un ufficio, due scrivanie, due computer, un fax, un piccolo armadio, varie suppellettili. L’operazione vi è stata annunciata da tre mesi e voi dovete solo assicurarvi che tutto sia a posto: impresa di trasporti allertata, nuovi locali puliti, volture effettuate. Arriva il giorno X e al momento di accedere ai nuovi locali vi rendete conto di esservi dimenticati di farvi dare la chiave dal padrone dell’immobile, che adesso è partito per la Papuasia, e dovete rimandare tutto indietro costringendo la vostra azienda a pagare per un trasloco inutile. Mettiamo anche che i vecchi locali non siano più disponibili e che si debbano sborsare tot euro al giorno per il deposito, perché scrivanie, armadio e tutto il resto non ve li potete portare a casa. Passano i giorni e le chiavi non ci sono. Mannaggia, com’è potuto succedere… è stato un disguido, un malinteso. Alla fine la vostra azienda ci rimette qualche migliaio di euro. Voi credete di farla franca? Ovviamente no, perché se avrete la fortuna di non essere licenziati in tronco, sarete costretti a risarcire il danno.
Fine della storia. Continua a leggere Si perdono 20.000 euro al giorno. La responsabilità? E’ di nessuno

Tre domande semplici

Mi hanno insegnato che quando le situazioni sono complesse è meglio fare domande semplici. Capite bene che si tratta di un esercizio più di psicologia che di giornalismo, ma ognuno di noi ha il passato che si merita…
E allora cimentiamoci con tre domande.
Cosa c’entrano diamanti e lingotti d’oro coi soldi che lo Stato dà a un partito?
Perché quando un intero Paese stringe la cinghia, i rimborsi elettorali non si devono toccare?
Come si può tollerare che la decisione su un finanziamento pubblico venga presa da chi i soldi li riceve e non da chi i soldi li versa?

Investimenti

Qualche anno fa ho messo quattro soldi, ma proprio quattro, su un fondo d’investimento. Al consulente spiegai che mi bastava tenere quella cifra lontano dal conto corrente per evitare che le mie mani bucate la dissipassero in un fiat. Mi furono fatte firmare carte, mi furono impartite lezioni di macroeconomia, fui rassicurato e anzi blandito: era la migliore scelta che potessi fare.
Effettivamente subito dopo mi sentii risollevato: non avevo più la disponibilità di quei soldi e ogni tentazione era allontanata.
Ovviamente di tutta quella valanga di promesse di guadagno non una sola corrispondeva a realtà: ma non mi ero fatto illusioni.
Quello che mi fa imbestialire è che ogni anno la società che gestisce questo fondo mi manda un plico identificato ottimisticamente come “estratto conto”. Cinquantasette pagine zeppe di grafici, previsioni, stime, proiezioni al 2025 e più avanti ancora. E della mia situazione personale non si capisce un tubo. E non credo che basti una laurea in economia per decrittare un paio di dati utili. Tutto quello che è scritto su quelle pagine svolge una funzione elementare e criminale: confondere le idee. Continua a leggere Investimenti

Manca solo la rivoluzione

Se le farse pubbliche bastassero a innescare le rivoluzioni, in Italia avremmo risolto ogni problema. Persino la crisi di governo, un argomento serio e delicato, rientra nel copione recitato dai quattro attorucoli che ci governano. Berlusconi, con un messaggio indirizzato ai suoi usa toni melodrammatici, Bossi fa finta di accendere una miccia umida, Alfano getta acqua sul fuoco mai acceso. Avanspettacolo, insomma. Continua a leggere Manca solo la rivoluzione

Politica mercenaria

Una domanda: per entrare nel partito dell’amore si paga?

L’oro di Eli

 

Tutti quanti viviamo momenti brutti. E, se ci fate caso, nei periodi di difficoltà è come se qualcuno ci avesse messo in tasca un’invisibile calamita che attira i guai e le seccature più ferrose. C’è chi la chiama sfiga, e chi invoca la legge di Murphy.
Poi c’è la solita eccezione che ti fa girare i bottoni. Per la povera Elisabetta Canalis mollata davanti agli occhi del mondo da George Clooney non esiste la calamita, la sfiga ha una consonante di troppo e Murphy potrebbe essere una marca di vestiti sportivi. Prima, quando stava con George, per una sfilata di moda prendeva 10 mila euro, ora ne prende 50 mila. Per un’intervista televisiva bastano 40 mila euro. Per la partecipazione a un cinepanettone 300 mila. Una foto con un nuovo partner vale fino a 200 mila euro. E uno scatto di nuovo con Clooney fino a 500 mila.

Esiste una calamita che attira l’oro?

Il crimine normale

Uno pensa che la consegna di una tangente sia un momento cruciale, avvolto in qualche modo da una certa teatralità: il reato in fondo è un atto che fa parte di una messinscena.
Però ascoltando l’intercettazione pubblicata da S e Livesicilia, si rimane spiazzati.
La vicenda è quella, nota, della mazzetta sui subappalti per il fotovoltaico che ha portato in carcere il deputato regionale del Pd Gaspare Vitrano e l’ingegnere Piergiorgio Ingrassia. I due, nel documento audio, sono con l’imprenditore che consegna la tangente. I dialoghi sono sereni, non c’è traccia di alcuna clandestinità, quasi a convincersi tutti che si sta facendo la cosa giusta. L’ingegnere spiega e rassicura, l’imprenditore paga e si scusa del ritardo, il deputato incassa e non conta i soldi. Tutto come se si stesse sbrigando una normale pratica. Il crimine commesso in relax è allarmante perché tradisce abitudine, familiarità con ciò che è profondamente sbagliato. Per questo suscita più indignazione: il tangentista sorridente ha l’aggravante di una consapevolezza drogata, “io valgo più di ogni altro e me ne fotto”. Invece è vero soltanto che se ne fotte.

Le colpe dei padri

Barbara Guerra

Se è vero che le colpe dei padri non possono ricadere sui figli, è anche vero che spesso le colpe dei padri plasmano i figli. L’harem di Arcore è in tal senso una miniera di storie che andrebbero analizzate da psicologi e psichiatri, ancor prima che dai magistrati.
Ecco due esempi di rapporto tra genitori e figli nell’Italia berlusconiana (perché qui l’elemento Berlusconi, come vedrete, è determinante).

Il padre di Barbara Guerra, perfettamente al corrente delle serate della figlia col premier, le chiede se può far sapere a Berlusconi che lui sarebbe in grado di piazzare delle cimici nella sede milanese di Futuro e Libertà. La figlia si lamenta perché non riesce a parlare con Berlusconi, impegnato in “sta cazzo di riunione”, ma poi riferisce al padre che è meglio che non se ne faccia niente.
Riassumiamo: un padre sa che la figlia anima a pagamento le notti di un uomo che ha 41 anni più di lei e anziché imbufalirsi (come farebbe qualsiasi padre non degenere del pianeta) si offre per compiere un reato mettendo a rischio il proprio posto di lavoro.

La madre di Elisa Toti parla al telefono con la figlia che le dice di essere reduce da una settimana ad Arcore e di essere stremata. L’unico argomento sul quale la signora batte è il compenso: seimila euro.
Riassumiamo: una mamma non chiede cosa è successo né si mostra preoccupata per la sorte di una figlia che ha trascorso sette giorni con un uomo che potrebbe essere suo nonno. No, si preoccupa solo di sapere quanto ha guadagnato esentasse la figliola.

Le due storie ci dicono molto della spregiudicatezza tramandata di genitore in figlio e ci dimostrano che il sistema dei valori ha radici familiari. La Guerra e la Toti credono di vivere nel migliore dei mondi possibili perché probabilmente hanno avuto trasmesso un imprinting secondo il quale è quello il migliore dei mondi possibili. Il mondo in cui tutto ha un prezzo, in cui il merito non conta, in cui la gavetta è roba da sfigati, in cui il primo motore immobile ha un nome, cognome e codice Iban.