La casetta di carta

La crisi dell’Espresso e le dimissioni del suo direttore sono solo la tappa intermedia di un disastro annunciato e ancora lontano dal suo fatale compimento. Quando nel 2008 mi dimisi dal giornale in cui lavoravo da vent’anni, la stragrande maggioranza dei miei colleghi mi prese per pazzo: non avevo una lira da parte e non ero ricco di famiglia. Però nel mio piccolo avevo un’intuizione, solo quella: il giornalismo italiano aveva imboccato una strada senza uscita. Per motivi che feci miei nelle scelte professionali che seguirono. Il rapporto col web me lo inventai fuori da quell’azienda che aveva addirittura spento il suo sito. Per il lavoro flessibile e delocalizzato non aspettai una pandemia. I podcast e la videocultura li capii allora lavorando come autore per committenti saggi, lungimiranti e ovviamente non siciliani (i grandi gruppi editoriali italiani i podcast li hanno scoperti e/o valorizzati solo da qualche mese). L’infotainment come stabilizzatore di ascolti cercai di portarlo in radio e nel web, ma poteva andare meglio se solo avessi trovato qualcuno un po’ più deciso su questa linea.Insomma oggi siamo dinanzi al disastro, che non è solo quello di una testata gloriosa come L’espresso. E se faccio la figura dello scassacazzi che ammonisce “io ve lo avevo detto”, mi prendo l’insulto ma sono onestamente a posto con la coscienza. Perché effettivamente lo avevo detto e scritto, a raffica, compulsivamente. Tipo stalker del giornalismo. Voci nel nulla, quasi fosse una mia paranoia. Oggi comunque abbraccio i miei colleghi in difficolta. Anche quelli che a quei tempi erano drogati da una sacralità del mestiere che li spingeva a snobbare le nuove tecnologie, a irrigidirsi in questioni sindacali assurde (tipo, premere un tasto in più necessita di un compenso straordinario). O più semplicemente erano talmente occupati a occuparsi del presente che si erano dimenticati che esiste un futuro. O dovrebbe esistere.

Do They Know It’s Christmas?

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo

Non si sa ancora se il Natale arriverà a Palermo. Il Comune non ha soldi per una congerie di motivi che va dalla convergenza astrale al menefreghismo assoluto. Va bene, i tempi sono difficili. Va bene, manca il bilancio. Va bene, l’atmosfera in Consiglio non è proprio da “We wish you a Merry Christmas” . Va bene tutto, ma il Natale non è una cosa che arriva a tradimento. Anzi, a volerla dire tutta, quest’anno arriva con una rincorsa lunga due anni, con l’inerzia di una disperazione latente che ci ha privati, causa pandemia, della socialità sufficiente per godere di feste decenti. Eppure, come se si trattasse di un evento improvviso e imprevisto, non c’è trippa per gatti e a Palazzo delle Aquile si stanno cercando vie alternative per salvare almeno le luminarie. Direte, certo ci sono cose più importanti da risolvere, tipo l’immondizia o le bare abbandonate al cimitero. Ma anche quelli sono problemi insoluti, anche quelli sono problemi figli del “ci sono cose più importanti”. In questa città c’è sempre una cosa più importante quando si tratta di prendere una decisione. Risultato: non c’è più spazio neanche per un consolatorio quanto inutile benaltrismo d’acchito. Con questi chiari di luna non solo non si accendono le luci natalizie, ma si spegne persino l’illusione di una qualsiasi soluzione. E a poco vale il gesto altruistico di alcune associazioni di commercianti che si sono fatte avanti per regalare un albero da mettere in piazza Castelnuovo. Nella “città del chissà” in cui già i privati puliscono le strade, accolgono gli ultimi, adottano piazze per strapparle all’abbandono e via elargendo, la distinzione tra visione e illusione appare sempre più sfumata. E il buio avanza.

Chi ha ucciso i giornali

I giornali muoiono per due motivi. Perché sono troppo vecchi o perché vogliono essere troppo nuovi. Sulla prima causa di morte si è detto molto e da tempo. Aziende editoriali che non riescono a tenere il passo con i cambiamenti economici, sociali e politici generano prodotti che per selezione naturale devono finire fuori dal mercato, o al limite estinguersi coi loro ultimi lettori anagraficamente compatibili.
Molto più interessante e meno approfondita è l’altra causa di morte, quella – definiamola così – per eccesso di modernità.
Una metafora balzana ma seducente per tutti noi che scriviamo sui giornali col privilegio di poter dire “secondo me” è quella del club privato: nessuno aspira al pubblico da stadio, ma è ammaliante immaginare di avere un gruppo di lettori affezionati che, come in un consesso a metà tra il jazz club e la riunione carbonara, riflette sulle idee che faticosamente abbiamo cercato di diffondere attraverso il giornale. Per questo cerchiamo punti di vista non omologati, spesso stravaganti, sui fatti della vita: perché sappiamo che i lettori non sono tutti uguali e che se rompiamo le scatole a un potente o spettiniamo una versione di comodo o ancora suscitiamo una discussione urente (magari in famiglia, a cena, distogliendovi dall’ipnosi della tv), abbiamo realizzato il nostro engagement. Ma tutto questo cozza contro l’engagement ufficiale, quello misurato come in una sacra cerimonia, dal dio algoritmo (di cui abbiamo parlato più volte da queste parti, ma in particolare qui). Nei giornali che vogliono essere troppo nuovi le decisioni editoriali sono guidate da statistiche che, analizzando ciò che genera più traffico, decretano la morte dell’idea originale, del guizzo, della bracciata controcorrente. In un paradosso (di cui pagheremo prima o poi le conseguenze) gli algoritmi non riflettono solo le tendenze, ma addirittura le creano incrementando la popolarità di temi già popolari e determinando una polarizzazione dei lettori che non riflette gli equilibri reali. Per dirla con Russel Smith che in un articolo sulla rivista canadese The Walrus, ha raccontato come la sua attività di corsivista sui giornali canadesi è stata stroncata dopo vent’anni da questo meccanismo perverso, “se a nessuno viene mai spiegato che la musica elettronica o l’architettura postmoderna sono argomenti importanti, è molto difficile che qualcuno li tratti come tali”. La verità è una sola: il ruolo del giornale come arbitro si sta perdendo. Continua Smith: “Se i dati dicono che gli argomenti provinciali sono i più rilevanti, anche il giornale diventerà provinciale”. Insomma cercando di essere più grandi, si rischia di diventare più piccoli.
Il bello, o meglio il brutto, è che colpevolmente quasi nessuno nelle aziende editoriali italiane (e non) è mai stato colpito dall’idea che bisogna cambiare radicalmente il modo di lavorare, di scegliere le notizie, persino di reclutare giornalisti. Ma questo è un problema di conoscenza e di coraggio. E il coraggio viene dopo.  
Ne riparliamo presto, promesso.

Un paio di cose sul Giornale di Sicilia

giornale_di_siciliaDue, tre cose sul Giornale di Sicilia e sullo sciopero che da giorni sta tenendo lontano il quotidiano di Palermo dalle edicole.

Il Giornale di Sicilia come lo conosciamo adesso è figlio, anzi nipote di una serie di errori riconducibili in gran parte, ma non nella sua totalità, alle scelte della direzione: sempre la stessa da quasi trentacinque anni. A seconda dei punti di vista la longevità professionale del condirettore Giovanni Pepi può essere vista come elemento di stabilità o come tarlo di inadeguatezza: se da un lato non si può escludere che un uomo solo al comando per così tanto tempo conosca bene la macchina, dall’altro i risultati ci dicono che la sua guida non è stata sicura. E più di una volta la macchina è finita fuori strada.
Le scelte aziendali al Giornale di Sicilia sono sempre state ottriate, mai lontanamente concordate. Effetto di una direzione forte e, innegabilmente, di una redazione che poche volte ha conosciuto l’unità. Una redazione di gran livello professionale, ma di scarsa, scarsissima lungimiranza.
Prendete il web. Quando intorno al Duemila i vertici di via Lincoln si accorsero che esisteva una cosa chiamata internet, io e Daniele Billitteri eravamo gli unici a bazzicare in quel mondo già da tempo: ovviamente ci prendevano per perdigiorno (per non dire altro). Convinsi la direzione a darci una connessione e ci volle poco per vincere la diffidenza collettiva alimentata da un dirigente dell’epoca che in una riunione disse, testualmente: “Propongo di non scrivere la parola internet sui giornali perché è una cosa che nel giro di pochi mesi finisce”.
Finì come finì e spinsi l’editore non solo ad aprire un sito web, disegnato artigianalmente da Daniele, ma mi inventai anche un inserto settimanale dedicato a quel mondo misterioso.

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Crocetta for dummies

rosario crocettaViolato il mio diritto alla privacy.

Per uno che esordì con “se divento presidente della Regione dirò addio al sesso”, la privacy è qualcos’altro: una cosa che si tira fuori quando il tempo è brutto, tipo l’ombrello.

Volevo uccidermi, mi ha salvato Lo Voi.

Qui c’è una convergenza di azioni teatrali. Da un lato la ricerca su internet (!) di un metodo per suicidarsi senza fare casino, che è come dire guidare con gli occhi bendati curandosi del destino della benda, dall’altro l’irruzione salvifica del procuratore della Repubblica che non si sa come ha portato a casa il risultato: schiocco delle dita, cazziata, telefono chiuso in faccia (in certi casi il tuuut tuuut fa miracoli).

Trattato così perché gay.

No, trattato così perché inattendibile. Uno può essere gay, eterosessuale, biforcuto o trapanatore bisestile: se fuori dal letto rende così così, sono cazzi suoi, con tutte le metafore che il dio della logica manda in terra.

Tutino non è il mio tipo.

Vedi personal privacy e sue declinazioni teatrali.

Sbiancamento anale, mai fatto.

Il giornale che si è intrattenuto su questo dettaglio ha fatto una carognata. Ma se uno ha il senso della misura, dal fango prende le distanze, non ci si butta per recensire la grana della melma.

Toto Cuffaro non era gay.

Laddove il dibattito politico langue, c’è sempre spazio per l’ossessione (sessuale).

I responsabili di questa vergogna si vergognino dinanzi al popolo siciliano.

Ecco sì. Basta vergognarsi senza modica quantità.

Francesca Pascale for president

Francesca PascaleSu Repubblica, Carmelo Lopapa ha raccontato come i nuovi equilibri di Forza Italia siano messi a dura prova da Francesca Pascale e dalla sua esuberanza domestica. È un affresco illuminante per capire il passaggio, o forse è meglio dire il trapasso, di FI da partito azienda a partito fazenda.
Un tempo le sorti di un sodalizio politico che incanta milioni di italiani si decidevano nello studio del grande capo, in seguito la situation room si spostò nella sua camera da letto, oggi i grandi giochi si fanno invece nel tinello. Non invidio il cronista che per raccontare al Paese il travaglio di una coalizione politica, è costretto a spremere le sue fonti non in parlamento bensì in cucina, giacché i nuovi attriti tra la Pascale e Berlusconi pare siano dovuti al licenziamento da parte di lei di una cuoca considerata più fedele di Marcello Dell’Utri. Ma sono tempi bui per l’ex Cavaliere e se i guai non arrivano da qualche pm comunista, magari un paio di stilettate se li prende dalla convivente. Della serie, dal pugno chiuso dei compagni al pugno e basta della compagna.
Tuttavia c’è poco da sorridere perché anche nella sua flautata agonia, Forza Italia si conferma un grande punto interrogativo della storia italiana. Facciamocene una ragione: se una ragazzotta come la Pascale riesce a passare dai ritocchi alla lista della spesa alla stesura dell’agenda politica nazionale, è segno che c’è un male incurabile nel nostro sistema. Dovevamo capirlo prima, la prevenzione è la migliore forma di cura. E invece ci scherzavamo su. Quando si parlava dei fagiolini a ottanta euro al chilo sghignazzavamo incoscienti, e non sapevamo (capivamo) di essere come la famosa lumaca di Pirandello che gettata sul fuoco sfrigola e pare ridere. Invece muore.

Lettera a Babbo Natale (sulla mia città)

babbo natale palermoUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Caro Babbo Natale,
lo so, sono grandicello per le letterine di Natale, ma io quest’anno un regalo te lo devo proprio chiedere. E non si tratta di un bene materiale né, visti i tempi che corrono, di un trattamento di favore. No, si tratta di risposte.
Perché solo tu, caro Babbo Natale, puoi spiegarmi gli arcani di una città come Palermo in cui si sopravvive solo se si è ben consci che la contraddizione è la regola del vero. Continua a leggere Lettera a Babbo Natale (sulla mia città)

L’imprenditore e i deputati, due facce di una crisi

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

I titoli erano nella stessa pagina, sulla copertina di Repubblica Palermo ieri. Argomenti diversi e personaggi diversi: in un articolo si descrivevano le paure dei deputati regionali alle prese con una spending rewiev che in Sicilia non si riesce ad applicare, nell’altro l’imprenditore palermitano Mario Dell’Oglio spiegava in prima persona come un’azienda storica può resistere alla crisi.
Due storie opposte per valori umani e simbolici. Continua a leggere L’imprenditore e i deputati, due facce di una crisi

Il fossato

berlusconi-bersani

C’è qualcosa di inesorabilmente antico e di tremendamente irritante nella maniera in cui Bersani e Berlusconi, e non solo loro, scandiscono i tempi della crisi della politica italiana. E’ come se tra noi cittadini – preoccupati e incazzati – e loro politici – furbetti e ridanciani – il fossato si allargasse sempre di più, divenendo prima fiume e poi lago e riempiendo una distanza che solo coccodrilli e altre bestie feroci possono costringerci ormai a mantenere. E’ infatti ormai chiaro che tra un qualunque lavoratore onesto di questo Paese e un Bersani o un Berlusconi, si è marcata la differenza cruciale: da un lato l’urgenza di avere risposte, dall’altro l’inadeguatezza a fornirle. A rendere tutto tristemente esilarante c’è poi questa gara a chi è più nuovo, a chi esibisce la migliore verniciatura, a chi si è inventato prima risolutore di problemi.
Bersani e Berlusconi sono le due facce toste di una medaglia fasulla, personaggi che non distinguono una trattativa politica da un giro nei giardinetti. Mentre la casa brucia, anziché sbracciarsi con gli idranti stanno lì a mostrare muscoli che non hanno litigando su chi debba riscuotere l’eventuale polizza assicurativa dell’immobile.
Dicono di voler salvare l’Italia, quando l’esigenza più urgente è che l’Italia si salvi da loro.

Non è uno scherzo

Questo è il posto di lavoro di un dipendente della Gesip di Palermo.