Incazzarsi

Una ventina di anni fa il direttore di un importante newsmagazine mi disse: “Io non mi incazzo se un mio giornalista buca l’avviso di garanzia al presidente della Repubblica (è un esempio a caso, nda), mi incazzo se sbaglia il nome della scuola in cui ha fatto il liceo”. Che è una metafora perfetta, e manco troppo metafora, sul paradosso di certi errori. Tendiamo a concentrarci sulle scalate senza corda e inciampiamo sullo scendiletto, guardiamo in alto quando il pericolo è rasoterra, valutiamo un bene imponente e sottovalutiamo un bene che è bene e basta, quindi prezioso di suo, senza aggettivi. E soprattutto abbassiamo la guardia della buona creanza che ci sussurra sempre di verificare, verificare, verificare: e fate attenzione a come certi metodi vadano bene per il mestiere e per la vita privata, dal giornalismo ai rapporti umani (amicizia, affetti, amore). Solo che nel primo caso c’è sempre una possibilità di rimediare a norma di legge o per deontologia, mentre nell’altro caso c’è da mangiarsi le mani, rodersi il fegato o rompersi le palle, insomma c’è comunque da sacrificare una parte del corpo.

Non c’è niente di religioso né di meditativo in questa riflessione. Credo che gli errori facciano parte del nostro cammino e che non esista un lasciapassare dato da un dio o da un guru. Credo anche che se ci fosse un dio (o un guru) un po’ più largo di manica in tema di aiutini dovrebbe metterci un chip sottopelle che dà un impulso non quando facciamo una scelta sbagliata – il libero arbitrio è un fondamento della bellezza, dell’arte, della religione più pura – ma quando sottovalutiamo per distrazione, quando abbozziamo un sorriso annoiato anziché drizzare le antenne, quando vogliamo essere noi e altro, anziché essere noi e basta. Ne parlai qui con un inusitato trasporto.
Insomma dato che non esistono né la macchina del tempo né la tessera punti delle minchiate, l’unica è affidarsi all’altro.
L’altro.

Ne riparleremo qui e altrove. Promesso.

Prima che vi cali la palpebra

Vorrei fare un bilancio, ma è meglio di no. Ho già letto i vostri e in qualche modo ci ho trovato cose mie, anche se non ci conosciamo, o ci conosciamo e non ci piacciamo, o ci conosciamo e basta. Insomma c’è un limite umano ai desideri, soprattutto a quelli irrealizzati, che senso ha continuare a enumerarli? Discorso diverso per le sconfitte, quelle non si esibiscono, si analizzano, si metabolizzano per quel che è possibile e soprattutto si usano per imbarcarci nella più grande illusione ottica che la nostra socialità spicciola ci propone: dagli errori si impara sempre.
Niente di più falso. Non si impara nulla a meno che non si tratti di piccoli sbagli o di errate valutazioni pressoché matematiche. Non se ne esce migliori quasi mai. Perché un errore importante è il frutto di forze vettoriali che arrivano da lontano, che ci avviluppano e soprattutto che non rappresentano mai una attenuante (come invece ci piace credere).

Tuttavia non è di errori che volevo parlarvi. Potrei scriverne un trattato, ma sarebbe un modo imbarazzante per cercare di tirarsi fuori. No, no. Conosciamo tutti la capacità di attrazione che hanno le cose sconsiderate e non ha senso cadere nella solita trappola di mostrarci come perfetti avvocati nei confronti delle nostre cazzate e al contempo come severissimi giudici con quelle degli altri.

 Il punto è un altro. Vediamo se riesco a essere chiaro prima che vi cali la palpebra. Da molti anni, per via di quello che una volta si chiamava progresso e che oggi non si chiama in nessun modo ma attiene al senso di provvisorietà pandemico e cretinologico, non riusciamo a vivere pienamente il presente senza l’imbarazzo di credere di tralasciare il passato, e insieme senza la paura di non essere proiettati sufficientemente nel futuro. Paul Bloom ne ha scritto su The New Yorker identificando alcuni esempi.

“Possiamo avere un ‘pregiudizio sull’immediatezza’: mangiamo i popcorn quando il film sta per cominciare, anche se forse ce li potremmo godere di più aspettando. O un ‘pregiudizio sul futuro’: ci turba un compito spiacevole che dovremo svolgere domani, anche se non c’infastidisce per niente il ricordo di aver fatto un compito altrettanto sgradevole ieri. O forse abbiamo un ‘pregiudizio strutturale’, quando preferiamo una certa sequenza temporale per le nostre esperienze: pianifichiamo la vacanza in modo che la parte migliore arrivi alla fine. Secondo la filosofa Meghan Sullivan questi pregiudizi temporali sono errori”.  

Ecco è questo il punto, anzi l’unico punto del mio bilancio di questo 2021.
Non ce lo confessiamo facilmente, ma tendiamo a essere freddi e razionali quando pianifichiamo un futuro distante e invece perdiamo il controllo quando le tentazioni si avvicinano nel tempo.
Molto più spesso il passato lo vediamo in modo corale (famiglia, scuola, lavoro), mentre per il futuro abbiamo una soggettiva in prima persona: soli, nudi, magari illusoriamente coraggiosi.
Non ho lezioncine da dare, sono stato disarcionato da tempo da qualunque ruolo preveda una cattedra, uno scranno, persino uno strapuntino. Però a occhio e croce credo che qualsiasi persona di buon senso debba imparare a vivere, in una certa misura, fuori dal momento.

È questo il mio augurio per questo 2022 imbottito di incognite: aboliamo i pregiudizi sul tempo (e ve lo dice uno che cerca di occuparsi di futuro) e non diamo sempre peso a “inizio” e “fine“. C’è un “mentre” che ci aspetta e che, solitamente, buttiamo alle ortiche.

Buon anno.   

I nostri errori

Una delle correnti più forti della vita è quella che ci porta lontano dalle cose e dalle persone per come le abbiamo costruite, o conosciute (apprezzarle o detestarle è un dettaglio di poco conto, come spiegherò tra poco). Il cambiamento è il motore di quella corrente, come l’elica di un transatlantico che rimescola, trascina, abbandona, trita, trasforma.
Uno degli errori più frequenti in cui ci imbattiamo è quello di addossare agli altri la responsabilità delle mutate condizioni, insomma il fulgore degli “altri tempi” è sempre merito nostro e colpa di chi è rimasto al palo.

Rassegniamoci, non è così.

Perché l’errore di prospettiva – di questo si tratta – dipende sempre da dove piazziamo la nostra telecamera virtuale. Se guardiamo una persona con occhi che stanno, diciamo, a livello 1 (e non è una scala di valutazione) è assai probabile che quando ci sposteremo o saremo spostati a livello 3 quella persona risulterà assai differente. Così è per qualsiasi esperienza, bella o brutta che sia (stata).
La mia prima maratona l’ho corsa a perdifiato senza mai fermarmi con due pacchetti di sigarette al giorno in corpo: ma avevo la telecamera piazzata a livello 30, i miei anni di allora. Oggi vado molto più piano e osservo il mondo da un livello diverso, però i chilometri che – a Dio piacendo – percorrerò quest’estate a piedi saranno la lente che frapporrò tra la mia telecamera e il mondo che mi circonda. E serviranno ad annullare l’errore di prospettiva di cui sopra.

Certo, minchiate ne facciamo. Non è che nel segno dell’armonia dobbiamo dimenticare gli errori commessi o le trappole in cui siamo caduti. Però l’importante è non abboccare all’amo degli “altri tempi” e coltivare serenamente i nostri dubbi e le nostre incertezze.
I nostri errori migliori sono quelli che ci hanno colti vivi. Che ci hanno consentito di correggere il tiro, di chiudere porte, di tuffarci in mare aperto, di imparare a fidarci, di sperimentare nuove alchimie.
C’è sempre tempo per spostare la telecamera, trovare una nuova inquadratura e vivere sereni. Fregandosene della corrente, avversa o favorevole che sia: tanto cambia sempre.

Come non scrivere una lettera d’amore

Scrivere una lettera d’amore è una cosa molto facile da fare male. Laddove fare male significa fare in modo sbagliato, controproducente, autolesionista. Attenzione, questa non è una lezione di scrittura creativa – mi basta vedere cosa c’è in giro tra i presunti insegnanti di presunta scrittura per marcare il mio distacco dalla categoria – bensì un bignamino, frutto di minima esperienza (dello scrivere e, modestamente, dell’amore).
Più che dire come e cosa fare, mi limiterò a ricordarvi come e cosa, a mio modesto parere, non fare.

  • Una lettera d’amore è un fianco scoperto. Ricordatevi sempre che il vostro girovita è prezioso e al tempo stesso ridicolo a seconda degli occhi che lo guardano e delle mani che lo cingono.
  • Il tempo è un fattore fondamentale. Scrivete nel presente, presi dalla foga del momento, ma ricordate che presumibilmente rimarrete, almeno con quello scritto, nel futuro. Fate in modo da imbarcarvi in concetti più universali possibili e state lontano dalle parole “sempre” e “mai”, perché comunque vada vi si ritorceranno contro. Sempre (ops!).
  • Il troppo calore produce effetti simili al troppo freddo, tipo la cotoletta surgelata male che alla fine risulta bruciata dal gelo. Mantenetevi su una temperatura mediterranea di scrittura che dica di voi poco meno di quanto l’impeto detti. Non è distacco e nemmeno prudenza, ma realismo. L’amore più solido è un equilibro innanzitutto termico.
  • Ricordate che chi vi legge ha sempre un motivo per non essere obiettivo, che sia un partner con cui siete in rotta o uno che volete conquistare. Comunque vada, anche nel migliore dei casi, avrete una quota di fraintendimento da dover gestire con accortezza.
  • Non è vero che le parole sono pietre. Sono sabbia. Sabbia che può essere calpestata, che può diventare fragile castello, sulla quale ci si può sdraiare con gioia, con la quale si può misurare il tempo, giocare.
  • Mai chiamate di correità. Tipo: “Me lo diceva anche tal dei tali che eravamo fatti l’uno per l’altra…”; oppure “Ti voglio presentare pinco pallino, che ti piacerà sicuramente…”. Mettete in conto che, in una buona percentuale dei casi, tal dei tali mentiva e pinco pallino vi renderà cornuti.
  • Le cose cambiano. Promettete. Giurate. Impegnatevi. Perché è meraviglioso ed è meraviglioso scriverne, parlarne, pensarci. Ma nella copia privatissima della lettera che avete inviato aggiungete un post scriptum, a futura memoria, tutto per voi: al netto dei sogni conta sempre il risveglio.

Le cazzate sono una cosa seria

Torno su un tema che ho affrontato sinteticamente su Facebook qualche giorno fa perché l’argomento mi piace e mi sta anche a cuore. Dovrebbe interessare tutti dato che l’errore è patrimonio comune dell’umanità. Quindi dinanzi a una tale, eterna (Adamo, la mela e tutti i casini conseguenti) diffusione, l’unica certezza è quella sull’errore più grave: quello di non saper sbagliare da soli.
Senza gli errori non esisterebbero il progresso, la scienza, le arti. Chi ci avrebbe messo Dante nei suoi gironi? Quale teoria avrebbe confutato Copernico? Perché mai Agatha Christie avrebbe dovuto far ammazzare Ratchett/Cassetti nel suo memorabile Assassinio sull’Orient Espress? E via discorrendo, divertitevi a trovare un solo libro, un solo film che non abbia l’errore come protagonista.
Diceva Gianni Rodari: “Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa”. E usava un ottimismo surreale perché in realtà la prima reazione della vittima dell’errore non è certo l’ammirato stupore, ma l’incazzatura con quel che ne consegue.
Personalmente sono un professionista dello sbaglio – ci scrissi su una storia che non ho mai avuto il coraggio di pubblicare – e so che certa compulsività nel premere il tasto errato mi proviene dal mio unico e inseparabile compagno di avventure, il DOC. Per questo ho imparato, anzi sto ancora imparando a sbagliare meglio. Perché, come ripeto sempre ai miei amici, le cazzate sono una cosa seria e come tale richiedono attenzione. Il tasso di noia o quello di divertimento che viene fuori dagli errori dipende esclusivamente dalle intenzioni. Più l’errore è pianificato minore rischia di essere l’inconfessabile vantaggio dello spasso per chi lo commette. Più è breve, istantaneo, più godrà del sospiro della leggerezza calviniana. Più è grave, maggiore è l’importanza della lezione ma anche la pena da scontare.
Insomma l’errore è vita e morte, è buio e arte, può profumare di lenzuola fresche ma anche puzzare di merda. Come nella matematica non sono i numeri l’essenza della scienza ma la loro relazione, così nell’infinito campo degli errori non sono gli sbagli stessi la misura del tutto, ma le loro conseguenze. Lo stesso errore spostato due centimetri più in là diventa un’altra cosa.
Ecco perché, secondo me, bisogna disperatamente cercare di saper sbagliare da soli. Perché c’è un handicap e c’è un vantaggio: non avrai nessuno su cui scaricare la colpa, ma non ti sorprenderai la mattina dopo a guardarti allo specchio quando, lavati faccia e denti, dovrai metterti al lavoro per crescere.

Al cimitero non c’era anima viva

Ieri alcuni amici (e colleghi) mi interrogavano sulle bestialità che nella mia vita di giornalista mi è capitato di leggere. Nell’imbarazzo della scelta, ho comunque tirato dai cassetti della mia testa confusa cinque esempi che, a mio modesto parere, non possono rimanere patrimonio di pochi. Ve li propongo senza voler fare alcuna classifica, ma con l’unico obiettivo di consegnarli alla memoria collettiva.

 “Morti perché la pensavano alla stessa maniera”. Attacco di un pezzo su uno scontro frontale tra auto in provincia di Trapani.

 “Al cimitero mancano gli spazi vitali”. Invettiva di un corrispondente di Enna sul sovraffollamento del cimitero cittadino.

 “Al cimitero non c’era anima viva”. Variante dello stesso corrispondente sul medesimo argomento: una sua campagna personale.

 “Quando si dice gioventù bruciata”. Attacco di un pezzo su un incidente stradale in provincia di Agrigento in cui erano morti carbonizzati tre ragazzi.

 “Per fare un diamante ci vuole una salma”. Attacco di un pezzo su un tizio che ha usato le ceneri del cadavere del figlio per farsi un anello.

Allegra ma non troppa

Dal Giornale di Sicilia di ieri.

Twitter tornasole

Il bello di Twitter è che se i tweet te li scrive l’ufficio stampa si vede. Ad esempio, Paola Perego se li scrive da sola.

La pulce del Post

Sto seguendo da qualche tempo l’interessante esperimento del Post, con la sua gestione agile e moderna delle notizie. Qualcosa mi piace.
C’è però un metodo infallibile per giudicare l’affidabilità di una testata giornalistica: è quello di misurare la rapidità con la quale si correggono i propri errori (specialmente quando si tratta di informazione nel web). Cinque giorni fa ho segnalato, con un commento al Post, che Daniela Hamaui non è alla direzione dell’Espresso da sei anni, come è stato scritto, ma da otto. Ancora, nonostante il commento sia stato pubblicato, il pezzo non è stato corretto.
E’ un dettaglio, si capisce. Però la cronaca si nutre anche di cura per i dettagli: specie se si gestisce un giornale online che fa (correttamente) le pulci a tutti gli altri.

Chi ha promosso quel preside?

Questo annuncio, tuttora appeso nella bacheca del Cei di Palermo, ci dice tre cose.

1)    Che non va disturbato il regolare svolgimento delle interruzioni.

2)    Che il preside è un semianalfabeta.

3)    Che nessun professore dal 2005 a oggi è stato in grado di correggere l’errore.