A cena coi negazionisti

Mi è successo molte volte nella vita. E ne parlo adesso perché ci sono cose che chissà perché sedimentano negli angoli meno importanti della nostra memoria e poi, tutto a un tratto, si presentano all’appello come un amico non invitato che arriva per cena.
Proprio di cena parliamo.

L’invito a cena con negazionista.

Mi è accaduto nei secoli dei secoli, sempre a tradimento, di ritrovarmi in situazioni paradossali con commensali conosciuti al momento. Sia a casa di altre persone che, peggio ancora, a casa mia. Sapete come funziona: fai un paio di inviti e poi l’amico/a di turno ti dice “porto una coppia di amici miei, sono simpaticissimi”.
Ecco, quel “simpaticissimi” può essere un importante campanello d’allarme. Una via di mezzo tra una excusatio non petita e un’insana pulsione per la carrambata.
Insomma gli “amici simpaticissimi” sono quelli che, appena arrivati in un ambito di cui non sanno nulla (del luogo, dei padroni di casa, delle storie di chi c’è) mettono in discussione pure il lievito del panino che hanno addentato. “Eh, tu che ne sai come lo fanno…”. La dittatura del lievito o, se volete, il lievitogate.
Per esperienza ho coscienza che quello sarebbe il momento in cui si dovrebbe prendere in mano la propria vita, con relativo soprabito, girare sui tacchi e fuggire. Ma sempre per esperienza so che nessun abitante sul pianeta terra ha il fegato di ammazzare sul nascere una serata tra amici solo per una (seppur lucidissima) intuizione.

Quindi si va avanti verso il baratro.

I “simpaticissimi” passeranno rapidamente in rassegna i temi di cronaca prima ancora che l’antipasto sia stato consumato. Sceglieranno l’argomento più chiaro, univoco, noioso – cronaca, politica, sport, economia, non hanno ritegno pur di caricare a pallettoni la loro arma sparaminchiate – e inizieranno a perforare i vostri coglioni con una serie di dubbi che solo a loro suscitano una vibrazione, mentre per la restante parte del genere umano al limite si perdono nell’alito di uno sbadiglio all’aglio del crostino appena addentato.
Poi passeranno alla parte più crudele del loro piano. Entrare nelle vostre competenze professionali, penetrarle selvaggiamente, stuprare le vostre certezze universitarie o comunque frutto di studi, sbrindellarle come carta igienica a tre veli sotto un getto d’acqua: e dichiarare a muso duro che non avete capito un cazzo di ciò che in realtà potreste insegnar loro. Lo faranno guardandovi negli occhi e contando sul fatto che il coltello del burro che avete in mano è stato fabbricato dall’altra parte del globo e che dato che la terra è piatta non esiste. Qui gli va riconosciuto un certo coraggio, ma del resto l’incoscienza è l’arma atomica dei cretini.

Infine i “simpaticissimi” si cureranno di lasciare la (s)cena del delitto pulita, senza prove. Se vi hanno rincoglionito con la storia di un poliziotto loro amico che conosce la vera identità del superlatitante più ricercato al mondo ma che non può rivelarla a nessuno perché nessuno gli crederebbe dato che il poliziotto in questione è un no vax agguerrito (raro caso di complottista che non si ribella a un complotto), e  voi boccheggianti gli chiedete un dato certo, un contatto, un sospiro di realtà tangibile, loro vi rispondono che non possono dirvi altro. Per il vostro bene.
Ripeto: per il vostro bene.
Cioè loro non solo vi illuminano, ma vi salvano anche. Messia scansate insomma.

Alla fine quando ve ne tornate a casa però li ringraziate e vorreste abbracciarli anche se non li avete più a tiro di minchiata, anche se avete la certezza che li avete salutati con calore proprio perché il vostro era un addio. Perché i “simpaticissimi” vi hanno dato una lezione fondamentale: conoscere significa sempre dubitare, dubitare sempre non significa conoscere. Dubitare senza aver interesse di conoscere rompe i coglioni e fa andare di traverso la cena.
Ma salutiamoci così affettuosamente, cari complottisti. Tanto la terra è piatta e non gira e quando voi avrete conquistato un angolino, tipo in alto a destra, noi saremo al margine del tabellone, tipo in basso a sinistra.
(Noi da anni lo chiamiamo Risiko, ma è bene non farglielo sapere ai “simpaticissimi”: per non  turbarli).  

Spacciatori di dubbi inutili

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Non è il filo di imbarazzo per i recenti dubbi espressi sulla strage di Bucha, né lo sconcerto per le reiterate uscite no vax e no green pass a ispirare le seguenti righe sulla parlamentare europea Francesca Donato. È sulla sua candidatura a sindaco di Palermo che, col dovuto rispetto, vale la pena di incatenare un paio di concetti base, tanto per ricordare che il negazionismo non è un’emergenza recente e che soprattutto in questa terra ha causato ferite mai rimarginate. Per decenni della mafia è stata negata l’esistenza. E le immagini dinanzi alle quali allora si scuotevano le teste diffidenti erano orrifiche al pari di quelle che oggi arrivano dall’Ucraina e appena ieri dall’inferno infetto di Bergamo. In Sicilia in quegli anni terribili il negazionismo istituzionale diventò endemico grazie allo stesso meccanismo di riproduzione abnorme dei dubbi che oggi consente all’onorevole Donato, e a quelli che discutono come lei, di far proseliti sgonfiando le ruote della verità acclarata. Si usò, allora, il garantismo per indebolire una macchina della giustizia che arrancava contro un nemico forte e ramificato, così come oggi si è usato lo scetticismo estremo per screditare la ricerca scientifica contro un virus pericolosissimo. E in questo eterno gioco di distinguo si mise in azione una campagna di superficialità pignolesca per mettere all’angolo Giovanni Falcone. Che, non dimentichiamolo, fu colpito prima che dai boss, dal fuoco amico di una certa antimafia che lo voleva, sciaguratamente, “fuori dai palazzi romani”. Ciò grazie al “distinguismo”, oggi tanto in voga.
Insomma se il dubbio è l’inizio della conoscenza, forse lo spaccio di punti interrogativi dovrebbe essere vietato per decreto.

Repertorio dei neo cretini

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Dobbiamo imparare a guardare le cose in modo nuovo. Non è come cambiare gli occhiali, quello significa guardare meglio. Non è più il tempo della messa a fuoco – dando per scontato che a tentoni non si va da nessuna parte – ma quello della ridefinizione. E per fare ciò dobbiamo partire dall’infinitamente piccolo per arrivare all’infinitamente grande. Perché, a guardare le cose in modo diverso, c’è un filo che collega un imbianchino di Favara al fenomeno della polarizzazione delle opinioni nel mondo moderno.

L’imbianchino Domenico Quaranta è un odiatore disordinato che ha scontato sedici anni per gli attentati della metropolitana di Milano e della Valle dei Templi fra il 2001 e il 2002, convertito all’Islam, seguace della filosofia Tik Tok, e autore a tempo perso del raid che ha deturpato la scorsa settimana la Scala dei Turchi. Tanto per dire, è uno che sui social prende in giro il magistrato che deve decidere sulla sua sorte.

Poi c’è l’infermiera delle false vaccinazioni all’hub della Fiera del Mediterraneo di Palermo, Anna Maria Lo Brano. Come prima ammissione dice di aver fatto tutto “per pura amicizia”. Cioè la sua finta vaccinazione, che espone la persona alla malattia, va intesa come segno di vicinanza. Poi però si pente – persino nelle menti più anguste ogni tanto filtra una lama di luce – e dice di non averlo fatto per amicizia, ma per soldi. Il che almeno la rende umana: disonesta, ma con un minimo di senso logico.

E siamo a un altro personaggio di questa narrazione. Il no vax palermitano Filippo Accetta che incarna le grossolane spericolatezze alle quali ci si deve sottoporre al giorno d’oggi per diventare leader di qualcosa o di qualcuno. Lui c’è riuscito inanellando una serie di successi di critica e di pubblico: è stato caporione degli ambulanti di Palermo, di alcuni ex detenuti che chiedevano un lavoro senza lavorare, delle anime di un’immortale destra estrema, ha condiviso alcuni rigurgiti di nuova democrazia della Lega di Salvini, ha elargito benedizioni e ammonimenti dal pulpito della sua pagina Facebook seguita da 44 mila persone, e naturalmente è partito lancia in resta per la lotta di resistenza contro i vaccini. Il suo slogan: la gente come noi non molla mai. Una sola paura ha ammesso, davanti ai magistrati, quella di subire la stessa punturina all’avambraccio che si fa persino ai bambini. Per questo il poveretto è stato costretto a pagare per avere il green pass senza il vaccino. La debolezza del duro.

Poi ci sono due carabinieri, purtroppo senza nome, che si presentano all’hub vaccinale del Centro La Torre mentre medici e infermieri sono allo stremo. Bloccano l’attività per protesta contro la pericolosità dei vaccini o forse lo strapotere della lobby dei farmaci o forse l’atto illiberale di una iniezione di Stato: insomma una di queste o tutte insieme, tanto sempre minestra rancida è.  Intervengono per disturbare la più importante operazione sociale e sanitaria che in questo momento si possa mettere in atto nel nostro Paese. E si piccano di avere il bandolo del discorso, di svolgere non un ruolo ma una missione. Sono in missione per conto di uno Stato che li paga proprio per evitare di essere disturbato da missioni non richieste, e per di più pericolose, come queste.

La galleria dei personaggi di questa storia potrebbe essere quasi infinita. Poiché il Covid è solo l’ultimo catalizzatore di molte reazioni insensate e grottesche: ricordate gli odiatori di Mattarella, Manlio Cassarà e Eliodora Elvira Zanrosso? Il primo appena lo beccarono biascicò a verbale di essersi confuso nell’aver scritto una frase orribile contro il Presidente; la seconda addirittura, che si professava nonna affettuosa, ammise di aver digitato quello schifo perché era su di giri per questioni politiche che afferivano a Grillo e ai 5 Stelle del 2018.

Guardiamoli così, questi minuscoli protagonisti di una cronaca che non li merita neanche, spogliamoli del loro peso simbolico. Cerchiamo di trovare il coraggio di decostruire anche le nostre più disperate certezze. Forse, lontani dall’idea di Eraclito che un solo essere umano può valerne almeno trentamila mentre la folla è zero, riusciamo finalmente a ridefinire. È così che certe storie insulse, che tali resterebbero se non interferissero con le vite delle persone perbene, conducono a un concetto grande e complesso come quello della scomparsa delle complessità. La polarizzazione delle opinioni attuata, con gravi colpe, dai social network ha cancellato le zone intermedie in cui anche chi non aveva i mezzi culturali ed emotivi poteva trovare rifugio. L’incertezza è stato per secoli un porto in cui approdare nell’attesa di scegliere, agire: nelle zone intermedie si pensava e non si digitava d’impulso, magari si trovava il coraggio per farsi una punturina, o semplicemente ci si imbatteva nella dignità di restare dritti anche quando si è storti.

E se i nuovi demolitori non fossero altro che cretini? Anzi neo cretini?

Secondo me

C’è un antico problema del giornalismo, diventato modernissimo per via dei negazionisti dell’ultima ora, no vax o no brain che siano. E cioè quello legato al valore della testimonianza. Un giornalista gode di un privilegio sin dai tempi in cui il giornalismo è nato: lui c’è, racconta, commenta laddove gli altri non ci sono, quindi non possono raccontare con facilità e di conseguenza non possono commentare con dovizia di particolari. È il fattore del “secondo me”. Un fattore cruciale ai giorni nostri. Non vi sfuggirà infatti che il “secondo me” rappresenta un vantaggio e al tempo stesso un handicap.

Il “secondo me” che conosciamo sino al pre-pandemia, anzi – diciamolo chiaramente – sino a prima dell’avvento del Movimento 5 stelle di Grillo e Casaleggio, era un vantaggio perlopiù professionale, un po’ come il poliziotto che arriva per primo sulla scena del delitto o il regista che conosce tutte le scene tagliate e i retroscena proibiti del suo film. Poi c’è stata l’ecatombe della ragione e il “secondo me” è diventato il vessillo del famigerato “uno vale uno”, la bandiera della cultura da smartphone (un tempo c’erano i Bignamini – e magari li rimpiangiamo – oggi c’è l’indice di Telegram), l’altare su cui immolare ogni certezza scientifica o peggio su cui bruciare ogni residuo di realtà.

È tutto in questo uno-due, in questo capovolgimento che pare istantaneo e che invece parte da lontano (ne abbiamo parlato qui a proposito di un modello comunicativo deviato e purtroppo di successo) gran parte dello sfacelo dei nostri giorni. Perché sino a quando la ragione aveva una sua cittadinanza, una testimonianza serviva per farsi un’idea, non per costruirne una completamente falsa.


E la “falsa idea” è il cancro sociale dei nostri giorni.

Oggi la Terra rotonda (e persino quella piatta) è popolata da persone che credono di aver razionalizzato un evento, con le sue cause e le sue conseguenze, e che costruiscono su questa illusione un abbecedario per il futuro. Però il futuro ha un cazzo di problema, è aperto a ciò che non esiste ma chiusissimo allo spaccio di verità false. Perché il futuro sbugiarda sempre, spesso con crudeltà estrema. Il futuro non fa sconti. Il futuro stupra i sui stupratori, senza pietà. Solo che, ontologicamente, lo fa coi suoi tempi, decimando i testimoni: la vita è una malattia mortale (cit).

Recuperare il valore della testimonianza è una cosa molto complicata poiché è un atto bilaterale, e gli atti bilaterali rompono i coglioni: non basta un mea culpa o un ripassino fatto bene, devi sempre trovare uno che controfirmi il tuo ravvedimento. Insomma, un vero casino. È così che sono morti gran parte dei giornali, non hanno saputo trovare credito per la controfirma, per il tacito contratto tra due parti che in fondo sono una sola.
Però una cosa la dobbiamo tenere a mente. Che la testimonianza è il primo motore immobile del tempo. Senza, non c’è futuro e manco presente.
Senza testimonianze non avremmo contezza di ciò che accade fuori dal nostro raggio visivo. Non sapremmo niente delle meraviglie che ci aspettano. Non pregusteremmo l’arte, la tecnologia, l’amore.

Viviamo biologicamente secondo le regole di quel genio trasversale di Dante, similitudine e contrappasso. Sentiamo più freddo di quella volta, vogliamo essere accarezzati come quell’altra volta, non intendiamo stare male come quella volta, confidiamo di scamparla meglio di quell’altra volta.  

Non so come recupereremo il valore della testimonianza, giornalisti e non. So solo che senza, non saremo migliori o peggiori, non saremo più o meno scaltri, non saremo in vantaggio o sconfitti. Semplicemente non saremo. Testimoni.

Zitto coglione

“Zitto coglione!”. Sino a qualche anno fa, e sembra passato un secolo, una discussione impari tra una persona mediamente intelligente e un ignorante presuntuoso (cioè uno che fa del proprio non sapere un’arma di attacco) si poteva ritenere chiusa con una frase del genere. Poi il senziente tornava tranquillo a casa, il cretino d’assalto restava isolato nell’eco di quelle ultime parole (“Zitto coglione!”) e il mondo continuava a girare più o meno tranquillamente con la parte sana del pianeta immersa nei suoi dubbi e quella bacata avvolta nella coltre oleosa delle sue certezze.

Oggi nell’epoca del “Social dilemma” – a proposito, ne parliamo giovedì 15 ottobre, alle 19, a piazzetta Bagnasco a Palermo – la moltiplicazione del dubbio è diventata un’emergenza e da strumento del saggio si è trasformata in alibi dello stolto. Perché se il dubbio è instillato in malafede siamo davanti a un’emorragia di buon senso. E dove il buon senso latita, la cretinocrazia impera.

L’adunata di no-mask negazionisti e fascisti travestiti da scienziati di oggi a Roma è in tal senso un esempio da enciclopedia. Prendi i peggiori imbecilli del paese, dagli una platea di cretini ammaestrati, forniscigli una motivazione politica cialtrona tipo il governo ci guadagna con l’emergenza, condisci il tutto con la truce sensibilità per le fandonie dell’algoritmo di Facebook, e il gioco (sporco) è fatto.

Non c’è spazio per l’ottimismo di Woody Allen secondo il quale “il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l’imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile”. Oggi il contrario è la regola di ogni meccanismo sociale. Il contrario giustifica, premia, innalza, erige, eccita. E non c’è rimedio se non il puntuale opporsi a ciò che non è, che non può essere e che non dovrà mai/più essere. Per questo è drammaticamente sbagliata la tesi secondo la quale bisogna lasciar correre, non dare spazio a certi fenomeni perché altrimenti si corre il rischio dell’effetto amplificazione. No, è dimostrato che una falsa notizia ha un’eco sette volte superiore a una notizia vera. Quindi deve essere crociata senza confine. Oggi, domani, sempre.
Il grido di battaglia? “Zitto coglione!”.    

I negazionisti della cronaca

C’è una categorie di persone che io chiamo “negazionisti della cronaca”. Vivono perlopiù di e nei social e sono i disinformati per eccellenza. Cioè non sanno nulla di nulla, anzi peggio non sanno nulla di nulla di ciò che in realtà dovrebbe essere di loro interesse. Prendete chessò un buddista “negazionista della cronaca”: dovrebbe sapere tutto, per vocazione e quasi per elezione, sulla prossima visita del Dalai Lama a Palermo: tutti i giornali e tutti i siti e soprattutto i social ne hanno parlato qualche mese fa, e infatti i biglietti sono andati venduti in un fiat. Ma il “negazionista della cronaca” deve fare il suo mestiere, specialmente quando si trova nella condizione a lui più congeniale, quella dello spaventato del presepe. Siccome vive sulla luna credendo di vivere sulla terra e parla della terra come uno che non è mai stato sulla luna – un disadattato insomma – non ha ovviamente trovato posto nel luogo in cui il Dalai Lama parlerà. E allora? Anziché ritrarsi in buon ordine, magari maledicendosi in tibetano, sguaina la sua arma migliore: la teoria del complotto.
Chissà perché non ce lo vogliono dire… chissà cosa c’è dietro… ci vogliono fregare!
Il “negazionista della cronaca” si sopravvaluta per sopravvivere. Cerca disperatamente una congiura internazionale per spiegarsi il fatto che, riconglionito com’è, ha chiuso casa con le chiavi dentro: la lobby delle serrature è notoriamente seconda solo a quella degli Illuminati.
Tornando all’esempio del Dalai Lama, guai a spiegargli che era già stato tutto annunciato per tempo e che lui è semplicemente arrivato in ritardo. Mai! Anziché ritirarsi in buon ordine il “negazionista della cronaca” attuerà la lotta dura senza paura sino al sanguinamento dei polpastrelli: diffondete, vergogna, diffondete, buuu, ladri, mascalzoni e adoratori del Male! Nella storia di questo prototipo di elettore ideale dell’anno 2020 (voglio essere ottimista e darmi un minimo di preavviso) non c’è un precedente di ravvedimento, mai un’ammissione intima tipo “ho fatto/detto una minchiata”. E questo è devastante per il resto della popolazione mondiale, ormai quasi minoritaria, che si informa e agisce di conseguenza.
Anni fa un mio ex amico, peraltro non incolto e non (ancora) social addicted, aveva la fissazione di doversi incazzare ogni anno perché – per un giorno – la maratona gli impediva di andare a farsi il giro della parrocchia in auto, col gomito fuori dal finestrino tipo abbordatore da discoteca del sabato sera. E l’argomento era sempre lo stesso: i giornali non hanno detto niente, sorvolando su fatto che lui non leggeva mai i giornali. Insomma, un antesignano.

Il preservativo del Papa

papa-ratzinger-al-museoPrendete un continente martoriato come l’Africa. Prendete un Papa che si mostra sommo solo nelle somme stupidaggini che dispensa nel nome di un Dio che immagino, anzi spero, si tappi occhi e orecchi. Prendete un dramma come l’Aids. E prendete uno strumento efficace, indolore e civile come il preservativo. Mescolate il tutto e il risultato è questo: il Papa, in visita nel continente africano, dice che il preservativo non serve per contrastare il dilagare dell’Aids e che invece occorre “un rinnovo spirituale e umano” nella sessualità.
Le lancette dell’orologio di Ratzinger accelerano la loro marcia in senso antiorario, in un progredire di enormità che ormai sfiora il negazionismo del più cretino dei lefevbriani.
Dire al mondo che il “rinnovo spirituale e umano della sessualità” è più utile del preservativo significa, nell’ordine: a) Negare ciò che è reale, scientificamente provato; b) Propagandare una sorta di primo tagliando della sessualità (c’è stato un rodaggio? un certificato di garanzia?); c) Avvolgere nel fumo sintetico (tipo quello delle discoteche di un tempo) le menti più che confuse di milioni di fedeli.
A meno che il nostro Papa non voglia farsi lui stesso profilattico, sommo garante della somma correttezza di un rapporto sessuale, l’unico appello che mi sento di fare, ancora sbalordito per tali affermazioni, è: cari fratelli, fermatelo.

Due come loro

L’ultima del barzellettiere che ci ritroviamo come presidente del Consiglio è che “la nostra Costituzione è filosovietica e va cambiata”. Il premier condisce l’affermazione col ricordo quasi commovente della fierezza con la quale ha giurato sulla Costituzione stessa. Insomma della nostra Carta, lui vuol fare carta igienica. Se ce lo diceva prima, risparmiavamo sulla cerimonia e lo facevamo giurare al cesso.

Il Papa riabilita gli imbecilli lefevbriani che negano l’olocausto e si fa cazziare dalla Merkel, che è il Cancelliere tedesco mica un qualunque rabbino di Tel Aviv, sulla tiepidezza del Vaticano contro il negazionismo. Resta ferma la santa opposizione di Benedetto XVI contro i veri nemici dell’umanità, i seminatori del male, gli apostoli di satana: i divorziati.

Vittima di un insano ottimismo, ho la sensazione che non viviamo un momento disastroso: siamo semplicemente nelle mani sbagliate.

P.S.
Se ieri avete perso la puntata del programma di Lucia Annunziata
In mezz’ora cliccate qui. L’ospite è il teologo Hans Kung che qualcosa di Ratzinger sa…

Una Chiesa alla deriva

Quando mi trovo davanti a un negazionista, al giorno d’oggi, mi faccio quattro risate. Un tempo, quand’ero giovane e manesco, mi incazzavo parecchio.  Il negare, contro ogni evidenza e spesso per motivi di convenienza personale, un fatto storico è un atteggiamento deprecabile che in molti Stati è addirittura punito dalla legge.
Se poi è un vescovo, il lefevbriano Richard Williamson, a rimbambirci di scemenze cercando di ridurre la Shoah a fenomeno condominiale e blaterando che le camere a gas per gli ebrei non sono mai esistite, forse vale la pena di incazzarsi ancora un po’.
E se poi dal Papa Benedetto XVI, anziché arrivare una presa di posizione adeguata (un calcione canonico nel sedere, una mandata a fare in culo latae sententiae, una sdegnata e santa alzata di spalle nel nome del nostro Signore) arriva addirittura il perdono con la revoca della scomunica imposta da Giovanni Paolo II a questo idiota porporato, ci sarebbe da presentarsi dal signor Williamson e togliere la sicura agli schiaffoni.
Lo scollamento della Chiesa cattolica dal mondo reale non finisce mai di stupire, quasi che ci fosse una regia ubriaca che allontana la telecamera dalla logica e dal buon senso per inquadrare sempre angoli bui, sgabuzzini dell’irrazionalità, postriboli di ideuzze.
Non so chi consigli questo Papa che ha il piglio di un bibliotecario medioevale, so soltanto che, da cattolico, non so come far sapere al mio Dio che sulla Terra serve un azzeramento di tutti i suoi indegni dirigenti.