Squadretta antimafia

L’articolo di oggi su Repubblica Palermo.

Il primo passo Gianfranco Miccichè l’ha fatto appena insediato Ars, nella sala di Palazzo dei normanni intitolata a Piersanti Mattarella: ha invitato gli imputati nel processo sulla trattativa Stato-mafia Mario Mori e Giuseppe De Donno, e li ha celebrati come eroi e testimoni di ingiustizia. Senza neanche darsi la pena di sfogliare il solito bignamino di post-garantismo, che dal sommo padre Berlusconi all’indomito alfiere Sgarbi punta all’assoluzione preventiva di amici e compagni di partito, Miccichè ha lanciato una nuova linea di lotta civile alla criminalità organizzata, l’antimafia prêt-à-porter. Basta col repertorio classico di Leoluca Orlando, lord di Grande inverno (un tempo era primavera, ma le stagioni cambiano) nel Game of Thrones di Sicilia, signore dell’antimafia di maglio e spada e unico detentore delle chiavi di un Valhalla nel quale riposano ex compagni d’armi come Pippo Russo e Carmine Mancuso (perché con le stagioni cambiano anche le fioriture di militanza). Oggi il sospetto si è scocciato di fare anticamera per la verità e, nell’Isola di un centrodestra che rinasce non dalle ceneri ma dalla cipria, ha scelto l’eremitaggio in qualche aula semideserta del Palazzo di giustizia dove si celebrano processi di cui tutti parlano e che pochissimi seguono. Continua a leggere Squadretta antimafia

Antimafia, dai professionisti ai dilettanti. E non solo

Non c’è pace sotto il cielo dell’antimafia. Dalle polemiche tra Leoluca Orlando e Giovanni Falcone sulle “prove nei cassetti” alle scudisciate di Leonardo Sciascia con un celebre articolo che molti citano e pochi hanno letto (approfittatene, fatelo ora) su cui ancora oggi il dibattito è aperto, dalla stagione del “Casellismo” con una magistratura militante a quella, tragicamente esilarante, del Berlusconismo, la lotta a Cosa nostra negli ultimi quarant’anni ha spesso riservato colpi di scena legati più agli attori che alla sostanza.
Oggi siamo al paradosso più grottesco: sopravvissuti all’antimafia evanescente di Rosario Crocetta, uno che avrebbe fatto assessore persino il suo cavallo se mai ne avesse avuto uno, ci siamo ritrovati con l’anti-antimafia di Gianfranco Miccichè, uno che il suo cavallo non solo l’avrebbe fatto assessore ma gli avrebbe raddoppiato la biada a spese dei contribuenti of course. Miccichè, col silente Musumeci, l’unico governatore che invoca la trasparenza letterale nel senso che nessuno si è ancora accorto che esiste, è protagonista di una restaurazione senza precedenti. L’ultimo episodio è quello, noto, del docufilm proiettato all’Ars, nella sala intitolata a Piersanti Mattarella mica a Tina Pica (senza nulla togliere al cinema del dopoguerra), in cui si celebrano il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno, entrambi ancora imputati nel processo per la trattativa Stato-mafia, quindi persone sulle quali pende ancora un giudizio della giustizia italiana. Tralasciando il solito Sgarbi, a proposito del quale ogni parola che non riguarda l’arte è un sasso in uno stagno per giunta asciutto, la cosa che salta agli occhi non è tanto la nota protervia di Miccichè, quanto l’annichilimento del centrodestra senziente. Nella galassia di partiti e partitucoli che sorreggono il trasparente Musumeci e il ponderoso Miccichè non c’è voce, almeno udibile, di dissenso e di buona creanza. È mai possibile che in tutto il centrodestra non ci sia un briciolo di ragione per capire che sull’altare dei compromessi politici non si può sacrificare quel che resta del buon senso collettivo? È mai possibile che uno come Miccichè, che vive economicamente grazie alla politica, debba sedersi sulla poltrona meno adatta a chi ha allergia per le uguaglianze quindi all’essenza della politica stessa? È mai possibile che Musumeci possa fare rimpiangere Crocetta, il governatore più inconcludente da quando l’antimafia è passata dalle mani dei professionisti a quelle dei dilettanti?

Da Pif a Trump, l’era della rabbia

Da Pif a Trump, l'era della rabbia
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L’era della rabbia

“Se non vi arrabbiate, vuol dire che non siete attenti”, recita uno slogan apparso spesso nelle proteste contro Donald Trump. E a giudicare da quello che è accaduto oggi a Palazzo d’Orleans a Palermo, di attenzione da queste parti ce n’è parecchia. Fin troppa. L’arringa sbraitata da Pif nel segno di una battaglia sacrosanta per i diritti calpestati dei disabili siciliani è tuttavia una linea Maginot della nostra socialità. Che impone una domanda: si può vivere civilmente senza dover essere incivili contro chi impedisce il vivere civile?
Nel mio piccolo sono d’accordo al cinquanta per cento con la retorica urlante di Pif. Perché se è vero che è il risultato quello che conta (e i disabili siciliani aspettano come un’elemosina l’aiuto loro dovuto dalle istituzioni), è anche vero che quest’andazzo di agguati a mezzo tv, di telecamere e telefonini sguainati sta deformando la realtà: si è a favore del muscolo piuttosto che del cervello. E questo non è un bene.
In un articolo su The Guardian, lo scrittore e saggista indiano Pankaj Mishra ha raccontato, la settimana scorsa come dalla Brexit a Trump, dalla xenofobia in Europa all’elezione di Duterte nelle Filippine, gli eventi dell’ultimo anno siano incomprensibili per l’occidente razionalista e liberale. E ha spiegato come in realtà sia il nostro modo di interpretare il mondo che non funziona più.
La tentazione è quella di continuare a spiegare la crisi della democrazia – perché di questo si tratta – usando dualismi rassicuranti come liberalismo e autoritarismo, islamismo e modernità, Pif e Crocetta, grillismo e tradizionalismo. Ma – suggerisce Mishra – forse sarebbe più utile pensare alla democrazia come a una condizione emotiva e sociale particolarmente fragile che, aggravata dal turbocapitalismo, è diventata instabile.
Quando ci lasciamo incantare da un presentatore tv che urla e annichilisce un navigato politico, per di più esperto nella politica-spettacolo, non dimentichiamo mai che un astioso troll di Twitter è diventato l’uomo più potente del mondo.
Come hanno sempre sostenuto i buddisti, l’avversione e il desiderio sono due facce della stessa medaglia: sia che moriamo dalla voglia di qualcosa o che la detestiamo per qualche motivo, sempre di un’ossessione si tratta.
Ecco perché Pif che grida contro Crocetta mi dà il 50 per cento di soddisfazione. Perché dà corpo alla fisicità delle istanze, mentre dobbiamo imparare a essere più precisi nelle questioni dell’anima. Perché è soluzione immediata, ma precedente pericolosissimo. Perché è rimedio ma rischia di diventare causa.
L’era della rabbia ci ha travolti. La nuova resistenza probabilmente non è mobilitazione fisica, ma addestramento al distacco razionale.
Apprendere per andare al contrattacco.
Riflettere per vincere.
Studiare per impugnare l’arma più giusta: quella della conoscenza.
Anche se non fa like, smile e uau!

Qui il podcast.

L’ineffabile assessore Miccichè

L'ineffabile assessore Miccichè
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Padre Nostro… e un bell’applauso

crocetta bambino romeo

In un video realizzato nel reparto di Malattie metaboliche rare dell’Ospedale dei Bambini, a Palermo, si testimonia la visita del cardinale Paolo Romeo a un giovanissimo ammalato. L’atmosfera è pesante, come può esserla quella che respira una famiglia al capezzale di un bambino che sta molto male. Romeo raccoglie le parole di dolore della madre. Intorno, parenti e medici con gli occhi lucidi. Persino il manager dell’ospedale Giovanni Migliore si asciuga le lacrime. Continua a leggere Padre Nostro… e un bell’applauso

Crocetta for dummies

rosario crocettaViolato il mio diritto alla privacy.

Per uno che esordì con “se divento presidente della Regione dirò addio al sesso”, la privacy è qualcos’altro: una cosa che si tira fuori quando il tempo è brutto, tipo l’ombrello.

Volevo uccidermi, mi ha salvato Lo Voi.

Qui c’è una convergenza di azioni teatrali. Da un lato la ricerca su internet (!) di un metodo per suicidarsi senza fare casino, che è come dire guidare con gli occhi bendati curandosi del destino della benda, dall’altro l’irruzione salvifica del procuratore della Repubblica che non si sa come ha portato a casa il risultato: schiocco delle dita, cazziata, telefono chiuso in faccia (in certi casi il tuuut tuuut fa miracoli).

Trattato così perché gay.

No, trattato così perché inattendibile. Uno può essere gay, eterosessuale, biforcuto o trapanatore bisestile: se fuori dal letto rende così così, sono cazzi suoi, con tutte le metafore che il dio della logica manda in terra.

Tutino non è il mio tipo.

Vedi personal privacy e sue declinazioni teatrali.

Sbiancamento anale, mai fatto.

Il giornale che si è intrattenuto su questo dettaglio ha fatto una carognata. Ma se uno ha il senso della misura, dal fango prende le distanze, non ci si butta per recensire la grana della melma.

Toto Cuffaro non era gay.

Laddove il dibattito politico langue, c’è sempre spazio per l’ossessione (sessuale).

I responsabili di questa vergogna si vergognino dinanzi al popolo siciliano.

Ecco sì. Basta vergognarsi senza modica quantità.

Uno che non sa nulla neanche del suo cellulare

crocetta-al-telefono

Non è la frase udita o non udita, forse pronunciata dal medico amico, sulla Borsellino che “va fatta fuori come il padre”. Non è il continuo ricorso a temi forti come quello di un’omosessualità ostentata che parrebbe scudo contro mille polemiche e invece è pretesto per sviare, distrarre, abbindolare. Non è nemmeno la coerenza malmessa di uno che promette non per mantenere, ma per farsi mantenere, di uno che non riesce a percorrere un tratto di strada in compagnia, poichè suscita istinti di fuga in chiunque condivida i suoi passi. Non è per tutto questo che Rosario Crocetta, malgovernatore siciliano, deve dimettersi con serena irrimediabilità e non inventarsi (o inventarci) un’autosospensione che sa di codardia istituzionale. Deve andare via perché è un presidente vulnerabile, fragile delle sue incertezze, inattendibile persino quando parla delle cose che dovrebbe conoscere bene: i suoi amici, i conti del suo governo, la ricezione del suo cellulare.

Crocetta ha gestito un sistema di consensi basato sulla sua antimafiosità e sulla sua omosessualità, e lo ha gestito con un’intransigenza irritante: ha cercato di convincerci che ogni attacco nei suoi confronti veniva orchestrato da mafiosi o da omofobi e non lo ha mai sfiorato l’idea che il sesso è un suo chiodo fisso e non nostro (a parte qualche vergognosa cialtronata combinata da giornali degni della spazzatura) e che la mafia teme più chi lavora in silenzio di chi sbraita dalla poltrona.

Che cambi amici, casacca, città, mestiere a questo punto è irrilevante. L’importante è che ci liberi dalla sua dilagante debolezza.

Il disastro Crocetta

rosario-crocetta

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Crocetta crede in un patto per le riforme. Quasi nessun partito crede in quel che crede Crocetta. La maggior parte dei deputati regionali crede che il voto anticipato sia poco conveniente. Non serve scomodare raffinati politologi per capire che il vero problema di Sala d’Ercole, in questo frangente di imbarazzante marasma, è ben descritto in una frase dell’Abbé Pierre: non basta essere credenti, bisogna anche essere credibili. E che credibilità ha un governo in cui l’unica compattezza è sul mostrarsi divisi e in cui la tomba di ogni intenzione è la resa senza condizioni al tirare a campare?
Molto schematicamente, la sensazione è che manchi la voglia: all’Ars si sono scocciati persino di annoiarsi. (…)
Non è il primo governo di scarsa utilità pubblica e probabilmente non sarà l’ultimo, ma è un governo che ha un’irritante propensione allo straw man argument, cioè a quell’inganno dialettico che tende a usare argomenti fantasma per nascondere argomenti in cui si è deboli. Esempio: uno dice che questa coalizione deve andare a casa e la risposta è che si vuol fare il gioco della mafia, quando nessuno ha detto che non si deve combattere la mafia.
Insomma, alla luce di questa tenebra politica è ormai chiaro che da qualunque parte lo si guardi, il disastro si compone di una somma di condizioni sfavorevoli: non solo i cocci sono troppi, ma la colla è pure finita.

Il maratoneta della dichiarazione

Il governatore Rosario Crocetta, medaglia d’oro olimpica nella maratona dichiaratoria con e senza microfono, oggi ha emesso (o srotolato) un comunicato stampa di 4.958 battute, cioè di oltre 80 righe (se mai quel virgolettato dovesse essere pubblicato integralmente su un giornale). Perché di un unico, infinito, impietoso virgolettato si tratta: senza un rigo che non sia sfogo personale, persino in dialetto, minaccia, arringa rabbiosa. Tenete conto che pezzi di questa misura, fatta eccezione per il fondo domenicale di Scalfari su Repubblica, ormai non ne esistono quasi più. Ma non è questo l’aspetto più interessante dell’editto crocettiano.
Ciò che affascina è il concetto di crociata, il gettarsi lancia in resta contro chiunque osi mettere in dubbio che il migliore rimedio ai mali dell’umanità (siciliana e non) è quello che ha inventato lui. Quale? Quello che ha in serbo ma che non rivela per paura che gli freghino l’iniziativa. Crocetta è così: ha sempre qualcosa che vorrebbe dire ma che non può dire. E per non sbagliare dice e dice ancora, in un verboso riempitivo nel sotto vuoto spinto delle intenzioni.
Se promette e non mantiene, è colpa della promessa che si è lasciata corrompere da chissà chi. Se sbraca, è colpa del mondo che è troppo piccolo per lui. Se tutti lo abbandonano, è colpa del Padreterno che è stato parco nel distribuire il coraggio.
Il silenzio è d’oro e lui ha fatto voto di povertà.