Una buona antimafia

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Abituati come siamo a guardare la politica con diffidenza, rischiamo di perderci qualche passaggio quando invece il Palazzo lavora di buona lena e con attenzione. Allora è bene fermarsi e dare atto che c’è una politica che non è solo, per dirla con Berlinguer, una macchina di potere e clientela. La Commissione regionale antimafia guidata da Claudio Fava è un esempio di come si può vigilare sulle cose nostre senza lasciarsi trascinare dalla corrente del momento, di come si può indagare su temi di cronaca scottante senza farsi tentare da sterili effettismi. Così è stato per l’esame del caso Montante e sulle sue diramazioni complicate, per gli interrogativi sull’attentato Antoci e su certe incongruenze non da poco, per la recente disamina del doppio (o triplo) tentativo di depistaggio delle indagini sulla strage Borsellino. La Commissione ha, ad esempio, trattato un noto giornalista anti-boss come un normale testimone e non ha esitato a evidenziare alcune contraddizioni nel suo operato, rischiando la scomunica dell’antimafia adorante. Ha lavorato, insomma. Magari avrà sbagliato in molte o alcune conclusioni, ma si è data una direzione. È bene ribadirlo: qui non si giudicano i risultati che possono essere oggetto di valutazioni discordanti, si giudica un metodo. In particolare una discreta indipendenza dal mainstream, perché prima di affondare un coltello nella crosta delle cose bisogna assicurarsi che non sia stato usato per altro, insomma che sia pulito. Questa Commissione ha tentato di tenere a distanza il pregiudizio, di non conoscere intoccabili, di saper coniugare rigor di legge e curiosità. Ci ha rivelato che il compito della politica non è solo dare risposte, ma saper fare domande.

Borsellino e la storia senza storia

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Non si può chiedere alla magistratura di (ri)scrivere la storia: del resto quando si è pensato che la vera storia d’Italia dovesse essere narrata nei verbali di polizia il risultato è sempre stato pessimo. Ma la vicenda del depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio impone una piccola eccezione. Ai giudici che, nel dedalo di competenze incrociate e di indagini infinite, hanno dipinto un quadro in cui gli unici colpevoli sarebbero quattro poliziotti mai sgamati da nessuno e sopravvalutati da tutti, andrebbe chiesta una parvenza di idea su cosa è realmente accaduto all’indomani dell’eccidio in cui morirono Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta. Insomma da anni agogniamo una ricostruzione plausibile – laddove il termine “plausibile” certifica la nostra impotenza dinanzi a una congerie imbarazzante di menzogne e mistificazioni – e non verità insulse e smozzicate. E da anni sbattiamo contro un muro narrativamente illogico: perché se fosse un film nessuno sceneggiatore si rischierebbe a firmare una trama che parte tragica e infischiandosene del plot finisce esilarante. Qui non ridiamo solo per rispetto ai morti e alle loro famiglie, ma che un’intera Procura sia rimasta all’oscuro di uno dei più gravi depistaggi dell’Italia repubblicana e che non servano ulteriori indagini per scoprire ciò che è rimasto tragicamente nascosto, strappa un sorriso amaro. Quindi serve una storia, magari una qualunque, per trovare un senso a questa beffa. Una storia in cui chi sbaglia paga e non viene premiato, in cui chi è distratto è punito e non promosso, in cui chi è tenuto a controllare e non lo fa non se la cavi con un’alzata di spalle. Una storia che almeno abbia rispetto di chi la ascolta.

Andate al post scriptum

Quando ho saputo della richiesta di archiviazione della Procura di Messina nei confronti dei magistrati accusati del depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, come d’istinto sono andato a fare una ricerca nei miei archivi. E mi sono perso. Zigzagando tra articoli, libri, opere teatrali, interventi televisivi e affini  mi sono ritrovato, esausto, con un senso di vuoto.
Da anni cerco di capire cosa veramente accadde a ridosso delle stragi del 1992. Per questo, vincendo la mia detestabile vocazione solistica del mestiere (e combattendo contro una certa indole di cui non vado fiero), mi sono fatto accompagnare e in alcuni casi guidare in questa missione impossibile da colleghi come Salvo Palazzolo, da registi come Giorgio Barberio Corsetti, da musicisti come Marco Betta, Fabio Lannino, Diego Spitaleri, da attori come Ennio Fantastichini e Gigi Borruso. Abbiamo suonato la carica dappertutto, sui giornali e nel più grande teatro d’opera d’Italia (il Teatro Massimo), nelle scuole e nelle piazze, in tv e alla radio, sul web e nelle università.
Il nostro obiettivo è sempre stato semplice: la verità, non una verità.  
Addirittura nel raccontare il singolare fenomeno, tutto siciliano, della moltiplicazione dei processi abbiamo riscosso la risata amara del pubblico quando abbiamo messo in scena l’incredibile accavallarsi del procedimenti per la strage Borsellino. Probabilmente perché dinanzi a certi drammi la risata è l’atto più rivoluzionario.   
Ora la procura di Messina ci viene a dire che l’inaudito depistaggio che porta fuori strada per sedici lunghi anni la macchina giudiziaria delle indagini sulla strage di via D’Amelio è stato opera solo di quattro poliziotti, il capo dei quali è ovviamente morto e sepolto da tempo, e di nessun altro. Ergo che una missione criminale di tale livello è stata architettata in modo talmente artigianale o sopraffino (dipende dai punti di vista) da escludere tutti – ripeto TUTTI – i magistrati in servizio alla Procura di Caltanissetta coinvolti nelle prime indagini. I quali, secondo la versione ufficiale che ci viene fornita, si bevevano tutte le minchiate che quei poliziotti gli servivano. E soprattutto se le bevevano incolpevolmente.
Questo post è pieno di link che rimandano ad approfondimenti quindi vi risparmio i tecnicismi. Tuttavia è bene incorniciare i dubbi di Fiammetta Borsellino, illustrati da Repubblica.

Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell’inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l’unica versione?
Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba?
Perché i pm non ne fecero mai richiesta?
Perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo?
Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall’ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l’unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com’è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione?
Perché furono autorizzati dieci colloqui investigativi della polizia con Scarantino, quando già era iniziata la collaborazione con i magistrati?  

A questi dubbi ne aggiungo uno io.
Perché questa verità di comodo – furono solo quattro poliziotti ispirati da un’insana anarchia a insaputa dei poveri magistrati – non fa saltare sulla sedia nessun ministro, nessun premier, nessun presidente della Repubblica?
È come se qualcuno volesse sfiancare la memoria di chi ha memoria, seppellire sotto una coltre di tempo inutile la voglia di capire, sfidare la buona creanza e la pazienza dei sopravvissuti con una architettura complessa di coincidenze, di illogici corto-circuiti. Nel nostro piccolo noi ne abbiamo trovati molti, troppi, durante il nostro cammino nel sottovuoto spinto di verità. Ora cercano di spegnerci prendendoci per noia con la loro litania di “non so”, “non ricordo”. È la famosa strategia di distrazione collettiva di cui abbiamo spesso parlato.

P.S.
Tutti i magistrati coinvolti nell’inchiesta sul depistaggio sono stati promossi. Ovviamente.

Depistaggio, il colpevole perfetto? Un morto

L’articolo pubblicato qualche giorno fa su La Repubblica.

L’inchiesta sull’infame depistaggio per la strage di via D’Amelio sta finalmente cercando di far luce su come e perché a un certo punto, nel pieno dell’emergenza mafiosa, si è deciso di prendere uno pseudo-pentito, il meno attendibile dell’universo, di trasformarlo da scadente comparsa in protagonista assoluto, e di raccontare un romanzo di minchiate (inanellate in maniera scientifica). Solo che c’è una cosa che frulla nelle teste di noi astanti sul bordo di quell’enorme cratere mai richiuso che sono le stragi del ’92: se fu depistaggio (e depistaggio fu) ci deve essere stato qualche magistrato che ha dato indicazioni, che ha autorizzato ciò che non doveva essere autorizzato, che c’era e magari faceva finta di non esserci o che c’era e si mostrava in tutta la sua telegenia. Ecco, su questo aspetto dopo 26 anni c’è ancora una prudenza alquanto grottesca. Perché abbiamo sopportato di tutto in questa storia di orrore mafioso e scelleratezza istituzionale. Insomma diteci che è tutta colpa del maggiordomo, ma evitateci la farsa del colpevole perfetto: cioè un morto. Grazie.

Si Salvo chi può

Dunque c’è un’inchiesta, quella sulla strage di via d’Amelio, condotta in modo infame per 25 anni, con un depistaggio che in un Paese civile dovrebbe vedere i responsabili in galera e non freschi come quarti di pollo in una tavola di vegetariani. C’è un rosario di omissioni, di traccheggi, di atroci bugie che si arricchisce di giorno in giorno di nuovi grani. C’è una pattuglia di magistrati che ha sonnecchiato per decenni frequentando convegni e riviste (con più pagine che lettori) anziché uffici giudiziari. Ci sono poliziotti che adesso sono sott’inchiesta per aver costruito ad arte uno pseudo-pentito, Vincenzo Scarantino, e aver aggiustato le sue dichiarazioni incolpando innocenti e proteggendo i veri colpevoli. C’è tutto questo (e molto altro) dietro l’indagine infame che per decenni ha protetto un patto criminale con uomini delle istituzioni protagonisti. E che fa la procura di Catania? Mette sotto inchiesta Salvo Palazzolo, il cronista che ha raccontato ciò che tutti noi dobbiamo sapere. Lo fa con una solerzia quantomeno sospetta, probabilmente perché i nomi coinvolti sono illustri e perché la polvere sollevata tende a coprire quella che per troppo tempo ha riempito i fascicoli di un’indagine dai risvolti mostruosi. Poi chissà, canis canem non est.
Ci sarebbe da ridere se non fosse terrorizzante.