L’esperimento

Esperimento. Accendete il televisore e azzerate il volume. Accendete il computer e azzerate il volume. Poi accendete la vostra musica e alzate il volume.
Le notizie, le immagini, gli stimoli ordinari avranno un impatto molto diverso. Se non l’avete già provato, fatelo. E’ l’atto di autodifesa più civile che conosca.
Poi se volete qualche consiglio per la compilation non avete che da chiedere…

Osteria numero venti, se la spiaggia avesse i denti…

Da Corriere.it.

Facciamo un esperimento

Provate a guardare i telegiornali con un occhio diverso. Incasellate i servizi e le notizie che vi vengono somministrati in un elenco che prevede due sole colonne: agitazione e serenità. Non lasciatevi distrarre dal contenuto oggettivo del servizio (cioè non superate la distinzione tra cronaca bianca e cronaca nera, ad esempio), ma andate direttamente alle vostre sensazioni.
E’ molto probabile che, alla fine, troverete più ristoro in un arresto che in una recensione cinematografica perché è la sensazione che conta, non il mero contenuto. L’effetto tranquillizzante del male diffuso sconfitto dalle forze del bene è infinitamente più efficace del dubbio instillato dal male con nome e cognome incalzato dalle truppe malmesse del bene. L’arresto di un vecchio che insidia i bambini ai giardinetti si insinua nell’archivio delle emozioni in modo più rapido e istintivo rispetto all’inchiesta su un presidente del consiglio che corrompe chiunque possa essergli utile.
La rassicurazione della cronaca sta nella consapevolezza che ci sarà sempre – così si spera – un lieto fine. La verità della cronaca sta invece nella rassegnazione di un’attesa per un lieto fine che magari non arriverà mai.
I telegiornali degli ultimi tempi – specie quello di Minzolini – sono pieni di quel tipo di rassicurazioni.  Provate per sbalordirvi.

La dose minima di cronaca

La foto è di Daniela Groppuso
Foto di Daniela Groppuso

La dose di cronaca quotidiana minima consiste, a mio avviso, in due-tre pagine di giornale o, a scelta, in una media porzione di tg delle 13 (quello serale è come i peperoni, per sostanza e orario è a rischio indigestione). Da qualche giorno cerco disperatamente di attenermi a questa prudente posologia, perché lavorando con la scrittura e con il briciolo di creatività di cui la natura mi ha fatto dono, ho notato un certo inaridimento del mio prodotto: più forme geometriche che illusioni, più ragione che cuore, più muscolo che senso.
Con ciò non mi sogno di indicare le geometrie, la ragione e i muscoli come simboli dell’aridità, contrapposti alle fecondità-profondità indiscutibili del cuore, dei sensi e di certe illusioni.
Però mi permetto di indurvi a una riflessione: quanto vi toglie la cronaca?
E’ davvero fondamentale contare i peli ripresi da una telecamera nascosta durante l’amplesso clandestino di un noto esponente politico? O piuttosto può assumere i contorni dell’urgenza il bisogno di storie narrate? Pesa di più un verbale di polizia esclusivo o una pagina di letteratura che può essere letta da chiunque? E’ più nutriente un resoconto giornalistico o una riflessione d’autore?
Certo, messe così, queste domande suscitano una risposta condizionata.
“Cosa preferisci tra un libro e un giornale?”.
“Libro, certo!”. E poi è uno che si addormenta col quotidiano spalmato addosso.
Allora credo che l’unica soluzione sia quella che preveda soltanto la dose minima di cronaca. Cercando di resistere alle deviazioni lisergiche dell’ultimo scandalo della politica italiana e cedendo a quelle suggerite dall’unica persona in grado di toglierci il sonno, scuoterci, ferirci, commuoverci, meritando solo riconoscenza: il nostro scrittore preferito.

Marcelletti, la cronaca e la misericordia

marcellettiQuando le circostanze costringono a commemorare chi non si vuol commemorare, si ricorre spesso ai pareri degli altri.
Così nelle cronache di oggi, a proposito del professore Carlo Marcelletti, morto ieri per un attacco cardiaco, si citano le centinaia di testimonianze che si stanno diffondendo nel web.
Sono moltissime infatti le persone che lo ringraziano per aver salvato vite umane, per aver compiuto interventi che hanno del miracoloso.
Il dolore per la scomparsa di un uomo, specialmente se l’uomo è stato importante e chiacchierato, si trasforma così in una beatificazione di piazza che molto ha in comune col suo opposto, la condanna di piazza (del resto sempre di processi impropri si tratta).
E’ come se si scoprisse, all’improvviso, che un buon professionista è anche una specie di Messia, e si dimenticasse che un chirurgo che salva vite fa semplicemente il suo lavoro. Marcelletti ne avrà salvate più di altri suoi colleghi, ma ha fatto anche molto altro e non proprio secondo “scienza e coscienza”.
La misericordia non è la lente di ingrandimento della cronaca.