Al cimitero non c’era anima viva

Ieri alcuni amici (e colleghi) mi interrogavano sulle bestialità che nella mia vita di giornalista mi è capitato di leggere. Nell’imbarazzo della scelta, ho comunque tirato dai cassetti della mia testa confusa cinque esempi che, a mio modesto parere, non possono rimanere patrimonio di pochi. Ve li propongo senza voler fare alcuna classifica, ma con l’unico obiettivo di consegnarli alla memoria collettiva.

 “Morti perché la pensavano alla stessa maniera”. Attacco di un pezzo su uno scontro frontale tra auto in provincia di Trapani.

 “Al cimitero mancano gli spazi vitali”. Invettiva di un corrispondente di Enna sul sovraffollamento del cimitero cittadino.

 “Al cimitero non c’era anima viva”. Variante dello stesso corrispondente sul medesimo argomento: una sua campagna personale.

 “Quando si dice gioventù bruciata”. Attacco di un pezzo su un incidente stradale in provincia di Agrigento in cui erano morti carbonizzati tre ragazzi.

 “Per fare un diamante ci vuole una salma”. Attacco di un pezzo su un tizio che ha usato le ceneri del cadavere del figlio per farsi un anello.

Gli errori? Mai troppi pochi

Il Giornale di Sicilia oggi ha fatto il pieno di strafalcioni.

Qual’è

Manifesti a Palermo. Poi magari si scopre che l’errore è voluto e che noi tutti siamo asini, creduloni e pinocchi.

  Grazie a Francesco Massaro.

Ho titolato in maniera sublime i pezzi più disperati

Tra le proposte di collaborazione capita anche di ricevere mail come questa, che copio e incollo depurandola dei dati personali e aggiungendo solo il colore rosso per sottolineare i passaggi più appassionanti.

 

Caro collega Gery, mi chiamo (…)
Probabilmente gia’ mi conosci, sono una collega professionista, (…), attualmente direttore del quotidiano (…). Sono stata fino al mese scorso,e per circa 13 anni, anche redattore per (…) ; certamente la migliore giornalista fra altri seppur validi ma sparuti colleghi.
Per renderti conto del mio “valore” puoi collegarti con il mio sito (…). Per il giornale, oltre a scrivere servizi e articoli di vario genere e spessore, ho fatto anche molto lavoro al desk: passando agevolmente e impeccabilbente anche i pezzi piu’ disperati… e titolandoli in maniera “sublime”. Più volte un mio titolo non e’ passato inosservato, ma ha ricevuto inaspettati complimenti anche dai colleghi (…).
Ora, “senza giri di parole”, ti saluto pur dicendoti che non credo mi risponderai… a meno che tu non sia, o che tu non ti creda, migliore di me.
Cordialmente.

 

Allegra ma non troppa

Dal Giornale di Sicilia di ieri.

Scians

Corriere del Giorno di oggi, pagina 21.

Grazie a Giuseppe Giglio.

Twitter tornasole

Il bello di Twitter è che se i tweet te li scrive l’ufficio stampa si vede. Ad esempio, Paola Perego se li scrive da sola.

Il diritto di Fabio Volo e il rovescio della grammatica

Ieri su Twitter, Fabio Volo ha scritto:

L’italiano per uno degli scrittori più venduti d’Italia non è un optional. Allora mi sono permesso di far notare la cosa.

Uno strafalcione può capitare a tutti, si capisce. Anzi, su un social-media come Twitter, può essere l’occasione per familiarizzare coi fan, tendere un filo di conversazione reale. E, ritengo, può costituire soprattutto uno spunto costruttivo: chi scrive per mestiere deve comunque aver cura della materia prima, la lingua.
Invece, nell’assenza di un qualunque cenno dello scrittore, la risposta dei fan di Volo è stata la seguente (ma è soltanto un concentrato delle decine di tweet, previo filtraggio degli insulti ai danni del sottoscritto).

I lettori di Fabio Volo sono liberi di considerare la grammatica un accessorio: un autore si sceglie anche per affinità. L’importante è che costoro non pretendano che la restante parte del mondo – per fortuna maggioritaria – la pensi come loro.

 

 

Perseverare è diabolico

Foto da diPalermo.it

I cartelloni pubblicitari del circo Città di Roma, in questi giorni a Palermo, contengono uno strafalcione poderoso. Il bello è che già nel 2008 ci eravamo occupati di questo caso: stesso circo, stesso manifesto, stesso errore.
Non sono bastati tre anni per togliere un apostrofo di troppo. Ma abbiamo fiducia…