Rivive il commissario Porzio

Annuncio ai naviganti. I miei due primi libri, “Di nome faceva Michele” e “Giù dalla rupe” sono da oggi disponibili in versione e-book. Li trovate qui e qui. Mentre se cercate le schede con trame e recensioni vi rimando a queste due pagine:

Di nome faceva Michele

Giù dalla rupe

Per chi non lo sapesse si tratta di due gialli che hanno in comune come protagonista, più o meno involontario, il commissario Porzio che ai tempi la stampa (ah, la stampa!) definì una sorta anti-Montalbano. Insomma, con Camilleri e quella (preziosa) roba là non c’entrano niente.
Fatemi sapere, se vi va.

Non leggere più romanzi?

Qualche settimana fa nella sua rubrica settimanale su The Believer, Nick Hornby ha dichiarato la sua difficoltà (estrema) nel leggere romanzi.

Io ci provo a trovare nuove opere di narrativa, giuro, ma è come cercare di spingere un carrello della spesa scassato per i corridoi di un supermercato.

Hornby lega, seppur ironicamente, questo problema al raggiungimento dei sessant’anni di età. L’articolo mi ha colpito perché io di anni ne ho qualcuno di meno, ma effettivamente avverto un mutamento nei miei interessi di lettura. Torniamo allo scrittore britannico, che argomenta.

Un brutto libro, per dire, sulla storia delle ferrovie indiane finirà comunque per dirvi qualcosa sulle ferrovie, l’India e la storia. Leggere un brutto romanzo mentre vi state avvicinando all’età della pensione, invece, è come prendere il tempo che vi è rimasto a disposizione e gettarlo in un caminetto acceso.

L’insofferenza è un tema strettamente legato all’età che avanza. Più si cresce meno si è disposti a sopportare gli effetti collaterali della crescita. C’è un momento in cui il piacere di esibire la vostra esperienza si è tramutato in irritazione nei confronti di chi non vi ascolta. Ecco, un romanzo sbagliato è come un interlocutore distratto. Chi non sa niente di libri crede che il rapporto tra lettura e lettore sia univoco quando basta aver leggiucchiato qualcosa più di una timeline di Facebook per sapere che un libro non solo dà, ma anche (e soprattutto) chiede.
Non sono arrivato all’insofferenza snob, magari giustificata sì, di Hornby, ma da qualche anno mi sono misurato con una diversa disposizione nei confronti della narrativa. Prima ero onnivoro, poi sono diventato intollerante ad alcuni temi e/o autori: come la pizza che uno adora e che d’improvviso diventa indigesta. Allora mi sono inventato strade alternative, soprattutto per arginare uno strisciante senso di colpa. Amo la montagna e mi sono messo a leggere storie di montagna; amo viaggiare e mi sono messo a leggere i classici dei grandi viaggiatori; amo la psicologia applicata al mio Doc e allora mi sono messo a leggere saggi di psicologia for dummies. Certo, ci sono le eccezioni. Ma hanno a che fare col sentimento, i libri sono meglio degli amici: ci dicono quello che è giusto non cercare senza infingimenti senza ipocrisie senza risolini, perché in fondo lasciarsi trovare è l’emozione più profonda che premia chi sfoglia con la mente aperta.
E qui, davanti a pagine inesplorate, l’età non ha età.

La rivincita dell’analogico

L’articolo pubblicato su Il Foglio.

Per molto tempo il rapporto tra digitale e analogico è stato visto come una contrapposizione: smartphone o telefono a conchiglia, iPad o carta, mp3 o vinile. Bianco o nero, prima o dopo, una logica viziata proprio dalla rigidità del codice binario, cioè da un alfabeto composto da due soli simboli (zero e uno), una logica nemica delle complessità e delle sfumature della vita reale. Partiamo da qui per capire il senso di una controrivoluzione lenta ma costante che sta riportando il mondo nella carreggiata dell’analogico: non si tratta di contrapposizione, ma di equilibrio instabile.
Il 21 aprile scorso si è celebrata in tutto il mondo la decima edizione del Record Store Day, una giornata dedicata ai negozi di dischi e in quell’occasione la Federazione industria musicale italiana ha reso noti i numeri del vinile in Italia: oggi il mercato vale quasi 13 milioni e mezzo di euro, una crescita vertiginosa se pensate che nel 2012 ne valeva poco meno di due. E le prospettive appaiono rosee se è vero che il 23 per cento dei consumatori di musica ha acquistato almeno un disco in vinile nel 2017 e il trend è già salito al 31,8 nel primo trimestre di quest’anno.
Il 33 giri è il simbolo del bene analogico e della sua ingiusta sottovalutazione nel lungo periodo dell’abbaglio ipertecnologico con conseguente strapotere dell’mp3. Basti pensare al mito del file immortale che umiliava il vinile, i suoi fruscii e la sua deteriorabilità. Ebbene, se volete chiarirvi le idee una volta per tutte fate un esperimento. Ripescate qualche vecchio floppy disc, provate a trovare un apparecchio in grado di leggerlo o a farlo funzionare col vostro computer: probabilmente non ci riuscirete. Poi tirate fuori il vecchio ellepì dei Pink Floyd “The dark side of the moon” (da tempo il più venduto dei vinili in Italia), mettetelo sul piatto di un giradischi degli anni ’70, accendete l’amplificatore degli anni ’80 e ascoltatelo con casse del 2000. Vedrete che non ci saranno intoppi. Continua a leggere La rivincita dell’analogico

Libri, buone notizie

Buone notizie per il mondo dei libri. Secondo i dati dell’Associazione italiana degli editori c’è, per il secondo anno consecutivo, una crescita del mercato: più 2,3 per cento rispetto al 2015. Mentre cala un po’ il numero effettivo dei lettori (maschi e femmine) che comunque sono oltre 23 milioni, cresce la quota dei lettori ultrasessantenni e resta stabile quella dei “lettori forti” (almeno un libro al mese) che sono 3,2 milioni. Aumentano le vendite di ebook, ma parliamo di un mercato che sta nel 10 per cento.
Insomma, una volta tanto possiamo rimandare la nostra lamentela quotidiana.

Fumare controvento e altri riti inutili

“Dio ama i poveri…”
“È per questo che ne ha fatti tanti”.

La citazione è tratta da “L’elenco telefonico di Atlantide” di Tullio Avoledo, un gran bel libro che lessi nel momento in cui mi parve un gran bel libro.
E il tema è proprio questo.
Noi non siamo solo quello che leggiamo (semicit.), ma siamo anche quando lo leggiamo. Nello specifico io non sono un bulimico della lettura, anzi. Uso la lettura, purtroppo, in modo opposto e contrario rispetto ad altro, al cibo ad esempio.
Se sono felice mangio meno e leggo di più. E viceversa. Questo per dire che per quanto riguarda i libri esiste uno scacchiere temporale relativo per ciascuno di noi. Che non segue cronologie legate all’età anagrafica ma piuttosto la luce dei nostri occhi, il taglio delle ombre di un’epoca.
Ci sono libri che potevate leggere sono in quel momento preciso, quando avevate un sabato sera inutilmente libero, tutto per voi, quando eravate padroni del mondo e invece vi sentivate poveri affittuari di un angolo di weekend. E ci sono libri che avete letto quando credevate di essere ispirati, quando per sfogliare un paio di pagine cercavate uno spazio nell’agenda, quando vi aspettavate di distillare da quelle parole un insegnamento determinante.
Credo poco all’ispirazione della lettura, per me quella vale solo per la scrittura. Credo piuttosto in un magico accordo che è anche un minimo elisir di lunga vita: leggere e/o scrivere è un punto che ha precise coordinate di luogo e di tempo.
Il libro che mi ha cambiato la vita lo lessi in un’appassionante missione sciistica, in cui il mio primo pensiero era portare le ossa sane a casa ogni sera. Ero concentrato in una personale impresa sportiva eppure quel libro, che pure era un saggio quindi mica un romanzone ruffiano, mi deconcentrava a tal punto da rimettermi in armonia col mondo. Era il tassello nel legno tenero di una maturità abbozzata, insospettabilmente solido.
Altri libri – non scrivo i titoli perché è il concetto generale che voglio rappresentare – mi hanno arricchito, mi sono rimasti dentro, mi hanno divertito o sconvolto perché le loro pagine erano scalini sui quali inerpicarsi in quel momento.
Ricordo a memoria incipit di romanzi non memorabili, ho dimenticato le trame di pietre miliari della letteratura. Ci sono narrazioni nelle quali mi sono immerso solo perché chi me le leggeva – sono stato un feticista della lettura ad alta voce – era una determinata persona e non un’altra.
Leggere e/o scrivere è un vizio. E come ogni vizio risente dei riti. C’è chi adora fumare controvento, io quando fumavo non accendevo mai una sigaretta se l’aria non era immobile. Un vizio che ha le sue controindicazioni: se non hai il  quando giusto magari ti ritrovi intossicato di parole inutili che possono essere più dannose del catrame nei polmoni.
Insomma di ogni libro che ho letto magari non ricordo il titolo, la trama, però ricordo quando l’ho letto. È un puzzle di sensazioni che si ricompone a ogni passo di memoria. Un atto che dà comunque ristoro perché quel che le anime semplici chiamano soddisfazione, gli altri chiamano consolazione.

Ingiustizie letterarie

Ingiustizie letterarie







/

Radio e libri for dummies

 radio e libriNon devo parlare di social, non devo parlare di social, non devo parlare di social… Me lo ripeto – e lo scrivo – mentre penso a quel che leggerete sotto queste righe. E spero di riuscirci, se deraglio punitemi… chessò, chiudete questa pagina.
Stamattina mentre correvo, c’è stato un momento in cui mi sono sentito felice: era finalmente arrivata la discesa, il Golfo di Mondello mi era apparso in tutta la sua azzurra bellezza, avevo ancora una buona scorta di acqua, ma non erano queste la cause di questa sensazione meravigliosa. No, il fatto determinante era che ascoltavo la radio, la musica era quella giusta (per me), c’era un programma che parlava di libri e io pensavo ai miei libri fondamentali.
Con la complicità delle endorfine da sportivo, ho capito cos’è veramente che fa bene al mio cervello: radio e libri. Sì, proprio così.
Radio e libri.
Non starò qui a rimbecillirvi sui vantaggi della radio rispetto alla tv e sul primato del libro su ogni altra forma di lettura. Darò piuttosto il mio personale contributo alla causa “felicità rapida e improvvisa”. Se fate sport o anche no, se siete incasinati o anche no, se siete annoiati o anche no, se cercate un la o anche no, provate ad accendere la radio. Ognuno ha la sua combinazione, qualche anno fa diedi la mia (oggi mi permetto di suggerirvi Radio Time dalle 12 alle 13 ma solo perché c’è il sottoscritto che blatera e prova a inanellare qualche idea di senso compiuto). La radio aiuta a non sentirsi soli quando magari lo si è davvero e non ingombra le menti affollate di pensieri. La radio è condivisione autentica (non devo parlare di social….) e lubrifica gli ingranaggi logici.
Quanto ai libri, ogni commento è sbrodolamento. Quindi vi do la mia cinquina di imperdibili, soprattutto per i giovani. Sono tentato di fare un elenco più lungo, ma mi trattengo, magari ne parliamo un’altra volta, con categorie più specifiche. Dunque, ecco i miei cinque.

Il giudice e il suo boia di Friedrich Dürrenmatt.
Le lezioni americane di Italo Calvino.
Il nome della rosa di Umberto Eco.
La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig.
De Profundis di Oscar Wilde.

Letto, approvato e sottoscritto.

No, non presentavo un nuovo modello di iPhone

Foto di Rosellina Garbo ©
Foto di Rosellina Garbo ©

Ieri ho avuto modo di apprezzare un’iniziativa dei Cantieri culturali della Zisa, i “Romanzi di Palermo”. In due reading una quarantina di scrittori hanno raccontato la città, non come la vorrebbero ma come l’hanno sognata, riassunta, odiata, ridisegnata. Per chi si è perso questa manifestazione, spero che gli organizzatori mettano online il materiale (c’erano un paio di telecamere), o che, meglio, decidano di replicare con nuovi racconti.
Comunque bravi: organizzatori e pubblico numeroso.

 

In caso di disgrazia (editoriale)

libri brutti

Ultimamente mi sono passati tra le mani diversi (troppi) libri brutti. Ogni volta che accade è un problema che riguarda la mia coscienza. Infatti da un lato mi annoio a leggere qualcosa che non mi piace, e in certi casi la noia sfocia in un nervosismo pericoloso, dall’altro cerco di andare avanti più che posso prima di cestinare il volume poiché, da buon parsimonioso, mi scoccia un po’ che i soldi spesi per l’acquisto dell’insulso romanzo vadano sprecati.
E qui entra in campo la coscienza: se l’autore è un esordiente o un giovane tendo a essere più clemente, cioè non butto subito, ma tento una resistenza notturna (tipo quando non ho sonno e mi serve qualcosa che mi stordisca); se invece si tratta di un veterano o peggio di un bestsellerista, mi accanisco quasi fisicamente sul libro, lo stropiccio, lo lancio contro il muro simulando davanti a mia moglie una caccia alla zanzara.
In generale però, in caso di libri brutti, sarei per la famosa teoria andreottiana secondo la quale, dato che la coscienza è come la camicia, il miglior modo di non sporcarla è non usarla. Ma è facile a dirsi…
Spero che voi siate più cattivi di me. Tolleranza zero contro i crimini editoriali.

Piccoli omicidi tra scrittori

Repubblica su palermo criminaleOggi Repubblica Palermo dedica una pagina alla nota raccolta di racconti di cui vi accennai qualche giorno fa.