Vietato leggere

Questo post è dedicato a tutti gli scrittori che sono alle prese con la campagna promozionale del loro prodotto. E inizia col ricordo di un’esperienza personale.
Qualche anno fa un editore organizzò un incontro pubblico per pubblicizzare un mio libro, anzi un libro di cui ero coautore, e pensò bene di invitare un’attrice per farne leggere alcuni passi. La signora in questione si presentò vestita come se dovesse andare alla prima della Scala, ma non mi impressionò più di tanto: per un principio elementare di compensazione serviva qualcuno o qualcosa che compensasse il mio concetto estremo di sobrietà distratta nell’abbigliamento (che confina pericolosamente con la trasandatezza). Quando l’attrice cominciò a leggere, io mi guardai intorno alla ricerca di conferme tra gli astanti. Leggeva realmente qualcosa che avevo scritto io? Davvero i miei personaggi parlavano in quel modo? Aveva per caso sbagliato libro?
No, lei aveva semplicemente deciso di interpretare le mie pagine, cambiando aggettivi, spostando intere frasi a favore di actio, leggendo ciò che io non mi sarei sognato di scrivere.
Fu allora che capii un principio fondamentale della vita: alla presentazione di un libro, di un qualunque libro, il libro stesso non va mai letto in pubblico.
La lettura è un gesto intimo, anche il miglior interprete non garantirà la fedeltà allo scritto perché tutte quelle righe, che costano fatica e struggimento a chi le compone, sono state pensate, scritte e riscritte decine o centinaia di volte solo per il lettore titolare, non per una comparsa che sfrega quelle pagine con le dita impregnate di fard.
E, a parte la mia disavventura che – lo capisco – rappresenta un caso estremo, c’è un vero fondamentale motivo per non leggere passi di libri alle presentazioni: la noia mortale.
Lo spettatore che è lì esclusivamente per farti un piacere perché magari è un amico o un parente, ha già il latte alle ginocchia perché non solo è costretto ad acquistare un libro che non leggerà mai, piegandosi a una sorta di estorsione affettiva, ma deve persino sentirselo raccontare. Lo spettatore che invece è davvero attratto dalla tua opera si fa due palle così quando qualcuno gli toglie il piacere di scoprire da solo come va la storia, magari rivelandogli il finale.
Quindi presentiamoli pure, i nostri libri. Ma parliamo d’altro, del tempo, del motivo per cui non siamo andati al cinema più spesso invece di star lì a pestare sui tasti, del mondo che ci siamo negati pretendendo di inventarne uno tutto per noi, dell’Amazzonia che muore e della nostra presunzione che purtroppo vive.

Il libro collegato al computer

Si parla ormai quotidianamente di e-book, di libri elettronici, di scrittura digitale e via dicendo. Ma guardate cosa hanno combinato questi geni collegando un libro vero a un computer. Il risultato è un sito che merita, nonostante la lingua ostica, un’attenta navigazione (dal momento che è pieno di spunti video).

Un libro in due

Non so se vi è mai capitato di leggere un libro in due, nel senso che uno legge ad alta voce e l’altro ascolta. Ecco, io adoro questa pratica specialmente se sono nei panni dell’altro, quello che scrocca il racconto.
Un romanzo perfetto da (farsi) leggere è, ad esempio, l’ultimo di Stephen King, 22/11/’63. Dopo le prime cinque pagine vi sentirete dentro un film e dopo le prime dieci chiederete i pop corn. Occhio però, la strada è lunga oltre ottocento pagine: quindi la lettrice o il lettore sceglietevelo di buona tempra.

Le correzioni

Sto leggendo, con colpevole ritardo, “Le correzioni” di Jonathan Franzen, un libro dai dialoghi strepitosi.

L’occasione fa l’uomo comodista

Primo comunicato ufficiale riguardo alla convivenza con uno strumento chiamato iPad.
Ho preso confidenza con lo schermo-tastiera, io che detesto tutto ciò che sia touch-screen. Mi trovo molto bene se uso lo strumento come dispositivo di lettura, meno se devo navigare. Mi aspettavo di peggio con le e-mail.
Sto provando la connessione con la “3” e mi sembra molto lenta: del resto – direte voi – che ti aspetti con cinque euro al mese? Per fortuna che a casa l’adsl viaggia a velocità sufficiente.
Le varie applicazioni non mi entusiasmano, e il fatto che molte di esse siano gratuite non me le rende più affascinanti (nonostante la mia tircheria biblica). Non sono il tipo che si mette a smanettare tra giochi e utility. Ho scaricato giusto quello che serviva a soddisfare il mio spiccatissimo senso del superfluo: mappe, home recording, sky tg24.
Mi piace guardare video e ascoltare musica con l’Ipad anche se so che l’effetto novità ben presto mi porterà a utilizzare strumenti più consoni, più comodi e più pratici. Ad esempio, uno dei quattro televisori o uno dei tre iPod…
Però, tutto sommato, sono soddisfatto. E mi piace che, in fondo, l’aspetto più affascinante sia per me quello meno tecnologico: che goduria la mattina avere tutti i giornali a letto con un solo clic, insieme al caffè e a un bacio di buongiorno!

Un libro non è un telefono

Sono ipersensibile davanti a qualunque innovazione tecnologica che abbia tasti e schermo (a eccezione dei telefonini touch screen che confliggono con le mie zampe da orso).  Se potessi, comprerei quote della Apple solo per il gusto di collaudare prototipi e riempire casa mia di arnesi modernissimi, per farne che non so (del resto il vizio – perché di vizio si tratta – non si alimenta di vantaggi, ma solo di controindicazioni).
Eppure la presentazione dell’iPad mi lascia insoddisfatto per una serie di motivi.
Primo. La tecnologia avanzata per molti di noi snob quasi cinquantenni non è show, bensì élite. Le coreografie e i megascreen vanno bene per le convention del Pdl, non per l’ultimo parto artificiale dell’intelligenza naturale.
Secondo. Se un telefono serve anche per leggere libri e giornali, evidentemente ci sono problemi di dimensioni: i libri non sono fatti per infilarsi nel taschino della giacca e i cellulari non devono essere tenuti necessariamente con due mani.
Terzo. In Italia si dice: “Fare le nozze coi fichi secchi”. Cioè, senza i mezzi necessari non si va da nessuna parte. La Apple si muove, con molte buone ragioni,  in un’ottica anglofona che non tiene conto della realtà del nostro Paese dove è quasi impossibile trovare contenuti di qualità, ben assortiti e soprattutto tricolori, per un lettore multimediale come l’iPad. Corriere e Repubblica si stanno muovendo, ma l’immensa realtà delle aziende editoriali locali (che condiziona in modo determinante l’audience) è ancora guidata da direttori col telefono a disco e il televideo fisso a pagina 101.
Quarto. I costi sono elevati. A parte lo strumento (prezzo minimo 499 dollari per la versione base), resta l’incognita delle connessioni telefoniche legate ai singoli gestori. Il che, con i chiari di luna che ci sono dalle nostre parti, significa che per farsi un arnese del genere bisogna ricorrere alla cessione del quinto dello stipendio.
Insomma sono tentato comunque di lanciarmi nell’acquisto (le famose controindicazioni del vizio…), ma aspetterò. Perché in fondo la debolezza nei confronti della tecnologia non è indice univoco di imprudenza.

Leggere e scrivere/2

Quelli che scrivono chiaramente hanno lettori, quelli che scrivono in modo oscuro hanno commentatori.

Albert Camus

La dose minima di cronaca

La foto è di Daniela Groppuso
Foto di Daniela Groppuso

La dose di cronaca quotidiana minima consiste, a mio avviso, in due-tre pagine di giornale o, a scelta, in una media porzione di tg delle 13 (quello serale è come i peperoni, per sostanza e orario è a rischio indigestione). Da qualche giorno cerco disperatamente di attenermi a questa prudente posologia, perché lavorando con la scrittura e con il briciolo di creatività di cui la natura mi ha fatto dono, ho notato un certo inaridimento del mio prodotto: più forme geometriche che illusioni, più ragione che cuore, più muscolo che senso.
Con ciò non mi sogno di indicare le geometrie, la ragione e i muscoli come simboli dell’aridità, contrapposti alle fecondità-profondità indiscutibili del cuore, dei sensi e di certe illusioni.
Però mi permetto di indurvi a una riflessione: quanto vi toglie la cronaca?
E’ davvero fondamentale contare i peli ripresi da una telecamera nascosta durante l’amplesso clandestino di un noto esponente politico? O piuttosto può assumere i contorni dell’urgenza il bisogno di storie narrate? Pesa di più un verbale di polizia esclusivo o una pagina di letteratura che può essere letta da chiunque? E’ più nutriente un resoconto giornalistico o una riflessione d’autore?
Certo, messe così, queste domande suscitano una risposta condizionata.
“Cosa preferisci tra un libro e un giornale?”.
“Libro, certo!”. E poi è uno che si addormenta col quotidiano spalmato addosso.
Allora credo che l’unica soluzione sia quella che preveda soltanto la dose minima di cronaca. Cercando di resistere alle deviazioni lisergiche dell’ultimo scandalo della politica italiana e cedendo a quelle suggerite dall’unica persona in grado di toglierci il sonno, scuoterci, ferirci, commuoverci, meritando solo riconoscenza: il nostro scrittore preferito.

Potere di link

potere di link

Ieri ho dedicato tre ore del mio tempo a leggere il saggio di Rosa Maria Di Natale (giornalista, docente all’università di Catania, vincitrice del Premio tv Alpi 2007) su scrittura  e lettura ai tempi di internet. Il libro si intitola “Potere di link” ed è un testo che, pur avendo una destinazione universitaria, ha una chiarezza di esposizione difficile da trovare in testi del genere. Da Calvino agli e-book, da Fedro e Socrate alla “googlizzazione” delle biblioteche. Il concetto di base è che i tempi non cambiano inutilmente e che l’unico modo per non sentirsi inutili è correre insieme al tempo.
Arroccarsi in posizioni di inutile difesa contro un progresso che riteniamo nemico solo perché s’impantana nella nostra ignoranza è un ottimo metodo per ferire l’intelligenza. “Potere di link” è un saggio socraticamente dedicato a chi sa di non sapere e, al contempo, una guida per chi vuole saperne di più.
I lettori di questo blog troveranno anche una sorpresa a pagina 122. Posso solo dirvi che si fanno nomi, cognomi e nickname…

Prestazioni gratuite

E se lo dice Lansdale.

Domanda: c’è la stessa soddisfazione a leggere gratis?