Era febbraio

Qualche mese fa scrissi qui una riflessione sui miei novembri (che, con mia sorpresa, piacque abbastanza). In generale piacere mi fa piacere – che piacere sarebbe non piacere? – ma quando il gradimento è granitico allora mi suona un campanello. Accade poche volte da queste parti. Anzi in tempi recenti sono stato indotto a rimpiangere la brodaglia di un consenso uniforme e spesso poco motivato: infatti la virulenza di certi metodi di dissenso mi ha costretto a usare la clava dialettica o, metodo meno entusiasmante, a ricorrere all’avvocato.
Resto un fan del dibattito acceso, un nemico giurato dell’imparzialità, che è quella cosa che si tira in ballo quando non si hanno argomenti per sostenere una tesi o non si ha voglia di combattere per un’idea. C’è una bellissima frase, di cui parlammo qui, che può essere incorniciata, soprattutto in questi periodi in cui le truppe dell’ignoranza organizzata fanno caciara attorno ai monumenti della ragione: giornali, libri, teatri, luoghi di arte, lo stesso web.
La frase è questa: “Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere”.
Insomma questo post è un mirabile, anzi “mirabile”, esempio di preambolo più lungo della tesi centrale: praticamente mi sono preso la licenza di parlare incidentalmente di giornalismo e di far un pessimo uso dei ferri del mestiere.

Eravamo ai miei novembri.
Ora siamo ai nostri febbrai. Agli ultimi tre almeno: quello dell’esplosione della pandemia, quello della resistenza e della reclusione, quello della guerra.
Nel disastro collettivo come nei drammi personali, abbiamo imparato che l’unica cosa da fare nelle difficoltà è rimboccarsi le maniche: tanto, anche se arriva il peggio, almeno ti coglie cazzuto e in piena attività, e non svaccato e rincoglionito dal far nulla (che è dolce solo nelle favole). Abbiamo anche sperimentato il potere mefitico dell’illusione a caldo, il famoso “ne usciremo migliori”. E ci siamo persino esercitati nel sempre utile esercizio della speranza, che prima intendevamo come una cosa a metà tra la lettura dei fondi di caffè e l’aspettativa di un miracolo e che oggi, più prosaicamente, raffiguriamo come uno zaino da metterci sulle spalle.
La speranza pesa, va condotta. Costa, in termini di fatica. Non cade dal cielo, la speranza si conquista facendo.
I miei febbrai mi hanno dato questa lezione, dura e non ancora assimilata in pieno.
Saper sperare è avere piena coscienza che un’alba passa sempre attraverso una notte.     

Contrordine, la normalità è un valore

Ci sono parole che cambiano significato col tempo. E diversi studi pubblicati da un’autorità in questo campo, Mark Pagel, ci dicono che le parole cambiano soprattutto quando si usano poco.
Già molti anni fa Pagel dimostrò che le parole più usate, come i nomi dei numeri o i termini che esprimono concetti importanti e universali tipo mamma, sono rimaste pressoché invariate nel corso dei millenni in tutte le lingue indoeuropee, tanto da aver mantenuto perfino una somiglianza trasversale in lingue molto lontane tra loro.

Ad esempio, due si dice dos in spagnolo, deux in francese, two in inglese, dva in russo (tutte parole caratterizzate dai suoni d oppure t). Allo stesso modo i termini per indicare la mamma e i concetti collegati sono caratterizzati nella stragrande maggioranza delle lingue indoeuropee dal fonema m (madre in italiano, mother in inglese, mutter in tedesco, mère in francese, moeder in olandese, mat in russo).

Eppure c’è una parola in italiano che, negli ultimi anni, ha cambiato la sua valenza in modo incredibile. Pur essendo usata moltissimo.
Pensateci.
La parola è: normalità.

Noi ex ragazzi degli anni Settanta (ma penso anche a quelli degli anni Sessanta) siamo cresciuti con un’idea pressoché standard: la normalità nel migliore dei casi è un’omologazione dalle aspettative collettive. Quindi è una palla mortale: veleno per la fantasia, pialla delle ambizioni, roba da vecchi decrepiti insomma. E nemmeno: i vecchi che immaginavamo di diventare a quei tempi sarebbero stati i vendicatori di un concetto di normalità imposta per decreto generazionale. Il modello era Charles Bukowski: “Tante volte uno deve lottare così duramente per la vita che non ha tempo di viverla”. Alla faccia della serena rassegnazione.
Insomma vedevamo la normalità come nostra concorrente nella vita: vince chi arriva prima.
Invece le cose sono cambiate e questa parola ha cambiato pelle. C’è voluta una pandemia, c’è voluto un inaudito uragano di provvisorietà per stravolgere decenni di studi di Mark Pagel e un secolo di lotte generazionali.

Oggi la normalità è l’anelito del ribelle, che chiede di poter tornare a scorrazzare libero nella testa e nelle gambe. È l’uscita di sicurezza in una sala deserta dove siamo attori e spettatori al contempo. È il rifugio per distinguere la sensazione di essere soli al mondo dalla certezza di esserlo, pur restando circondati da persone.
Recuperare questi due anni di chiusura totale – anni che ne valgono cinque, come scrisse in questo bellissimo articolo Baricco – è impossibile. Il tempo è come il sonno, quello perso non si può mai recuperare, almeno sin quando si è vivi.
Però la normalità oggi ci appare come qualcosa di rivoluzionario.
Un tempo era la follia degli incapaci, oggi è la soluzione del grande enigma di una sopravvivenza, il trampolino del resistente, il primo capitolo di una nuova epica.
Libera, speriamo.   

Errori, che palle

Ora che siamo pronti a ricominciare dovremmo, secondo me, ricordarci alcune cose prima di mandare affanculo tutti gli insegnamenti che questa brutta storia del Covid ci ha lasciato.
1) Non è vero che si stava meglio quando si stava peggio: quando si sta peggio ci vuole poco a sentirsi meglio e non c’è vergogna a spogliarsi delle solite, trite, visioni nostalgiche del mondo e delle sue inezie.
2) Se qualcuno ci ha aiutato – noi o la nostra famiglia o la nostra azienda – va ringraziato e premiato anche dopo che la sua opera è finita. Siamo sempre prodighi di affettuosità e riconoscenza posticce quando siamo con le pezze al culo, la vera prova è esserlo quando ci siamo liberati di problemi e fardelli (su questo ho una casistica pubblica e privata impressionante).
3) La gratitudine è il miglior modo di svegliarsi la mattina. Caffè, cornetto, gratitudine… (questa è appendice del punto 2, ci tenevo a sottolineare e ribadire, non mi sono rincoglionito tranquilli).
4) La storia di pensare positivo va bene per i seminaristi e per Jovanotti. Noi comuni mortali pensiamo molto negativo ed è giusto farlo, per darsi una propulsione: l’importante è farlo in modo propositivo, per evitare brutti ceffi o strade sbagliate, magari. Pensar male non è affatto peccato e farlo con buon senso accende i sensi.
5) Una colonna sonora adeguata salva la vita. In solitudine come in compagnia. L’importante è non lasciarsela imporre, ma sceglierla ogni giorno ascoltando i suggerimenti e brandendo sempre quel minimo di indipendenza che ti consentirà, l’indomani, di goderti un eventuale errore tuo e solo tuo. Condividere gli errori è una palla mortale.

Partire col piede sbagliato

È solo una premessa, non brevissima ma manco lunga, però serve per arrivare al nocciolo di una discussione che ci riguarda tutti, anche se pochi se ne interessano.

Ricordate la “Netflix della cultura” di cui parlò il ministro Franceschini esattamente un anno fa da Gramellini su RaiTre? Doveva essere una piattaforma digitale per “offrire a tutto il mondo la cultura italiana a pagamento”. Per quel che sappiamo questo sogno, ancora oggi irrealizzato dopo un lockdown nel quale sarebbe servito qualcosa di più di un annuncio a effetto, ha un nome, ITsART (da “Italy is Art”) e sarà un’entità di cui si occuperanno Cassa Depositi e Prestiti, società controllata dal ministero dell’Economia che tra i compiti ha quello di investire per conto dello stato italiano, e Chili, un’azienda milanese fondata nel 2012 dall’ex candidato sindaco di Milano per il centrodestra Stefano Parisi, che si occupa di streaming. Ho più volte espresso perplessità sull’operazione “Netflix della cultura”, ma in questo caso le mie idee non contano (a parte che per ribadire una certa sensazione negativa su tutta la faccenda, anche se non siamo ancora nel campo dell’io ve lo avevo detto).

Contano alcuni fatti che servono per la famosa premessa.

Tra investimenti pubblici (la maggior parte, anche grazie al Recovery Fund e fondi privati (meno di un terzo del totale) questa piattaforma dovrebbe poter contare su circa 30 milioni di euro iniziali. Trenta milioni di euro al momento non si sa per cosa. Ai quali si dovrebbero aggiungere altri 4 milioni per pagare (annualmente?) gli enti che dovrebbero fornire i contenuti.
Sarà un sito – e tra poco ci sarà un colpetto di scena – ma forse anche una app.
Sarà un canale di distribuzione di spettacoli già registrati, ma forse anche di nuovi.
Fornirà contenuti a pagamento, ma forse no.
Pagherà gli artisti che si esibiscono, ma solo se venderà il contenuto degli stessi (quindi gli artisti rischiano come sempre in prima persona).
Ci sarà la pubblicità, ma anche no.
Ci saranno contenuti già condivisi da altre piattaforme, da RaiPlay a singoli teatri, ma anche no.
Ci sono stati dei pasticci con la registrazione del dominio dato che itsart.com porta a un sito privato (si sono fatti fregare insomma). Ma soprattutto – e siamo al colpetto di scena – a un anno dall’annuncio del ministro Franceschini l’home page di un sito che costa solo per la messa in moto 30 milioni di euro è un monoscopio. Cioè il nulla. In piena pandemia, con la cultura che boccheggia e le promesse che galleggiano.

E poi il modello.

Lontano anni luce da una visione attuale del sistema di fruizione della cultura online.
Chi vaglia per esperienza i contenuti? Chili, che si occupa di film e serie tv? La Cassa Depositi e Prestiti che si occupa di moneta?
Che tipo di business può mai nascere da una struttura che si basa quasi esclusivamente su contributi acquisiti da entità esterne, quindi senza alcun controllo sulla qualità?
Chi garantisce per le realtà più piccole che non hanno mezzi per fornire video di qualità? Dovrebbero essere escluse, e se sì di che cultura questa novella Netflix si dovrebbe far portatrice?

Ecco questa era la premessa. Domani entreremo nel merito della discussione. Che ci riguarda tutti, ricordatelo.

1 – continua

Seconda puntata.
Terza e ultima puntata.

In fuga dai rompiscatole

È un problema di percezione. Ma anche di sostanza. Ci pensavo l’altro giorno quando un amico mi ha invitato a fare quattro passi (a debita distanza) per parlarmi della sua ipertrofia prostatica benigna. Ma ci avevo riflettuto anche prima quando, una mattina, il mio portinaio, persona di estrema gentilezza e premurosità quindi gran professionista (perché cosa si chiede di più a un portinaio se non di essere gentile e premuroso?), mi aveva trattenuto per due chiacchiere sul tempo “così, tanto per scambiare qualche parola di presenza tra esseri umani”.

Abbiamo smarrito il senso di cosa è realmente interessante.

Il deterioramento delle nostre competenze sociali ha raffreddato il nostro spirito critico o, peggio, lo ha drogato. Siamo irascibili per cazzate e attratti irresistibilmente dal superfluo. Mi è capitato di trascorrere ore per scegliere online una crema al tartufo bianco con cui condire le uova strapazzate. Ore.

E poi il lavoro. A molti star lontano dall’ufficio piace e sognano magari di non tornarci più. Ad altri invece l’ufficio manca come evasione, come diversivo dal tran tran cucina-stanza da letto-soggiorno. Personalmente questo è l’aspetto che meno mi pesa. Sono doppiamente fortunato poiché lavoro a casa o da casa (dipende dai punti di vista) dal 2007, da quando questa pratica si chiamava telelavoro ed era una scommessa senza reti di protezione: quindi sin dal primo lockdown ho immodestamente sfoggiato l’esperienza acquisita per mostrare agilità nelle cose da sbrigare online. E sono fortunato anche perché le mie competenze professionali sono – per convergenza astrale – molto richieste in questi periodi bui (e faccio in modo di condividere questi vantaggi con chi magari è in posizione di difficoltà).

In questa oscillazione di consapevolezza tra ciò che è realmente interessante e ciò che non lo è, c’è però un incontestabile punto di forza. Ci siamo liberati di molte rotture di scatole universalmente riconosciute: recite scolastiche, matrimoni, battesimi, assalti di questuanti, colazioni di lavoro e via indugiando. Il telefono e il computer hanno un pregio, si possono spegnere, possono essere messi KO da un’assenza di campo o da un crollo della linea, certi rompicoglioni di presenza invece avrebbero resistito persino al Napalm.

Ecco, forse in questo modo abbiamo salvato, e magari tesaurizzato, un po’ del nostro tempo.          

Paure, pecore, libri

Siamo anche ciò che temiamo. Ma è davvero importante avere una coerenza di timori per mantenere una conseguente linearità psicologica? Per quanto ne so, e per quanto mi è stato dato modo di capire vivendo, no. Basta buttare un occhio al passato per accorgersi che le paure sono più mutevoli di un virus e che, in fondo, è più la luce incutere timore che il buio.

Pensate che in epoca vittoriana c’era un vero allarme morale per la scoperta di come numerose donne si fossero date alla lettura di “romanzi”. Sino a qualche decennio fa (dire “nel secolo scorso” fa anziano decrepito e finche posso mi rifiuto) si temeva l’assuefazione dei giovani al gioco del flipper e addirittura al chewing gum, nonché ci si terrorizzava immaginando gli effetti che l’allora nuova televisione avrebbero potuto avere sulle menti del popolo bue. E così via: dal Boing  al telefonino, dalla Coca Cola a internet, dalla tv spazzatura ai social network.

È poco consolante ma molto istruttivo arrendersi a certe evidenze. Il vero pericolo, un pericolo che magari non è teatrale e ci coglie di sorpresa senza darci il preavviso di essere fenomeno di massa, è quello che attraversa le barriere della nostra percezione a breve distanza. Un pericolo che non dà il tempo  ai giornali di inventare o promuovere categorie (il popolo del web, la generazione jeans, i guerriglieri pacifisti, i respiriani), ma che si apposta e colpisce come un vero nemico: nel buio, dal nulla, di nascosto, facendo vittime innanzitutto tra chi lo ha intravisto per primo tramite il discredito.

Un virus.

Il meno affascinante e meno dotato di appeal tra i mostri che si potrebbero inventare, facendo le dovute eccezioni che partono da Stephen King e arrivano al Nobel che prima o poi gli dovrà essere assegnato.  

Siamo anche ciò che temiamo. Ma questa pandemia ci ha insegnato che siamo soprattutto ciò che non immaginiamo. Quindi per combattere o per prevenire, dobbiamo immaginare di più, leggere di più, studiare di più, sognare di più.

La vera immunità di gregge si raggiunge coi libri.   

Mozziamo quel ditino

In Italia nel mondo della cultura e dello spettacolo c’è una cosa di cui tutti parlano e su cui pochi si interrogano fattivamente. Ed è il sistema di sopravvivenza da opporre alla dittatura della pandemia. Su queste pagine e altrove ho già detto la mia in proposito. Ma ora è venuto il momento che vi racconti, per mia minima esperienza, cosa vedo o sbircio dal mio abbaino tecnico.

Partiamo da una similitudine non peregrina. Se in Italia si fosse investito nell’istruzione come sarebbe stato giusto fare, e come è stato fatto altrove in Europa e nel mondo, oggi il dibattito sulla riapertura delle scuole sarebbe ben diverso, per contenuti e per toni. Vale la pena di ricordare che l’Italia è ultima in Europa per spesa nell’istruzione in rapporto alla spesa pubblica: il che già spiega la considerazione che i vari governi – tutti, di destra, sinistra, cretinocratici e pseudo-illuminati – hanno per l’istruzione.

Fine della parentesi, che servirebbe comunque anche se parlassimo di qualunque altra cosa, perché un Paese che mortifica l’istruzione è un Paese che non è degno di aver una parola in più rispetto alla bocciofila “Amici dello zio” di Vattelapesca.

Il problema dei problemi in questo momento di chiusura forzata è sempre il rapporto con lo streaming e col web, inutile girarci intorno. Se state leggendo questo post sapete che chi scrive è fonte coinvolta quindi non aspettatevi un approccio problematico alla questione: secondo me, lo streaming fatto con tutti i crismi e usato con buona creanza (e fantasia) è la salvezza. Punto. Il problema è l’effetto che provoca in un ambiente che sino all’altroieri ha vissuto in un’oasi ovattata, tra velluti e belletti, tra miti e privilegi. È chiaro che io parlo in modo molto generico perché vivendo in un grande teatro d’opera so bene che, anche ai tempi d’oro, la vita non era rose e fiori per tutti: il binomio sudore-lavoro vale per chiunque metta impegno e buona volontà, nei teatri come nelle fabbriche.

E allora procediamo per massimi sistemi, ma senza nasconderci dietro il mignolino  alzato.

Le esigenze televisive che costringono le masse artistiche a sobbarcarsi un lavoro nuovo – non più pesante, non meno importante, semplicemente “nuovo” – comportano necessariamente un cambiamento nel rapporto con il pubblico (e del pubblico in particolare parleremo tra breve) e soprattutto la caduta di alcune certezze. Innanzitutto serve una maggiore flessibilità. Se prima per spostare la sedia di un professore d’orchestra ci voleva una decisione che investiva una catena di comando di almeno una mezza dozzina di persone (senza mettere nel conto ovviamente gli artisti coinvolti), oggi se un leggio impalla una telecamera si deve provvedere e basta, senza bizantinismi o timori di lesa maestà. E non è un procedimento automatico, eh. Oggi non è più prevalente il modus, non pesa più la consuetudine di qualcosa che è com’è perché è e basta, ma la legge di un prodotto che deve essere competitivo, quanto più perfetto possibile, e in linea con la tradizione (che non va mai messa da parte, neanche nei momenti in cui si è tentati di scegliere una scorciatoia “salvavita”).

E poi c’è il nuovo pubblico. Ripeto nuovo pubblico. Che è la vera novità di una vera politica culturale al passo coi tempi disperati in cui viviamo. Per decenni – e mi tengo stretto con l’approssimazione – l’unico pubblico che davvero importava a chi imbastiva programmi artistici di ogni genere e grado era quello televisivo, un pubblico passivo ma determinante grazie a quel meccanismo perverso che si chiama Auditel. Oggi per la cultura dell’anno 2021 il pubblico è la cosa più preziosa che possa esistere perché esso stesso, e finalmente, decreta la certificazione dell’esistenza in vita dei teatri. È il pubblico di Netflix che può essere lo stesso di quello del Teatro Massimo di Palermo o di qualunque altro teatro. Non è più un pubblico (tiepidamente) abituato, o (piacevolmente) in ostaggio, o in qualche modo garantito da una consuetudine. No, è un pubblico totalmente da conquistare. È il nuovo pubblico che proviene da altri lidi culturali, che conosce il mezzo ma non ha idea del contenuto (concetto cruciale, consentitemi), che soprattutto se ne frega delle antiche prospettive. Sbuffa se non capisce, ti sbeffeggia se cerchi di prenderlo ruffianamente per il verso buono, ti molla se non riesci a trattenerlo. Tutto in un attimo, in un clic. Non c’è niente da fare, non c’è via d’uscita. Si è in ballo e si balla: è l’emergenza, bellezza.

È questo il nostro nuovo padrone. Il pubblico liquido che nulla sapeva dell’opera e che adesso si incanta davanti a due ore di concerto come rapito da una sensazione inebriante e sconosciuta. Il pubblico del web che ci tiene a farti sapere che c’è, esiste, da ogni continente, e che ha il gusto di mandare la foto che lo ritrae davanti al computer mentre assiste in diretta a uno spettacolo che si volge a sette fusi orari di distanza. Il pubblico che ti regala complimenti gratis e che sceglie di accompagnarli a una donazione volontaria per sostenere un teatro che magari non visiterà mai  per motivi geografici o perché chissà, ha i cazzi suoi. Un pubblico intransigente che non conosce la netiquette dei circoli damascati e fischia forte, fortissimo, se lo spettacolo non gli piace ma che chiede spiegazioni per iscritto e magari uno gliele dà e si instaura un nuovo rapporto, inaudito tra scena e platea.

Un nuovo pubblico che c’è e del quale la vecchia cultura non può fare a meno e che adesso non può ignorare. Finalmente (dico io).              

Dopo anni di cazzate letali…

Nell’infinita fallacità delle nostre cronache dall’isolamento, fatte di gesti qualunque che d’improvviso scopriamo preziosi, di moderne ricette alle quali ci aggrappiamo come fossero scialuppe, ci sono segni che ritroviamo come orme nella sabbia. Ed è sempre la memoria a venirci in soccorso giacché persino il presente più imprevisto è figlio di un passato ben noto.

Apri e chiudi: i confini, il rubinetto della diffidenza, quello della speranza. Ci siamo sommersi nella merda di chi predicava frontiere chiuse, diffidenza nei confronti dello straniero, autonomia economica, monopolio della civiltà. Ci siamo ridotti a chiedere aiuto a chi avevamo sputato istituzionalmente in faccia, a elemosinare una mascherina a quelli che prendevamo per il culo, a chiedere aiuto in casa nostra a quelli che – noi, bugiardi patentati – ci ostinavamo a voler aiutare a casa loro.

È la nemesi di un potere perduto, di una generazione di incolti. È la degna sepoltura di una indegna classe di italiani che ha confuso l’ignoranza con l’innocenza, premiando l’incompetenza e additando il valore acclarato come un privilegio da abbattere. Ne parlavamo l’altra volta, basti pensare ai no-vax che in questa crisi mondiale dovranno faticare per trovare un’uscita di sicurezza che li salvi dal linciaggio morale: anni e anni di cazzate letali di cui dovrebbero essere chiamati a rispondere davanti alla giustizia. Ma non va dimenticata un’intera classe politica di negazionisti, di supponenti della ragione, perché quando un ministro e/o un sottosegretario (cioè persone che stanno ai vertici assoluti della catena di comando) insinuano il sospetto che l’uomo non sia mai sbarcato sulla Luna dovrebbe scattare l’obbligo di camicia di forza: chi regge le sorti di un Paese non può disorientare, gettare sabbia negli occhi della popolazione quando si occupa lo scranno più alto è qualcosa di simile all’alto tradimento.

Apri e chiudi. Alla fine abbiamo capito con una morale feroce che il grande nemico non veniva dal mare con i barconi dei disperati, ma da un jet con volo intercontinentale e parlava italiano, anzi lombardo. Se davvero c’era qualcosa da chiudere, era la bocca della “rana dalla bocca larga”. Se c’era qualcosa da aprire era la nostra mente, e che cazzo.

Nell’infinita fallacità delle nostre cronache dall’isolamento c’è poco da raccontare, a parte cibo, adipe, serie tv, intrattenimenti vari, multichat e nuovi onanismi. C’è però molto su cui riflettere sugli errori che non dovremo mai più commettere, sulle persone di cui non dovremo mai più fidarci, sulle scorciatoie che mai più prenderemo.

Impariamo a essere intolleranti.
Il “sì però” ci ha portati a questo punto.
Ora proviamo a praticare il “mai e poi mai”.  

E sono cazzi

Mettiamola così: l’isolamento forzato è un’occasione imperdibile per capire di cosa e di chi avremmo potuto fare a meno da secoli. Del resto l’evoluzione ci insegna che i pesci meritano di essere catturati perché sono pigri: due milioni di anni e ancora non si sono decisi a uscire dall’acqua. Parola di vegetariano, eh.

Ecco, forse c’è un motivo per cui noi non ci siamo decisi a uscire dalla nostra bolla per capire di essere pesci parlanti.

Non so cosa resterà di questi mesi tremendi. So di certo che non resteranno le sensazioni di fragilità e di smarrimento che pure ci farebbero bene, perché il nostro difetto di specie è la memoria corta. Noi – sempre e sempre – finiamo per giustificare l’assassino dell’altroieri, per votare il ladro che ci ha affamati, per frequentare il mascalzone del villaggio che ha il solo vantaggio di essere simpatico, per affermare senza vergogna che si stava meglio quando si stava peggio. Ecco – una mia ossessione quasi letteraria – il nostro problema generazionale, anzi epocale, è la memoria irrimediabilmente corta.

Non si spiegherebbero altrimenti i ritorni di fiamma nei confronti di parti politiche che hanno azzannato questo Paese in tempi di pace e che lo hanno guidato verso la griglia rovente in tempi di guerra. Non si spiegherebbe l’orgoglio di ignoranza con cui si gestiscono battaglie insensate come quella contro i vaccini obbligatori che, negli anni scorsi, ci hanno costretti a dilapidare il nostro tempo per ribadire l’ovvietà a un esercito di scimmie manco ammaestrate.

Ammettiamolo, siamo stati folli a tollerare simili nefandezze. Lo dico da giornalista ai giornalisti. Occorreva una scelta dirompente, con un coraggio che non ci appartiene come nazione (le guerre alle nostre spalle parlano per noi, alla storia e ancor di più all’indole di un popolo che sa vincere inginocchiandosi). Bisognava saper gestire l’arma più complessa da manovrare quando si parla di sentimenti pubblici e privati: l’indifferenza.

Essere in grado di ignorare è il migliore antidoto contro le follie domestiche: in famiglia come nella casa nazionale.

Ora siamo agli arresti domiciliari e tutto è congelato. E il freezer non estingue il male, lo conserva, lo rende un po’ più eterno. E sono cazzi.   

Che sia pioggia. E arcobaleno.

L’altro giorno, scrivendo una cosa destinata all’oblio, riflettevo sul fatto che chi desidera vedere l’arcobaleno deve imparare ad amare la pioggia.

Per mestiere e per vocazione sono sempre stato gioiosamente abituato, quasi forgiato, al peggio: non certo per resistergli, ma per poterlo recensire da un angolo minimamente riparato, da un punto di osservazione elevato al punto giusto per non falsare la prospettiva e basso quanto basta per non impantanarsi, immobilizzarsi, annegare. Il meglio nei miei anni d’oro di giornalismo era spesso il peggio della cronaca. Capita a chi ha scelto il mestiere di raccontare, anche dalla cucina di un giornale (perché la cronaca non è fatta soprattutto di prime file, ma anche di braccia che impastano e teste che immaginano dove altre teste vogliono andare), capita soprattutto a chi sa che persino nel paese dei balocchi c’è un cattivo in agguato che fa di quel posto il luogo che tutti sogniamo. Siamo arcobaleno che nasce dalla pioggia.

In questi frangenti di paura epidermica, di starnuti che sembrano fucilate, di febbri da prime pagine, di anziani caduchi e di casuali untori, c’è un senso comune che va cercato, e possibilmente trovato, nelle piccole cose perdute. Che non sono la convivenza forzata con i figli che magari conoscevamo solo biologicamente o la confidenza recuperata con un libro sepolto per anni sotto le riviste sul comodino, ma sono proprio i nostri vicini di sempre: il/la collega dall’alito pesante ma, lo scopriamo solo ora, dal cuore accogliente; l’amica/o che si cura di noi oltre l’ordinarietà di un aperitivo; il parente che era foto sbiadita di un mondo in Polaroid e che si rivela nelle tre dimensioni fondamentali di un mondo in emergenza, ci sono – ci sono – ci sono.  

Grazie a un virus, e non a un mahatma, stiamo imparando che quando le ruote sono a terra il problema non è gonfiarle, ma riprendere a correre. Perché la grande crisi che potrebbe ammazzare il mondo non è energetica o nucleare, non è terroristica o ambientale. È la crisi più subdola e terrorizzante e scaturisce dalla ricchezza ingiusta, dal potere dell’ignoranza, dalla grettezza dei numeri, dalla dittatura del sentito dire.

È, ve lo confesso, la battaglia professionale più complicata che abbia mai combattuto poiché non ha schieramenti ufficiali ma solo partigiani, anarchici, truppe di volontari. È la battaglia per salvare l’entusiasmo in un mondo di fanatici.

Ecco perché oggi è importante sognare e garantire i sogni allo stesso modo dei farmaci e del cibo. Ecco perché le istituzioni culturali sono ospedali del sapere, che a loro modo salvano esistenze.

Ecco perché, come in uno Stargate, dobbiamo imparare a guardare la pioggia in modo diverso. “C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo”, diceva De Andrè. Ma ancora l’arcobaleno non ci mancava maledettamente tanto.