Sgoccioli di pazienza

Due categorie di persone, diverse ma in qualche modo complementari.

1) I genitori di bambini piccoli che vivono il mondo che li circonda come se tutti avessero la loro pazienza. A differenza di tutti gli altri genitori, questi fascisti della procreazione ritengono che il pianeta debba sopportare le loro pene con la stessa soddisfazione con cui loro: si fanno calpestare dai pargoli in ogni momento della giornata; pranzano/cenano in un caos di bambini urlanti che si inseguono; vivono di conversazioni interrotte (a volte mai nate) perché il bimbo ha da dire su tutto e tutti devono inchinarsi dinanzi al suo verbo; ridono quando ci sarebbe da piangere; piangono quando qualcuno glielo fa notare; chiudono ogni conversazione con la frase “tu che ne sai? Tu non puoi capire” solo perché loro si sono riprodotti e tu sei stato più cauto. Sono quelli che in pizzeria, quando il loro figlioletto sfrecciando tra i tavoli con un iPad che non ha campo urta il tuo tavolo e ti rovescia la birra addosso, ti guardano male perché il bambino – poveretto! – che colpa ha se tu, invece di mangiarti un cazzo di pizza, non sei rimasto a casa a rimbambirti di birra e tv lontano dalle gioie della paternità/maternità (e dai miei coglioni rotanti, aggiungo io)?

2) I padroni di cani che vivono il mondo che li circonda come se tutti avessero la loro stessa visione del mondo senza i cani che li circondano. A differenza di tutti gli altri padroni di cani, questi fascisti dell’animalismo abbaiante ritengono che il pianeta debba gioire perché: loro credono in un unico comandamento “più conosco gli uomini, più amo gli animali”, che in linea di massima è un buon principio fino a quando gli uomini non sono costretti, per assioma, ad amare gli animali più dei loro simili; scorrazzano sulla spiaggia ritenendo opportuno che il loro cane scacazzi con impunità; organizzano adunate in cui il guinzaglio è un optional (e se uno di quei “migliori amici dell’uomo” decide di scendere di un grado nella scala dell’affinità e punta ai vostri polpacci, fa proseliti che manco Grillo con la washball e le sue cazzate sui tumori…) ; la libertà è un cane felice di cui gli umani sono raramente degni.

Ora, sia per i genitori accecati da un affetto invadente che sarà solo loro quindi quantomeno deleterio per il pargolo, sia per i padroni di cani che guardano il guinzaglio come uno strumento di costrizione o peggio di tortura, vale l’antico insegnamento di Plauto sulla prudenza: “Guarda il topo, che animale sagace. Non affida mai la sua vita a un solo buco”.
Fidatevi, il mondo non ha la vostra stessa pazienza selettiva. Esistono genitori e appassionati di cani che potrebbero mettere in allarme persino il più distratto dei profiler.
Una cazziata in più al bimbo rompicoglioni e una cacca in strada in meno del vostro amato cagnolino faranno più bene a voi che a noi, umani senza figli e senza quadrupede da ostentare.
Alla fine viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma ognuno ha il suo guinzaglio.

  

Il grande guardone

L’articolo pubblicato sul Foglio lo scorso fine settimana.

Secondo una battuta che circola negli Stati Uniti, ormai per farsi finanziare un qualsiasi progetto dal governo basta aggiungere la parola cyber al titolo del progetto stesso. Il motivo è semplice: quando si parla di rischi legati alla tecnologia, e più in generale di criminalità informatica, pochi conoscono esattamente qual è l’effettivo “campo di gioco” con le sue regole e i suoi trucchi.
La gran parte delle agenzie di intelligence soffiano sul fuoco del pericolo imminente probabilmente perché devono in qualche modo attestare la propria esistenza in vita (con relativi costi). Inoltre è sempre forte l’eco di quella che il ricercatore di Harvard Ben Buchanan chiama la “leggenda della sofisticazione”: ogni attacco viene descritto sui giornali come estremamente sofisticato, quando spesso non lo è affatto e si è propagato solo per l’inefficienza delle infrastrutture informatiche.
Insomma, il vero problema in tempi così drammaticamente moderni è la diffusione dell’analfabetismo digitale. Da un’inchiesta del New Yorker emerge un dato su tutti: fino a qualche anno fa gran parte dei giudici della Corte Suprema degli Usa, il massimo organo giudiziario del Paese chiamato a dirimere anche questioni di tecnologia, non aveva mai usato la posta elettronica.

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StraButtanissima speranza

Ci sono vari modi di raccontare la Sicilia. La maggior parte mi innervosisce: l’elogio della panella, il culto del piagnisteo, la gretta ricerca della superiorità inferiore di un popolo che ha sempre festeggiato le sconfitte come vittorie.
Chi fa il mio mestiere sa che c’è un filo invisibile che lega l’eterna celebrazione dell’ultimo Gattopardo (uno qualunque, tanto ne esce sempre uno nuovo) e l’arresto del braccio destro di Matteo Messina Denaro (ne hanno presi e dichiarati una dozzina): la minchiata che soddisfa l’insano desiderio di minchiate.
Non è un segreto, spesso uno racconta solo quel che l’altro vuol sentire. È una sorta di eterno compromesso tra il marketing e il negazionismo che premia il prosciutto sugli occhi.
Però ci sono le eccezioni. Una di queste è la narrazione di Giuseppe Sottile e Pietrangelo Buttafuoco affidata all’energia di Salvo Piparo. “StraButtanissima Sicilia”, di scena al teatro Biondo di Palermo il 28 e il 29 marzo prossimi, è un antidoto contro la rarefazione del pensiero. Si raccontano la politica e i suoi misfatti senza innamorarsi dell’effetto del disvelamento, ma con una sola consapevolezza quasi salvifica: una risata è una speranza che ce l’ha fatta.

  

Salvo, che non va per il Sottile

Io Salvo Sottile lo conosco sin da quando andava al liceo. E, com’era capitato a me molti anni prima, non ne voleva sapere di studiare.
La sua storia è un paradigma della fallacità della corrispondenza sempiterna tra scuola e lavoro. Non mi dilungherò sui miei trascorsi liceali: vi basti sapere che dai gesuiti fui bocciato l’anno in cui feci una regia teatrale dello Pseudolus di Plauto e organizzai una piccola Woodstock di rockettari in erba. Transeat.
Salvuccio veniva d’estate da noi a Tgs – la televisione del Giornale di Sicilia –  quando, invece di andarsene al mare a cazzeggiare con i suoi amici, preferiva spiare la cronaca dietro le telecamere, dietro di noi “anziani” dieci anni più grandi di lui. Era affamato di giornalismo, quasi ci inseguiva pur di stare nei luoghi in cui le cose accadevano. Stava lì zitto a guardare, ascoltare, a vivere un mestiere che ancora non era il suo (era pressoché minorenne…). Qualche volta, per la sua irruenza da assatanato della cronaca,  finiva addirittura dentro l’inquadratura della telecamera e per noi erano cazziate. Il capo, maestro e padrone delle nostre vite Salvo Licata, aveva un’etica del mestiere che non prevedeva sbavature.
Tuttavia Salvuccio era avanti a tutti per forza d’animo e determinazione.
Un esempio per tutti.
Quando il giornale decise di assumermi, siamo alla fine degli anni Ottanta, io ero in vacanza. A sciare naturalmente, da incosciente patentato: per la precisione ero isolato a 3.000 metri di quota sulle Alpi francesi, tra un corso di sci estremo e un barlume di futuro da guida alpina. Un incosciente felice e matto come un cavallo. Ebbene la prima telefonata che annunciava la lieta novella, a casa dei miei genitori, non fu quella del condirettore, ma la sua. Quella di Salvuccio che aveva orecchiato la notizia e che, a modo suo, aveva fatto il primo scoop della sua vita. Qualche giorno dopo, quando mi riconnessi col mondo, nella prima interurbana sull’asse vita selvaggia – civiltà, mia madre mi comunicò emozionata le due notizie: l’assunzione e il primo messaggero.
Così è sempre stato Salvuccio. Uno che va dritto all’obiettivo e non conosce il pudore della distrazione. Uno che, crescendo, ha inventato uno stile. E piaccia no, chi inventa merita.
Tutto questo per dire che Salvo Sottile è sempre stato fedele alla sua passione: ha raccontato in tutte le declinazioni possibili, e non ha mai parlato un linguaggio che non fosse chiaro.
È stato fedele anche come amico a distanza: mi ha sempre chiamato Gerino (in un curioso contrasto con molti amici e colleghi che mi chiamano Gerone) e il diminutivo non ha mai inquinato la sua attenzione nei miei confronti; non si è lasciato abbagliare dai riflettori; ha mantenuto una curiosità intatta verso il micromondo che lo ha generato professionalmente.
Per questo e per molto altro, stasera attendo con ansia il suo programma più coraggioso: Prima dell’alba, su Rai3.
Comunque vada, sono con lui.
Vai Salvuccio.

  

Elogio dell’ex amico

Ho più ex amici che amici. Probabilmente, anzi certamente per colpa mia. Da questa constatazione – più ex amici per colpa mia – deriva un ragionamento che vi sottopongo.
Tolti di mezzo i motivi di pura invadenza fisica – atti contundenti, passi falsi di cui rimane traccia nel vivere di ogni giorno, azioni qualificabili come reato – c’è una congerie di fattori per così dire ideologici che può causare la fine di un’amicizia. Nella mia esperienza so che quest’ultimi sono spesso quelli che incidono le ferite più gravi e durature.
Paradossalmente l’amico che vi ha offeso, denudato a forza è il primo che sarete disposti a perdonare. Perché il suo misfatto rimane legato a un’epoca, a una frequentazione, a un contesto ben identificato. In poche parole è ben ancorato alla scena del delitto.
Quello che invece vi ha tradito con piccoli colpi di lametta diluiti nel tempo, con la parolina sussurrata dietro le vostre spalle, senza la teatralità (se vogliamo) coraggiosa dell’azione irruenta, merita invece un disprezzo centellinato e infinito.
È l’ex amico perfetto.
Quello a cui dare la colpa quando si buca la ruota sotto la pioggia, quando la crostata appena fatta si è schiantata per terra, quando il mondo vi è crollato addosso schivando l’unica persona che doveva travolgere (cioè lui), quando la vostra uscita di sicurezza si è rivelata una porta che dava su un muro, quando non avendo con chi prendervela sareste disposti a pagare con la cessione del quinto un punching ball umano.
L’ex amico perfetto è al tempo stesso fonte di ispirazione e termine di paragone talmente orrendo da far brillare il piombo come oro. Un catalizzatore di miracoli a sua insaputa, insomma.
C’è un solo sentimento che accende e talvolta riscatta come l’amore. Ed è il suo opposto. L’ex amico vigliacchetto e strisciante è una manna dal cielo quando non si è né santi né ipocriti.
È uno al quale, alla fine, dovrete rendere merito.

  

Vomito ergo sum

La professoressa invasata che aveva urlato ai poliziotti “dovete morire”, nonostante sia indagata e sia stata sospesa dall’insegnamento, torna in piazza nel presidio contro la manifestazione di Forza Nuova a Torino. Ufficialmente la sua è una missione contro i fascisti, anche se non si capisce perché se la prenda coi poliziotti che non difendono i fascisti, ma la legge. Ufficiosamente s’intuisce molto di più. La signora ha scelto la formula più attuale per uscire da un anonimato che, evidentemente, le va stretto. Poteva andare dalla De Filippi, ma in mancanza di un talento specifico ha scelto di esibirsi sull’asfalto: urlare pur di galleggiare, provocare per dimostrare la propria esistenza in vita, offendere per far finta di difendere.
C’è un’infinita lista di antifascisti, veri e silenziosi, che hanno pagato con la vita o con la mortificazione sociale, senza che le loro gesta siano mai state grottesche o triste oggetto di derisione. La ribellione, anzi la “ribellione” della professoressa Lavinia Flavia Cassaro è di un sensazionalismo talmente irritante da risultare indigesto persino ai nudi e puri della contestazione. Lei ce la sta mettendo tutta per diventare un simbolo, probabilmente perché al giorno d’oggi la scorciatoia per ottenere qualcosa di immeritato è inventarsi uno strapuntino di follia anti-creativa, cioè l’opposto della contestazione vera e il parente stretto della cretinocrazia. Dati i risultati mediocri come professionisti, ci si reinventa sabbia negli ingranaggi del sistema: e guai a dire che dicendo e facendo cazzate non si fa l’Italia e manco la sua caricatura. La professoressa che cerca disperatamente un ruolo da protagonista senza che nessuno abbia mai scritto la storia in cui esibirsi, darà soddisfazioni al suo pubblico: conquistata la scena, sogna il peggio per lei – un licenziamento, una condanna – perché quando gli orizzonti sono ristretti, anche una posa sguaiata dà le sue emozioni. In mancanza di altro.
Vomito ergo sum.

  

La (s)fortuna non esiste

Tempo fa scartabellando tra i miei pensieri e le mie ossessioni d’ispirazione uno psicologo mi spiegò che nella mia scrittura aveva un ruolo fondamentale il senso del tradimento: analizzavamo in prevalenza libri e racconti, ma estendemmo la riflessione anche ad altri scritti. La cosa non mi ha mai sorpreso poiché trattando noir e comunque roba cruenta, il tradimento è un ingrediente semplice da incontrare e maneggiare: basti pensare all’omicidio che è il prodotto ultimo di una filiera di tradimenti. Ma a livello personale, cioè tolto di mezzo l’ingombro professionale e puramente creativo, quest’analisi psicologica mi ha fuorviato per anni. Nel senso che ho usato il senso del tradimento un po’ come strumento, un po’ come alibi.
In realtà le cose stanno in modo molto diverso, basta guardarle in modo più universale. Che poi è il segreto di una felice narrazione giacché a nessuno interessano i cazzi nostri finché non siamo così abili da renderli un concetto valido per tutti: nel mondo ci sono molte persone pronte a raccontare la loro vita e altrettante pronte a fottersene.
Il tradimento esiste, ma la sfortuna (come la fortuna) non esiste.
I due elementi sono collegati da un filo invisibile di coerenza. Basta accettare il principio fondante di un liberalismo delle relazioni: noi siamo colpevoli dei nostri fallimenti.
In base a questa considerazione capite perché la (s)fortuna ha poco gioco.
Ammettere che qualunque cosa di sgradevole ci capiti è comunque colpa nostra è complicato, lo so. Però è più accettabile se il corollario è adeguato. Ad esempio va equiparato a livello di comandamento il diritto di non perdono. Della serie: io ti libero da ogni responsabilità se l’andazzo delle cose ti ha portato a farmi del male (accettabile e nei limiti della legge), ma mi libero dal grottesco obbligo cristiano di porgere l’altra guancia et similia. Poi il sistema va purificato da ogni sorgente mefitica di buonismo: se accettiamo che comunque la nostra responsabilità è scontata, siamo tenuti a tenere a distanza con la canna chi ci vuole imporre sentimenti di ottimismo prestampato.
Insomma, come capite è un tema di sempiterno dibattito. L’importante è, a mio modesto parere, non aver timore o ritegno di parlarne.
Non a caso l’aspetto più fastidioso del tradimento non è l’atto in sé – e ne dico nel senso più ampio possibile, dal sentimento al lavoro, dalla politica ai valori personali – ma l’ipocrisia che alimenta la sua giustificazione. Quando c’è un “sì, però” la porta è aperta verso un giustificazionismo o peggio verso un revisionismo che nulla ha a che fare con la nobiltà dei sentimenti di cui persino l’atto più abietto – quello di infliggere ad altri quello che non vorremmo mai fosse inflitto a noi – fa parte.

  

Da soli

Partire da soli. Senza fuggire da qualcuno o da qualcosa. Senza cercare qualcuno o qualcosa. Per una scelta che non va giustificata, ma al limite raccontata. E raccontiamola.
È stata un’esperienza nuova, scrivo adesso quand’è praticamente conclusa.
Sono stato sulle Dolomiti.
Da appassionato di sci mi è capitato moltissime volte di sciare da solo: per me scivolare tra le montagne è uno stato della mente, più che una questione fisica. Parto la mattina e non mi fermo manco per pranzo, vado e basta: lo slalom tra le cunette e tra i pensieri, la musica negli auricolari che riempie i vuoti delle risalite, l’occhio che si sazia dei panorami che ha sognato per mesi.
Stavolta ho provato una sensazione più radicale, stare da solo prima durante e dopo le cinque-sei ore di sci indefesso e quotidiano. E ne ho tratto alcune considerazioni che, per uno strano gioco del destino, coincidono con quelle che stamattina  Alessio Cracolici ha ripreso dal blog di Maurizio Crosetti.

Potersi isolare, ma davvero, dal resto del mondo e dalla parte più rumorosa di se stessi. Decidere qualcosa di veramente importante facendo precedere il silenzio alla scelta. Rinunciare alle connessioni, al “campo”, alle tacche. Sapere che certe decisioni non dipendono solo dall’interesse, dall’opportunità personale, da logiche di potere: un po’ sì, ma non del tutto. Cercarsi dentro una risposta che già esiste, però è come soffocata dalla confusione e dall’abitudine. Non avere paura di essere soli, o di rimanerlo. E infine scegliere la persona giusta: non aver paura, potresti persino essere tu.

C’è una maledizione che, in tempi di condivisione forzata, ammanta il solitario: e cioè che è uno sfigato. Ci vorrà il conforto del destino e la carezza impalpabile del futuro per capire che, magari, quel tipo che sta da solo, lì in mezzo a una moltitudine che è solo un rumore di fondo, sta semplicemente prendendo la rincorsa. Che non sta scontando né infliggendo alcuna pena perché invece vuole spostarsi, e rimanerci il più possibile, in una landa isolata da ogni giudizio. Che la sua è una scelta reversibile, come ogni scelta libera e quindi felice, lontanissima da pressioni emozionali, giacché la pressione comprime e il suo contrario, la rarefazione, distende. E distendersi è un modo per allungare la visione dell’universo, oltre che i muscoli.
In questa settimana ho avuto modo di rivalutare il silenzio, non in modo assoluto ovviamente: ho mantenuto i contatti col mondo, ho scritto, comunicato, ma con un rigore che consiglio agli ossessivi compulsivi come me (pochi, per fortuna). Saper scegliere l’indispensabile è una forma sublime di autostima. L’eremitaggio è altra cosa, come l’ascetismo e per certi versi la santità: non è questo il caso, per carità. Lontano da me!
Insomma domani torno alla normale vita di relazione, quella fatta di rassicuranti consuetudini e di inderogabili ipocrisie, di felice e insostituibile raccolto nell’orticello domestico e di snervante caos sociale, di speranze a chilometro zero e di delusioni a lungo raggio. Di inseguimento di una verità almeno accettabile.
Nulla di eccezionale, lo so. È la vita di tutti noi fortunati che possono concedersi una scelta. Io magari la vedo da un abbaino privilegiato per il mio credermi osservatore da un abbaino privilegiato. Ma funziona così, rassegniamoci: viaggiare da soli è importante come il La per accordare una chitarra.
Se non ti interessa la musica non capisci. Se detesti la musica sono cazzi tuoi.

  

Squadretta antimafia

L’articolo di oggi su Repubblica Palermo.

Il primo passo Gianfranco Miccichè l’ha fatto appena insediato Ars, nella sala di Palazzo dei normanni intitolata a Piersanti Mattarella: ha invitato gli imputati nel processo sulla trattativa Stato-mafia Mario Mori e Giuseppe De Donno, e li ha celebrati come eroi e testimoni di ingiustizia. Senza neanche darsi la pena di sfogliare il solito bignamino di post-garantismo, che dal sommo padre Berlusconi all’indomito alfiere Sgarbi punta all’assoluzione preventiva di amici e compagni di partito, Miccichè ha lanciato una nuova linea di lotta civile alla criminalità organizzata, l’antimafia prêt-à-porter. Basta col repertorio classico di Leoluca Orlando, lord di Grande inverno (un tempo era primavera, ma le stagioni cambiano) nel Game of Thrones di Sicilia, signore dell’antimafia di maglio e spada e unico detentore delle chiavi di un Valhalla nel quale riposano ex compagni d’armi come Pippo Russo e Carmine Mancuso (perché con le stagioni cambiano anche le fioriture di militanza). Oggi il sospetto si è scocciato di fare anticamera per la verità e, nell’Isola di un centrodestra che rinasce non dalle ceneri ma dalla cipria, ha scelto l’eremitaggio in qualche aula semideserta del Palazzo di giustizia dove si celebrano processi di cui tutti parlano e che pochissimi seguono. Segue »

  

Perché la munnizza non c’entra un cazzo con la cultura

“La candidatura è sostenuta da un progetto originale, di elevato valore culturale, di grande respiro umanitario, fortemente e generosamente orientato all’inclusione alla formazione permanente, alla creazione di capacità e di cittadinanza, senza trascurare la valorizzazione del patrimonio e delle produzioni artistiche contemporanee”.

Uno stralcio della motivazione della nomina di Palermo a Capitale italiana della cultura per il 2018 basterebbe da solo a spegnere il chiacchiericcio insulso di chi parla di munnizza, traffico, trame, favoritismi e quotazioni immotivate. Insomma leggere prima di scrivere.
Progetto. Inclusione. Respiro umanitario. Queste sono le parole chiave. Che hanno portato la commissione a scegliere all’unanimità Palermo, come ha spiegato oggi Franceschini: roba che ci dovrebbe essere da festeggiare tutti insieme. E invece…
Progetto. Inclusione. Respiro umanitario. Non c’entra nulla tutto il resto. Come sa chi conosce il mondo senza occhieggiarlo da Facebook, la cultura è anche (e soprattutto) negli angoli del mondo, nelle lande controverse, nei luoghi del contrasto, nelle città delle contraddizioni. Qualunque occhio che sfugge alla banalità e che non risponde a perversi pregiudizi politici può ammirare il miracolo di un fiore che sboccia tra i rifiuti.
Sono un cassettista compulsivo, ritaglio e conservo, leggo e archivio, quindi ricordo che una decina d’anni fa Orhan Pamuk sul “Corriere della sera” scrisse sulla politicizzazione dell’arte: “La letteratura non è giudizio morale bensì identificazione con un personaggio, col suo modo di essere (generoso o malvagio), con la sua fede, la sua passione, la sua violenza o il suo delirio. La letteratura non giudica né dà voti di condotta alla vita, che scorre al di là o al di qua del bene e del male; se rappresenta una rosa, sa — come diceva un gesuita e grande poeta mistico tedesco del Seicento, Angelus Silesius — che la rosa non ha perché e fiorisce perché fiorisce. Mettersi al servizio di una causa distrugge la bellezza della letteratura”.
Questa citazione ci ricorda che l’arte e gli artisti hanno un “cuore freddo” che scalda i nostri cuori e che nulla ha a che fare con l’ambiente. Scrive Claudio Magris (e non io): “Molti fra i più grandi scrittori del Novecento sono stati fascisti, nazisti, comunisti adoratori di Stalin; continuiamo ad amarli, a capire il tortuoso e spesso doloroso itinerario che li ha portati a identificarsi con la malattia scambiandola per una medicina e a imparare da essi pure una profonda umanità che la loro aberrazione ideologica non è riuscita a soffocare, ma di politica essi capivano certo meno di milioni di loro sconosciuti contemporanei”. Perdonatemi lo slancio letterario, ma serve per capire il necessario e ontologico distacco tra arte e cronaca.
Palermo Capitale della cultura non è un luogo in cui dibattere della liceità del titolo giacché questo è stato assegnato da chi ha certamente più voce in capitolo di noi miseri commentatori, a meno che non si decida che l’ultimo troll di Facebook ha diritto di voto su ciò che manco conosce. In tutte le altre città che si sono fregiate del titolo non c’è mai stata polemica, forse perché la base culturale è tale da riconoscere i limiti di una discussione decente.
Ecco perché in tema di stupidità sono e sempre sarò un antidemocratico: la munnizza e le altre piaghe di Palermo non c’entrano un cazzo con la cultura che Palermo, a dispetto di molti, celebrerà quest’anno. E siccome voglio festeggiare, non tollererò che nessuno mi guasti la festa. Tutto qui.

  

Antimafia, dai professionisti ai dilettanti. E non solo

Non c’è pace sotto il cielo dell’antimafia. Dalle polemiche tra Leoluca Orlando e Giovanni Falcone sulle “prove nei cassetti” alle scudisciate di Leonardo Sciascia con un celebre articolo che molti citano e pochi hanno letto (approfittatene, fatelo ora) su cui ancora oggi il dibattito è aperto, dalla stagione del “Casellismo” con una magistratura militante a quella, tragicamente esilarante, del Berlusconismo, la lotta a Cosa nostra negli ultimi quarant’anni ha spesso riservato colpi di scena legati più agli attori che alla sostanza.
Oggi siamo al paradosso più grottesco: sopravvissuti all’antimafia evanescente di Rosario Crocetta, uno che avrebbe fatto assessore persino il suo cavallo se mai ne avesse avuto uno, ci siamo ritrovati con l’anti-antimafia di Gianfranco Miccichè, uno che il suo cavallo non solo l’avrebbe fatto assessore ma gli avrebbe raddoppiato la biada a spese dei contribuenti of course. Miccichè, col silente Musumeci, l’unico governatore che invoca la trasparenza letterale nel senso che nessuno si è ancora accorto che esiste, è protagonista di una restaurazione senza precedenti. L’ultimo episodio è quello, noto, del docufilm proiettato all’Ars, nella sala intitolata a Piersanti Mattarella mica a Tina Pica (senza nulla togliere al cinema del dopoguerra), in cui si celebrano il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno, entrambi ancora imputati nel processo per la trattativa Stato-mafia, quindi persone sulle quali pende ancora un giudizio della giustizia italiana. Tralasciando il solito Sgarbi, a proposito del quale ogni parola che non riguarda l’arte è un sasso in uno stagno per giunta asciutto, la cosa che salta agli occhi non è tanto la nota protervia di Miccichè, quanto l’annichilimento del centrodestra senziente. Nella galassia di partiti e partitucoli che sorreggono il trasparente Musumeci e il ponderoso Miccichè non c’è voce, almeno udibile, di dissenso e di buona creanza. È mai possibile che in tutto il centrodestra non ci sia un briciolo di ragione per capire che sull’altare dei compromessi politici non si può sacrificare quel che resta del buon senso collettivo? È mai possibile che uno come Miccichè, che vive economicamente grazie alla politica, debba sedersi sulla poltrona meno adatta a chi ha allergia per le uguaglianze quindi all’essenza della politica stessa? È mai possibile che Musumeci possa fare rimpiangere Crocetta, il governatore più inconcludente da quando l’antimafia è passata dalle mani dei professionisti a quelle dei dilettanti?

  

Padre e figlio, una lezione

Padre e figlio sul palco. Chitarristi. Ti aspetti – da indemoniato della musica – una minestrina tiepida condita di buone intenzioni, brodaglia familiare, emozioni insipide. Del resto quale padre non sogna di poter suonare col proprio pargolo, costi quel che costi? E invece l’altra sera al Blue Brass, grazie a un assist di Fabio Lannino, Vincenzo e Matteo Mancuso hanno frullato e sconvolto tutte le aspettative.
Papà Vincenzo, musicista di lungo corso dalle collaborazioni che valgono da sole almeno un paio di vite vissute, ha fatto sì il papà, ma senza far mai pesare il ruolo. Il giovane Matteo, promettente virtuoso della chitarra, ha fatto il figlio accelerando senza mai sollevare polvere. Il risultato è stato un concerto godibile e coinvolgente come pochi di questo genere: anche tecnicamente perfetto.
Sono molto sensibile ai messaggi criptati della musica poiché, come ho già abbondantemente scritto, la musica mi ha salvato la vita più volte. Nei momenti difficili come in quelli felici, c’è sempre stata una canzone che stendeva un tappeto sotto i miei pensieri e mi faceva sdraiare lì, da solo anche quando ero tra la folla, nudo anche quando ero bardato di tutto punto sul Monte Bianco, sorridente anche quando piangevo a fontane.
Ecco, nella musica di questo padre e di questo figlio c’è tutto il segreto impenetrabile dell’armonia indotta da tre accordi, una pentatonica (che è un po’ l’esperanto dell’improvvisazione) e dal feeling conseguente.
Felicità è anche sapersi regalare una colonna sonora. A sorpresa.
Però in questo caso siete avvisati. Cercateli.

  

Su clochard, cultura, pianoforti e piagnonismo

Tiro fuori dal tritacarne dei social uno spunto di riflessione – a dire il vero non nuovo, ma sempre interessante – sul rapporto tra cronaca cruda e cultura, sulla Palermo ferita dall’immondizia e sulla città che invece sta cercando di rinascere con manifestazioni e spettacoli di prim’ordine.
L’altro giorno è morto un clochard e su Facebook si è scatenata una polemica sul fatto che se un uomo muore per strada, solo e disperato, quella della Capitale della cultura è solo una favola o una frottola, dipende dal grado di fantasia del polemista di turno. Mi sono ribellato a questa raffigurazione che ritengo ingiusta e piagnona. E l’ho fatto con l’esempio più banale che mi è venuto: il 23 dicembre scorso una clochard è morta a Pistoia, la capitale della Cultura 2017, e non risulta che alcun pistoiese si sia sognato di mettere in dubbio il prestigio della città.  L’acredine con la quale la mia argomentazione è stata respinta mi ha fatto riflettere. Quindi ne scrivo qui, a casa mia, per cristallizzare alcuni concetti, a futura memoria insomma. Segue »

  

Gli incappucciati del web

L’articolo pubblicato ieri sul Foglio.

Sino a qualche anno fa il dilemma del web era: nickname o nome e cognome? Cioè libertà di opinione senza i laccioli delle questioni anagrafiche (il valore di un commento prescinde da chi lo esprime) oppure certificazione blindata dell’autore (un commento senza maschera vale di più)?
Non si era ancora scatenata la pandemia delle fake news e la rivista statunitense The Atlantic s’interrogava sull’alchimia giusta per “far emergere i contenuti di valore isolando il rumore di fondo” ed evitare di cadere nel tranello secondo il quale i commenti anonimi sono scadenti mentre quelli firmati sono un surrogato dei versetti della bibbia. Era il 2011 e il sito del New York Times metteva in campo i cosiddetti trusted commenters, cioè “commentatori affidabili” che avevano licenza di dire la loro senza passare dalle forche caudine della moderazione.
Oggi le cose sono cambiate, come se fossero passati vent’anni. L’antica maldicenza, che aveva già trovato megafono nei blog, ha invaso intere lande di internet come una malapianta che accerchia e soffoca. Mentre lo sfogo del frustrato ha perso il volto del suo autore nel cammino senza pietà verso la gogna mediatica.
Benvenuti nell’èra degli incappucciati del web. Segue »

  

Travaglio, l’acido e il diritto di metafora

C’è questa battuta di Marco Travaglio sulla legislatura da sciogliere nell’acido che ha suscitato l’indignazione di molti, tra cui Lucia Annibali che con l’acido, quello vero e non quello metaforico di Travaglio, ci ha avuto purtroppo a che fare davvero.
Effettivamente il linguaggio è crudo e la memoria ci riporta, specie qui in Sicilia, a ricordi orribili legati all’orribile pratica della mafia e alle povere vittime, tra cui il piccolo Giuseppe Di Matteo.
Però, come si dice, c’è un però.
La permalosità del web legata alla necessità di dover per forza trovare un totem da abbattere, un argomento contundente, un sasso da lanciare nello stagno delle polemiche, crea delle distorsioni che vanno osservate con occhio sereno e senza ditino alzato (lo dico a me, innanzitutto). Ho detto che l’uscita di Travaglio è infelice, ma credo che esista ancora il diritto di metafora soprattutto nel giornalismo d’attacco (che può piacere o no, ma che deve continuare a esistere perché una vita senza sale e pepe non si augura a nessuno). Credo che serva un attimo di riflessione su questa nostra foga censoria, su quest’aggressività tanto social e poco real. Di questo passo non potremo più dire che “a questo governo vanno tagliate le gambe” senza suscitare le ire di un povero amputato. Non potremo più accusare un partito di “essere la stampella” di un altro per paura di offendere un povero cristo che ha bisogno di quei sostegni. O dovremo correggere la frase di Falcone sulla mafia cancro “che non prolifera per caso su un tessuto sano” affinché i pazienti oncologici non si sentano in alcun modo accomunati all’associazione criminale.
Ci sono contesti, ambiti e controindicazioni, lo sappiamo tutti perché siamo grandi e vaccinati.
Per questo – specialmente noi giornalisti, io per primo – dobbiamo cercare di andare oltre l’impeto commentizio e  provare a occuparci di cose un po’ più serie della frase di un Travaglio di questi.