Per chi l’ha visto e per chi non c’era

I filmati di uno smartphone, la musica che viene fuori cazzeggiando col Mac, un po’ di prevedibile nostalgia. Ho raccolto le immagini del mio Cammino del Nord in un video, “per chi l’ha visto e per chi non c’era” (cit).

Buon divertimento. E grazie ancora.

Il mio diario di viaggio è qui.

In caso di felicità

Finisterre.

(Mentre scrivo ascolto questa canzone, è giusto che lo sappiate. Se volete mettervi in pari con me, ascoltatela anche voi. Alla fine vi spiego…)

Sono in quella che un tempo molto lontano veniva indicata come la fine del mondo conosciuto. Il posto in cui all’arrivo, i pellegrini devastati da un cammino senza scarpe in gore-tex e materiali in microfibra ma con sandali da set sadomaso e abbigliamento fermentato, venivano ingannati col rogo dei vestiti e il conseguente bagno purificatore nell’oceano. Ci sono voluti secoli di emancipazione dal vincolo di cecità religiosa per ridisegnare il contesto di questo quadretto biblico. A Finisterre arrivavano torme di esseri umani che puzzavano come cadaveri nell’armadio di Andreotti, e la prima esigenza di salute pubblica era disinnescare la bomba biologica che questi poveracci tenevano inconsapevolmente sotto le ascelle. Quindi: bagno nell’oceano freddo (che il freddo, come dicono i nonni, disinfetta), e fuoco contro il male della Puzza Assoluta.

Io, pur essendo un fedele seguace del dio sapone, un bagno oggi me lo volevo fare. Ma, tastata l’acqua che ha una temperatura inconcepibile per un siciliano in agosto, ho scelto di posticipare le mie abluzioni di qualche giorno, in terra natia. Però ho celebrato con adeguata solennità il rito che mi ero promesso l’inverno scorso quando mi era stato inoculato il virus del Cammino del Nord. Mi ero detto: non so se ce la farò, ma se riuscirò io dovrò brindare a me stesso (non lo faccio mai, brindo sempre a qualcosa di relativamente collettivo, per inusitata scaramanzia) nel tramonto di Finisterre.

Ce l’ho fatta, l’ho fatto.

Mentre bevevo la mia 1906, una birra da 6,5 gradi, aromatica quanto basta per non essere una birra qualunque, ascoltavo la canzone che spero starete ascoltando.
E scrivevo appunti sul mio block-notes sgualcito, macchiato di fango e sudore e altre sostanze sulle quali manco una perizia di CSI potrebbe dire la parola definitiva.

Le cose che mi resteranno sono cose semplici e disarmanti, come la goccia sulla pietra, la goccia che abbiamo sottovalutato.

Mi resterà l’immagine dei miei piedi bianchi che stride con le mie gambe arrostite dal sole. Perché la nostra parte nascosta prima o poi emerge sempre, e quando lo fa non si nota altro.

Mi resteranno i comportamenti diametralmente opposti di due albergatori: uno a Llanes che ha tentato di fregarsi i soldi della mia prenotazione e si è rivenduto il posto a qualcun altro (qui il link per evitarlo come la peste); l’altro a Boimorto, una signora premurosa e quasi materna che vedendomi stanco ha preso la sua macchina, mi ha offerto il passaggio per il ristorante più vicino e mi ha intimato “chiama quando finisci, ti vengo a prendere, che sennò mi dormi sul marciapiede” (qui il link di riconoscenza perenne).

Mi resterà la sana abitudine di riposarmi prima di sentirmi stanco. Perché la lucidità la perdi molto prima di quanto pensi: e metteteci tutte le metafore che volete.

Mi resterà il volto di quelli con cui ho condiviso un pezzo di cammino (qualcuno), una chiacchierata (pochi), una sbevazzata o una cena (pochissimi). La stragrande maggioranza non li vedrò più ed è affascinante quanto ci si possa (ri)scoprire con sconosciuti che, in quel momento, condividono con te la cosa più importante: un’esperienza complicata.

Mi resterà la rinnovata convinzione che sacrificare tutto alla gestione di un potere che ti dà luce solo nel palazzo in cui si dipana, che ti fa sentire re in un mondo di nani – e tu ne godi dimenticando che i nani sanno di esserlo mentre tu non sai di essere un gigante farlocco – è una becera banalità: soprattutto se non ti sei mai dato un appuntamento con te stesso, un dato giorno di un dato anno in un dato posto, per affondare i piedi nella sabbia di un tramonto che è tuo e solo tuo. E ve lo dice uno che ha fatto scelte lavorative che potevano sembrare più scriteriate che eroiche. Evidentemente il destino, lui che può, ogni tanto si fa una canna.

Mi resteranno i nomi con cui si annotano sul cellulare i nomi dei compagni occasionali: Matteo Cammino, Francesca Tallone, Christine Mappa…  In fondo è divertente pensare di essere, con leggerezza, ciò di cui abbiamo bisogno nei momenti cruciali: un consiglio, una crema, un’ambizione.

Mi resterà il dubbio di chi cazzo ha posizionato le conchas del Camino in Galicia, le immagini della conchiglia che guida i pellegrini: univoca dappertutto, tranne che in Galicia appunto, con le venature che una volta danno la direzione da prendere e un’altra quella opposta.

Mi resteranno soprattutto i messaggi, qui e altrove, di moltissime persone che in modo pubblico e privato mi hanno spiegato perché questo Cammino è stato anche il loro. E il merito ovviamente non è del sottoscritto, ma di una meravigliosa sensibilità liquida che ci dice che siamo migliori di come noi stessi ci dipingiamo. Non è il miracolo dei social, anche se in quel contenitore questo sortilegio si è amplificato, ma della umana circolazione delle idee. Uno racconta una storia, un altro la legge, gli piace, la storia diventa sua. È la più semplice delle interazioni, quella a prova di ciber-cretino. Ho conservato tutti i messaggi che mi sono arrivati e ritengo che siano il vero patrimonio di questa esperienza, comunque vada la mia vita. Me li rileggerò nei momenti tristi come nei momenti felici.  Anzi soprattutto in quest’ultimi. Sono uno strano tipo di nostalgico barra romantico barra rincoglionito: quando sono giù non mi faccio mai fregare dai ricordi luminosi, sarebbe uno spreco. Io più sono contento e più penso a quando sono stato contento. E adesso ho pensato, per esempio, al Natale. Quando sono contento penso sempre al Natale, è una specie di tic.
Ecco il perché di questa canzone.
Scusate il post un po’ lungo e scusate se per finire vi ricordo qualcosa che sapete già. Ma serve.
Non è mai troppo tardi per mollare tutto e diventare felici.

P.S.
La foto sopra l’ho scattata un anno fa a Copenaghen, mentre passeggiavo pigramente. C’era una pedana, c’era una radio a tutto volume, e c’erano questi ragazzi che ballavano al tramonto. È l’immagine migliore per un titolo tipo: in caso di felicità.   

(29 – fine)

Le precedenti puntate le trovate qui.

La strana sindrome

Da A Brea a Santiago.

È la mia sindrome del Cammino. Non la conoscevo sino a questo pomeriggio quando alle 16,59, con l’ingresso in Praza do Obradoiro dinanzi alla Cattedrale di Santiago, è ufficialmente terminata la “passeggiata” che avevo iniziato a Irun, 830 chilometri di trazzere e montagne a sud-est, alle 9,33 del 25 luglio scorso. Arrivato alla meta ho provato una strana sensazione di stanchezza improvvisa, come se anziché 25 oggi ne avessi percorsi 250 di chilometri. Allora mi sono tolto lo zaino dalle spalle e mi sono coricato per terra. E non ero più stanco, ma ero affamato e non di cibo. Di musica. Dovevo ascoltare una canzone, alla quale non avevo minimamente pensato sino a quel momento: questa canzone, “Purple Rain” di Prince. Ecco la sindrome: ti illude di essere stanco per inocularti un sentimento quando sei fisicamente inerme, sdraiato per terra in mezzo alla strada come un animale randagio anche abbastanza puzzolente: un sentimento di inquieta serenità.
La mia sindrome del Cammino è tutta qui, in questo improvviso senso di tranquillità che sai sarà detonante perché a starsene da soli a faticare per 35 giorni si impara una sola cosa: a pensare. E vi assicuro che non è fanatismo o paranoia, al contrario è la consapevolezza di una lucidità che speri non ti abbandoni più. Sei leggero, ma saldo per terra. Sei pieno di quello che vuoi e non imbottito di quello che devi volere. Hai finalmente una storia tua, tutta tua, che da sola basterà a saziarti per gli anni a venire. A chi vive di creatività, il Cammino del Nord dovrebbe essere prescritto dal medico.

Non sono tutte rose e fiori, però. C’è qualche effetto collaterale che va tenuto sotto controllo. Quando metti un paio di occhiali nuovi, con una correzione migliore, vedi dettagli nitidi che prima ti sfuggivano. Allo stesso modo quando hai l’occasione di isolare le emozioni, capisci che il film è cambiato, la storia appunto.

La faccio breve e magari domani, in un post conclusivo, ci metto un po’ di ideuzze e di consigli per chi vuole anche solo ipotizzare di fare un’esperienza del genere.

Il Cammino non è un elisir di lunga vita, al contrario è fisicamente tosto e ti distrugge legamenti e articolazioni. Ma è una sorta di enzima che catalizza reazioni di cose che abbiamo dentro. Se non le abbiamo, niente. Non ti aiuta a capire cosa finalmente vuoi dalla vita, ti fa un servizio ancora migliore: ti aiuta a capire cosa non vuoi.

P.S.
Non mi sono commosso all’arrivo, ma quando mi sono sdraiato ho sorriso come Matthew Fox (minchia paragone!) nella scena finale di “Lost”. Esausto, coi pensieri lucidi. E non sono quelli

(28 – continua)

Il valzer del moscerino

Da Sobrado ad A Brea.

Doveva essere una tappa lunga e noiosa. Dopo un inizio di stradine di campagna, il Cammino si incanala in un infinito rettilineo senza variazioni di panorama, tra eucalipti e piantagioni di mais. E soprattutto senza bar e luoghi di ristoro. Un nulla verde, ma sempre un nulla (nella foto sopra un contenitore d’acqua lasciato da un’anima pia per gli assetati che verranno). Sarà per questo che, scelti musica e pensieri giusti e armato di bocadillo di mezzo metro come carburante solido, ho cominciato a camminare senza curarmi del panorama. Unico problema la pendenza dei bordi della strada che alla lunga ti massacra le caviglie (infatti la stragrande dei “pellegrini di lunga distanza” cammina sbilenca). Rimedio presto trovato, grazie al mio doc che odia ciò che è dispari e asimmetrico: mezzo chilometro da un lato della carreggiata, mezzo dall’altro.

Solo che in questa estenuante cavalcata solitaria nelle lande del nowhere spagnolo l’attenzione è fatalmente calata, come una sorta di palpebra psicologica, e al 22 chilometro (anzi per precisione al 22,1) ho sbagliato strada in prossimità di un incrocio. Non ce ne erano molti, di incroci. C’erano molti alberi, molte mucche, molto asfalto, moltissime mosche (ne parlo tra breve perché ci vuole una trattazione a parte), ma di incroci ce ne erano davvero pochi.

Eppure sbagliai, preso dagli Steely Dan e da un pensiero natalizio (io quando sono felice penso sempre al Natale che verrà anche, tipo, il primo gennaio). Sbagliai come un cretino.

Finii così a oltrepassare la collina sbagliata, e passare una collina significa salire e soffrire per ore. Risultato: sei chilometri in più rispetto ai 31 e mezzo schedulati. Sei chilometri in più di cui cinque in collina, poiché ho dovuto rifare la collina sbagliata per salire su quella giusta. Insomma un’ora e un quarto di fatica supplementare.

Ma la vera piaga – e ve lo dico col tono della celebre scena del film Johnny Stecchino – è stata quella delle mosche. Mai vista una concentrazione simile, da farsi strada col machete. Saranno le vacche coi loro scarti naturali, saranno i pellegrini con la loro traspirazione innaturale, ma qui in Galizia c’è la Woodstock delle mosche: tutte lì a rotolarsi nel fango, ad accoppiarsi e prolificare come se non ci fosse un domani ronzante, a danzare nude nel sole. A ora di pranzo non potevo fermarmi per sbranare il bocadillo perché temevo che aprendo la bocca avrei ingerito in forma alata più dell’immaginabile. Quindi, seguendo alla lettera il Manuale delle Giovani Marmotte, da buon marmottone navigato, ho adottato due provvedimenti.

Primo, cercare una zona ventilata per disorientare gli odiosi insetti. Secondo, coprirmi quanto più possibile, soprattutto la testa

Il primo espediente è risultato vincente. Ho raggiunto una zona fuori dal percorso – ergo, distanza in più da coprire, fuuurbo! – su una altura. Effettivamente, a rischio di prendermi una polmonite per il ventazzo, sono riuscito a mangiare senza condimenti indesiderati.

Il secondo espediente invece ha innescato un altro mezzo disastro. La mia bandana gialla – minchia gialla, che io ne avevo una bellissima scura usata a Capo Nord e l’ho lasciata a casa perché volevo “colorare” la mia avventura, cretino again – scoraggiava sì le mosche togliendo loro un fertile atterraggio sulla mia capa incolta e sudata (ci penso ora e dico in coro con voi: che schifo!), ma al contempo attirava tipo calamita atomica tutti i moscerini del Patto Atlantico. Dico solo che ho percorso sei chilometri in più per l’errore di cui sopra e non sono le gambe e i piedi ad averne risentito. Ma le braccia e le mani, per quanti insetti ho scacciato e schiacciato. Insomma sono il Bolsonaro dei moscerini, e non mi pento        

P.S.
Domani, se il Padre di tutti i camminatori mobili e immobili vuole, arriverò a Santiago. Dopo 33 giorni, 800 e passa chilometri, un milione e centomila passi e ventisette post qui. Forse mi commuoverò o forse mi farò una risata, forse mi andrò a coricare alle sette del pomeriggio o forse berrò sino a notte fonda, forse tirerò la somma di tutti questi pensieri chilometrici o forse guarderò il cielo e basta, forse la racconterò o forse me la racconterò.
Di sicuro, ma proprio sicuro sicuro, vi ringrazierò. Perché molti di voi mi hanno stupito, e il motivo è una gioia che sarà mia e soltanto mia. Per sempre.

(27 – continua)

I trucchi della pro-loco

Da Abadìn a Vilalba.
Da Vilalba a Xeixòn.

Cominciamo dalla fine. Sono in un hotel-ristorante a vocazione più che campagnola, dalle parti di Guitiriz in Galicia. È ora di cena, intorno a me in una sala semideserta ci sono due coppie e una donna sola. Nessuno di loro veleggia al di sotto degli ottant’anni. Il più giovane, temo in un raggio di tre chilometri quadrati, è il cameriere, Ramon (naturalmente!), che riempie il riempibile con la sua presenza amplificata, la sua voce, la sua gestualità da torero. Ensalada, olè! E l’asparago abbracciato a lattuga e pomodoro vola sul tavolo come un boccale di birra nel far west. Qui non c’è un menù scritto, tutto passa attraverso l’ugola di Ramon. Che avendo scoperto il sottoscritto in sala, si diverte a tradurre in italiano – a suo modo – ogni frase scambiata con gli ottuagenari. I quali, facendo buon viso a cattivo gioco, sorridono e annuiscono perché segretamente hanno spento tutti gli apparecchi acustici. Saranno anziani, ma non fessi.

È la degna conclusione di una due giorni coi chilometri all’ammasso e con l’umore che resiste, nonostante la fatica si faccia sentire (sono comunque oltre il settecentesimo chilometro in un mese di marcia senza soste). È come se il Cammino ti dotasse di anticorpi, ti regalasse una resistenza che non è fisica, ma ironica: un modo di guardare al disagio come a un’occasione per masticare tra i denti un chewing-gum al sapore di “chi se ne frega”.

Ieri ho incontrato un signore, avanti con l’età, (qui i giovani o li nasconde la pro-loco oppure si travestono da vecchi per assecondare la moda del luogo) che passeggiava sotto il sole alle tre del pomeriggio. Aveva cappello di paglia, bastone, camicia ben stirata. E camminava sereno sotto le martellate della calura galiziana. Affiancandolo gli ho chiesto “come va?”. E lui: “Passeggio sennò dopo pranzo mi viene sonno e la notte non dormo”.

Semplice logica di campagna che in una dozzina di parole azzera sessant’anni di servizi dei telegiornali sugli anziani e il caldo: probabilmente qui li mettono a essiccare come i pomodori e magari si conservano meglio. Di fatto la Galicia è più fresca delle nostre contrade. Non fresca a tal punto da debellare un’epidemia che, man mano che ci si avvicina a Santiago, mette a dura prova un organo sensibile e sottovalutato in questi frangenti: il naso. Col passare dei chilometri e dei giorni la cura nel lavare gli indumenti deve aumentare poiché il sapone è sapone, ma le magliette sempre tre sono. Stamattina ho avuto la sfortuna di finire sottovento rispetto al pellegrino sbagliato, e ne è venuto fuori un rarissimo caso di scatto in salita. In apnea per giunta.

Era la tappa più lunga del Cammino del Nord, quasi 33 chilometri, ma nonostante il caldo che mi ha costretto a muovermi a zigzag per cercare l’ombra degli alberi – tipo ubriaco – non è stata la più terribile. Merito anche di un pisolino schiacciato sul fieno, nel nowhere di una landa dove zanzare, formiche, vermi e mosche hanno firmato una pax sindacale che consente allo stanco viandante di riposare in modo da ritrovarlo più forte quando, rimessosi in piedi, bisognerà tornare a rompergli i coglioni.
Che geni questi della pro-loco.

(26 – continua)

Comunque i centimetri contano

Da Lourenzá a Abadìn.

Non invocherò la famosa questione di centimetri. Nossignori qui si discute di metri, diverse centinaia, quasi un chilometro.  La storia di oggi è la storia di un’illusione orografica, di un grande inganno topografico.

Tutto era cominciato in ritardo, come al solito. La stragrande maggioranza dei pellegrini/camminatori si mettono in marcia quando nella mia stanzetta d’albergo c’è ancora la nebbia, con le rane che gracidano e il sole che gira al largo. Io mi alzo con calma intorno alle 8,30, faccio colazione, raccatto le mie cose (con uno zaino-casa vi assicuro che non è operazione rapida), poi parto. Insomma inizio a vivere quando gli altri stanno morendo sulla seconda salita.

Mentre prendo il caffè e ingurgito calorie sotto forma di cornetto, pane o altro prodotto da forno d’annata (qui ci si imbatte in colazioni non sempre da gourmet, del resto è Cammino e non Promenade), consulto il mio manuale-guida per rinfrescarmi la memoria sul sacrificio che mi attende. Stamattina mi ha colpito una frase riferita a una salita: “L’ultimo quarto sarà decisamente duro!”. Solitamente questa guida tende a evitare i toni assoluti ed è solita derubricare i tratti drammatici a tratti difficili, senza mai usare i punti esclamativi. Stamattina lo beccai, ‘sto punto esclamativo. E per una sorta di autodifesa inconscia l’ho ignorato.

Cammin facendo ho macinato salite su salite e quel “decisamente duro” ha cominciato a riaffiorare. A ogni tratto in pendenza – e oggi c’era un nastro di almeno 7-8 chilometri di saliscendi – pensavo: “Beh, questo è ‘decisamente duro’”. In modo da giustificare la mia crescente fatica e contemporaneamente allontanare lo spettro di qualcosa di peggiore. Verso la fine di questa lunga strada tra le montagne ero quasi convinto di avere definitivamente alle spalle il tratto maledetto: del resto avevo faticato moltissimo, più del solito, devo ammettere. A un certo punto ero abbastanza in alto sul costone, e stare in alto significa avere le salite alle spalle a meno che uno non auspichi altro tipo di ascensioni che in vita sono un po’ difficili da compiere senza adeguato sussidio tecnologico. Ed è accaduto l’imprevedibile. Passo dopo passo la strada ha cominciato a scendere verso il fondo valle, io mi chiedevo che cazzo ci fosse lì sotto, la casa di Biancaneve, un villaggio di gnomi, la stazione di partenza di una teleferica. Niente, si scendeva vertiginosamente, perdendo tutto il vantaggio accumulato in litri e litri di sudore nelle tre ore precedenti. Poi, prima di una curva a destra il colpo di scena, tipo lama nel buio in un film di Dario Argento: un cartello, dipinto a mano (nella foto sopra): “Ultreia animo!!!”, che significa “andiamo avanti, forza”. Ancora punti esclamativi, ma stavolta non li potevo ignorare. Infatti dietro quella maledetta curva il mondo cambiava e diventava verticale. La più pesante salita di questo Cammino: dura per una congerie di motivi, perché arriva alla quarta settimana di fatica ininterrotta, perché arriva dopo pranzo (pranzo, beh…) quando tu vorresti farti un pisolino, perché arriva a tradimento, perché arriva e hai ancora dieci chilometri da fare.

Non è eroismo, ma semplice sopravvivenza. Vorresti buttarti per terra se non fosse che per la pendenza ti prenderebbero in caduta libera a Bagheria entro un paio d’ore. Vorresti superare i due pellegrini che ti camminano davanti con un’andatura che è più lenta della tua in modo da disturbarti (il ritmo è tutto in queste prove), ma non sufficientemente lenta da consentirti un sorpasso, insomma ti rompono i coglioni al cubo. Vorresti un elicottero, un aiuto da casa, uno skilift, un letto, vorresti la musica giusta ma in quel momento c’è una rivolta delle playlist nel tuo smartphone, vorresti una maglietta pulita e non quello straccio fradicio che hai addosso, vorresti divano tv birra e rutto libero, vorresti urlare al mondo che tu non sei un pellegrino, che non vuoi espiare niente, che manco la credenziale hai (probabilmente sei l’unico cretino che non chiederà nulla a San Giacomo contando sul fatto che se quello è santo non ha bisogno di suggerimenti o ed è immune alle raccomandazioni). E invece sei lì inchiodato a quello sterrato che ti tira giù mentre tu sali su. “Ultreia et suseia”, c’è scritto in un altro cartello lungo questa via crucis di terra e sassi al limite del ribaltamento. Lo guardi che sei a un passo dall’infarto e l’ultima kilocaloria succhiata da una caramella che ti fa pure schifo perché è di pappa reale e tu non sai manco cos’è la pappa reale, la dividi tra il brandello di quadricipite femorale destro che ti è rimasto funzionante (il sinistro va a traino tipo Di Maio col primo partito che passa) e l’ultimo neurone non fulminato da caldo e fatica: solo allora realizzi che “ultreia e suseia” non è il grido di battaglia di un pastore sardo incazzato, ma l’invocazione ad andare “avanti e più in alto”.
Più in alto??? 

(25 – continua)

Il doping per lo spirito

Da Ribadeo a Lourenzá.

Cortocircuiti della modernità. Mentre scarpinavo sulle salite della Galicia sono stato coinvolto, complice la felice connessione del mio iPhone (che mi regala la musica con la quale mi drogo senza ritegno) dalle notizie che arrivavano dall’Italia: la crisi di governo e, molto più importante, la scomparsa di un caro amico, Ariberto (di cui ho scritto qui).  

Giornata strana oggi.

Un percorso nel profondo del nulla, attraverso paesini che non sono paesini, ma quattro case fantasma incatenate da trazzere.
Un cielo che manda giù pioggia giusto il tempo di scafandrarti per poi cuocerti alla griglia, anzi come dicono qui a la plancha, sotto un sole caino.
Un’immersione nella natura selvaggia di immensi boschi turbata da uno stop forzato, nel cuore di una montagna, perché stanno abbattendo alberi per l’industria della carta (e questo apre un dualismo doloroso nella coscienza del giornalista-camminatore).
Un bar, l’unico nel raggio di dieci chilometri e passa, che dovrebbe darti elementi solidi di ristoro, ma che invece è una specie di bettola in cui due galiziani fumano, bevono e non vogliono essere disturbati: sgomma, che qui non abbiamo niente per te.

Ma è anche la giornata in cui un contadino si ferma col trattore perché ti vede su un sentiero sbagliato e ti riporta sulla retta via, e mai metafora fu più luminosa: dandoti un buen camino e il cinque, in una inusitata doppietta di sacro e profano, di antico e moderno, di reale e ultra-reale.
È la giornata di un’anima ansimante che vedi in cima alla salita. È in difficoltà, te ne accorgi perché si fa raggiungere entro poche centinaia di metri. Scopri che è un ragazzo, uno molto più giovane di te, e va piano perché ha la mano destra impegnata. Direte voi, cammina con le mani? No, ha un rosario (nella foto sopra) e scandisce i suoi passi con una nenia che avverto ma non sento.
Mi piace pensare che sia una specie di doping per lo spirito.
Mi piace pensare che sia per Ariberto che, in quel frammento di giornata, per me è ancora vivo mentre se n’è andato nella discrezione a lui consona più di una settimana fa.

(24 – continua)

Dopo

Da La Caridad a Ribadeo.

Stando ai calcoli, che gestisco tra Garmin al polso, guida nella tasca dello zaino e taccuino alla mano, sono a 621 chilometri percorsi, per un totale di circa 840 mila passi. La schiena e le gambe reggono bene, la testa fa quel che può (del resto anche in tempi di pace…), insomma si va oltre la fatica. Che, come ho già raccontato, è una questione di puro relativismo quindi è acqua passata. 

Santiago si avvicina, già si incontrano le grandi croci rosse (nella foto sopra) in cemento o in legno che furono messe lungo il Cammino nell’anno Giacobeo 1993 e il pensiero che si insinua è quello del dopo.

Il dopo, tadaaah!

So che mangerò tutta la pasta che mi è mancata, so che mi toccherà raccontare, e volentieri, questa esperienza secondo i codici del mio lavoro, so che dormirò nel mio letto, so che finalmente avrò almeno una quarta maglietta da indossare, so che mi muoverò per la prima volta dopo 35 giorni su un mezzo meccanico e non sulle mie gambe, so che riprenderò i ritmi del lavoro.

Ma so anche che dovrò affrontare un’impresa ardua per un Doc come me: scardinare i riti. Attualmente la mia giornata è un perfetto sistema di efficienza sportiva, regolare come le fasi di un motore a scoppio: sonno, cibo, 25 km, cibo, sonno… Sorvolo su (im)prevedibili dettagli personali e su incombenze che a voi possono sembrare primitive tipo quella di fare il bucato ogni santo giorno appena arrivato in albergo, in modo che la biancheria si possa asciugare entro la mattina dopo: è come se voi, tornando a casa dall’ufficio, prima ancora di mettervi le pantofole vi buttaste tipo giocatore di rugby su una tavoletta di sapone di Marsiglia e cominciaste a ravanare come forsennati tra mutande e calzini sporchi.

Ecco, il mio dopo che inizia a materializzarsi chilometro dopo chilometro lo immagino e non lo temo, anche se so che dovrò usare i guanti per gestirlo. Parlando con chi ha fatto questa esperienza prima di me e l’ha rifatta – perché il Cammino non è un viaggio turistico, ma una esplorazione di se stessi – ho assorbito molte indicazioni interessanti. Nulla di mistico per carità. Anzi, molto di pratico, reale. È come imparare una nuova lingua, che userai solo con chi ti vorrà ascoltare: una grazia del cielo per chi vive di rapporto con gli altri, di creatività, di comunicazione.

Il dopo di queste esperienze è sempre un inizio. Lo sappiamo prima di cominciare, altrimenti ci faremmo vacanze normali. Sto incontrando molte persone che cercano di cucire il passato e il futuro con un filo lungo più di 830 chilometri, senza rattoppare.

Mi piace pensare che chi fa il primo del milione di passi che lo accompagneranno – e perseguiteranno – nei meandri di se stesso è come quel tale che mentre gli altri si interrogano su come fare una cosa, lui pensando ad altro di più importante, la fa.

(23 – continua)      

Tranquilli, non ci aspetta nessuno

Da Luarca a La Caridad.

Camminare per più di un mese, senza fermarsi mai, ha un vantaggio al quale si pensa solo quando si scarpina per più di un mese, senza fermarsi mai, e si cerca disperatamente un vantaggio a cui pensare. Per una volta si azzerano le ipocrisie, si abbandonano i laccioli delle convenzioni e ci si culla deliziosamente in un sano cinismo.

Non ci aspetta nessuno.

Non ce ne rendiamo conto, ma al di là dei vincoli di sangue (e spesso nemmeno quelli costituiscono un’eccezione), le cose cambiano in un modo talmente vertiginoso che manco un passe-partout potrebbe aiutarci ad aprire porte alle quali improvvisamente è stata cambiata la serratura. Paradossalmente l’elisir di lunga vita è proprio la coscienza della caducità delle cose della vita, almeno per quello che appartiene al vivere e non al sopravvivere.

Ci scherzavo su qualche giorno fa con un’amica via sms: “Manco Alexa mi riconoscerà al ritorno”. E non era un azzardo giacché la tecnologia, che sempre più vuole scimmiottare le cose umane, sa come gestire il senso di mancanza: provate a non usare un account di un social per qualche giorno e vedete come vi comincerà a tampinare.

Non ci aspetta nessuno.

E quel nessuno non è il genitore o il figlio che ha un nucleotide calamitato nel Dna che attrae o respinge a seconda della polarità (e spesso manco funziona troppo bene), ma è il 99,99 per cento del tuo resoconto sociale. È il collega di lavoro che ti saluta con un sorriso in cui l’unica cosa genuina è il tartaro dei denti, è l’amico che ti chiama perché dice che ha voglia di sentirti ma che poi ti infilza con un problema che “solo tu puoi risolvere”, è la persona alla quale manchi quando a lei mancano tutti gli altri. È l’ordinario travestito da straordinario, il superfluo che pare vitale sino a quando non lo guardiamo con altri occhi, o altri occhiali.

La verità è che proviamo vergogna a dirci queste cose perché, sbagliando, le cataloghiamo come possibili fallimenti. In realtà basta rompere il vincolo dell’ipocrisia, magari camminando con un benedetto zaino in spalla che è tutto insieme casa e lavoro, per capire la reale essenza della questione. Non aspettarsi nulla dagli altri è il miglior modo per lasciarsi sorprendere dagli altri. È il più grande atto di fiducia nei loro confronti. E in noi stessi.

P.S.
Si vede che la tappa di oggi era lunga e monotona, eh…  

(22 – continua)    

Beh, si muore

Da Ballota a Luarca.

Talvolta capita di imbattersi in foto attaccate a un albero, o in mazzi di fiori depositati all’angolo di un sentiero. Sono le “vittime del Cammino”, quelle che giornalisticamente sono parte della cosiddetta “Spoon River” di Santiago. Si stima che negli ultimi trent’anni i morti siano stati intorno ai duecento. Nel 2017 due testate giornalistiche, La Voz De Galicia e FrancigenaNews, hanno fatto un po’ di statistiche e hanno constatato che si muore prevalentemente di infarto, ictus e, in questo periodo, di disastri causati dai colpi di calore (immagino l’ebollizione di pensieri di mio padre a tal proposito, ma questa è un’altra storia). Poi ci sono gli investimenti su strada, gli annegamenti e, pochissimi, gli omicidi. Famoso il caso di un maniaco omicida che modificava le indicazioni del Cammino a mo’ di trappola: lo arrestarono quattro anni fa ed è tragicamente una storia da film. Circa duecento morti quindi, in trent’anni. Il dato può impressionare se buttato lì, senza altri parametri.
E allora mettiamoli in campo, ‘sti altri numeri. 

Nel 2018, l’ufficio del Pellegrinaggio di Santiago di Compostela, secondo le stime ufficiali, ha accolto 327.378 pellegrini, la maggior parte sono donne: il 93,49 % sono arrivati a piedi, il 6,35 % in bicicletta, lo 0,10 a cavallo (il Galoppo di Compostela?), e lo 0,2 in carrozzina. Parliamo di pellegrini, cioè di persone che si registrano: da questi numeri è quindi esclusa quella parte di camminatori che, come me, marciano invisibilmente anarchici.

Quindi a fronte di una folla che si cimenta in un’impresa – parlo del Cammino del Nord o anche del Cammino Francese – qualcuno muore. È un mio problema, lo so, ma quello del rapporto con la morte è un tema per il quale non mi sento allineato col sentire comune (e non è un motivo di orgoglio). Secondo i miei parametri del dolore, la morte durante una missione, durante una gara, durante un’esperienza che ci vede concentrati è altra cosa rispetto al game over per il vaso che cade sulla testa dal terzo piano, al boccone che ci va di traverso (“assassinato dal pane e panelle”). È una morte contestualizzata, è l’addio al palcoscenico con l’orchestra che suona e non l’inghiottimento nel gorgo di un cesso del quale non abbiamo manco tirato noi la catenella. Mi è capitato più volte di polemizzare qui e altrove contro chi invocava, ad esempio, la sospensione di una maratona dopo la morte di un concorrente. Una bestemmia innanzitutto per la vittima che quella maratona voleva chiuderla col tempo migliore e che si sarebbe rivoltata nella tomba nell’apprendere di aver bruciato la gara a migliaia di persone che, come lei, si erano rotte il culo per un anno prima di cimentarsi in quella prova estrema. 

A tutto questo pensavo stamattina mentre, dopo Cadavedo, in cima a una salita mozzafiato ho trovato una foto attaccata a una ringhiera: “In loving memory of Kyriacos Zindilis”. Ero talmente stanco che ho fatto una foto indecente (concedersi la debolezza di essere palesemente deboli è una forza che sto sperimentando nel Cammino), ma l’ho fatta più per ricordarmi di non dimenticare che per altro.

Per i restanti chilometri roventi – oggi c’era un caldo tragicamente palermitano – mi è rimasto impresso il volto di quell’uomo sorridente. E mi sono immaginato i suoi ultimi frame. L’entusiasmo della partenza alla mattina, le chiacchiere, la stanchezza che arriva, il sudore tra la maglietta e lo zaino, la prova da superare, la felicità per la cima raggiunta, un doloretto ma chissà, il cielo, il sole in faccia come al mare, come in vacanza. E all’improvviso la concitazione attorno, degli altri che si chiedono cosa accade e lui che si compiace anzichè preoccuparsi: ve l’avevo detto che ce la facevo, è bellissimo, anche questo sole… poi non fa così caldo, tranquilli che ora si riparte, si ricomincia.

E lui tranquillo che ricomincia. Altrove, senza fatica.

(21 – continua)