Paura di raccontare

Mi sto occupando per lavoro di una storia di cronaca di molti anni fa nella quale, come spesso (mi) accade, ho a che fare con il concetto di verità applicato al concetto di Stato. Che sono due cose strane da accoppiare.
Da un lato uno Stato dovrebbe garantire una verità accessibile e riscontrabile qualsiasi essa sia, dall’altro parlare di verità di Stato significa esattamente l’opposto in termini di accessibilità e riscontrabilità.
Del resto siamo il Paese in cui è caduto un aereo senza che nessuno nelle stanze dei bottoni (stanze dei bottoni è orribile, ma neanche il contesto è gradevole) battesse ciglio per decenni, in cui le bombe nelle piazze hanno avuto colpevoli spesso presunti e capri espiatori certificati, in cui abbiamo avuto tre tipi di terrorismo, quello di sinistra che era contro lo Stato, quello di destra che era dentro lo Stato e quello mafioso che era contro e dentro lo Stato.

Quando mi imbatto in cronache datate per trarre spunti di narrazione o più semplicemente per colmare una delle mie tante lacune, ho una specie di sindrome da rientro. Sapete, come quando tornate da una lunga vacanza e vi chiedete “ma al lavoro mi vorranno ancora?” e cose simili. Ecco, quando mi tuffo in quel passato ho la sensazione che oggi non gliene freghi niente a nessuno di quei nodi mai sciolti, di quelle righe mozze, di quelle vite senza storia. Insomma mi pare di ritrovarmi in mondo che quando mi vede sbuffa.
Probabilmente qualcuno di voi sbuffa già qui, a metà di un post scritto nel presente, che parla di passato e che ancora non ha un futuro.

Nel campo dell’arte e della cultura – per quello che conosco e che frequento – il passato è spesso ricostruzione, artificio, effetto e ogni tanto spunto per una riflessione. Ma è difficile che qualcuno lo spieghi, provi a decrittarlo: perché c’è questa specie di indolenza per la quale illustrare annoia. Quindi o si ammanta il tutto con la teatralità di artifici, effetti eccetera, o si pensa che lo spettatore sbadiglierà già davanti alla locandina.
I teatri e la tv, ma anche il mondo dei podcast (nei libri c’è però la bella eccezione di Antonio Scurati) sono più propensi a confortare con prodotti che raccontano ma solo un po’, in cui la contaminazione con l’umorismo o la leggerezza o il glam di un attore diluiscono il tutto.

Non voglio fare esempi concreti – ne ho almeno una decina, per rimanere solo al 2024 – perché non mi interessa la polemica (alcuni degli autori in questione sono miei amici o professionisti che stimo). Mi interessa che passi un concetto che riguarda tutti, autori e lettori, artisti e pubblico, ministri e cittadini: un Paese che non ha paura del futuro deve imparare a raccontare innanzitutto il suo passato meno noto, a illuminare gli angoli più bui, a non sottovalutare la cronaca che da domani sarà storia.        

Il 2011 e la Rete

Per ricordare cosa è accaduto quest’anno e come gli eventi sono stati vissuti dalla Rete c’è un bellissimo sito da vedere. Se avete fretta, memorizzate l’indirizzo e tornate quando sarete un po’ più liberi. E’ una lettura che va fatta con calma.

 

Barbara Berlusconi, cuore di figlia

Cuore di figlia. Barbara Berlusconi tuona contro Mara Carfagna e, sino a un certo punto, contro la condotta libertina del padre.
L’Italia è uno strano Paese. Se tu prendi i singoli, uno per uno, ti diranno peste e corna dell’attuale premier. Poi alla conta, nel marasma della moltitudine, votano quasi tutti per lui, per il fottutissimo  sciupafemmine (anche minorenni) che ci dà il tormento e che fa invidia.
Il guaio è che lo stesso fenomeno probabilmente riguarda anche i suoi parenti. La Berluschina, ad esempio, lancia il sasso (e ostenta  imbarazzo per il caso Ruby) ma poi dice: “Sarebbe ingiusto se della sua (di Berlusconi, ndr) straordinaria vita politica si ricordasse solo questa stagione”. Che è come dire: Attila era quello che era, ma amava i pettirossi.
Il berlusconismo, di cui Barbara è vittima incolpevole (ricordiamoci che i figli ancora non possono accollarsi tout court le colpe dei padri), è anche questo. Dissentire e giustificare, stroncare e rianimare, generalizzare e ritenersi unici. Verrà un tempo in cui si potrà dire con franchezza: questo mi sembra sbagliato e basta, questo è giusto e basta. Ma quel tempo non è adesso.
Il governo degli equivoci – tra Carfagne moralizzatrici e Capezzoni catechisti – non può durare in eterno. Mussolini ci mise venti e passa anni per inventare un regime e – diciamolo chiaramente – non era Berlusconi. Finì come finì. Berlusconi ha solo cercato di disegnarsi un regime su misura, sulle sue questioni giudiziarie e sessuali. Comunque finisca, teniamo la Storia a distanza di sicurezza.

Il rito millenario e la città insofferente

Foto di Daniela Groppuso
Foto di Daniela Groppuso

In tutte le città del mondo la maratona è una festa.
Nella mia vita ho corso un po’ qua e là e quando mi è capitato di avere l’onore di partecipare a una gara ufficiale – sempre come l’ultimo dei dilettanti – sono rimasto affascinato dal ruolo del pubblico.
Dovunque ti incitano, ti chiamano per nome (il numero di pettorale), ti danno pacche: tutti, quando ti vedono passare, ti trattano come un campione, anche se sei piegato dalla fatica, se piangi per i dolori ai polpacci, se sei ultimo, o vecchio, o grasso, o scoordinato. A New York addirittura ti accompagnano con la musica, diversa per ogni strada che percorri.
La maratona è una gara antica come l’umanità, e però non ha nulla di umano. Il nostro organismo infatti non è stato progettato per sopportare un simile sforzo. Però fa parte dell’indole umana la volontà di sfidare i limiti, di vincere le scommesse più importanti, quelle contro se stessi.
Per questo molti corrono. Corrono fino a sfiancarsi. Per meta hanno un numero: 42,195. I chilometri che consumeranno sperando che le loro scorte di glicogeno durino oltre il fatidico 33esimo chilometro e confidando nel sospiro di un vento favorevole.
La maratona è la corsa dell’uomo verso l’impossibilità di un traguardo valido per tutti. Ogni atleta è una storia a sé, ogni passo è una scommessa, ogni goccia di sudore non è mai sprecata.
Ecco perché in tutte le città del mondo la maratona è una festa.
Ieri a Palermo la corsa silenziosa di quegli uomini che sfidano un rito millenario è stata inquinata dalle urla degli automobilisti imbottigliati agli incroci, dai clacson, dai grugniti di insofferenza e soprattutto dall’indifferenza generale.
Vergogna.

Nobel

barackobama

La Storia ha i suoi tempi. Non vi pare che con l’ottimo Obama si stia correndo un po’ troppo?

Mezzo adeguato

Dice Maroni che bisogna contrastare i clandestini con ogni mezzo. E’ il primo caso nella storia di dichiarazione di guerra senza un nemico.