Soldi, cazziate, rumori e vesciche

Vacanze alle porte. Soddisfazione per esserci arrivati vivi e speranza di uscirne altrettanto. Prima di partire per l’avventura di cui vi ho accennato sui giornali e altrove e di cui parleremo meglio in questo blog, ho scelto di ripescare alcuni appunti dei mesi scorsi e di rendere pubbliche le lezioni che ne ho tratto.

L’ultima manovra del nostro governo è stata di circa 28 miliardi di euro. Il compenso che l’assemblea degli azionisti di Tesla ha approvato per Elon Musk è stato di 55,8 miliardi di dollari, quasi il doppio. Il vero motivo di preoccupazione non è nella cifra, ma nei comportamenti che ne derivano: più un manager è strapagato, più prenderà decisioni legate alla sua remunerazione, con conseguente epidemia di insoddisfazione nei dipendenti. Un tempo c’era il mito che comandare è meglio che fottere, oggi siamo al comandare fottendo.

Ho letto un bell’articolo di Alex Ross sul New Yorker a proposito del rumore e mi sono segnato una frase: “Se decidiamo di ascoltare qualcosa, allora non è rumore anche se molti lo trovano orribile. Se siamo costretti ad ascoltare qualcosa, allora è rumore, anche se molti lo trovano magnifico”. Insomma, musica è il nome che diamo al rumore che ci piace. Se ci pensate questo principio sana mille chiacchiere inutili sui brontosauri del rock, su Taylor Swift, sulla musica house e persino su Gigi D’Alessio.

Il mio Doc (disturbo ossessivo compulsivo) di cui vi ho parlato varie volte, tipo qui, si è molto affievolito negli anni. Lo scorso inverno sono riuscito a lasciare una tazzina di caffè sporca nel lavandino addirittura per due giorni. E non fa niente se me la sono dimenticata prima di partire per un weekend. Il risultato è quello che conta. Prossimo obiettivo, accendere le luci di casa in ordine sparso.

È difficile dire che l’arte ha sempre il sopravvento sulle miserie umane. Spesso è fatta da lestofanti che ottengono risultati meravigliosi, mentre tante anime candide seppur volenterose non cavano un ragno dal buco. Vi ho consigliato questo libro che impara a distinguere le biografie degli artisti dalle loro opere. Ecco, prima di lanciarvi sempre negli stessi esempi quando si parla di queste cose – Caravaggio, Polansky, Nabokov – fatevi qualche lettura in più: l’esercizio della critica comporta innanzitutto la responsabilità della conoscenza. Lo ripeto a me stesso, prima ancora che a chiunque altro.

Le guerre, i conflitti regionali, la polarizzazione dell’odio ci costringono a guardare le cose in modo nuovo. E la socialità spinta dei nuovi media ci impone di dire sempre e comunque qualcosa. La lezione che ne ho tratto è che dobbiamo imparare a domare la falsa universalità che mette aggressori e vittime sullo stesso piano. Che sia Russia, Ucraina, Israele o Palestina accettare un principio di responsabilità equo significa per una volta ammettere che non siamo tutti uguali quando uno ha un mitra e l’altro le mani alzate.

“La durata di un film dovrebbe essere commisurata alla capacità di resistenza della vescica umana”. La paternità della frase è ancora oggi discussa, c’è chi dice Alfred Hitchcock e chi dice che il maestro stesse a sua volta citando il drammaturgo George Bernard Shaw. Chiunque l’abbia pronunciata ha svelato l’unico confine valido dinanzi alle sconsiderate pulsioni creative di chi fa il mio mestiere. Lo confesso, nei mesi scorsi ho fatto un training intensivo su questa frase. Con tanto di prove di resistenza. Ma proprio fisica, eh.

Una volta, in un giornale in cui lavoravo, avevo un vice bravo ma severo. Un giorno mi accorsi che stava facendo una cazziata molto dura a un corrispondente. Quando lui finì, lo chiamai a solo e gli chiesi: sai quanto lo paghiamo a pezzo quel collaboratore? Lui si andò a informare e tornò. Non da me, ma da lui. Lo chiamò e lo sentii scusarsi.

A questo ho pensato in questi ultimi mesi. Non so quanto, ma se anche una sola di queste parole potesse servire per prevenire una minchiata o arginare un dolore, mi sentirei meno inutile del solito.

Paura di raccontare

Mi sto occupando per lavoro di una storia di cronaca di molti anni fa nella quale, come spesso (mi) accade, ho a che fare con il concetto di verità applicato al concetto di Stato. Che sono due cose strane da accoppiare.
Da un lato uno Stato dovrebbe garantire una verità accessibile e riscontrabile qualsiasi essa sia, dall’altro parlare di verità di Stato significa esattamente l’opposto in termini di accessibilità e riscontrabilità.
Del resto siamo il Paese in cui è caduto un aereo senza che nessuno nelle stanze dei bottoni (stanze dei bottoni è orribile, ma neanche il contesto è gradevole) battesse ciglio per decenni, in cui le bombe nelle piazze hanno avuto colpevoli spesso presunti e capri espiatori certificati, in cui abbiamo avuto tre tipi di terrorismo, quello di sinistra che era contro lo Stato, quello di destra che era dentro lo Stato e quello mafioso che era contro e dentro lo Stato.

Quando mi imbatto in cronache datate per trarre spunti di narrazione o più semplicemente per colmare una delle mie tante lacune, ho una specie di sindrome da rientro. Sapete, come quando tornate da una lunga vacanza e vi chiedete “ma al lavoro mi vorranno ancora?” e cose simili. Ecco, quando mi tuffo in quel passato ho la sensazione che oggi non gliene freghi niente a nessuno di quei nodi mai sciolti, di quelle righe mozze, di quelle vite senza storia. Insomma mi pare di ritrovarmi in mondo che quando mi vede sbuffa.
Probabilmente qualcuno di voi sbuffa già qui, a metà di un post scritto nel presente, che parla di passato e che ancora non ha un futuro.

Nel campo dell’arte e della cultura – per quello che conosco e che frequento – il passato è spesso ricostruzione, artificio, effetto e ogni tanto spunto per una riflessione. Ma è difficile che qualcuno lo spieghi, provi a decrittarlo: perché c’è questa specie di indolenza per la quale illustrare annoia. Quindi o si ammanta il tutto con la teatralità di artifici, effetti eccetera, o si pensa che lo spettatore sbadiglierà già davanti alla locandina.
I teatri e la tv, ma anche il mondo dei podcast (nei libri c’è però la bella eccezione di Antonio Scurati) sono più propensi a confortare con prodotti che raccontano ma solo un po’, in cui la contaminazione con l’umorismo o la leggerezza o il glam di un attore diluiscono il tutto.

Non voglio fare esempi concreti – ne ho almeno una decina, per rimanere solo al 2024 – perché non mi interessa la polemica (alcuni degli autori in questione sono miei amici o professionisti che stimo). Mi interessa che passi un concetto che riguarda tutti, autori e lettori, artisti e pubblico, ministri e cittadini: un Paese che non ha paura del futuro deve imparare a raccontare innanzitutto il suo passato meno noto, a illuminare gli angoli più bui, a non sottovalutare la cronaca che da domani sarà storia.        

Aggiungi un fesso a tavola

A Palermo quattro fessi hanno organizzato una festa coi cartelli “save the planet” in una riserva della Lipu (che non è un ipermercato ma un’organizzazione che protegge gli uccelli). Che è come fare il Pride declamando orgogliosi il libro di Vannacci o come pretendere di spostare Salvini dal Papetee a Riace senza dj e donne in bikini.
Ma c’è di peggio.
Una torma (pressoché social) di palermitani che conosce il sito in questione, Isola delle Femmine, solo perché ci inciampa con lo sguardo quando è in coda sull’autostrada, ha scatenato una tempesta degna di un “effetto pecora” mondiale. Prima di oggi infatti quasi nessuno degli indignati commentatori aveva idea di cosa ci fosse su quell’isolotto, a parte un rudere scambiato per ex carcere e quattro rocce scacazzate dai gabbiani.

Siamo così, noi palermitani. La “Palermo bene”, definizione evanescente come chi la usa (autocritica), la scopriamo quando non siamo invitati, quando la corrente del veleno ci chiama, quando dire qualsiasi cosa equivale a esistere in qualsiasi modo. Eppure non sappiamo quasi nulla di ciò che ci circonda fin quando ciò che ci circonda non ci supera, ci surclassa. È il tipico fenomeno dell’ignoranza colpevole: se non ci vengono a citofonare non possiamo mai dire di essere informati su qualcosa. Mai che ci scappasse la lettura di un giornale, di un libro, di un testo che non sia diluito nel cristallo liquido di uno smartphone.

Nella città più sporca, più caotica e incivile ci si ritrova uniti nella maledizione ecologica contro quattro fessi coi cartelli che danzano per un paio di ore su un isolotto di cui non fotte un cazzo a nessuno.
La “Palermo bene” è la prima nemica di se stessa.
Di Palermo.
Del bene.
Della buona creanza.

P.S.
Non critico chi critica questi bicchieranti abusivi, ovviamente. Critico (e detesto) questa tendenza a plasmare ogni giorno un male assoluto. Con compiacente cattiveria e spregio della verosimiglianza.
Come se fossimo tutti vergini dell’ecologismo, come se non allordassimo quotidianamente parchi e giardini, come se ce ne fottesse qualcosa del decoro di una città sporca innanzitutto per colpa nostra.
L’indignazione on off è figlia di cervelli on off. Tutto qui.

Quella cosa là

Sono sempre stato contrario alle generalizzazioni. Anche quando sono adottate per pudore o per timidezza. Senza nasconderci che tendiamo a generalizzare perlopiù quando abbiamo torto.
D’altro canto detesto l’ossessiva dovizia di particolari soprattutto nei momenti di difficoltà o quando si gioca di rimessa. Non a caso faccio parte di quella schiera di esseri viventi (come gli elefanti e i vecchi capi indiani) che si ritirano in solitudine se intravedono in se stessi un bug o un difetto che può figliarne altri.
È per questo che mi sono deciso a parlare, qui e in pubblico, del nostro vero punto debole, per alcuni lato oscuro per altri catalizzatore di rivincite. Che sana le generalizzazioni e il loro contrario, nella sua indefinitezza conclamata.

Quella cosa là.

Tutti noi abbiamo o abbiamo avuto quella cosa là.
Un male improvviso, un disastro sussurato, un inciampo nascosto.
Prima o poi capita a tutti per contrappasso alle famose cinque parole più pericolose dell’universo.

Quella cosa là è un difetto che avete paura a nominare o una mina antiuomo che avete scoperto nel vostro giardinetto e non siete riusciti a disinnescare subito.
È l’alibi che vi siete inventati bluffando o la malattia (anche non grave) che avete creduto invano di avere, salvo poi incontrarla davvero.
È l’incubo che accarezzate come scusa per sottrarvi a una responsabilità o il nemico che finalmente avete sconfitto.
È la cartina di tornasole di tante false amicizie e la collana in cui inanellare nuovi affetti.
È lo specchio di Grimilde o il ritratto di Dorian Gray.

Negli ultimi mesi ho avuto quella cosa là tutta mia. Non l’avevo riconosciuta, scambiandola per una normale cosa, ma non per quella cosa.
Me ne sono accorto quando ne sono uscito, a fatica lo ammetto (uscirne e accorgersene). Perché la nostra visione delle cose patisce il recentismo e non ci consente di avere le idee chiare sin quando la polvere non cala o la nebbia non si dirada. Come andare in montagna: non basta arrivare in cima per godere del panorama, ci vuole una condizione in più, che sia climatica o psicologica sarà il caso a stabilirlo. È un bene parlarne, credetemi. Perché a tacerne – e io sono un campione mondiale di “risoluzione di cazzi propri per i cazzi propri” – si fa il gioco del nemico. Che non è quella cosa là., ma ciò che vi rivela.
La caducità di certi rapporti (caducità fa molto tema di maturità), la forza compressa nelle congiunture mentali, il vento seminato con conseguente tempesta di feedback non proprio positivi. La bellezza che fatica a farsi strada nella sofferenza e la risata che deve fottere una scossa di dolore.

È così che quella cosa là che tante rotture di coglioni vi ha provocato, vi regala a giochi fatti (se ovviamente siete sopravvissuti) una serie di nuove consapevolezze.
Tipo.
Quando siete davanti a una persona che giudicate perfetta pensate che, in fondo, è il buco che fa la ciambella.
Tipo.
Esistono autogol che, in termini di libertà, valgono meglio di una doppietta in porta avversaria.
Tipo.
Nessuno ti vuole quando perdi.
Tipo.
Lottare e magari essere sconfitti può essere una cosa bella: uno dei più grandi insegnamenti di quel gigante di Marco Pannella.

L’altro – il podcast

Avete presente l’estintore del supermercato, incorniciato nella sua vetrinetta col megafono e la scritta: “Usare solo in caso di incendio”?
Ci avete mai pensato che in realtà vi sta dicendo: “Minchia, ho detto solo in caso di incendio”?

Questo podcast è l’incrocio di quattro storie che ci sbattono in faccia una realtà alla quale tendiamo a sottrarci: senza metterci nei panni dell’altro abbiamo consumato troppe trame zoppe. E quando ci abbiamo provato, a metterci in quei panni, lo abbiamo fatto illudendoci che era un attimo. Una cosa passeggera: perché noi siamo salvi, siamo dalla parte giusta dello specchio, siamo quelli meno diversi.
Siamo immuni dall’altro.
Il futuro è un castello di Lego, mattoni piccoli, colori assortiti, bello a vedersi, impossibile da abitare senza una buona dose di immaginazione.
Lì tutto può succedere a tutti.
Persino a noi.

Liberamente ispirato all’opera scritta per il Teatro Massimo di Palermo, “L’altro” è un viaggio non comodo, non convenzionale, non consolante attraverso le vite di un bambino, un prete, un imprenditore, un poliziotto.

Ascolta su Spotify

(Grazie a Gabriella Guarnera)

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Peggio per te

È un tema che viene a galla spesso in questo blog (tipo qui) e in zone limitrofe (social, incontri con amici, lavoro, eccetera). E riguarda una mia antica avversione che mi ha causato discussioni accese e peggio ancora. Appena qualcuno mi dice “io dico sempre quello che penso” vantandosene, mi prende un attacco di ira e parto a canini sguainati per la giugulare del propalatore di pensieri non trattenuti.

Dire quello che si pensa è la cosa più facile e superficiale del mondo, al netto di questioni che riguardano regimi dittatoriali e affini, ma in quel caso la discussione è talmente ovvia da non essere esempio utile. Usare questa frase per riscuotere benevolenza o per apparire liberi e puri è da scriteriati giacché è esattamente l’opposto che emerge: una persona senza intestino che ingerisce ed espelle in un fiat (e qui sbizzaritevi con le metafore). 
La cosa veramente complicata che ci differenzia, ci eleva, ci dà pregio è esattamente l’opposto.
Non dire sempre quello che si pensa.
Filtrare i pensieri prima di trasformarli in azione. Perché riflettere è bello, frenarsi è etico, contenersi è utile.

Il rubinetto o meglio il rubinetto con filtro ai pensieri comunicati, condivisi, elargiti e molto spesso imposti senza che nessuno ne abbia fatto richiesta, ammazza persino il più basso livello di “non detto”, quello che dà tridimensionalità ai nostri rapporti e che evita la formazione di trombi pericolosissimi per gli infarti sociali ai quali purtroppo ci stiamo abituando. Pensate all’alibi di moltissimi politici dell’ultimo ventennio (soprattutto grillini e leghisti, due forme di estremismo dialettico opposte e spesso complementari): dire sempre quel che si pensa “perché sono fatto così” è una dichiarazione di impotenza contro se stessi, contro la propria libertà, contro il proprio senso critico (la critica impone riflessione, attenzione, altro che vomito di parole per come vengono). A questi signori che si vantano di non aver filtri andrebbe ricordata la bellezza del trasversalismo che fa grande l’arte.
Talvolta peggio di un sogno deplorevole c’è un sogno irreprensibile.

Una volta, non molti anni fa, mi ritrovai a cena con una persona che non conoscevo (ero stato invitato per discutere una possibile partnership lavorativa). Questa persona ancora prima di bere un bicchiere di vino disse una scemenza titanica. Non me la presi troppo sin quando non sorrise mettendo le mani avanti: “Devi capirmi io sono una persona che dice quello che pensa”.
“Peggio per te”, risposi diluendo il sorriso in un vino consono alla serata.
Fu un’ultima cena rapida.

Vannacci nostri

Una frase chiave. “Le leggi imbrigliano le azioni, non le opinioni o le idee, questo succede nelle tirannie… Ho espresso dei pareri che rimangono nel perimetro del legittimo, di ciò che la nostra legge ci consente”.
La legittimazione del Vannacci pensiero emanata dal Vannacci eurodeputato nel nome del Vannacci generale che è anche il Vannacci scrittore è l’esca della tagliola.
Perché attira con argomenti semplici e apparentemente innocui nella melma del “si può dire tutto purché non sia reato” e del conseguente “sono fatto così, dico quel che penso” (una delle frasi che normalmente mi fanno fuggire appena la ascolto).
Il Vannacci che è in noi è molto in noi.
Basta andare a scorrere le frasi cruciali del suo Mein Kampf in salsa spezzina per ritrovarci semi primigeni di una malapianta che vede il generale come frutto guasto.
Il concetto di normalità innanzitutto.
Il pensiero del FariVannacci si richiama ai “valori comuni” che albergano solo nella sua aia mentale giacché in natura, come in biologia e nella scienza in generale (che ha il difetto di essere universale al contrario della parola di un ducetto che si alza col piede sbagliato) non esistono. La confusione tra normalità “condivisa dalla stragrande maggioranza” e legge di natura per il generale è strabordante: tipo, io ho gruppo sanguigno di tipo 0, il più diffuso, quindi sono normale; la mia amica che è di tipo AB, molto meno diffuso, è anormale.
È su queste basi fragili che si costruisce il pensiero forte di un’Italia gretta e soprattutto ignorante. Un’Italia inopinatamente presente: a noi!    

E poi c’è l’immancabile machismo – del resto siamo sempre nel partito che puntò il suo primo slogan strategico su “la Lega ce l’ha duro” – per cui il super militare della Folgore che ha conquistato e sbaragliato a più non posso è il miglior testimonial del cazzo duro usato come testa di ariete per sfondare le barricate del nemico (testa e cazzo qui si affiancano per spontanea attrazione, nda). Solo che il FariVannacci fa finta di non sapere che la quasi totalità dei suoi trofei stanno lì perché a sporcarsi le mani di sangue e piombo, sul campo di battaglia, c’erano molte donne e molti non-machi, insomma molti anormali. Coraggiosi militari che magari non hanno il coraggio che serve per la guerra più crudele, quella contro il pregiudizio dei FariVannacci che infestano il pianeta.

In più, le disquisizioni da taverna sulla famiglia tradizionale per cui “se la famiglia esiste da millenni sotto la forma tradizionale un motivo ci sarà” sottendono un’allarmante forma di ignoranza: basterebbe studiare un po’ di storia per ricordarsi che sulla famiglia tradizionale non si è costruita un’opera d’arte che sia tale. Da millenni, romanzi, epiche, lirica, pittura, scultura, musica narrano ciò che non è “normale”, non è ordinario, non è tradizione blindata.
L’arte esiste proprio perché non siamo tutti Vannacci, per fortuna.

Infine la porzione più difficile e pericolosa di questo ragionamento.
A parte la ridicolaggine di certe nostalgie fasciste e il corredo di nefandezze a cui si ricorre (vedi Salvini, che riesce nell’impossibile cioè perdere a Pontida) pur di filtrare qualcosa di utile dalla merda, il Vannacci che è tra noi ha un effetto collaterale sul pensiero ordinario.
Il suo fascismo sorridente e la sua carezzevole cialtronaggine ci inducono per reazione a cedere a una falsa universalità che mette aggressori e vittime sullo stesso piano.
Non è così. E non deve mai essere così.
Le vittime sono vittime e i carnefici sono carnefici. In ogni conflitto, dall’Ucraina alla Striscia di Gaza, da New York allo Zen.
La responsabilità è un muscolo, e va allenata.
Il Vannacci che è tra noi è un’ingessatura che pare che sani. E invece storpia.

Il clic non vuole pensieri

L’immagine (finta) “All Eyes on Rafah” che gran parte di quello che un tempo si chiamava “popolo del web” e che oggi si chiama “popolo dei social” sta condividendo è il miglior appiglio per ragionare sulle forme di mobilitazione virtuale che partono in genere come protesta contro l’informazione ufficiale, finiscono per diventare fenomeno, e atterrano sull’informazione ufficiale come fenomeno, godendone appieno: cioè usufruendo con soddisfazione di quella visibilità sui giornali di cui volevano fare a meno.
Già la distinzione tra “popolo del web” e “popolo dei social” è cruciale giacché presuppone una sorta di requisito di passività crescente nel passaggio dal primo stadio (web) al secondo (social). Qui il discorso rischia di complicarsi e non è il caso: è acclarato che una parte importante dell’utenza social tende a ritenere che la verità stia nella sua bolla, la stessa bolla che la isola e la affama di realtà oggettiva. Ma questo è il fenomeno delle “echo chambers” che qui diamo per assodato (chi non lo conosce, esca dal social e si informi su giornali ed enciclopedie, anche online).

Andiamo alla parte della mobilitazione virtuale, che è quella più drammaticamente attuale dato il contesto nel quale ci troviamo con conflitti sempre più difficili da decrittare.
Le rivoluzioni che un tempo chiedevano lacrime e sangue, oggi possono sostanziarsi anche solo di mobilitazioni e presenze. Già dal secolo scorso molte importanti battaglie civili sono state condotte con il peso della militanza nonviolenta (penso, senza andare troppo lontano, ai Radicali di Marco Pannella che non finiremo mai di ringraziare per aver preso per i capelli un Paese calvo di cultura e dignità).

Esserci e contarsi, lottare e abbracciarsi, conoscere e imparare a conoscere.
Questo è il punto.

La modernissima protesta con 50 milioni di condivisioni di “All Eyes on Rafah” è in bilico, per la sua stessa essenza di protesta virtuale (creata per di più da un’intelligenza artificiale), tra la profondità di un convincimento e la superficialità di un clic distratto. La declinazione moderna del così fan tutti è un cancro della socialità virtuale, figlio di quello stesso procedimento folle che ha portato al trionfo (reale) dei negazionismi, alla crocifissione dei fatti conclamati, all’umiliazione del merito e della cultura.
So bene che tra i milioni di persone che spalmano sulle proprie timeline quest’immagine evocativa ma illusoria ce ne sono molti che conoscono ciò di cui si sta parlando e che hanno un’idea precisa di quello che vogliono. Ma so anche che non è con la coltura estensiva di un cliché che si combatte per un nobile ideale.
Protestare, manifestare per la democrazia e per la pace (concetti legati) è uno degli atti fisici più amalgamati con la purezza del pensiero. Farlo come si deve, significa avere ben chiara la differenza tra le storie, le storielle e la Storia.
La ripetitività cieca, che sloga il polpastrello e intorpidisce tutto il sistema che ci sta a monte, non rischia di togliere valore al messaggio, ma di depotenziarlo del tutto.

Viene in mente il famoso “ponte di libri” di Bufalino quando sul Corriere della Sera lo scrittore siciliano scrisse quel che pensava dell’ennesimo progetto di ponte sullo Stretto di Messina. Solo che qui, oggi, i tempi sono ancora più bui poiché la circolazione delle idee è molto più liquida e il prodotto è molto più torbido.

Ci vorrebbe un decreto, con prova d’esame obbligatoria: prima di condividere, il candidato dovrà conoscere, studiare, documentarsi.
Ma capisco che è un’idea banale e poco divertente.
Il clic non vuole pensieri.     

E vissero volgari e contenti

Sono a casa, costretto da un problema di salute. Fuori è bello, dentro è bello incasinato. Come incasinati sono stati gli ultimi mesi in cui i miei attributi sono stati limati al limite della frantumazione da personaggi inaffidabili e congiunture astrali che sembrano architettate da un negazionista in crisi di astinenza di chip sottopelle. Leggo i giornali, come ogni giorno: solo che oggi è un po’ presto per un non mattiniero come me.
Caffè, musica. Metto da parte un bel libro che mi ha fatto compagnia in una notte selvaggia, ma solo di lettura (ahimè) in questo momento.
Oggi, per via della limatura di cui sopra, me la prendo comoda e così sarà ancora per un po’ almeno sin quando il capo della mia Centrale Operativa Corporea non deciderà di togliere il limitatore di potenza alle macchine.
Plano sulla timeline social e atterro sulla notizia che è morto un caro collega col quale ho condiviso venti-anni-venti di Giornale di Sicilia, lui capo della Cronaca di Palermo io capo della Cronaca Siciliana, migliaia di riunioni, pagine, telefonate, discussioni, sigarette (lui fumava il sigaro), nottate di lavoro.
Si chiamava Nino Giaramidaro e non ho voglia qui di fare il suo panegirico anche perché dovrei raccontare una mezza dozzina di episodi esilaranti (e istruttivi) che lo videro protagonista e che oggi preferisco tenere per me. E poi c’è in giro una buona quantità di ricordi di altri amici e colleghi che rende omaggio all’uomo e al professionista.
C’è però qualcosa che mi colpisce. Un pensiero. Un pensiero catalizzato da Nino e dal suo non esserci più. E non è una questione di ricordi, ma di presente, di attualità.
La sua gentilezza.
Nino Giaramidaro era una persona gentile: non era uno che sbrodolava, anzi era spesso tranchant nei giudizi, ma era di buoni modi. Ed era il bersaglio preferito di un condirettore che lo trattava talvolta con deprecabile prepotenza. Lui non ha mai reagito con una parola fuori posto: assorbiva il colpo e dato che non era un buon incassatore ne portava i segni per lungo tempo.

Mi faccio un altro caffè e mi metto comodo davanti al computer. Apro un foglio di Word e scrivo. Scrivo quello che adesso state leggendo.

Diciamo spesso che la verità non esiste. Invece esiste, esiste eccome.
Però quando se ne va una persona gentile, un granello di verità si perde. Perché la verità esiste in contrapposizione alla menzogna, e se la prima può essere sia buona che meno buona, la seconda è perlopiù cattiva.
Se si perde gentilezza, per omeostasi etica e sociale, ci guadagna la malvagità quindi per effetto diretto la menzogna.

È così che decido di riaprire i giornali e di rimettere mano ai miei appunti di cassettista maniacale per trovare ciò che so già che troverò: a conferma del fatto che non sempre un pregiudizio è un aborto di ragionamento.
Atterro sulle cronache di Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord la cui sguaiataggine è lo specchio fin troppo lucido di una politica di volgarità e di violenza verbale che non merita troppe parole: come la bellezza è un principio fragile, la bruttezza è refrattaria al ragionamento, quindi risparmio pensieri e punto e a capo.

C’è la scenetta del presidente del Consiglio Giorgia Meloni che si vendica della “stronza” datagli dal presidente della regione Campania Vincenzo De Luca: uno scontro al vertice del minimo gusto.     

C’è il reflusso acido della “frociaggine” di Papa Francesco: a conferma che il vento in chiesa non spegne solo le candele, ma anche certe fiammelle interiori.

C’è un ennesimo capitolo della saga che vede protagonista Gianfranco Miccichè, uno il cui massimo ragionamento politico verte sul “ce la possono sucare altamente”. Ora pare che il suo pescivendolo sia stato assunto come consulente per la pesca al Senato: a conferma che esiste anche una volgarità silenziosa del sistema, grottesca e paradossale.

C’è la storia dell’eurodeputato di Fratelli d’Italia Giuseppe Milazzo incluso tra gli impresentabili della Commissione parlamentare antimafia alle prossime elezioni europee. E anche qui l’effetto Giaramidaro ha i suoi effetti per contrappasso quanto a gentilezza. Uno dei più significativi atti politici di Milazzo risale al dicembre scorso quando l’esponente di FdI saltò fisicamente sul banco della presidenza del Consiglio comunale di Palermo, strappando il microfono dalle mani del vicepresidente Giuseppe Mancuso “per la mancata discussione del regolamento sulla movida, mentre le notti di Palermo venivano segnate dalla violenza”, scrive Repubblica. Insomma Milazzo nelle sue battaglie contro la violenza non è proprio un gandhiano (e mi viene l’urgenza di comunicargli, a scanso di equivoci, che Gandhi non è la marca di una pastiglia per lavastoviglie, quindi non gli ho dato del detersivo).

Ci sono altre notizie che l’enzima messo in circolo dalla scomparsa di una persona gentile mi colpiscono, ma a questo punto temo di arenarmi in una secca di pregiudizi dai quali sarebbe difficile tirare fuori un ragionamento non contundente. Non si può essere allo stesso tempo a favore della democrazia e tolleranti a lungo. Vorrei urlare di cacciare questi signori dal posto in cui si trovano, di non votare nessuno che non pratichi la gentilezza, di rifiutare ogni contatto coi protervi di potere. Però poi mi fermo e mi arrendo all’ultima riga, quella che segue.

La verità (come l’amore) non dipende dal giudizio, ma dalla decisione di sospendere il giudizio.

On off

È un attimo. On off, alto giù, dentro fuori. La visione istantanea della vita che dovrebbe essere affine a noi che raccontiamo gli attimi della vita ci prende alle spalle quando l’interruttore è quello del nostro appartamento. La strada è dritta e improvvisamente si annoda. Sono uno specialista di bivi improvvisi e, non mi vergogno ad ammetterlo, di virate contromano. Mi è capitato di cambiare rotta in piena tempesta, e lì in fondo era facile, ma anche di scegliere il percorso più accidentato quando una strada davanti a me era spianata, e lì era un po’ più complicato. E non è eroismo, ma indole.
Se le scorciatoie ci annoiano, se perdere ci rompe i coglioni ma ancor di più ci annoia vincere senza giocare, se l’albero della banalità ci sembra un buon pretesto per procedere a una drastica deforestazione, se essere chi siamo stati, in fondo, non ci fa paura persino se ci ritroviamo soli in mutande e sotto la pioggia, vale la pena di riprenderla, quella visione istantanea delle cose.

Sono poco incline a raccontare i cazzi miei, a meno che non ritenga che in qualche modo servano a fotografare uno scorcio utile per chi legge. O, come ripeto quando mi si interroga sulla scrittura, a meno che non abbiano un carattere di universalità. Però qui getto un semino che magari germoglierà nei tempi che verranno.
Le difficoltà rispondono tutte a un comitato centrale, una via di mezzo tra una centrale operativa e un consiglio dei ministri: e vengono rilasciate a pacchetti, tipo le sanatorie meloniane. È difficile che un giorno vi si buchi una ruota e che per una settimana non vi capiti altro. Solitamente dopo arriva una bolletta esagerata o un problema in ufficio o un’influenza epocale o un coniuge che fa le bizze o un amico che delude o un idolo politico che tradisce. Per la gradualità è solo questione di culo, o di leggi di Murphy.

In ogni caso ci si impegna a tenere la barra a dritta anche se verrebbe voglia di naufragare soli e ubriachi di quel che ci piace solo “per vedere l’effetto che fa”.
È un attimo. On off, alto giù, dentro fuori.
E per noi che viviamo raccontando gli attimi degli altri, occuparci dei nostri una volta tanto è una lezione non di vita, non di umiltà, ma proprio di scrittura: nelle storie la cosa più difficile è scrivere il finale.