Fake news a 5 stelle

Il legame tra Movimento 5 Stelle e fake news è sempre più netto. Laddove c’erano dubbi e distinguo, ora s’intravede qualche cattiva certezza. La spina nel fianco dei grillini fabbricatori di bufale è sempre Buzzfeed. Come ricorderete – ne ho scritto qui e sul Foglio – già lo scorso anno il sito americano aveva bollato il movimento grillino come “leader nel diffondere notizie false” grazie all’utilizzo spregiudicato di siti della galassia di Casaleggio e Associati come La Fucina, La Cosa e Tze Tze. Nella sua replica sconclusionata, Beppe Grillo aveva negato che questi siti fossero riconducibili al Movimento 5 Stelle, circostanza smentita su vari fronti. Nel loro “Supernova”, un atto d’accusa preciso e feroce al sistema grillino, Nicola Biondo, ex capo dell’ufficio comunicazione del Movimento 5 Stelle alla Camera, e Marco Canestrari, ex informatico presso la Casaleggio Associati, parlano diffusamente di come l’aggregatore Tze Tze riprendeva notizie sensazionalistiche usate per fare click baiting, di come per lungo tempo sulla barra destra del blog di Grillo ci sia stata una colonna di articoli da Tze Tze e dei video della Cosa, di come dai profili social di Grillo siano stati spesso ripresi i contenuti de La Fucina. “Tutti prodotti editoriali della Casaleggio Associati – scrivono Biondo e Canestrari – che generano introiti attraverso le pubblicità. Tutti prodotti editoriali che diffondono, tra le altre cose, fake news”. La replica di Grillo non solo è carta straccia, ma contiene un elemento che per ironia della sorte gli si ritorcerà contro un anno dopo. Dice Grillo, nel tentativo di smontare le accuse americane: invece di scrivere fesserie pensate a fare un articolo sulla libertà di stampa bla bla bla… e cita come sempre a sproposito la famosa classifica di Reporter senza Frontiere. Ma l’anno seguente Reporter senza Frontiere chi indica come pericolo per la libertà di stampa in Italia?
Il Movimento 5 Stelle.
That’s incredible!
Andando ai giorni nostri sempre Buzzfeed ha scoperto che dietro la pagina Facebook #Virus5Stelle che ha diffuso l’ignobile fake news sulla Boldrini e la Boschi ai funerali di Riina c’è un tale Adriano Valente. Un signor nessuno, direte voi. Un signor nessuno che gestisce anche pagine tipo: Politici mafiosi, Beppe Grillo for President, M5S News e Governo M5S 2017. Un signor nessuno che soprattutto viene taggato in un post dal candidato premier Luigi Di Maio. E non viene taggato a casaccio, dato che è inserito in una pattuglia di 39 nomi scelti su oltre un milione di persone che seguono la pagina.
Se tenete conto che pure nel profilo di Mario De Luise, il primo scoperto a diffondere la famosa foto falsa, si inneggiava al M5S, siamo in prossimità di una convergenza del molteplice. Quindi o c’è un complotto di finti seguaci del Movimento che s’immolano come kamikaze nelle contrade della post verità per far strage di credibilità proprio dentro il santuario del grillismo, oppure siamo davanti alla più grande e pericolosa macchina di disinformazione della moderna storia d’Italia.

  

L’odiatore di ieri e l’hater di oggi

L’articolo di domenica scorsa su Repubblica Palermo.

Oggi sono troll, haters e complottisti. Ma sino a qualche tempo fa, quando l’indice di gradimento non era una pressione sul mouse e i sentimenti si esprimevano con la faccia e non con le faccine, erano tre categorie determinanti nello scacchiere sociale delle comitive di adolescenti: c’era il presuntuoso, c’era l’odiatore e c’era il disadattato.
Il presuntuoso era quello che durante il gioco del bastone si rifiutava di cedere il passo quando toccava a te ballare con la tipa carina, quello che se tu dicevi che il migliore calzone fritto si mangiava al bar Lido di Mondello rilanciava con la ravazzata della Romanella, quello che nel tardo pomeriggio invernale, quando tu te n’eri fregato di fare i compiti, arrivava dichiarando di essere preparatissimo per l’interrogazione dell’indomani facendoti precipitare nel buio della depressione.
L’odiatore era generalmente armato di bomboletta di vernice e di notte scriveva sui muri ciò che non aveva il coraggio di dire alla luce del sole. Era un solitario e non per scelta: vestiva male, si lavava poco e quasi godeva nel garantirsi la pena dell’isolamento. Se mai fosse stato accettato dal gruppo, avrebbe smesso di macinare frustrazioni, il che gli avrebbe procurato la noia di rendersi accettabile e di doversi uniformare alle regole del vivere civile (quindi senza vernice spray).
Il disadattato era invece quello che alla festa delle medie sedeva in disparte non per provare l’effetto Ecce Bombo (“mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”), ma perché riteneva che ci fosse una congiura dei primi banchi contro di lui: era arrivato in ritardo il primo giorno di scuola e aveva trovato posto nel banco a solo di fianco alla cattedra. Non era un asino, ma credeva agli asini (volanti). Era quello che del film “La febbre del sabato sera” ricordava tutto della bravata sul Ponte di Verrazzano e nulla della discoteca “2001 Odissey”.
Il presuntuoso, l’odiatore e il disadattato erano comunque categorie destinate a riscuotere sentimenti genuini: il primo al limite lo si poteva ammirare per forza di propulsione delle sue idee, al contrario del suo omologo attuale, il troll; l’odiatore per via della sua rozzezza non aveva – quasi ontologicamente – il seguito dell’hater; il disadattato non avrebbe mai potuto mettere in discussione la liceità dei vaccini.

  

Gli untori del web

L’articolo pubblicato ieri sul Foglio.

Questa è una storia di guasti moderni e di tecnologie avanzate che in sé ha poco o nulla di nuovo e di avanzato. Una storia di untori del web che agiscono con metodi medioevali, forti di un concetto tolemaico di democrazia e della sua verità decotta (o appena impastata) al centro di un universo che, pensate un po’, dovrebbe brillare di luce riflessa.
È una storia che inizia nel 1992 quando si diffonde per la prima volta il termine post-verità (dall’inglese post-truth) per stigmatizzare l’informazione distorta sulla Guerra del Golfo. Ventiquattro anni dopo, quando il web ne avrà ridisegnato i connotati, l’Oxford Dictionary lo eleggerà parola dell’anno. E l’Accademia della Crusca parlerà di una dimensione “oltre la verità”: “Oltre è il significato che qui sembra assumere il prefisso ‘post’ (invece del consueto ‘dopo’), si tratta cioè di un ‘dopo la verità’ che non ha niente a che fare con la cronologia, ma che sottolinea il superamento della verità fino al punto di determinarne la perdita di importanza”. Segue »

  

Strane cose, buone cose

Ho divorato anche la seconda stagione di Stranger Things. E, pur scontando un affievolimento dell’effetto sorpresa (è il destino delle seconde volte, dal sesso alle conquiste sportive, dall’arte ai vizi), l’ho trovata magistrale nella scrittura e nella realizzazione. Matt e Ross Duffer hanno confezionato un prodotto di altissima qualità partendo da ingredienti semplici: mostri, fantascienza, bambini, favola. Ecco, il segreto di Stranger Things (1 e 2) sta nell’abilità degli autori a tenerti incollato dinanzi a eventi che, nella loro sostanza e senza il “condimento” del genio di chi regge le redini della storia, strapperebbero sbadigli al primo quarto d’ora. È come se a un certo punto non te ne fregasse niente (tranquilli, niente spoiler) di come sia nato tutto e di come andrà a finire, e dovessi solo soddisfare il tuo bisogno di restare con quei personaggi, quasi tutti bambini, quasi tutti bravissimi. Così, tanto per non interrompere un incubo che è dolce come un sogno, tanto è finzione manifesta con incantevoli mostri grotteschi e scenari che sembrano fumetti della Marvel.
Merito della scrittura, dicevamo, ma anche del cast, non a caso Stranger Things ha vinto lo “Screen Actors Guild Award 2017” per il miglior cast in una serie drammatica: la credibilità di un attore bambino si misura non sulla sua capacità di recitazione, ma su quella di saper rimanere bambino in un gioco da grandi.

  

Il Vespino “truccato” che regalava la libertà

L’articolo di oggi su Repubblica Palermo.

Pippo Termini, Totò Chiarelli, i fratelli Affaticato, Antonio Scimone, Gino Buttiglieri, Totò Morreale, Andrea De Caro, Ciccio Candela. Nomi rombanti nella Palermo degli anni Settanta, nomi di persone che erano in grado di cambiare la vita di un adolescente. A patto che ci fosse un Vespino di mezzo. Erano meccanici, anzi maghi della meccanica, in un’epoca in cui l’alesaggio di un cilindro era direttamente collegato al motore dell’autostima di un quattordicenne.
A quei tempi la Vespa 50 usciva dalla fabbrica con un’odiosa marmitta a cassetta e la precisa consegna di non superare i 30 all’ora. Ora mettiamo da parte tutte le giuste obiezioni sul rigoroso rispetto dei codici, tanto la prescrizione non esiste solo per politici e potenti, e facciamo pace con la storia ammettendo che chi non si faceva truccare il Vespino era considerato uno sfigato. I rischi c’erano, eccome: da quello legato alla sicurezza (basti pensare all’impianto frenante tarato sempre sui famosi e umilianti 30 all’ora) a quello prettamente normativo con multe e sequestri che fioccavano a ogni incrocio di strada. E proprio per evitare i controlli dei vigili urbani si sviluppò un’intesa globale tra tutti i vespisti della città: chiunque voleva segnalare un posto di blocco aveva un gesto inequivoco con cui lanciare l’allerta a distanza, portare due dita al naso. Era il segnale di massimo allarme. Il vigile urbano più temuto di tutti i tempi si chiamava Bonfante, di lui restano più leggende che testimonianze: ricordo che una volta mi fermò a Mondello e se ci penso, a distanza di quarant’anni, mi tremano ancora le gambe.
Le opzioni di modifica al motore più in voga erano due: portare la cilindrata a 90 oppure a 125. “Ma ho testimonianza di una Vespa 181 preparata da un meccanico di Monreale”, racconta Luigi Lodetti, appassionato di motori e gran conoscitore dell’ambiente dei preparatori.
Il meccanico era una via di mezzo tra il mentore e il trainer: il tempo passato con lui era sottratto alla scuola, alla fidanzata, alla responsabilità, ma era probabilmente un dazio da pagare alla giovinezza di noi maschietti. Un’officina, in quei tempi analogici, era un luogo dal fascino clandestino, pieno di misteriosi ingranaggi unti. Un luogo in cui si trasformava un inanimato marchingegno di lamiera in un fiero destriero. Per volare liberi oltre il muro dei 30 all’ora.

  

Caro lettore hai ragione

Il ritaglio di giornale è saltato fuori dal nulla, quasi che chiedesse un po’ di considerazione dopo 25 anni di oblio. Mi ha fatto tornare in mente una vecchia storia.
È il 15 settembre del 1992, è notte. Fumo l’ennesima sigaretta di una giornata di lavoro. Sono caposervizio delle Cronache Sicilia al Giornale di Sicilia. Di fronte a me è seduto Fabrizio Carrera, l’uomo delle interviste impossibili come lo chiamiamo tra amici e colleghi (che in quel periodo sono la stessa cosa), uno di cui un giorno vi racconterò alcune storie incredibili.
Come sempre, quando la redazione si svuota, cazzeggiamo pregustando l’ulteriore cazzeggio di una cena notturna e ci prendiamo il tempo per spigolare sulle cose della giornata. Abbiamo meno di trent’anni e come si dice facciamo il lavoro più bello del mondo. Viene fuori la prima pagina del Manifesto che brilla per un buco. Non c’è la notizia del giorno. Fabrizio sa come farmi partire l’embolo dell’indignazione: “Ma lo capisci? Questi non hanno l’agguato a Germanà in prima”.
Il commissario Rino Germanà, collaboratore di Borsellino, due giorni prima era sfuggito a un agguato di mafia a Mazara. Seppur ferito aveva risposto al fuoco e aveva messo in fuga i killer di Cosa nostra tra i quali c’era Leoluca Bagarella. Una storia con risvolti romanzeschi in un ambito di non secondaria importanza: si svolgeva in una Sicilia che aveva appena perso Falcone e Borsellino.
Ci incazziamo. Rimandiamo la cena di un’altra ora e scriviamo una lettera “da lettori”  al Manifesto. Diciamo che quella scelta non ci è piaciuta e che ci ha lasciato l’amara sensazione che solo la morte, nelle nostre lande, meriti la prima pagina. Insomma Rino Germanà è stato relegato a quattro colonne in cronaca solo perché è sopravvissuto.
Passano due settimane, il 30 settembre la svolta. Il manifesto pubblica a tutta pagina la nostra lettera. Il titolo è “Caro lettore hai ragione”. Di seguito una replica del vicedirettore Pierluigi Sullo ammette la colpa, ma poi si imbarca in un’argomentazione a dir poco fragile: “Il fatto che per riflesso condizionato il commissario reagisce da Rambo non ci è simpatico (sentimento ignobile, in questo caso, ma da confessare così, almeno, ci si capisce)”. Apriti cielo. Proteste dei sindacati di polizia, interrogazioni parlamentari e l’indomani paginate di giornali, come quella del Corriere della Sera che vedete sopra.
Questo, e altro di prezioso che però poco conta per voi, mi ha ricordato questo ritaglio. Con una morale che reputo sempiterna: il miglior modo di fare il giornalista è mettersi ogni giorno nei panni del lettore.

P.S.

Per scrivere un pezzo sul nostro giornale su tutta questa storia abbiamo dovuto implorare e attendere tre giorni.

  

Diventerà bellissima?

Anche senza il battesimo ufficiale dei dati, Nello Musumeci è il nuovo governatore della Sicilia. E quindi, per dirla all’americana, è il mio governatore anche se non l’ho votato.
Aspetto di essere stupito, adesso. Lo slogan promette una Sicilia che “diventerà bellissima”, io nel titolo mi sono permesso di aggiungere un punto interrogativo. Che comunque sono pronto a togliere – e spero di farlo presto – laddove i fatti mi imponessero un ottimismo urgente.
Musumeci ha davanti a sé una macchina regionale disastrata e oggetto di (giustificato) scherno, paralizzata da un crocettismo tutto nomine e paillettes. Ci vuole poco per rimetterla in moto. Nel senso che davanti al deserto anche un fiore di campo è un simbolo di progresso.
Musumeci ha anche una compagnia non proprio esemplare. Senza fare nomi, coi nani e le ballerine ha saputo (?) governare solo Berlusconi. Lui dovrà muoversi quanto più autonomamente possibile rispetto a certi personaggi-totem del suo schieramento che sono e rimarranno oggettivamente impresentabili. Dovrà alzare le antenne e fare quello che i suoi predecessori non hanno saputo fare: ascoltare, ascoltare, ascoltare. Non gli alleati, bensì i suoi datori di lavoro: cioè tutti noi, belli o brutti, bianchi o chissà, destri o mancini, giovani o clonati, androidisti o devoti al dio Apple, precari o stabilizzati, pubblici o privati, omo o etero, jazzisti o rockettari.
Nell’epoca dell’odio a costo zero dovrà disseppellire la più antica arma della politica che è la mediazione. Non a caso i grillini la detestano, se la usassero si ritroverebbero nudi poiché la mediazione comporta conoscenza, lungimiranza, senso di realtà.
E poi la cosa più importante. Un governatore che viene dalla destra (abbastanza destra) può stravolgere il senso di prospettiva di chi lo guarda con scetticismo dal balcone lontano e opposto.
Si batta per il nostro vero unico tesoro e per la sua tutela: la diversità.
C’è stata una Sicilia omologata e umiliata. Quella dei balletti di “chi non salta comunista è”, quella delle assunzioni a raffica, quella dei contributi a pioggia, quella dei rubinetti scambiati per dighe e quella delle amanti da piazzare a ogni costo (a mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar…). Ora è l’ora di un riscatto del merito, che segnerebbe anche un riscatto ben maggiore. Cioè del trionfo della diversità come premio per la vera ricchezza: culturale, religiosa e perché no? economica.
Basta con le sagre, via ai festival veri. Basta con privilegi, via ai premi. Basta con i sì centellinati, via ai no motivati. Basta coi dilettanti al posto dei professionisti, via ai professionisti che insegnano ai dilettanti. Basta con gli amici degli amici, via agli amici dei nemici se sono bravi o sennò vaffanculo con trasparente motivazione.
Utopia?
Domanda oziosa.
Diventerà bellissima?
Domanda pertinente.

  

Austerity, quando tutti andavamo in bici

L’articolo di oggi su la Repubblica Palermo.

Il precursore dell’acronimo ZTL fu un termine inglese, Austerity, una parola che evocava disordini internazionali e al tempo stesso compostezza. Era l’inverno del 1973, un inverno particolarmente freddo, e il governo Rumor decise di varare un rigoroso regime di risparmio energetico per la grande crisi petrolifera causata dalla guerra del Kippur, dalla chiusura del Canale di Suez e da altre cose di cui a noi bambini di allora non fregava niente. Dal due dicembre di quell’anno scattò il divieto assoluto di circolazione nei giorni festivi di tutti i mezzi a motore, con pochissime eccezioni.
A Palermo si pedalava al centro della corsia in via Libertà, quasi per sfregio al fantasma delle auto. E si prendevano d’assalto i campetti di calcio, la maggior parte dei quali non erano strutture attrezzate, ma scavi per le fondamenta di nuovi palazzi. Le cicatrici del “sacco di Palermo” erano tutt’altro che chiuse e interi quartieri ad alto tasso di espansione edilizia – ad esempio il mio, Resuttana-San Lorenzo – pullulavano di lavori in corso. Solo che la domenica gli operai erano a casa e i cantieri abbandonati. Gli scavi per le fondamenta diventavano quindi campi di calcio e in alcuni casi piccoli stadi con tribune improvvisate sulle trincee di terra. Si giocava al campetto Incis, nella radura già artigliata dalle ruspe delle Tre Torri, e persino in mezzo alla strada. Le porte non avevano pali ma un ammasso di giacche, per la traversa si stabiliva un metro di misurazione democratica: il limite era dove arrivava il portiere, quindi era la sua statura a determinare l’altezza della porta.
C’era poi quello che qualche anno fa Repubblica scoprì come “il giardino segreto”, un luogo bellissimo e già allora abbandonato tra il CTO di via Cassarà e piazza Salerno, di fronte a Villa Sofia. Che si chiamasse parco Mazzarino lo abbiamo appreso quarant’anni dopo, per noi allora era solo “il campetto proibito”. Un rettangolo di erba vera con due porte regolamentari vere. La prima volta che scavalcammo si materializzò un signore basso e incazzato che si qualificò come guardiano e ci disse che dovevamo andarcene immediatamente. Non ricordo come, ma si stabilì subito una trattativa: in cambio di qualche lira, il tizio ci avrebbe lasciato giocare per un’ora. Pagammo il nostro pizzo di monetine. Quella volta e tutte le altre domeniche di quell’inverno freddo e felice.

 

  

Annamaria

“Dietro ogni uomo di successo, ci sono una moglie fiera e una suocera sorpresa”.
Harry Truman

Se mai avessi avuto successo avrei avuto una moglie fiera e una suocera divertitissima. Perché Annamaria, mia suocera, era così: interessata, avida di storie, curiosa. Quindi divertente e divertita.
Mai stata una suocera suocera. Nel senso che mai nel corso dei naufragi della mia vita – almeno quelli che lei ha vissuto di ruolo, per gli altri la sua vividezza mentale le dava il tormento perché non sopportava che ci fossero cose di me di cui non si potesse discutere davanti a una tavola imbandita – si è mostrata col ditino alzato pronta a difendere tesi precostituite.
Annamaria era elegante e solitaria. Ma di un’eleganza d’animo ancor prima che esteriore, sebbene anche nella vecchiaia curasse attentamente il suo aspetto guardandosi bene dall’inciampare in quegli anacronismi estetici che fanno di tante vecchie grotteschi fenomeni da baraccone. Annamaria, a dispetto dell’età, non era vecchia. E mai lo sarebbe stata, nemmeno a 150 anni.
Era di un solitario maniacale: coltivava la sua indipendenza centellinando le sue sortite e camuffando da discrezione una sua innata pigrizia. Usciva poco perché le scocciava separarsi dal suo mondo fatto di romanzi, vissuti e letti. Perché Annamaria era, oltre a una divoratrice di storie (e lì riuscivo a convincerla a venire a cena da noi, massimo tre persone, buon vino che aveva scoperto in tarda età e pane fatto in casa) anche una gran raccontatrice.
Aveva i cassetti pieni di sogni e gli armadi privi di scheletri. Insomma sapeva bene dove stivare i sentimenti. Per questo mi piaceva. Perché leggeva più di me; perché riusciva a essere trasversale nella sua visione ottocentesca della vita; perché era una donna buona nonostante esercitasse senza esitazioni la facoltà del non perdono; perché non sapeva cucinare ma era una buona forchetta; perché era femmina nel gestire i segreti come rospi non sputati.
Ebbe una vita con risvolti incredibili e me ne narrò un bel pezzo. Negli anni ho preso un bel po’ di appunti per un libro o per una sceneggiatura e vi assicuro che ho in mano una storia bella, umana, divertente e malinconica. Come lei.
Solo che adesso non mi va più di raccontarla.
Fai buon viaggio Annamaria, in un’altra vita t’insegnerò a fare il pane in casa. E tu mi insegnerai a condividerlo con le persone che davvero valgono.

  

Quelle storie spezzate prima di Facebook

L’articolo pubblicato ieri su Repubblica Palermo.

C’è Paolo che è un ragazzo timido e affettuoso. Gira per la Palermo degli anni Settanta col suo vespino azzurro: è gentile ed educato. Se sei a piedi e cerchi un passaggio, lui fa in modo che il suo itinerario coincida col tuo. Per questo è molto amato da quelli della sua comitiva. È un tipo spassoso, Paolo. Una notte di fine estate scorrazza sul lungomare Cristoforo Colombo insieme con altri amici e altri vespini. Ride e scherza. E ridendo non vede un cassonetto dell’immondizia. Lo danno per morto tanto è devastato; ma Paolo, oltre a essere gentile ed educato, è forte. Fortissimo. E si riprende dopo mille operazioni. Vive giusto il tempo per assistere alla sua nuova alba che dura qualche anno. Poi un giorno all’improvviso Paolo muore in un fiat, senza neanche rendersi conto che non era alba ma inganno di tramonto, per una minuscola ferita che il suo cervello non era riuscito a far rimarginare.
C’è Tano che è un vigile del fuoco ma ha più soldi di un vigile del fuoco. È piccolo di statura, ma guai a farlo incazzare. Una volta ha steso con una sola testata un buttafuori un metro più alto di lui: non voleva farlo entrare in discoteca nonostante avesse pagato il biglietto. Ai primi degli anni Novanta Tano decide di aiutare un amico che fa lo 007 a catturare latitanti. Ma qualcuno lo tradisce e lo attira in un tranello. Lo strangolano le mani che credeva amiche e lo seppelliscono in un posto nascosto. Solo otto anni dopo un pentito di mafia si ricorda di aver ammazzato anche lui. E fa ritrovare quel che resta di Tano.
C’è Filippo che suona la chitarra da dio. Non beve, non fuma e consuma tonnellate di fazzolettini perché è allergico a chissà cosa. È timido, soprattutto con le ragazze: forse per via dell’acne che gli dà comunque un’aria da eterno ragazzino. Un giorno conosce una tipa che vive in provincia di Trapani e se ne innamora. Da quel momento cambia tutto, inspiegabilmente. Filippo si vede sempre meno in giro. L’ultima sua immagine ai primi degli anni Ottanta è catturata da una telecamera di sorveglianza di una banca. Poi Filippo svanisce. E nessuno ne saprà più nulla.
Paolo, Tano e Filippo non si sono mai conosciuti nonostante le loro storie si siano incrociate per le strade di Palermo. Solo una cosa hanno in comune: una morte che ci appare antica, senza eco, quasi che il dolore di quei tempi avesse la sordina.
Sono morti prima di Facebook.

  

Una storia da manuale

La storia è da manuale. Come probabilmente sapete un “esperto tecnoinformatico, consulente in comunicazione, operatore audiovideo, scrittore, event planner” che si chiama Davide Guida è stato condannato in via definitiva per diffamazione dopo avermi ucciso sul web nel 2011. La sentenza è chiara e in qualche modo rappresenta una pietra miliare dato che parliamo di fake news ante litteram. Quello che apparentemente manca è il movente.
Però quello ve lo ricostruisco io con ragionevole approssimazione.
Esiste un collegamento (di IP) tra il sabotaggio della mia voce su Wikipedia e le provocazioni che si erano accese proprio il giorno prima su questo blog in questo preciso post in cui si parlava della propensione politica del centrodestra campano per le belle ragazze. Nello specifico si faceva il nome di una signorina che lega il post in questione a Guida. Questa ragazza – che ovviamente non ha alcuna colpa – viene indicata nel mio post (con foto) in un contesto ironico sulla situazione politica campana nel 2010. E la stessa signorina è una sorta di ossessione per Guida che, nel corso degli anni, le dedica su Facebook centinaia di post di ammirazione. Addirittura, due giorni dopo essere stato interrogato dalla polizia mette online una foto che lo ritrae insieme a lei come profilo del suo account Facebook.
Insomma in mancanza di altri possibili moventi, questo è quello più grottescamente probabile: una sorta di vendetta, un sabotaggio per d’onore. O chissà.
Resta un’ultima considerazione: un “esperto tecnicoinformatico” che si fa scoprire senza troppa fatica tramite il suo IP non è proprio garanzia di inossidabile professionalità. Ma ognuno è libero di scegliersi l’esperto che vuole.
Ve lo dicevo che questa è una storia da manuale. Di istruzioni.

  

L’attimo morente

Il “poliedrico riccionese noto sul territorio internazionale come studioso di Arte Liberty e artista alla 54° Biennale di Venezia” – la definizione è sua – che vedendo un ragazzo agonizzare dopo un incidente stradale anziché aiutarlo, chiamare i soccorsi, pregare, fuggire (purtroppo è previsto), ha messo su una diretta Facebook ci dice di questi nostri tempi molto di più di uno studio sociologico o di un editoriale di Selvaggia Lucarelli.
Oggi è facile seppellire questo signore di minacce, ingiurie e maledizioni perché l’esercizio della morale a posteriori è come quello della pedalata in discesa: chi non ha la struttura va in playback.
Ma nemmeno è urgente il bisogno di difenderlo, questo stupido prodotto del colon retto dei social.
In realtà quello che dovrebbe darci uno stimolo di dibattito, non soltanto a me che questi avvenimenti comunque li osservo per mestiere, deriva dalla rarefazione degli attimi cruciali dopo quel tragico incidente.
Il poliedrico assiste al dramma.
Resta sconvolto.
Prende il cellulare.
E qui imbocca la strada sbagliata nel bivio spazio-temporale che divide l’istinto tramandato (quello che tutto conosciamo come semplice “istinto”) e quello acquisito (un ibrido di bieca consuetudine e pigrizia mentale). Sceglie la consuetudine, che come tutti sanno è strettamente personale al contrario di un istinto puro diffuso e di specie.
Prende il cellulare e non telefona al 112, al 113, al 118, all’amico che ha quella stessa moto, alla mamma, alla fidanzata che magari lo ha appena lasciato. No. Accende una diretta Facebook e filma tutto a distanza con una codardia tecnologica che rischia di essere la cifra di una fetta di generazione.
A che cazzo serve la cibernetica (la chiamavamo così decenni fa) se non ci migliora la vita e anzi ce la rende detestabile?
Su questo dovremo interrogarci. Sull’istinto acquisito che ci spinge ad atti innaturali come la diretta Facebook della morte di un ragazzino. Pensate un po’: persino la fuga sarebbe un atto più umano.

  

Lo scherzo che durò cinque anni

L’articolo di ieri su la Repubblica Palermo.

C’è uno scherzo che è entrato nell’epica palermitana. Uno scherzo che è durato cinque anni.
Sardegna, 1980. C’è un gruppo di palermitani in vacanza in Sardegna guidato da Roberto Buscetta che è anche l’ideatore della messinscena. Entrano in un negozio di abbigliamento di un paesino chiamato Cannigione e lì uno di loro, che chiameremo Piero, resta colpito da una ragazza, Lorella. Lui è timido, il colpo di fulmine lo tramortisce. Qui parte la macchinazione. Qualche giorno dopo uno degli amici inventa di essere riuscito ad avere l’indirizzo di casa della ragazza e Piero, sbavando, glielo estorce.
Tornato a Palermo, Piero decide di scrivere a Lorella e si rivolge a Roberto Buscetta perché tra i suoi amici è l’unico che incatena parole in modo decente. La prima lettera è bell’e pronta e di spedirla s’incarica lo stesso Buscetta perché, dice, ha la buca delle lettere sotto casa. È il primo atto di una corrispondenza amorosa estenuante: Piero scrive, anzi fa scrivere il suo ghostwriter traditore, e gli amici rispondono per conto dell’inconsapevole Lorella.

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Critiche al buio. Della ragione

Della serie non finire mai di stupirsi. Per la prima volta Google sbarca a Palermo con un’installazione, anzi una serie di installazioni sulla realtà virtuale e su altre meravigliose diavolerie (guardate questo video, ad esempio). È un’operazione che celebra il Teatro Massimo, Palermo e le sue bellezze. Le celebra su scala planetaria grazie al Google Arts & Culture e al suo Grand Tour. Fatevi un giro per capire di cosa si tratta.
Al Teatro con gli amici di Google ci lavoriamo da un anno e mezzo e siamo arrivati alla vigilia dell’inaugurazione, da domani 20 ottobre a domenica 22 la mostra sarà aperta al pubblico (addirittura sabato sino alle 24).
È un progetto in cui esserci è motivo di orgoglio. È un progetto che non costa un solo centesimo al contribuente. È un progetto da cui Palermo e i palermitani hanno tutto da guadagnare perché è una vetrina che parla di noi, del nostro passato con linguaggi nuovi. Ed è un progetto a ingresso gratuito.
Secondo voi come l’hanno accolto alcuni palermitani senza ancora sapere nemmeno di cosa si tratta? Cercando di demolirlo. Sì proprio così.
Non potendo dir nulla sui contenuti, hanno giudicato la prima cosa che avevano a tiro di minchiata: il portone dal quale si accede alla mostra. Poiché, come in tutte le manifestazioni mondiali di Google, l’ingresso deve essere brandizzato, riconoscibile come le più elementari regole del marketing impongono (basta aver studiato qualcosa in più rispetto al manuale di istruzioni dello smartphone), qualcuno ha cominciato a criticare anche con toni violenti il colore dei pannelli, lo stile della grafica, addirittura la location. Come se non fosse un onore per un Teatro definito “il più innovativo di Italia” ospitare un’installazione del genere.
Lo ripeterò sino allo sfinimento, il diritto di critica è come la democrazia: esercitarlo da ignoranti può essere pericolosissimo. Il ragionamento “io giudico ciò che vedo” abbozzato da questi maître à penser  della condivisione forzata è la sconfitta di ogni progettualità. Ma loro non lo sanno. Giudicare quel che si vede senza analizzare, informarsi, contestualizzare, magari ragionarci su, è la tomba di ogni buona intenzione. Io so cosa c’è dietro questo buio da tastiera unta di odio, perché ho vissuto e non sono di ferro: c’è approssimazione, c’è invidia (per qualcosa che finalmente funziona), ci sono inconfessabili fallimenti personali e c’è la rabbia peggiore, quella contro il nuovo, la ricchezza della diversità, la tridimensionalità di un’opinione.
Chiudi qui, ma forse ci torno.
Vi aspetto in Teatro.

  

Storia di Salmeri, il pretore contro il lato B

L’articolo pubblicato oggi su La Repubblica Palermo.

La storia di Vincenzo Salmeri, giudice della pretura di Palermo, è tutta distillata in una puntata della trasmissione “Acquario” di Maurizio Costanzo. È il 12 marzo 1979. Nel primo esperimento di talk show della tv italiana il pretore, noto per le sue crociate di ferrea moralizzazione, nemico giurato degli hot pants e crociato anti-deretani in mostra (sia pur fasciati da denim e affini) si trova di fronte Ilona Staller. Che, tanto per gradire, chiede al pretore: “Ma tu fai l’amore, Cicciolino?”. E quello: “Non la guardo con severità ma con disgusto”. Poi arriva Dacia Maraini che gli domanda: “Cosa c’è, signor giudice, dietro questo suo furore punitivo?”. E lui: “Niente, non sono mica un sessuofobo. Sono un uomo di mondo: una volta sono stato anche alle ‘Folies Bergère’…”. Segue »