Se ne fottono tutti

Stamattina leggendo i giornali ho avuto la sensazione di essere una specie di extraterrestre. Anzi no, di essere prigioniero di una visione delle cose che è solo mia. E mi è venuto in mente un popolare detto americano, per anni attribuito a Mark Twain ma in realtà derivato dagli scritti dello psicologo americano Abraham Maslow.

Il detto è questo: se uno ha un martello, tutto gli sembra un chiodo.

A suscitare questa sensazione è stata la notizia della prescrizione per gli ultimi imputati, tre poliziotti, per il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio in cui il 19 luglio 1992 morirono il magistrato Paolo Borsellino gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Senza cadere in tecnicismi giuridici (qui e qui trovate approfondimenti di cronaca) la sentenza da un lato conferma, seppur con trentadue anni di ritardo (tren-ta-due, da sillabare ad alta voce), che uomini delle istituzioni depistarono le indagini sulla strage di via d’Amelio, dall’altro manda tutti a casa, impuniti, i malfattori che operarono in tal senso.

E veniamo al mio martello, anche se detto così sa di inquietante. Per chi da anni si occupa di questa vicenda in ogni luogo, in ogni ambito e con ogni mezzo, l’uso combinato della logica e della conoscenza tende a far pensare che la giustizia sia in qualche modo qualcosa di collegato a esse. Ma purtroppo così non è e oggi ne abbiamo la certezza.

Schematizzando.
Il depistaggio ci fu.
I finti “pentiti” hanno tutti nome e cognome.
I magistrati e i poliziotti che li hanno creati, gestiti e difesi (qui un link istruttivo) sono stati tutti prosciolti e/o promossi o comunque se la sono fatta franca.
Gli unici colpevoli su cui i suddetti magistrati e poliziotti hanno scaricato le accuse sono due morti.

Il più grande depistaggio della storia della Repubblica italiana non ha un colpevole punito, ma solo soliti noti impuniti.
Eppure questa strage non interessa a nessuno. A parte qualche titolo di giornale, perlopiù nelle pagine interne o nei dorsi locali dei giornali nazionali, quel boato riecheggia solo nelle orecchie dei pochi sopravvissuti e dei parenti delle vittime che ci ricordano che non c’è democrazia nel dolore, non c’è una livella delle ingiustizie.
Anche per quelli come me che agganciano un’arte alla cronaca, tentano di tenere alta la percezione di un’ingiustizia che è offesa allo Stato, diffidano delle “messe cantate”, di un attivismo incipriato, distinguono il punto A dal punto B di una narrazione omologata e stantia, la misura è colma.

La verità è che se ne fottono. Politica, giustizia, magistratura, giornalisti, arte, scuola, società civile o quel che ne resta. Se ne fottono tutti. E non solo a Palermo che è la capitale mondiale dell’amnesia interessata, ma in tutta l’Italia.  

Colpa dell’antimafia vacua che ha costruito più fortune private e candidature elettorali, che sgabelli sui quali salire per urlare quattro parole incatenate: “Basta con le menzogne”. Un’antimafia che è (stata) vessillo ostentato, selfie sbiadito, slogan sbadigliante.
Altro che convegni, navi, musei, orazioni civili, cortei, saggi, comparsate in tv, ormai l’unica lezione, universale, che andrebbe tramandata ai più giovani non ha nulla a che fare con sentenze e santini.
Bastano poche parole.
Quando vi capita di piangere perché siete tristi, ricordate che esiste una tristezza maggiore: quella di non poter piangere a calde lacrime.  

Il podcast “Il soffio sulla cenere” per chi vuole approfondire.

Cammarata e il delitto perfetto

diego cammarata palermo

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Si dice: non esiste il delitto perfetto, esistono investigatori distratti. Eppure a leggere le motivazioni della sentenza emessa dalla quarta sezione della Corte d’Appello di Palermo sul crac dell’Amia, c’è da rimanere a bocca aperta. Il delitto perfetto esiste ed è stato consumato una decina di anni fa sotto gli occhi di tanti testimoni quanti sono gli abitanti di questa città.
L’ex presidente dell’Amia Enzo Galioto e l’ex direttore generale Orazio Colimberti pur essendo ritenuti responsabili di un falso in bilancio da 61 milioni di euro – “artefici in prima persona”, scrivono i giudici – se la sono fatta franca. E chi ha reso possibile tutto ciò? I giudici non hanno dubbi: l’ex sindaco Diego Cammarata, che nominò e riconfermò quei dirigenti, che li coprì nelle loro malefatte –  “Il Comune condivise totalmente le scelte operate dagli imputati”, è scritto nella sentenza – e che li mise al riparo dalla legge rifiutandosi di presentare querela e evitando così il prolungamento dei tempi di prescrizione.
Se fosse un libro potrebbe essere qualcosa di simile ad “Assassinio sull’Orient Express” di Agatha Christie. Nel romanzo un uomo viene ucciso sul treno che viaggia da Istanbul a Londra. Hercule Poirot indaga e scopre che i colpevoli sono tutti i dodici occupanti del vagone e che, soprattutto, la vittima meritava una sorte così atroce. E’ per questo che alla fine l’investigatore decide di sposare un’altra verità, più comoda e forse giusta, attribuendo il delitto a una mano sconosciuta che non verrà mai identificata. Una versione più pura e meno bavosa di quel luogo comune che oggi rimbalza nelle bocche di molti inquisiti: tutti colpevoli, nessun colpevole. Continua a leggere Cammarata e il delitto perfetto

L’ultimo regalo di Cammarata

cammarata-diego

Ricordate lo scandalo Amia, quello delle aragoste trangugiate a spese nostre, dei viaggi a Dubai e dei vergognosi sprechi che hanno portato l’azienda al fallimento? Ricordate la manovra dell’ex sindaco di Palermo Diego Cammarata per salvare l’ex presidente dell’azienda Enzo Galioto, suo compagno di cordata politica?
Ecco, l’altro giorno la prescrizione ha salvato tutti i personaggi coinvolti in questa vergognosa storia di imbrogliazzi. E sapete a chi dobbiamo tutto questo? Al signor Cammarata che, da sindaco, si rifiutò di denunciare Galioto e correi in modo da far scattare l’aggravante che avrebbe allungato i tempi di prescrizione.
E brutto dirlo, ma molti di noi lo avevano previsto.

Prescrizione nana

La nuova “prescrizione breve” è stata disegnata per imputati che abbiano oltre 65 anni, senza capelli, ricchi, alti meno di un metro e settantuno (tacchi inclusi), discretamente puttanieri. Il guardasigilli Alfano assicura che il provvedimento è leggero e non avrà gli effetti devastanti che qualcuno intravede. Ha ragione: servirà a un solo abitante su oltre sessanta milioni.
La legge è uguale per tutti. Gli altri.