La storia di una cicatrice

Ho molte cicatrici, cicatrici fisiche intendo. Per quelle metaforiche ho trovato un rimedio infallibile: le cancello cercando di diventare migliore di chi me le ha provocate. Ma non è di questo che voglio parlarvi.
Voglio parlarvi di cicatrici vere. Anzi di una cicatrice in particolare.
È sul mio braccio sinistro, dove in realtà ne ho due, belle grandi. Quella in questione è sulla parte interna del braccio, vicino al gomito ed è a forma di elle. Risale al settembre 1970 e ha una storia che mi è venuta in mente ieri.

Dunque, settembre 1970. Ho sette anni e un’indomabile irrequietudine.

Siamo nella casa che i miei genitori prendono in affitto per l’estate all’Addaura. Dopo pranzo i miei decidono di andare allo stadio per vedere la partita di calcio del Palermo. Mio fratello ha meno di tre anni e lo affidano a qualcuno, tipo una delle mie zie. A me fanno un discorsetto da grande: “Sei in grado di stare tranquillo a giocare in giardino senza combinare disastri? Se passano i tuoi amici puoi giocare con loro, l’importante è che tu non esca da casa. Chiaro?”.
Chiaro?
Ovviamente, due minuti dopo che i miei hanno lasciato casa io schizzo in strada (la villetta è in una strada isolata, con pochissime auto) alla ricerca dei miei amici per organizzare qualcosa di epocale.

Solo.
Senza i miei genitori.
Per almeno un paio d’ore.
Ma quando mi ricapita?

Li becco tutti all’angolo della seconda stradella. La strada principale, una salita vertiginosa che dal mare si inerpica verso la montagna, ha tre traverse delle quali non ho mai ricordato i nomi. Le chiamiamo la prima, la seconda e la terza stradella e sono la metafora di un livello di emancipazione: la prima è per i bambini, la seconda per i bambini che non si sentono bambini, la terza per i ragazzini. Noi ci vediamo alla seconda, appunto.
Lì trovo Salvo e suo fratello Johnny, Ignazio e suo fratello Giuseppe. Il gruppo promette bene.
Decidiamo di andare a giocare nell’ampia porzione di terra che dà proprio sulla seconda stradella, sulla quale si sta costruendo una villa. In pratica è un cantiere che ancora non è un cantiere: hanno cominciato a scavare per fare le fondamenta.
Come giochiamo?
Alla guerra, naturalmente.
Regola fondamentale. Ci si tirano solo zolle di terra, niente pietre. Chiaro?
Chiaro.
Le zolle di terra annoiano, si sa. Quindi uno del gruppo – che per intervenuta prescrizione qui resta anonimo – decreta l’upgrade del gioco e mette mano alle pietre. L’ebbrezza di questa svolta adrenalinica – con sassi che fischiano sopra le nostre teste e risate che risuonano nella calura del pomeriggio settembrino – dura poco. Fin quando per schivare uno di quei proiettili mi butto per terra, dietro una collinetta di terra, finendo col braccio sul filo spinato.
Ricordo ancora lo strappo: ecco perché la forma di elle.
Nel braccio di un bambino quella è una ferita enorme. I miei amici sono nel panico. Io ho la testa che mi gira, ma solo perché immagino che appena i miei torneranno dalla partita mi faranno un culo così. Gli amici mi lasciano a casa e fuggono via probabilmente a cercarsi un alibi, razionalizzo adesso.
Trascorro un’ora e mezza a cercare di tamponare la ferita con una tonnellata di garze imbevute di un liquido color Coca Cola che macchia e brucia (e anche qui, guardando i miei vestiti sporchi di disinfettante, sangue e terra penso al rientro dei miei… sei in grado di non combinare disastri?).

Quando i miei genitori tornano a casa vorrei simulare un mancamento, inventare un rapimento da parte di forze aliene, dare la colpa a quel monello che ha trasformato le zolle in pietre. Ma invece sono esausto. E piango. Piango come un bambino, nonostante la seconda stradella.
Mio padre mi abbraccia. Mi abbraccia come un padre.
Mia madre va in cucina: la mamma è la mamma, e deve nutrire il suo cucciolo in difficoltà innanzitutto (alla faccia delle cazzate del new femminismo).
Io piango ancora di più. Perché adesso il braccio mi fa davvero male. Perché sono un cristo di pietà. Perché i miei non mi hanno punito. E ho pure perso al gioco della guerra.

Sono passati 51 anni da quel giorno.

I miei amici sono cresciuti – che è un modo elegante di dire che sono ancora ben in vita. Uno fa il fotografo lì al Nord, uno è un genio dei computer, uno ha una fiorente industria, un altro amministra banche e aeroporti.
Mia madre cucina ancora per me, soprattutto per il mio cuore, dato che il corpo è ben sistemato.
Mio padre non c’è più, e ho sognato ieri quel suo abbraccio: ho aperto gli occhi e avevo la cicatrice davanti ai miei occhi, seminascosta dal cuscino.
Ecco perché vi ho raccontato questa storia.

Se le cicatrici sono occasioni, vale la pena di soffrire una volta tanto.

Ognuno ha i suoi panorami preferiti

Un anno fa accennai ai miei panorami preferiti. Andavo a sciare di fronte al Monte Bianco.

 E’ giusto saldare il conto oggi. Vi avevo detto che un altro scenario rasserenante è per me il tramonto di Ustica, visto da un’angolazione particolare. Questa.

E per finire, una parentesi familiare. La rassicurante vista da casa dei miei genitori all’Addaura.

P.S. Ovviamente i panorami sono un mix di geografia e compagnia (1/2 e 1/2 ben shakerate).
P.P.S. Le foto sono di Daniela Groppuso.

I miei panorami

Ci sono tre panorami che tengo nel mio cuore e che devo ammirare periodicamente per rinvigorirmi e drogarmi di felicità. Uno è quello che si gode dalla casa dell’Addaura dei miei genitori, un altro è il tramonto a Ustica visto da un bar particolare e senza fortuna. Un altro ancora è l’immagine maestosa del Monte Bianco visto dalle alpi francesi. Ecco, in questo momento sono al cospetto della Grande Montagna. Ogni parola in più è superflua…

Una città irredimibile

Palermo, zona balneare dell’Addaura.

Foto di Daniela Groppuso.