Il giudice e il suo boia (che non sono io, ma il suo vizio)

Stamattina ho postato sul mio profilo Facebook la foto e il testo che vedete sopra. Si tratta di un’immagine presa dal profilo del giudice finito nell’inchiesta sul giro di cocaina a Palermo: per lui c’è stato, prima il trasferimento al settore Civile (come se si trattasse di un luogo di ricreazione) poi l’avvio di un procedimento disciplinare.
Le truppe cammellate degli amici del giudice sono andate alla carica, com’era prevedibile, del sottoscritto con argomenti risibili e anche un po’ sgangherati: diffamazione (ma di che?), sciacallaggio (per ottenere cosa? Un buono aperitivo?), benaltrismo (ci sono altre cose più importanti di cui occuparsi: il prezzo delle cartine?), mi faccio pubblicità (con una causa così ovvia?).
Ora, premesso che ontologicamente c’è sempre qualcosa di più importante di cui occuparsi quando uno si occupa dell’amico tuo, c’è un tema ben più importante da affrontare, secondo me.
Ed è il tema che dovrebbe affrontare il CSM.
Questo signore, nei confronti del quale non ho nulla di personale, ma verso il quale – per il rispetto che ho della magistratura – devo mettere in campo tutta la mia intransigenza professionale, oltre ad aver tenuto un comportamento quantomeno incauto nella gestione dei suoi vizi (chiama “compare” il suo spacciatore, tira fuori il tesserino professionale quando gli agenti lo sorprendono e altre amenità), non mostra di avere piena contezza del suo importantissimo ruolo. E la foto postata pubblicamente sul suo profilo Facebook – chiunque la poteva vedere, non ho rubato nulla – mentre fuma con il cartello del divieto ben in vista alle sue spalle, è un elemento di valutazione. Lo è per colpa sua, perché è riuscito a rendere rilevante qualcosa che per chiunque altro sarebbe una fesseria.
A mio parere questa foto che lo mostra mentre fa una cosa sanzionata dalla legge è un tassello che purtroppo va inserito nella sua naturale collocazione quando si tratta di decidere se un professionista del suo livello ha un atteggiamento corretto o meno.
Non ci sono chiacchiere su temi così importanti. Non ci si affida al blabla dei social per stabilire dove sta il diritto. Il mio ruolo professionale è, è stato e sempre sarà, quello di segnalare. Senza pregiudizi.
Al magistrato dico: buona fortuna. Ai suoi amici: stategli vicino.

 

Signori o dottori?

Tremendo è il laureato che si firma, si fa chiamare e, addirittura, si presenta col titolo di dottore. Peggio ancora è il non laureato che millanta e si fregia di qualcosa che non merita: ricordo un corrispondente di provincia che, esagerando, si faceva chiamare direttore.
Campioni mondiali di povera presunzione,  in tal senso, sono alcuni (pochi) medici, i magistrati e commercialisti, possibilmente neo laureati dopo una navigazione fuoricorso decennale. Ostentano il loro titolo di dottore come un elemento di distacco: del resto il loro rapporto con l’altro necessita di un balcone, di un predellino che renda evidente il dislivello, la differenza di altezza. Io guaritore, tu paziente. Io giudice, tu cittadino. Io esperto, tu cliente.
Anche tra le altre categorie c’è un grottesco orgoglio nel fregiarsi di un’abbreviazione di quattro lettere: dott e il portinaio ti rispetta; dott e la segretaria è più motivata; dott e la vita ti sorride.
Non cerco il colpo a effetto e vi dico una cosa scontata. Alcune delle persone migliori che ho conosciuto hanno schivato con grande attenzione il sistema della finta meritocrazia del “dottoresimo”. Come si dice? Signori si nasce, di sicuro. Dottori lo si diventa, forse.