Capitani oltraggiosi

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo

La parte esilarante del ragionamento politico dei no-pass è nel loro autodefinirsi “uomini liberi”. La parte imbarazzante sta invece nella definizione più congrua, e purtroppo poco sintetica, del movimento suggerita dall’oggettività: gente che si oppone a un provvedimento politico che vuole spingere al vaccino chi fa finta di non conoscerne l’utilità o ne ha paura. Nel mezzo, una serie di nuove emergenze create ad hoc da chi non crede nelle emergenze: l’intasamento delle farmacie per la corsa ai green pass; le manifestazioni di piazza per difendere uno strano diritto, quello di violare le norme; la corsa a chi spudoratamente la spara più grossa, tipo i due deputati regionali che ieri pretendevano di entrare all’Ars senza green pass. Ma la cronaca minima di massime scempiaggini è ricca e tenere il passo è difficile. L’altro giorno a Palermo un noto professore universitario di economia prestato alla virologia applicata alla Costituzione ha arringato una piccola folla dicendo che nel giorno in cui è stata assaltata la Cgil a Roma, alcuni poveri manifestanti hanno subito torture da parte della polizia. Che è un suo scoop, dato che molto probabilmente avrà aggiunto alle sue competenze anche quella del giornalismo.

Ecco, quando tutto questo sarà finito i cerchi dovranno essere chiusi. Tutti i politici che hanno cavalcato un’insensata e pericolosa protesta dovranno essere democraticamente rispediti a casa, tutti gli imbroglioni che hanno intorbidito le acque della verità dovranno risponderne nelle sedi opportune, tutti i capitani delle navi del malcontento dovranno assaggiare l’ammutinamento dei veri “uomini liberi”, quelli che adesso vengono tenuti prigionieri con la paura e la disinformazione. 

Va’ pensiero (unico)

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

In un’incredibile moltiplicazione di verità pacchiane in cui ognuno dice la sua infischiandosene delle leggi, della scienza e della mai troppo rimpianta realtà dei fatti, a fine mese si svolgerà a Palazzo dei Normanni un convegno di liberi pensatori il più moderato dei quali paragona il green pass ai tatuaggi dei lager. Quindi, ripetiamo, ci sarà un convegno nella sede dell’Ars di gente che identifica il periodo più drammatico della nostra storia recente – con morti, durissimi lockdown, crisi economiche e incertezze ancora all’orizzonte – con una deriva della dittatura (sanitaria, politica, economica e via cannoneggiando). Già basterebbe questo per indicare la grossolana indecenza di una discussione pubblica, in uno spazio che dovrebbe essere simbolicamente inaccostabile a simili iniziative, su un argomento così pericoloso sul fronte sociale e sanitario. Il green pass è uno strumento imperfetto e persino odioso, ma esiste perché esistono cittadini che confondono la libertà con l’egoismo, l’intelligenza con la violenza, il senso civico col senso del ridicolo. Coi vaccini bisogna andare avanti senza cedimenti. Un convegno che alimenti le indecisioni non è un convegno, è una follia. Quando uno degli organizzatori dichiara che l’obiettivo è stigmatizzare “il pensiero unico su questi temi” involontariamente, come capita a molte arche di scienza, dice una verità inconfutabile: sulle conquiste della medicina che ci tirano fuori dalla melma e che salvano vite c’è un pensiero unico. Ci deve essere, proprio per difendere la realtà dagli abbordaggi di negazionisti e convegnisti no-tutto.

Resta da capire che tipo di saluto istituzionale andrà a porgere l’assessore Lagalla a un consesso che delle istituzioni e delle loro regole se ne frega. 

Cattivi maestri

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È penoso e anche un po’ irritante vedere brandito ogni giorno l’articolo 21 della Costituzione come arma di difesa per tesi sempre più impervie. Il professore universitario che accosta con disinvoltura i vaccini al dramma di Auschwitz per ribadire il suo no al green pass si difende sguainando la libertà di pensiero e di parola e però si dimentica di collegarli saldamente tra loro. In un cortocircuito logico finisce per togliere valore al suo ragionamento che vorrebbe prendere il volo ma si schianta sulle reti del cattivo gusto. Incidenti, si dirà. Può capitare e in tal caso basta ammettere l’errore e correggere il tiro. Invece no. Nella foga anti-tutto dove c’è sempre un disegno chiaro solo a loro, gli altri quelli che sanno, e una grande volontà deviata di cui noi poveri imbecilli non ci accorgiamo o peggio siamo complici, il gioco di questo popolo di no-vax in pectore (perché non si dica che sono no-vax ma non gli si chieda nemmeno se sono vaccinati) è sempre al rialzo. Il no al green pass non è ideologico, né scientifico (nonostante molti di loro si mostrino campioni di virologia da tinello): è psicologico, anzi economico, anzi gestionale. Nel caso dei (pochi) professori palermitani che hanno firmato il “manifesto” contro la regolamentazione degli accessi all’ateneo in èra di pandemia si assiste a un orgoglioso moltiplicarsi di competenze utili per discettare operativamente di vaccini e affini: economia, psicologia, e chi più ne ha più ne metta.

Solo che c’è differenza tra mettersi al servizio e mettersi di traverso. Soprattutto quando, come nel caso del professore del tweet su Auschwitz, la stessa puntualizzazione “si trattava di provocazione” la dice lunga sulla lucidità del ragionamento: la provocazione che ha bisogno di puntualizzazione nel migliore dei casi è una gaffe.

E poi il pistolotto sulla libertà. Se proprio non potete risparmiarci le lezioni non richieste sulla libertà, specialmente quella applicata alle opinioni spalmate sui social, fate finta di aver capito che non esiste libertà senza responsabilità. I giovani sono la risorsa più importante che abbiamo. La scuola e l’università sono i luoghi in cui, come cantava Eugenio Finardi, si dovrebbe “insegnare a imparare”. Che lezione è quella che mistifica il concetto di libertà, equiparandolo a “io scrivo e dico quello che voglio”?

In una società sempre più polarizzata, per effetto soprattutto degli algoritmi di Facebook e vari, i giovani vanno salvaguardati dalla tentazione di considerare che il modo migliore per aver la meglio in una discussione sia quello di evitarla. La libertà di parola è troppo importante per finire impigliata nelle tesi sgangherate di quattro anti-vaccinisti più o meno rivelati e inconsapevoli del fatto che la lateralità di pensiero funziona sin quando non si deraglia.
Verrebbe da dire: non si scherza con le provocazioni. Ma qui purtroppo non c’è scherzo. E la provocazione è solo uno schizzo di cattivo gusto.

Il green pass e l’acqua alla gola

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C’è qualcosa di allarmante nell’appello firmato dai docenti universitari di Palermo contro il green pass obbligatorio all’ateneo. Ed è qualcosa che ha a che fare col ruolo formativo, cioè con quella sorta di arte che un professore infonde nel suo allievo: il saper imparare nel rispetto degli altri. Il “rispetto” è fondamentale giacché introduce un concetto di reciprocità che gran parte delle enclave culturali estremiste (di ogni tempo e latitudine) hanno calpestato nel nome di un sapere egoistico, univoco.

Insomma fa impressione leggere la disamina strampalata degli effetti scientifici del vaccino anti Covid fatta da un professore di economia. Come se l’università non fosse il luogo della competenza specifica, della sacralità della specializzazione, questi signori brandiscono il concetto di libertà facendone un uso maldestro. Diciamolo chiaramente: non si può esercitare in modo stravagante il diritto al dubbio se si è con l’acqua alla gola. La Sicilia è in una situazione disperata anche per colpa di chi non si è vaccinato. E questo è un fatto incontrovertibile, certificato da chi ne ha titolo: medici ed esperti di virus. Non sociologi, non economisti. A nulla serve il solito refrain che questi signori usano per distinguersi dalla canea dei negazionisti. “Non siamo no vax” è come “ho tanti amici gay”: un modo di travestire da argomentazione colta un’incoerenza di cui, molto probabilmente, non si trova la forza di vergognarsi. Ora è il momento della chiarezza, in vista di nuove probabili tenebre. Accettare il green pass non è segno di sottomissione, ma di civiltà. Il che non vuol dire che si debba abolire il dibattito sul tema, ma che debba parlare solo chi è titolato. I pozzi della ragione sono già a secco, evitiamo gli avvelenatori.

Te la do io la privacy

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La buona notizia è che l’esordio del green pass a Palermo è andato abbastanza liscio. A conferma che mostrare un QR code non è la fine del mondo se il sistema telematico che deve leggerlo funziona: e pare che la app del ministero almeno stavolta non si sia impallata. La cattiva notizia è che in alcuni c’è ancora una resistenza simil-ideologica a mostrare il documento di identità che è indispensabile per incrociare i dati sulla persona. È un fenomeno ben radicato nelle misteriose lande di alcuni difensori della privacy, alfieri della tutela dei dati personali che la mattina nascondono la carta di identità come se ci fosse la rivelazione di un quarto segreto di Fatima, e la sera postano sui social la foto che li ritrae nudi sul divano del salotto buono.

In un mondo in cui la verità e la falsità palese sono del tutto ininfluenti in termini, ad esempio, di successo politico, la tentazione è quella di tirare il freno a mano del treno della storia. Il green pass in una terra come quella di Sicilia che non ha mai primeggiato per rispetto delle regole è l’occasione per dimostrare di aver imparato la più dura delle lezioni sociali che questa pandemia ci ha imposto: e cioè l’ineluttabile importanza della limitazione di alcune libertà personali e di nuovi modelli di controllo. Il fatto che sempre più persone rifiutano i fatti perché essi minacciano l’identità che si sono costruite intorno alla loro visione del mondo, non deve distrarci dall’unico vero esempio di democrazia che il rispetto delle regole – anche al ristorante, al bar o in palestra – ci propone: tutto sarebbe perduto senza la partecipazione della gente comune. Ecco perché il green pass è un lasciapassare per la civiltà in un’Isola che necessariamente deve essere migliore.