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Quarant’anni fa ero grande abbastanza per seguire in diretta, o quasi, lo storico allunaggio. Ho cercato di emozionarmi, giuro, ho cercato con tutte le mie forze ed ho pure mentito sul fatto commentandolo. Oggi mi rendo conto che non ero la sola
Io ho pochissimi ricordi della mia prima infanzia. Quasi nessuno. Come accade a tanta gente.
Il giorno dell’allunaggio avevo cinque anni, ma è uno dei rari momenti di quell’epoca che mi sono rimasti in mente. Insieme al terremoto di Palermo dell’anno prima. Emozioni molto diverse, ovviamente. Ma credo così indelebili perché, in entrambi i casi, per la prima volta mi accostavo a due eventi ignoti. La forza dirompente dell’inedito, insomma.
Ero emozionato. Era l’emozione prepuberale di chi ha accanto una cugina molto attraente (lei quattordici, io tredici anni compiuti da due settimane circa). Lei guardava estasiata l’allunaggio, io inebriato più lei che l’impresa.
Sarò sincero: non ricordo nulla di quella sera, televisivamente parlando. A 12 anni uno dovrebbe esser curioso di quelle cose lì. E invece quella forse mi sembrava più una cosa scientifico-tecnologica (e io sono un vecchio, sporco umanista fin dalla culla) o probabilmente dormivo, stanco di una giornata di giochi vacanzieri. Non so nemmeno se fossi a Palermo con i miei o – come accadeva quasi sempre in luglio – fuori città, persi per chissà quale borgo italico. L’unico appiglio che ha a che fare con la luna in quegli anni è la pizzeria “Al chiaro di luna”, sulla strada tra Monreale e San Martino, dove facevano una pizza buonissima anche perché a quei tempi, la pizza, non era di così largo, quotidiano perfino tedioso consumo come oggi. La pizza, per un bambino/ragazzino negli anni ’60, era quasi un evento gioioso.