Il governo dei siciliani in fuga

L’articolo pubblicato su la Repubblica.

Lucia Azzolina, nuova titolare del ministero della Scuola, è l’ennesima siciliana ad entrare nel governo Conte bis. Va in squadra con Alfonso Bonafede, Giuseppe Provenzano e Nunzia Catalfo. E ad accomunarla ai colleghi di cui sopra non c’è solo il brivido dell’avventura politica, ma il fatto che (ad eccezione della catanese Catalfo) anche lei ha abbandonato da tempo la Sicilia. Nata a Siracusa, anni fa è dovuta volare a La Spezia per trovare un lavoro come insegnante, mentre Bonafede originario di Mazara vive a Firenze e Provenzano nativo di Milena si è trasferito da tempo a Roma. Sappiamo bene che partire è vincere una partita contro la pigrizia, e che alle nostre latitudini la pigrizia è spesso un fantasma che si materializza nelle vite dei giovani disoccupati, complicandole non poco. Però c’è più di un simbolismo evocativo nella realtà di questi siciliani d’esportazione che brillano altrove, talvolta per meriti acquisiti (la politica premia con regole e meccanismi non universalmente riconosciuti): Azzolina e compagni sono l’efficace riassunto di una Sicilia da cui si fugge quasi per default. In una regione in cui la spesa non si pianifica ma si rabbercia, in cui il precariato è l’unica certezza, in cui l’orizzonte è un muro che non protegge ma isola, anche i nuovi simboli della politica si adeguano. La nostra vocazione ad emigrare, cementata dal celebre detto “cu nesce arrinesce”, non ha più la dimensione eroica della valigia di cartone e delle 20 ore di treno per raggiungere un nowhere di speranza. Oggi si fugge e basta: non c’è un nuovo mondo in cui entrare, ma solo uno da cui scappare.

La rivoluzione dei piccoli passi

Non ho colto nessun elemento di scandalo nella polemica sulla frase del ministro delle politiche per il Sud Giuseppe Provenzano, secondo il quale “Milano attrae ma non restituisce quasi più nulla di quello che attrae”. Neanche dopo la correzione di tiro che tendeva a puntualizzare come la colpa di questa disparità non fosse di Milano, ma del resto d’Italia che non è in grado di assorbire e far proprio quel modello”. Se proprio si vuole trovare una colpa per Provenzano, allora forse si potrebbe criticare il modulo di comunicazione non blindato che, mediante un ragionamento che poteva essere frainteso, andava a grattare (anzi a tentare di grattare) la corazza dell’unico modello cittadino che davvero funziona in Italia. Insomma, in un Paese dove l’unica maestà per la quale ci si sbraccia è quella lesa, forse si poteva inventare una metafora più prudente per raccontare qualcosa che esiste realmente, e cioè il gap economico e sociale che trancia l’Italia e la necessità di politiche di sviluppo che curino le ferite ancor prima che suturarle.

È un argomento complesso che, per semplificare, vi sottopongo prendendo come spunto le politiche culturali e il loro rapporto con l’innovazione, sulla base della mia minima esperienza.

Quando il Teatro Massimo porta l’opera o i pianoforti di Piano City in un quartiere come lo Zen, fa un’operazione di grande impatto sociale che punta all’effetto contagio. Cerca cioè di inoculare un virus del bello in un corpo che ha un sistema immunitario complesso e interessante. E lo fa strizzando l’occhio alla risposta di Lev Tolstoj alla domanda “Cos’è l’arte?”.

“Eppure c’è un segno certo e infallibile per distinguere l’arte vera dalle sue contraffazioni; ed è ciò che io chiamo il contagio artistico. Se un uomo senza alcun sforzo da parte sua dinanzi all’opera d’un altro uomo, prova un’emozione che lo unisce a questo e ad altri ancora ricevendo contemporaneamente la stessa impressione, ciò significa che l’opera dinanzi a cui si trova è un’opera d’arte”.

Quando invece sempre il Teatro Massimo imbastisce un’operazione come quella de L’elisir o della Cenerentola di Danisinni fa una cosa diversa. Amplifica a dismisura l’effetto contagio giacché non solo gli abitanti del quartiere assistono all’opera, ma ne sono essi stessi protagonisti perché sono stati formati in mesi di prove e prove.
Ecco l’esempio di una vera politica culturale.
Ed ecco il link al ragionamento del ministro Provenzano.
L’innovazione è uno dei principali metodi di sviluppo e di contagio di sviluppo. Laddove per innovazione non si deve intendere necessariamente qualcosa che derivi dal silicio o che abbia a che fare col web e con la tecnologia. Innovazione è linguaggio, è orizzontalità della cultura, è diffusione della parola. Anche l’opera, cioè una delle più antiche e resistenti forme d’arte, può essere enzima di innovazione, ad esempio se coinvolge un quartiere popolare in una messinscena che stimola i suoi abitanti a cimentarsi in qualcosa che non conoscevano e che adesso li incanta.

I processi di cambiamento vanno guidati, non vanno decretati. E il miglior modo per accompagnarli è farli precedere da formazione e informazione per creare una sorta di consapevolezza guidata, senza la quale qualunque provvedimento economico o tentativo di spinta sociale è acqua che si perde tra le zolle di una terra assetata.
Di questo, a mio modesto parere, si deve parlare, non di rivoluzioni. Ma di politiche di piccoli passi, di innovazione del giorno per giorno.