Ti salvo io

C’è questa canzone che ogni anno in questi giorni (sarebbe domani il giorno giusto, ma giocare d’anticipo mi fa guadagnare tipo sei lettori in più) riprende vita. La canzone è September degli Earth Wind & Fire e risale al 1978. Pensate, non ebbe neanche un album tutto suo dal momento che, assieme al rifacimento (peraltro fantastico) di Got to Get You into My Life dei Beatles,  era inclusa in un album di successi già pubblicati. September è un inno alla dance di quegli anni in cui tutto ci sembrava spensierato. Ballavamo e cantavamo, addentavamo la nostra adolescenza senza curarci del mondo che intorno a noi macinava le stesse tragedie di sempre – l’omicidio Moro e il disastro aereo di Punta Raisi, solo per restare in Italia –  e che, nonostante la lente deformante dei social di oggi, non era troppo diverso da quello in cui galleggiamo oggi. Le cose accadono, sono sempre accadute.
Comunque è dell’effetto September che voglio dire.
C’era questo sottile cinguettio di chitarre, il coro gioioso di femmine e falsetti, la sbornia di fiati. E poi c’era lui, Maurice White. Di una grandezza per noi incommensurabile, allora. Una grandezza di quelle di cui uno si accorge quando viene a mancare. Accade così con certi miti viventi: gli affibbiamo un ruolo talmente totalizzante che li mettiamo fuori dal tempo, dall’ordinarietà. E, ascoltando questa canzone, come mai vi potrebbe venire in mente il concetto di morte? È già accaduto con molti nostri punti di riferimento e accadrà ancora perché, come sappiamo, la vita è una infinita malattia mortale. L’unico antidoto – e lo dico dall’alto dei miei tot anni – è ballare, cantare e affidarsi a quelle quattro note incatenate che sopravvivono alle maree del mondo tendendoci una mano, come si fa coi naufraghi: stai tranquillo, ti tiro su io, nessun’onda, neanche quella sperimentata dal capitano Shackleton, potrà mai fermare la musica.
Vivi, sopravvivi. Balla.  

Shackleton, l’eroe

Sono venuto a contatto, per motivi irrilevanti ai fini di questa riflessione, con la vera storia del capitano Ernest Henry Shackleton, ben narrata in questo libro. Nell’agosto 1914 ventotto uomini su un robusto vascello norvegese partono per una missione senza precedenti: attraversare l’Antartide a piedi. L’Endurance, così si chiama l’imbarcazione, è costruita con il legno più resistente al mondo. Eppure finisce intrappolata nei ghiacci del mare di Weddell colando a picco. Quegli uomini devono trovare forze e strumenti per resistere a mesi e mesi sulla banchisa, nel gelo e nella solitudine. Prima di abbandonare la nave, Shackleton la fa svuotare di ogni cosa che possa essere utile alla sopravvivenza. E raccomanda di portare anche un paio di strumenti musicali – una chitarra, un banjo – che i marinai vorrebbero abbandonare giudicandoli superflui. Passano i mesi e il capitano riesce a raggiungere con tutto l’equipaggio appiedato e stremato l’isola di Elephant, che ovviamente è deserta. Lì decide di giocare il tutto per tutto e insieme a cinque uomini fidati si lancia attraverso le 650 miglia nautiche del canale di Drake a bordo di una scialuppa di sette metri. Sette metri di legno contro onde di 40 metri. Ce la fanno, con un cronometro, un sestante, una bussola e alcune carte: raggiungono un’isola di balenieri, prendono un’imbarcazione più solida e ripartono per l’isola di Elephant per andare a salvare i compagni. Ma non ce la faranno al primo tentativo e comunque l’impresa che li porterà di nuovo a riabbracciarsi sarà complessa e incredibile: una vera celebrazione dell’eroismo allo stato puro. Il 30 agosto 1916 Shackleton raggiunge e mette in salvo tutti i suoi uomini. E inizia un complicato e sorprendente viaggio di ritorno, che è anch’esso un’avventura.

Il gruppo è di nuovo unito, come due anni prima. E con loro ci sono quella chitarra e quel banjo dai quali l’equipaggio, per ordine del capitano, non si è mai allontanato. Le note di quegli strumenti li hanno aiutati come se fossero cibo. La solitudine e lo spettro della morte incombente sono state combattute con l’arte più preziosa, quella che viene dal cuore, e che non conosce altro scopo se non quello di arricchire la vita. Anche sul pack a 45 gradi sotto zero, anche con una fame assassina, anche quando la disperazione diventa padrona del gioco.

Vale per Shackleton, uno dei più grandi di tutti i tempi, vale per i suoi uomini e vale per noi tutti. Non c’è mai un motivo per non suonare o per non concedersi alla gioia della musica. Neanche se aveste risposto a un’inserzione come questa: “Cercansi uomini per una spedizione pericolosa. Bassa paga, freddo pungente, lunghi mesi nella più completa oscurità, pericolo costante, nessuna garanzia di ritorno. Onori e riconoscimenti in caso di successo”. Era l’annuncio su “The Times” per reclutare l’equipaggio dell’Endurance, la nave che doveva essere inaffondabile e che invece, andando a picco, incoronò un eroe indimenticabile.