E’ finita in una sorta di trionfo. Con lei che taglia il traguardo con le braccia alzate, io accanto a farle l’inchino, gli amici lì ad abbracciarla, e i keniani dietro che ancora devono arrivare (dopo aver fatto un giro doppio, però).
La prova delle prove, in termini di resa sportiva, misura della forza di volontà e soprattutto di verifica della tenuta familiare, finisce in archivio come un successo.
Mia moglie, non solo ha corso per intero la prima mezza maratona della sua vita, ma lo ha fatto amministrando le forze come una veterana, nonostante avesse nelle gambe una storia breve di chilometri macinati. Certo, è sempre stata una sportiva e questo conta. Ma è anche una che due anni fa si è rotta un legamento del ginocchio e che solo tre mesi fa ha deciso di correre per una distanza superiore ai cinque chilometri.
A me di quei 21 chilometri e 97 metri resta, a parte la raucedine per aver parlato ininterrottamente dalla partenza al traguardo, la gioia di aver vissuto una bella e sana celebrazione della forza di volontà di un gruppo che, in qualche modo, ho contribuito a far nascere: Paolo e Vincenzo hanno fatto un tempo strepitoso se si pensa che un anno fa pesavano una quindicina di chili in più a testa; ottima prova anche quella di Simona, che però non aveva chili da perdere ma gambe da allenare.
Ora Dani sta studiando la classifica e mi chiede “venticinquesima di categoria non è male, vero?”.
Il suo momento di gloria è come un calumet, va condiviso, amministrato, centellinato.
I keniani arrivano, vincono, incassano il premio e vanno a casa. Noi abbiamo un “dopo” che se fosse monetizzabile ci renderebbe ricchi a vita.
E in effetti oggi Dani mi ha reso un po’ più ricco.