Appeal zero, of course

Da Zarautz a Deba.

Il terzo giorno di viaggio, da Zarautz a Deba, è stato faticoso per uno strano fenomeno di addizione. Strano perché mi ha preso alle spalle in questo mood di sottrazione. 

Si sono sommate due forze diverse. Da un lato la fatica accumulata ed esasperata dalla mancanza di recupero. Dall’altra una soave forma di assuefazione alle cose che normalmente ti disturbano, tipo la pioggia, il fango, un muscolo che duole.

La fatica, come i maratoneti sanno bene, è una droga. Le endorfine liberate durante uno sforzo prolungato sono una cocaina naturale che snebbia le idee, fertilizza la creatività, pompa autostima. A proposito di autostima, c’è un divertente siparietto che facciamo con alcuni amici improvvisati, qui durante il Cammino. Ci guardiamo, la mattina infagottati nei nostri mantelli impermeabili con gli occhi gonfi e i lineamenti stanchi (tipo la foto sopra), oppure la sera coi nostri orribili sandali e la nostra maglietta da “tempo libero” (sempre la stessa), e ci diamo voti che convergono in un unico risultato: appeal zero.

Insomma, maschi e femmine, siamo il miglior preservativo di noi stessi. Infatti generalmente ce ne stiamo ognuno per i cazzi nostri, per amor proprio.

L’immagine più sexy che ci si scambia è quella dei nostri piedi dopo che ognuno di noi ritiene di aver sperimentato il miglior trattamento segreto: chi dice vaselina, chi dice burro di karitè, chi dice acqua e bicarbonato.

Tornando alla fatica, qui non c’è una competizione. Nel Cammino la fatica è un investimento, non un dazio da pagare. Perché io non so se ce la farò a percorrere tutti questi chilometri – nessuno lo sa – però so che devo far fruttare ogni passo con questo maledetto zaino che affatica più le spalle che le gambe. E investire costa.

L’assuefazione invece ti intorpidisce, ti incanta. Non senti più la pioggia che ti martella le ossa tipo il tizio della Plasmon e intanto quella lavora sul tuo sistema scheletrico. Non ti curi del fango e intanto quello lavora sul tuo involucro penetrando nelle pieghe più impensabili. Non ti curi del doloretto all’adduttore (che da maratoneta ti avrebbe fatto suonare una sirena d’allarme che avrebbero sentito da qui a Bagheria) e intanto quello sta apparecchiando al tuo fisioterapista una stagione autunno-inverno coi fiocchi.

Ecco l’insieme di queste due forze dà la dimensione dell’eccezionalità di una missione così. Che forma e, come dicono i miei amici, deforma. Gioiosamente.

(4 – continua)

Primo, trattarsi bene

Da San Sebastiàn a Zarautz.

Scarpinando per i sentieri scoscesi (e scoscesi è dire poco) che da San Sebastiàn conducono a Orio, tappa intermedia prima della destinazione Zarautz, ero concentrato sulle pietre viscide, sui torrentelli di fango, sulle cadute da evitare.

Da queste parti la pioggia d’estate è un fenomeno frequente a causa dei sistemi nuvolosi dell’oceano Atlantico che vengono bloccati dalla Cordigliera Cantàbrica e che danno origine al Favonio (cioè il Föhn) che spinge le masse umide verso l’alto innescandone la condensazione. Ergo, per uscire dal pieroangelese,  piove spessissimo e per giornate interminabili. Intanto tu cammini, fatichi, stai concentrato sul terreno, sulla tua tenuta e pensi.

Pensi. Pensi in modo completamente diverso dal solito.

È come se finalmente ti avessero tolto quel freno a mano di cui non ti rendevi conto. Come se il grande manovratore del tuo cervello si fosse preso un giorno di ferie e avesse lasciato il comando a un anarchico pacificato, giovane, un po’ fuso e sublimemente perverso.

Credo che il Cammino sia una delle più potenti centrali mondiali produttrici di pensieri trasversali. Come in “Tempi Moderni” con Charlie Chaplin che avvita bulloni: solo che lì è catena di montaggio, qui è catena montuosa.

Insomma mentre macinavo chilometri obliqui – nulla è dritto qui – circondato dall’acqua (dal cielo, sulla terra, sullo sfondo, dentro le scarpe e, ahimè, sugli occhiali) creavo link per similitudine e contrappasso e scoprivo nuove ragioni nel ricordo.

Così per la rapidità nel saper saltare in discesa da una pietra all’altra ringraziavo le stagioni di presciistica vissute da ragazzino con il tosto maestro Cicero.

Così per superare le chiazze di fango recuperavo l’illusione del “passo leggero” di quando eravamo ragazzini e pensavamo che il peso corporeo fosse un dato relativo, a seconda dell’indole. 

Se hai vissuto c’è sempre un rimedio noto ai problemi ignoti, o meglio c’è sempre un’occasione per capitalizzare quel po’ di buono che hai messo in saccoccia. Basta trattarsi bene, che si sia da soli a cena o in seducente compagnia. Un esempio di buona cura di sè e del prossimo qui la danno molti spagnoli che disseminano il Cammino di piccoli aiuti per i viandanti, pellegrini o semplici camminatori che siano: dal nulla, magari nel cuore di una strada di campagna, spuntano banchetti con acqua, frutta e qualche genere di conforto a disposizione di chiunque (nella foto sopra). Perché esiste un senso di comunità che non ha a che fare coi confini geografici o con le campagne elettorali.

A cosa è servita la mia porzione di Cammino di oggi? A star solo per 22 chilometri senza che nessuno mi disturbasse mentre assaporavo le ragioni promiscue che mi avevano portato lì.

Quand’è così, dopo un po’, che sia pioggia o sole non te ne frega niente. L’importante è arrivare, ma solo dopo che l’ultimo pensiero, quello più tosto, si sia dipanato per bene.

(3 – continua)