Sopravvivere a San Valentino

San Valentino, almeno nella mia esperienza, è uno spunto per varie cose. Per ricordare e il suo contrario, per celebrare e il suo contrario, per crescere e il suo contrario.
E alla mia età vi confesso che le ho provate tutte. Dalla festicciola a casa con gli amici (anche loro innamorati come da copione), al festino alcolico per dimenticare; dal brodo di giuggiole per una frase vergata su un libro che pare stare lì apposta per te, al cambio di stato di un pizzino d’amore, da foglio a coriandoli; dallo slancio di memoria del come eravamo alla prua diretta verso il come sarò.
Chissà qual è la formula più vantaggiosa per arricchire un sentimento, quando uno ce l’ha, e magari capitalizzarlo. Forse, come ironizzò una volta Gianluca Nicoletti, in questo giorno cruciale l’unica cosa buona che una coppia di innamorati dovrebbe fare è portarsi un single sfigato a cena (occhio, ho detto single sfigato e non solo single o solo sfigato). O forse vale una strategia di segno opposto: trattare il sentimento con l’ordinarietà delle cose umane, dato che non è vero che l’amore ci avvicina a dio, semmai ci costringe più spesso a chiedergli una mano. Una volta raccontai in un romanzo la storia di un cuore bonsai al quale venivano tagliate le radici in modo che non potesse crescere troppo: era una polluzione nichilista. Un’altra volta mi è stata suggerita la favola di una persona che resiste strenuamente ai cambiamenti del ph del cuore: una cosa a metà tra “Viaggio allucinante” e “Alice nel paese delle meraviglie”.
Di certo San Valentino si porta appresso il paradosso di un vestito che era bello quando era nuovo, ma che è ancora lì, nell’armadio, perché non ci si decide a buttarlo definitivamente. Lo guardiamo e immaginiamo il giorno che perderemo quei chili che ci impediscono di indossarlo di nuovo. Lo spirito di sopravvivenza, e anche una buona dose di incosciente saggezza, ci ricordano che chi si mette a dieta per un vestito non lo fa per se stesso ma per il vestito. Meglio pizza e birra.

Sorprese nel giorno dell’amore

Sorprese nel giorno dell'amore







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L’orgoglio dell’amore imperfetto

di Verbena

Quando Casanova abbraccia Teresa, una fanciulla conosciuta appena dieci minuti prima, si chiede se è lei. Se è lei quella giusta. Sembra che un lampo di umana fragilità stia attraversando quell’uomo che di donne ne ha avute tante e che vive da fuggiasco per averne avute troppe.
Poi le sussurra “Soltanto tu…”. Ma lo fa per abitudine, per pagare un pegno da sciupafemmine d’altri tempi. Solo che Teresa, invece di arrossire di piacere, arrossisce perché ha udito un’oscena bugia. Si baciano, perché non hanno null’altro da dirsi. E perché non si amano.
E’ questo il punto. Ad intere generazioni di umani hanno fatto credere che l’amore – degno di questo nome – tra un uomo ed una donna sia come un diamante di alta caratura: senza imperfezioni e tagliato da una mano esperta. La verità è che l’unico amore possibile, quello che vale la pena curare come si può curare una creatura bellissima ma sempre soggetta alla morte, è imperfetto.
E proprio per questo, grandioso e sempre diverso.
Dovrebbero scriverlo sui quei cuori di cioccolato o di pezza che oggi saranno scartati da milioni di amanti. Dovrebbero scrivere: “Ti amo di un amore misero e imperfetto. Ringraziami”.
Dovrebbero cambiare i finali alle favole, i per sempre e i felici e contenti. Si può amare alla follia e provare piacere nell’incrociare sguardi sconosciuti, si può soffrire per non essere riamati e sguazzare nel proprio ego solitario, si può accettare eroicamente la diversità dell’altro e coltivare selvaggiamente la propria. E’ questo paradosso che segna la grandezza di un amore.
I grandi amori che solcano una vita non sono tutti uguali, e spesso non durano una vita intera.
Si dovrebbe essere orgogliosi di questo. Si dovrebbe, molti di noi, andare in giro a gridare: “Sono orgoglioso di avere amato e ancora amato, e ancora amato”. Invece ci si lamenta dei fallimenti. Basterebbe rovesciare la prospettiva ed essere grato all’altro; per averci fatto entrare nella sua pelle, in cui forse continueremo ad abitare sino alla fine della sua esistenza.
Io non credo ai santi. Meno che mai al patrono di un cioccolatino. Però propongo San Cristoforo, protettore dei facchini. Ci vuole un fisico bestiale per sollevare la quantità di amori miseri e imperfetti che ognuno di noi incontra in una vita intera.