Sesso e tenerumi nelle Asturias

Da Colombres a Poo.
Da Poo a Ribadesella.

Sono in cammino da diciassette giorni, cioè sono più che a metà della missione, ed è tempo di un mezzo bilancio. La parte più dura, quella iniziale dei Paesi Baschi, è filata via liscia in modo inaspettato: temevo di soffrire di più, ma probabilmente ero arrivato con un buon allenamento. La parte seguente, con i percorsi cittadini e col caldo delle spiagge, è stata quella in cui ho penato di più poiché mi ero anche disabituato alle auto, alla calca. Tuttavia nel complesso parliamo di tratti poco rilevanti nell’economia paesaggistica e orografica del percorso fatto sinora.  

Le endorfine fanno il loro sporco lavoro, alimentando giorno dopo giorno la dipendenza da sforzo fisico che gli sportivi conoscono bene. Quando anche il solo pensiero di mollare o di prendersi una vacanza (dalla vacanza!) ti sfiora, arrivano loro, le endorfine, a titillare un possibile senso di colpa o di inadeguatezza.
Insomma si va perché si va.

Devo confessarlo in fase di primo bilancio, l’unico problema per me è il cibo. Vi ho già detto dei miei capricci alimentari (non mangio carne rossa, pesce a forma di pesce, né altri esseri viventi che non siano travestiti da fetta di prosciutto o da petto di pollo…) e qui al Nord della Spagna le possibilità per me di avere un menù vario sono poche. Patate e asparagi, insalata e pizza (surgelata), formaggi e salumi. Una volta, in un paesino di montagna ho ordinato una specie di risotto coi funghi e sto ancora cercando nel web un tutorial che mi spieghi come staccarmelo dal palato. Ho perso qualche chilo – non certo per il cibo, dato che trangugio palate di calorie quattro volte al giorno – e il vero obiettivo è trovare la forza non di portare a termine il Cammino del Nord, ma di affrontare al ritorno i miei genitori. Avete presente cosa si scatena in una madre siciliana, bravissima in cucina, alla vista del figliol prodigo coi vestiti che gli vengono larghi? Lasciate perdere le questioni anagrafiche – che il figliolo in questione abbia 56 anni è un dettaglio ininfluente in questo annuncio di dramma familiare – e pensate alle conseguenze epocali: raddoppio delle portate per pranzi e cene almeno sino a Natale 2022; abolizione del democratico diritto di parola quando a tavola si discute di porzioni; trasformazione sine die delle telefonate da normali in videochiamate giacché “io devo vedere come stai, vedere!”.

Cuore di mamma, va bene. Ma stamattina mi è successa una cosa singolare, che se mia madre la sapesse si farebbe paracadutare entro poche ore, possibilmente col favore delle tenebre, qui a Ribadesella, con una cucina da campo nello zaino, scorte alimentari per mezza popolazione delle Asturias e mio padre col vino. Mentre mi riposavo tra una decina di chilometri e l’altra, una mia amica che non è siciliana mi ha scritto perché è in vacanza a Palermo con la famiglia e voleva la ricetta della pasta coi tenerumi

In quel momento tutto è cambiato.

L’Armageddon del mio stomaco si è risvegliato dal suo cimitero di patatas bravas bombardandomi con un senso di mancanza alimentare drammaticamente improvviso. Ho rivisto in pochi attimi i momenti cruciali della mia vita: il primo panino con le panelle, l’infanzia coi rigatoni e le melenzane in bianco di mia madre (sì, sempre lei!), il calzone fritto della maturità, la mia pasta frolla appena sfornata, le arancine di Santa Lucia…

Boccheggiando l’ho chiamata, la mia amica, che non capiva il perché di tanta concitata eccitazione (tipo Fantozzi con la lingua che sguscia all’angolo della bocca). E le ho detto tutto.
Proprio tutto.

Le ho detto quali parti prendere dei tenerumi, le ho detto dell’aglio, del pomodoro da tagliare a pezzi non troppo piccoli, del peperoncino, le ho detto di non buttare l’acqua di cottura delle foglie perché poi ci avrebbe calato la pasta… Tutto questo le ho detto senza prendere fiato, alle 11 di mattina, sudato e sfatto come un vecchio guardone della Favorita. E alla fine ho chiuso la comunicazione bruscamente. Sapete com’è… il maschio egoista che ha fatto quello che deve fare e si volta dall’altro lato.
Ma non era sesso.
Erano tenerumi.
Cioè meglio.

P.S.
Ora richiamo la mia amica e cerco di spiegare.

(15 – continua)

Piedi

Da Comillas a Colombres.

Stamattina il Cammino era davvero “affollato”, ho incrociato almeno una dozzina di persone sulla strada per San Vincente de la Barquera, un paese che è una specie di Mondello al cubo con una ristorantopoli che ha un solo pregio: i prezzi very popular. E, dapprima non confessandomelo poi liberandomi come in una seduta di autocoscienza, ho cominciato guardare la loro appendice cruciale: i piedi. Sapete che i piedi sono un argomento dirimente del Cammino giacché sono la parte del corpo più esposta a traumi e usura: per questo c’è tutta una letteratura di precauzioni, dalla vaselina al burro di karitè, dal ghiaccio al bicarbonato. Per non parlare delle scarpe. Io ho optato, data la mia formazione sportiva, per un paio da running di tipo A4 ben ammortizzate e soprattutto collaudate: mi hanno dato qualche pensiero nel fango e nel fuoristrada spinto, ma dato che il percorso del Cammino del Nord è per quasi due terzi su asfalto e con temperature che in questo periodo possono essere alte, ho scommesso su qualcosa di più leggero rispetto a una scarpa da trekking, impermeabile e più corazzata. Comunque lasciamo da parte i tecnicismi e andiamo al mio voyeurismo. Ho visto piedi con conseguenti scarpe che voi umani…  Insomma stamattina in questo raptus di socialità ho collezionato i tre esemplari più ricercati in tal senso.

Primo, l’uomo col sandalo e il calzino. Che io il sandalo purtroppo ce l’ho (e tornato a casa lo brucerò in una cerimonia pubblica) perché la sera sarebbe un suicidio camminare con le scarpe chiuse dopo una giornata interminabile, ma usarlo col calzino, se non sei tedesco, significa giocarsi al Bingo il senso del ridicolo.

Secondo, l’uomo in tappine (cioè in infradito, per i non siciliani). Ho beccato uno, stamattina, che quasi sanguinava consumando gomma e alluci sull’asfalto. Sopravviveva drammaticamente, tipo pesce preso a strascico, ma testimoniava l’incombenza di una fine imminente.

Terzo, la donna del cellophane (e qui ho un drammatico documento che vedete sopra). Signora in evidente sovrappeso che non riesce nemmeno a entrare in un paio di scarpe di misura a sua scelta e che s’inventa la più complicata delle sofisticazioni: il sandalo rinforzato coi sacchetti di plastica. Non so se arriverà a Santiago, di certo so che lo sapremo tutti nel prossimo Anno Santo.

P.S.
Questo post è stato scritto in un infrequentabile bar di Unquera (non vi date pena di cercarla sulle mappe, esiste solo per me e la mia stratega di viaggio) affacciato su un fiume che cova zanzare tipo Cocoon e in cui si servono solo cerveza gelata e pizza surgelata.
L’unica garanzia è che il suo autore era a piedi nudi.

(14 – continua)