Mezzogiorno circa. Entro nella bottega del mio barbiere, Giorgio, periferia nord di Palermo. C’è poca gente, due clienti infagottati nei mantelli blu (un blu barbiere, proprio), il cognato e il figlio del titolare all’opera. Lui, Giorgio, mi accoglie con un sorriso rassicurante, quasi fosse un dentista che deve preparare psicologicamente il paziente a un’estrazione. Musica in sottofondo: canzoni italiane da una sgangherata radio locale. Si parla a bassa voce e le parole, specie durante lo shampoo, sono carezze. La forbice gira leggera intorno alla testa e il suo soffio metallico è gradevole. Persino il rasoio infonde una fiducia tagliente.
Giorgio non chiede, sa già. E non perché io sia un cliente particolarmente affezionato o esigente (il mio requisito pilifero è risibile). No, Giorgio sa tutto di ogni rivestimento cranico che almeno una volta è passato per le sue mani. E’ la sua maniera di fidelizzare, di accogliere, di curare il marketing insomma. Chiunque, nella sua bottega, è accolto come chiunque altro. Con sorrisi misurati, chiacchiere rarefatte, coccole di forbici e musica lieve.
Al momento di pagare non chiede mai una cifra. Dice semplicemente: “Il solito, signore”. E tu – da signore – lasci sempre la mancia. Lui, declama: “Manciaaa!”. Il cognato e il figlio in coro: “Grazie, signore! Buona giornata”. E’ l’unico momento in cui nella sala da barba di Giorgio si alza la voce.

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