Vivo in una terra in cui i luoghi civici, le vie, gli incroci, i locali pubblici si identificano più col nome e cognome di chi vi è stato ammazzato che con l’ordinaria toponomastica. Nella mia corsa mattutina parto dal luogo del fallito attentato aGiovanni Falcone, arrivo fino all’incrocio in cui è stato assassinatoSalvo Lima, poi svolto fino alla casa di Sebastiano Bosio, un medico ammazzato dalle cosche, e torno. Questo per due volte: totale dieci chilometri.
Da una settimana vivo nel palazzo di fronte a quello in cui, negli anni Ottanta, venne ucciso il commissarioNinni Cassarà. Ieri ho fatto colazione nel bar in cui venne assassinatoBoris Giuliano. Poi sono andato a fare la spesa, nel supermercato che guarda l’abitazione sotto la qualeLeoluca Bagarellasparò al giornalistaMario Francese. Prendo l’aperitivo in un locale che sta all’angolo con la strada in cui ammazzarono il generaleCarlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie e l’agente di scorta. E la mia pizzeria preferita è in via Libertà, a quattro passi dal luogo dell’agguato all’ex presidente della RegionePiersanti Mattarella. Per anni sono andato a mare di fronte alla villa del mio amicoEmanuele Piazzae la mia banca sta proprio davanti alla lapide che ricorda il sacrificio diCesare Terranova e Lenin Mancuso. Potrei continuare, ma mi è passata la voglia. La mia città non ha memoria.
Alla memoria.

DiGery Palazzotto

Uno che scrive. Sei-sette vite vissute sempre sbagliando da solo. Sportivo nonostante tutto.

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