L’articolo pubblicato su la Repubblica.

Sono da sempre favorevole alla cultura pop. Penso che il vero rimedio contro i sepolcri imbiancati non sia cambiare il colore, ma scoperchiarli: e in questo la decontestualizzazione di un messaggio di alto valore civile può essere utile. Ma ci sono dei codici ineludibili da rispettare: una qualunque cosa non è cultura pop, può diventarlo se si riesce a renderla differente da una cosa qualunque.

La partecipazione di Gigi D’Alessio al dibattito nel chiostro della questura di Palermo, nel giorno delle commemorazioni per la strage di via d’Amelio, suscita qualche perplessità proprio perché è fuori da quei codici. Perché se è vero che pur di veicolare un’idea di antimafia moderna è lecito ricorrere a personaggi simbolo, è pur vero che l’idea ci deve essere a priori e deve essere chiara. Soprattutto nel sancta sanctorum dell’investigazione e nel giorno in cui ci si stringe sul ciglio del cratere di Palermo.

D’Alessio era stato invitato in quanto esponente dei cosiddetti neomelodici, dopo il caso di un suo meno noto collega che in tv aveva detto che Falcone e Borsellino se l’erano cercata. Eppure non ha parlato né di mafia, né della strage Borsellino, né di legalità, non ha nemmeno condannato l’improvvido neomelodico di cui sopra. Ha attirato fan, certo: ma basta il “successo di pubblico” per definire l’evento come una missione compiuta?

La ricerca di nuovi modelli non deve far perdere di vista l’obiettivo che è quello di spiegare ai giovani cosa non gli è stato spiegato. O peggio ancora, cosa gli è stato raccontato male, magari con narrazioni storte, deviate. E per fare questo non credo che il personaggio migliore sia uno che qualche mese fa ha dichiarato: “Alla camorra ho regalato un sacco di canzoni”.

La cultura pop è un valore aggiunto non è il “liberi tutti” delle idee.

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