Spettinati dal rock

Malaluna

Alla fine degli anni Ottanta, quando eravamo spettinati dalla vita, ci ritrovammo in un locale di Palermo che sparava rock all’impazzata. Eravamo un manipolo di musicofagi schitarrati, perditempo notturni di varie etnie palermitane. Trascorremmo in quel locale molte estati e molti inverni, sempre a bombardarci di musica e risate, a spartirci birre e sigarette giacché allora il salutismo ci interessava quanto la Critica della ragion pura di Kant. Quel posto si chiamava Malaluna ed era gestito da Ezio, un tipo leggiadramente distaccato dalle cose terrene, una specie di guru senza dottrina che galleggiava in quei locali come il refrain di una canzone dei Police cantato da qualcuno lontano e invisibile: insomma lui c’era ma non imponeva la sua presenza. È forse stato questo il segreto di quel magico accordo che ci tenne tutti insieme per qualche anno: uno al Malaluna faceva quello che voleva, sapendo che era esattamente ciò che voleva l’altro. E tutto andò liscio perché nessuno di noi fece mai nulla di male.

Dissolvenza.

Nei decenni che seguirono il Malaluna è diventato un’altra cosa, perché le cose cambiano e opporsi significa suicidarsi trattenendo il respiro, morire per una minchiata insomma. Anche noi siamo cambiati e i passi dell’esistenza ci hanno portati altrove, come luogo e come spirito.
Ieri sera, dopo venticinque anni, ci siamo ritrovati lì. L’occasione era un concerto di un pugno di sopravvissuti non alle intemperie della vita, ma a quelle della musica. Queste adunate hanno sempe il sapore amarostico della nostalgia, eppure io non me ne sono accorto. Invece mi sono stupito a ritrovarmi piacevolmente rimbambito dai decibel impastati a mano in un’acustica meravigliosamente rozza. Ho riso a crepapelle inciampando in un paio di groupie stagionate eppure assatanate come tredicenni. Ho cantato beccando le stesse stonature di allora, non tralasciandone manco una. Ho mandato un pensiero a un grande assente, che oggi canta e balla in un mondo migliore. Ho schivato gli stessi due individui che schivo da venticinque anni e ho abbracciato chi invece ho trascurato per troppo, inutile, tempo.
Insomma, per un paio d’ore, ho dimenticato le nostre teste calve e mi sono lasciato spettinare ancora una volta. Dal rock e dal sogno di una vita in mi settima.

  

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